numero 4 marzo 2000  

Gabriele Polo, "Il mestiere di sopravvivere"

VITE PRECARIE
Ritanna Armeni

"Il lavoro somiglia sempre di più all'impresa. Ogni lavoratore sta diventando sempre di più un'impresa e come tale va trattato nella costruzione delle politiche economiche. Ai lavoratori è finita non già la proprietà dei mezzi di produzione, secondo la celebre profezia marxista, ma quella dei metodi di produzione, cosicché il lavoratore tende a organizzarsi e a percepirsi come un'impresa con quote crescenti di rischio professionale e con la scelta della autorealizzazione attraverso il raggiungimento degli obiettivi". Dal libro "L'ultimo tabù", che Aris Accornero ha scritto con Alberto Orioli, riporto questa frase per due motivi: perché c'è sia "l'ideologia" che "la vulgata" dell'idea di flessibilità. La flessibilità come prova di intelligenza, di capacità di stare nel mondo nuovo, di inserimento pieno nella modernizzazione. Flessibilità come autonomia, autodeterminazione, autorealizzazione, libertà, che si contrappone ad una rigidità che è sinonimo di vecchio, di superato. Di stupidità e incapacità del lavoratore.
Capita dunque a proposito il bel libro di Gabriele Polo Il mestiere di sopravvivere, che capovolge il punto di osservazione e dimostra l'assoluta astrattezza (se non la malafede) di quella ideologia e di quella vulgata. E non lo fa contrapponendone un'altra contraria, ma raccontando, descrivendo, raccontando la vita concreta di uomini e di donne che sono diventati "flessibili", che a un certo punto della loro storia, hanno ricevuto un durissimo colpo che li ha piegati, quando non li ha spezzati.
"Il mestiere di sopravvivere" è un libro di storie. Storie di lavoro, cioè di lavoratori e lavoratrici. Storie di vita, perché il lavoro (alla faccia dei filosofi della sua fine) ancora determina la vita di ciascuno. E storie di flessibilità. Alcune più lievi, quando la modernizzazione modifica la vita, ma non ancora l'identità, non ancora l'equilibrio dei pensieri e dei sentimenti. Altre più "pesanti", quando l'identità non viene neppure raggiunta, i vecchi equilibri ne escono distrutti e i nuovi appaiono una meta irraggiungibile. Storie che si svolgono a Torino, ieri città simbolo del fordismo oggi del postfordismo, ancora una volta, come sempre, laboratorio dei cambiamenti del mondo del lavoro, ancora una volta produttrice di situazioni radicali, tanto radicali da essere "pure" e quindi più facilmente descrivibili.
Un dato emerge su tutti: la fine della connessione fra lavoro ed emancipazione, anche di quella emancipazione minima che veniva dalla catena di montaggio della fabbrica fordista. C'è chi come Antonio S., uno dei 23.000 residui di Mirafiori - che dopo la precarietà della gioventù quella emancipazione l'aveva raggiunta negli anni '70, in una fabbrica liberata dal lavoro più gravoso, resa vivibile dalle lotte e dall'impegno sindacale - si rivede ricacciato indietro, di nuovo nella paura della fine del posto fisso, di nuovo nella fabbrica nemica, per la prima volta nel doppio lavoro e negli straordinari per poter pagare il mutuo e tirare avanti. In una condizione che pensava di aver superato e che invece è tornata ed è anche peggiore di prima.
E c'è chi a quel lavoro, fonte di diritti e di emancipazione, aspira ma non riesce a trovare neppure un appiglio per raggiungerlo. La fine della connessione fra lavoro ed emancipazione ha, come diretta conseguenza sociale, un evidente capovolgimento nel rapporto fra generazioni. Per la prima volta nella storia del lavoro i figli non possono pensare di avere condizioni migliori di quelle dei loro padri. Per alcuni di loro quelle condizioni non possono essere un ricordo e quindi non sono neppure un'aspirazione. Per i più la rinuncia è dolorosa, ma inevitabile. Lucilla F. è un'atipica. Laureata, guadagna quanto un'operaia di Mirafiori, cambia lavoro ogni anno, sogna un'assunzione. " Non era questa - scrive Polo - la sorte pensata per lei dalla sua famiglia: il padre ragioniere, impiego in banca, ha fatto tutto ciò che il "manuale della rispettabilità" prescrive per dare ai figli un futuro migliore del suo: come tutti i protagonisti del dopoguerra italiano era convinto che si potesse solo progredire, che i figli dei contadini avrebbero fatto gli operai, quelli degli operai gli impiegati, quelli degli impiegati i dirigenti, quelli dei dirigenti i liberi professionisti. Gli studi, la laurea, sarebbero stati la chiave per aprire la porta di una nuova 'stanza sociale', più bella e ampia di quella precedente, e nessuno sarebbe mai tornato indietro".
Quella "stanza" invece è rimasta chiusa e il lavoro si è ridotto a reddito (poco), sofferenza, insicurezza, quando non nuova e moderna schiavitù.
Il grande continente lavoro, nel libro di Polo, è come squassato da un terremoto che lo ha ridotto ad arcipelago frastagliato e privo di connessioni e comunicazioni, dove invece dei lavoratori "rigidi" oggi si trovano appunto i "flessibili": consulenti invece che dirigenti, artigiani, illusi di una indipendenza che non esiste, atipici, autonomi, part time, contratti di formazione lavoro, piccoli imprenditori più schiavi di quelli che un tempo erano dipendenti, collaboratori, lavoratori interinali, lavoratori precari, lavoratori in nero, lavoratori sempre sull'orlo della disoccupazione e disoccupati alla ricerca affannosa di un lavoro e di un reddito. Vite faticose, in cui la ricerca del lavoro è il pensiero dominante, la paura di perderlo l'incubo quotidiano. E si scopre il mondo di un salario modesto più di ogni immaginazione, di retribuzioni ulteriormente decurtate dal rinvio dei pagamenti, da tasse non previste, dai lunghi intervalli fra un periodo di occupazione ed un altro. Redditi da operai per piccoli imprenditori, salari da moderni "servi" per molti uomini e molte donne. Gabriella C., ora operaia a 1.500.000 lire al mese, per anni ha prodotto le Barbie con una paga di 3400 lire l'ora in un garage sulla collina torinese. Cristina B. lavora per un'azienda editoriale: 1200 lire per una correzione di bozze, dalle 10 alle 30.000 lire per il coordinamento editoriale di un'opera, dalle 16 alle 18.000 lire per una traduzione.
Il libro di Polo si ferma alla descrizione delle vite, degli affanni visibili e quotidiani. Ed è già molto per smascherare molte falsità. Fornisce dati e statistiche, ricorda momenti di storia non troppo lontana della Torino fordista. A chi lo legge viene da porsi una domanda ulteriore: quali sono o quali possono essere gli effetti dell'uomo e della donna flessibili sull'assestamento e sui valori della società? Che cosa producono tante vite precarie, insicure, sui valori che finora sono stati ritenuti positivi dalle civiltà occidentali? Quelle vite flessibili e sconquassate provocano a loro volta altri sconquassi, creano un tessuto di incertezza, abituano alla precarietà delle inclinazioni, dei sentimenti, delle convinzioni. Obbligano alla ricerca di sicurezze altrove, nelle famiglie, in uno Stato più duro, in un ordine che non viene più da se stessi. Oppure chiedono l'abbandono del disordine. Il mestiere di sopravvivere insomma può cancellare, forse sta già cancellando, il più nobile mestiere di vivere.