III. 2. 3. Il paternalismo di Giovanni Agnelli -Alessandra Godino

(dall'originale sono state tolte alcune foto)

Il paternalismo adottato da Giovanni Agnelli a Villar Perosa, può ancora essere considerato tra gli esempi di paternalismo "classico" in Italia, anche se si pone alla fine del periodo in cui essi maggiormente si sono sviluppati.

Prima di Giovanni Agnelli già gli imprenditori tessili presenti in val Chisone [58] erano intervenuti sul territorio nel quale si trovavano ad operare offrendo ai propri operai, seppur in maniere diverse, case, attività sportive e culturali, cure mediche, ecc.[59].

Ma solo a Villar Perosa si ebbe la fondazione di un villaggio operaio completo di tutti i servizi, cresciuto poco alla volta insieme allo sviluppo dello stabilimento Riv e all’influenza della famiglia Agnelli nel Pinerolese.

Quest’ultima si esplicò oltre che nell’intervento in vari settori economici, da quello della produzione di energia elettrica, a quello dei trasporti (tramvia di Perosa e autolinee Alte Valli) a quello turistico (dal 1931, alberghi e funivie del Sestriere), in una serie di iniziative filantropiche ed assistenziali (l’ ospedale civile "E. Agnelli"a Pinerolo, la colonia alpina Riv, l’albergo e il belvedere al colle di Prà Martino, i sanatori "Tina ed Edoardo Agnelli" di Prà Catinat, presso Fenestrelle, nel 1929) e al controllo della vita associativa e politica locale in varie forme: dall’assegnazione della carica di podestà a persone fedeli, non solo a Villar Perosa e Sestriere, ma nella stessa Pinerolo, al controllo della stampa locale tramite la proprietà delle tipografie (Tipografia Giorda) e delle testate locali, Il Giornale del Pinerolese (1925) e La Lanterna, divenuti portavoce ufficiale del fascismo Pinerolese[60].

Per analizzare il rapporto paternalistico che si è venuto a creare tra la famiglia Agnelli e la comunità villarese si è fatto diretto riferimento allo studio di R. Prinzio, che analizza la strategia della Riv nell’ambito locale[61].

Il paternalismo dei tessili, assimilabile al modello della dipendenza descritto da G. Baglioni, e in precedenza visto, è inteso in modo nuovo dagli imprenditori dei settori non tradizionali come quello meccanico, "essi, infatti, considerano l’operaio non più come un essere subdolo ed incapace ma come un soggetto positivo e ricco di potenzialità"[62]. Una diversità di strategia che nel torinese viene espressa innanzitutto dalla Lega industriale (1906), una associazione tra imprenditori che vede Giovanni Agnelli tra i fondatori e che ha il compito di indirizzare e tutelare gli imprenditori nelle vertenze sindacali con la classe operaia.

Essa si pone nei confronti del movimento operaio come:

 

"una potenza nei confronti di un’altra potenza", […] [Ma] accetta il contraddittorio operaio solamente nell’ambito della domanda economico - retributiva, rifiutando rigidamente ogni vertenza che in qualche modo miri a limitare l’imprenditore nella gestione della fabbrica (orari, tempi, collocamento, ecc.). Per proteggersi dall’iniziativa operaia in questa direzione, gli industriali torinesi perfezionarono il processo di razionalizzazione del lavoro con l’introduzione della organizzazione scientifica del lavoro e dei metodi tayloristici in modo da ridurre progressivamente l’influenza dell’operaio sulla produzione. Giovanni Agnelli reduce dai suoi viaggi dagli Stati Uniti, propose come una necessità il "fare come Ford"[63].

In questo modo il modello non è più quello della dipendenza, ma quello che G. Baglioni chiama della collaborazione:

La collaborazione proposta fra imprenditori e maestranze […] si basa […] su una interdipendenza fra capitale e lavoro. Solo con una elevata produzione si possono avere elevati salari e quindi una condizione di diffuso benessere. La collaborazione proposta dalla Lega tende, dunque, ad istituzionalizzare la protesta e le lotte operaie, accettando il conflitto solo all’interno delle leggi imposte dalla fabbrica [64].

Durante e dopo la prima guerra mondiale si ebbe l’aumento dell’occupazione, ma anche delle agitazioni operaie. Il 25 agosto 1917 i duemila operai della Riv si erano astenuti dal lavoro, e scesi a Pinerolo il giorno successivo per manifestare, furono dispersi dall’intervento delle truppe a cavallo.

La protesta operaia si intensificò negli anni seguenti. Nel 1919-1920, denominato "biennio rosso", alla occupazione operaia delle fabbriche il padronato rispondeva con le serrate.

Alla fine l’associazione degli imprenditori vinse, ma su di tutti vinse il suo leader: Giovanni Agnelli. Egli, […] fu in grado di mediare le correnti oltranziste con quelle moderate all’interno dell’associazione degli imprenditori e sfruttò al meglio, allargandole, le fratture all’interno del movimento operaio tra rivoluzionari e riformisti, comunisti e socialisti [65].

 

Una parte decisiva nella definitiva sconfitta del movimento operaio la ebbe anche il crescente movimento fascista.

Stroncata dal fascismo l’opposizione operaia, Giovanni Agnelli elaborò per le sue due maggiori aziende, la Fiat di Torino e la Riv di Villar Perosa, due strategie diametralmente opposte riguardanti il rapporto con la manodopera. A Torino, alla Fiat, venne riproposta quella che abbiamo chiamato l’ideologia della collaborazione, sulla base dei metodi elaborati dall’organizzazione scientifica del lavoro […] la cooperazione poggiava le sue solide basi […] sulla restaurazione della disciplina in fabbrica con la presenza di precise gerarchie da un lato, […] e la costante minaccia repressiva, con l’uso del licenziamento, dall’altro [66].

In particolare alla Fiat, la politica padronale era spesso volta a mantenere elevate le retribuzioni di alcuni gruppi di operai particolarmente qualificati, ed ad esaltarne una concezione produttivistica e aziendalistica dei rapporti di lavoro, anche attraverso la concessione di premi consegnati da Agnelli in persona agli operai che davano utili suggerimenti[67].

G. Galli osserva che alla Fiat:

Giovanni I [Agnelli] evita di ripetere l’esperimento della città-azienda [provato a Villar Perosa] […]. Il modello che sceglie è un altro, mutuato dal Regio esercito sabaudo. Un corpo di Ufficiali (i dirigenti Fiat) selezionati in base al criterio della fedeltà, dal quale dipendono le caserme (fabbriche). La truppa (gli operai) inclusi i corpi scelti (gli specialisti), sono vincolati a rigidi criteri di disciplina in combattimento (il lavoro in fabbrica), ma godono di ampia libertà anche politica, allorchè si trovano in "libera uscita" (la vita privata)[68].

Diversamente dalla Fiat, "a Villar Perosa, alla Riv, si elaborò verso le maestranze e verso la comunità valligiana una politica improntata ad un chiaro paternalismo, sullo sfondo della politica corporativa del regime […] [avendo come] obiettivo: […] legittimare la posizione di incontrastato dominio ottenuta dall’imprenditore e, […] organizzare la società circostante in modo compatibile e coerente con l’azienda"[69].

Così, per M. Bernardi non bisogna stupirsi nel ritrovare in Giovanni Agnelli:

l’orgoglio di poter contemplare – come un antico signore feudale, ma con ben altro spirito umanitario, e con ben altre vedute di progresso sociale – la sua verde valle trasformata in un modello di intensa ed ordinata produttività, di ragionevole benessere, di civile convivenza. Sindaco di Villar Perosa rispettato ed amato anche dagli avversari politici, quando la domenica amministrava il Comune nei cui registri anagrafici era annotatala sua nascita, qui egli si sentiva veramente primus inter pares [70].

La prospettiva paternalistica, offrendo all’operaio la casa, i servizi e le attività culturali e sportive aziendali, assicura la supremazia degli imprenditori e nega ogni forma di conflitto[71].

"Tutto questo, infine, accanto al fatto che il paternalismo poteva dare validi risultati come strategia locale in un ambiente poco urbanizzato e con tratti sociali tradizionali, può spiegare perché questo modello strategico sia stato applicato in una fase così avanzata del capitalismo"[72].

 

Il tipo di paternalismo attuato dagli Agnelli è per certi versi molto simile a quello dei conti Marzotto a Valdagno (VI), riconducibile a sua volta al terzo stadio, il più perfezionato, di paternalismo descritto da L. Guiotto, quello protetto, divenuto "parte di un più allargato disegno sorretto da apparati repressivi più potenti"[73].

La comunità di Valdagno presenta molte analogie con la situazione di Villar Perosa. I Marzotto a Valdagno usarono metodi di trattare con la manodopera già sperimentati, e garanti di risultati sicuri, insieme all’aggancio con le forme del potere costituito.

A differenza di quanto emergeva dall’ideologia di un Alessandro Rossi, in questo caso allo Stato viene delegata ogni responsabilità finale, esso diviene il fornitore di una legislazione sociale e di servizi pubblici, con funzioni di supporto nei momenti di crisi industriale.

L’industria tessile Marzotto si consolidò, come la Riv, grazie alle commesse militari nei due conflitti mondiali. La fase di paternalismo maturo si ebbe soprattutto con Gaetano Marzotto (1920 - primi anni ’60). L’industria Marzotto ebbe facilitazioni di ogni tipo dal regime fascista, Gaetano venne insignito di varie onorificenze fino al titolo di conte nel 1939, e Valdagno assunse, in poco più di un decennio, l’aspetto di "città sociale". Vi sorsero abitazioni scuole, negozi, infrastrutture e soprattutto forme di assistenza sociale: il padronato scolastico, il Dopolavoro aziendale, il circolo per impiegati, la banda, il coro, il Poliambulatorio, la casa di riposo, la piscina, la palestra, la biblioteca. Marzotto era tra i maggiori azionisti dell’unico giornale locale, il Giornale di Vicenza e possedeva la tramvia, unico mezzo di comunicazione pubblico della valle. In questo modo tutti gli abitanti, anche quelli formalmente staccati dalla fabbrica, erano di fatto in continua interazione - dipendenza con le vicende ad essa legate[74].

Il paternalismo di Gaetano Marzotto a Valdagno non finì con il crollo del fascismo, ma continuò "con altri appoggi e altre ideologie" [75], come accadde nel caso di Giovanni Agnelli a Villar Perosa.

 

A Villar Perosa la pratica paternalistica, sviluppata negli anni 1915-1940, continuò ancora per molti anni, "anche quando venne a mancare l’apporto ideologico del corporativismo con la caduta del regime fascista e quando la presenza degli Agnelli si fece sempre meno marcata"[76],

Continuò negli anni ’50, con Gianni Agnelli sindaco (dal 1945 al 1980) del paese e l’ing. Pietro Bertolone direttore dello stabilimento Riv e consigliere comunale. Come testimonia M. Bernardi, nel 1945:

le elezioni amministrative furono vinte dai socialcomunisti, ma il Consiglio volle a capo dell’amministrazione municipale il giovane presidente della RIV. Nel 1951, nuovo episodio degno di nota: le sinistre perdettero la maggioranza, e ciò, in parte, perché numerosi socialisti e comunisti oltre a votare in blocco i loro candidati aggiunsero il nome dell’avvocato Agnelli, e di conseguenza le corrispondenti schede andarono annullate. Stupirsene? Non si dovrebbe tener conto che a Villar Perosa circola un mezzo motorizzato ogni sette persone, la più alta percentuale italiana; che l’imposta di famiglia è di circa una lira al giorno per abitante; che il bilancio municipale è attivo di 46 milioni e che 161 ne sono stati spesi in dieci anni per opere pubbliche; che 175 ! vani sono stati costruiti o ricostruiti, quasi uno ogni due cittadini; e infine che a Villar basta sostarci mezz’ora per accorgersi, dalle scuole ai giardini, dalle case per i dipendenti dello stabilimento all’albergo e alla stazione, qual valore vi abbia la presenza della RIV[77].

Anche se la presenza dell’avvocato Agnelli in consiglio era formale, e le funzioni amministrative venivano eseguite dagli assessori anziani, il collegamento con la fabbrica non era, a quel tempo, ancora del tutto reciso[78]; due esempi lo dimostrano. Nell’area dietro il municipio si costruirono scuole e condomini, e molti dei lavori furono affidati alla Riv – Officine di Villar Perosa. Il progetto del programma di fabbricazione era stato redatto dall’ing. Giuseppe Bognier del Servizio Costruzioni Riv, gratuitamente, e la fabbrica si accollò metà delle spese dello scavo e del trasporto del materiale; dove il terreno era frazionato fra decine di proprietari, questi furono convocati uno ad uno e consigliati dall’ing. Bertolone, che mise d’accordo tutti[79]; inoltre, dal 1966, e fino alla sua abolizione, con l’avvento dell’I.R.P.E.F., i villaresi non pagarono l’imposta di famiglia, che veniva pagata da Gianni Agnelli per tutti[80].

 

Il paternalismo a Villar Perosa scomparve poco alla volta perdendo contenuti e presupposti, mentre la dirigenza Riv accoglieva sempre più la logica capitalistica moderna che privilegia produzione, tecnologia e mercato.

Il gruppo Agnelli si staccò progressivamente da Villar Perosa, parallelamente al distacco dalla Riv.

Dal 1980 il sindaco di Villar Perosa non è più un Agnelli, e case ed opere sociali vengono venduti a privati ed enti pubblici.

Certo non tutti i fili sono tagliati: l’ubicazione, nel 1969, di uno stabilimento del gruppo Fiat a Villar Perosa[81] risponde certamente a motivi derivanti dalla preoccupazione di chi non intende compromettere gli intensi rapporti reciprocamente vantaggiosi che legano le fortune di una valle a quelli della famiglia Agnelli […] la richiesta di contributo economico annuale rivolta all’amministrazione della famiglia Agnelli da parte delle associazioni villaresi è pratica comune e consueta. La famiglia Agnelli ha ceduto e cede spesso terreni di sua proprietà al comune per fini di pubblica utilità.

La sorte della vecchia strategia aziendale è segnata ma la sua fine non è e non sarà traumatica, semplicemente essa si esaurirà col tempo[82].

Dallo studio di R. Prinzio emerge come negli anni ’80 la Scuola aziendale Riv-Skf di Villar Perosa rimane la maggiore garanzia per l’assunzione in azienda, seguita dall’aver già lavorato in piccole imprese della zona e dalle conoscenze personali.

Prinzio riconosce ancora nel 1987 gli effetti della strategia aziendale verso la comunità locale, analizzando la classe operaia in fabbrica[83] e il comportamento elettorale a Villar Perosa.

Per quanto riguarda gli operai, C. Alberini in un articolo del 1966 confrontava il basso livello di sindacalizzazione della Riv nei suoi tre stabilimenti di Pinerolo, Villar Perosa e Airasca rispetto a quello di altre due fabbriche presenti sul territorio, la Beloit (Pinerolo) e l’Indesit (None-Orbassano):

Per cause varie (la lontananza dalle sedi sindacali, il paternalismo, l’ambiente, il tipo di cultura) buona parte di questi operai [della Riv] non sono stati sensibilizzati ai problemi sindacali […]. La famiglia Agnelli ha esercitato, soprattutto a Villar Perosa, una pesante intromissione nella vita dei lavoratori per mezzo di opere pubbliche o di interventi sulle persone che dirigevano partiti e amministrazioni pubbliche. Almeno il 30% dei dipendenti Riv del Pinerolese proviene dalle vallate alpine dove una scarsità di mezzi di trasporto li ha relegati per anni in un notevoli immobilismo culturale. Per queste popolazioni esiste una forte paura di perdere il posto di lavoro che ne frena lo slancio sindacale. Il livello culturale è molto basso ed un certo benessere (dovuto al pieno impiego di 2 o 3 anni fa) ha portato ad una pigrizia mentale non certo favorevole ad un risveglio delle istanze sociali da portare avanti a tutti i livelli (nella scuola e nella vita)[84].

 

A fine anni ’80:

la classe operaia di Villar Perosa, qualificata, relativamente anziana, con netta prevalenza locale, la quale gode e ha goduto di privilegi nel rapporto con la proprietà, inserita in un contesto commerciale buono, con un mercato che tira e per questo ha risentito […] in misura minima della crisi economica, è una classe poco combattiva e deferente […] perché […] è stata ed in parte è ancora, esposta a forme di paternalismo da parte delle autorità aziendali e tenderebbe per ciò a dare dell’immagine della società una rappresentazione essenzialmente gerarchica basata sul prestigio sociale, per cui ciascuno è consapevole del ruolo superiore o inferiore occupato. […] Una parte considerevole della classe operaia dello stabilimento Riv-Skf di Villar Perosa è proprietaria della propria casa, di appezzamenti di terreno o addirittura di piccole e medie aziende agricole, la cui ditta è spesso intestata alla moglie o ad un figlio.

L’insieme di questi elementi ha una importante rilevanza nell’atteggiamento e sulla combattività dell’operaio all’interno dell’azienda e […] della comunità [85].

 

In valle c’è un alto tasso di sindacalizzazione, ma

questo fenomeno ha come condizione una strategia rivendicativa legata ad una contrattazione a livello aziendale, secondo linee di aggregazione prevalentemente localistiche e subculturali [86].

Per quanto riguarda il comportamento elettorale, la mancata vittoria delle sinistre nell’amministrazione comunale a Villar[87] è dovuta, per R. Prinzio,

alla offerta di deferenza verso un’élite, il cui prestigio sociale non viene quasi mai messo in discussione, da parte di una larga maggioranza della popolazione, che si rimette ad essa sia socialmente che politicamente, frutto di anni di politica paternalistica. In cambio di questo atteggiamento deferente, la comunità chiede sicurezza del posto di lavoro e quindi sicurezza economica[88],

 

così, come testimoniano gli anziani villaresi:

quando il sindaco era Giovanni, ma anche con Gianni, sino al 1980, non si pagavano tasse... Gli Agnelli pagavano per tutti, e noi, nonostante fossimo comunisti, socialisti, avessimo fatto la guerra partigiana, abbiamo continuato a votarlo[89].

 

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[58] Essi erano per di più di provenienza estera: i Bolmida , i Berthelot, i Gütermann e i Jenny e Ganzoni a Perosa Argentina; i Widemann a San Germano Chisone.

[59] Si vedano:

AA.VV., Val Chisone e Sestriere, storia, natura, itinerari, Torino, Kosmos, 1994, pp. 63 e sgg;

La Draja, a cura della Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca, Pinerolo, Alzani, 1998;

ALBERTI D., BOAGLIO G., Le residenze operaie delle industrie tessili nelle valli Chisone e Pellice: analisi e recupero, Politecnico di Torino, facoltà di architettura, anno accademico 1983 -’84, relatore Gian Pio Zuccotti.

[60] Si vedano: MORERO V., La società Pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 - 1950), Pinerolo, Alzani, 1964, pp. 213 - 219 e 223;

MORERO V., La politica di Giovanni Agnelli a Pinerolo e nelle sue valli, "L’Eco del Chisone", Pinerolo, 1 settembre 1966.

[61] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987.

[62] PRINZIO R., op. cit. p. 129.

[63] Ivi, p. 131.

[64] Ibidem.

[65] Ivi, p. 133.

[66] Ibidem.

[67] Si veda: MUSSO S., Storia e cultura degli operai torinesi nel 1° novecento, in: JALLA D., MUSSO S., Territorio, fabbrica e cultura operaia a Torino 1900 - 1940, Cuneo, L’Arciere, 1981.

[68] GALLI G., Gli Agnelli. Una dinastia un impero 1899 - 1998, Milano, Mondadori, 1997, p. 45.

[69] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in:

Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 134.

[70] BERNARDI M., I cinquant’anni della Riv 1906 -1956. Storia di una valle, di un uomo, di un’industria, Milano, Tip. Pizzi, 1956, p. 67.

[71] Lo strumento di ricatto usato dall’imprenditore è il licenziamento: in una lettera del 10 giugno 1941, inviata dalla Direzione Riv a tutti gli inquilini della casa "ex molino", si legge: "Abbiamo notato in questi giorni con dispiacere, come Voi utilizziate la sede dell’ex canale dello stabilimento a deposito immondizie della vs. casa […]. Vi sarà facile comprendere che non possiamo tollerare la cosa e mentre Vi invitiamo a sgomberare quelle già depositate, Vi invitiamo soprattutto ad evitare per il futuro il ripetersi dell’inconveniente, che potrebbe essere da noi giudicato un motivo sufficiente per il licenziamento. Copia della presente vorrete ritornarci da Voi firmata per ricevuta", ASCVP, Faldone 332, fascicolo 11, Edilizia pubblica.

[72] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 134.

[73] GUIOTTO L., La fabbrica totale, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 32.

[74] Si veda: GUIOTTO L., op. cit., pp. 159 - 176.

[75] Ivi, p. 179.

[76] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 135.

[77] BERNARDI M., I cinquant’anni della Riv 1906 - 1956. Storia di una valle, di un uomo, di un’industria, Milano, Tip. Pizzi, 1956, p. 105.

[78] "Io che come impiegato della Riv dovevo fare sciopero secondo il parere dei sindacalisti, in seguito come vicesindaco, dovevo ricevere i rappresentanti sindacali in Municipio per poi stendere la relazione scritta al sindaco che era anche il proprietario dello stabilimento"; dall’intervista a C. Siccardi, vicesindaco di Villar Perosa negli anni in cui fu sindaco Gianni Agnelli, in: PITON U. F., Voucasioun, metìe e proufesioun de ma gent - Biografie di uomini e donne delle nostre valli, collana Ma Gent n. 8, Perosa Argentina, GBF Grafica Valchisone editrice, 1995, p. 215.

[79] Fonte: DALLA VITTORIA M., L’espansione urbana inghiotte l’Ostu ‘d Picheta, "L’eco del Chisone", Pinerolo, 28 novembre 1996.

[80] A Villar Perosa tutti esentati dalla imposta di famiglia (anche i ricchi), "L’Eco del Chisone", Pinerolo, 11 dicembre 1969.

[81] Ora sede delle ditte Sachs Automotive Italia s.r.l. e Stabilus s.r.l. (Costruzione Componentistica Autoveicoli).

[82] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 136.

[83] Si vedano anche:

ALLASINO E., Protestanti, occitani, contadini ed operai nel pinerolese: subculture politiche di lunga durata in un modello di sviluppo di grande impresa, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987;

AVONDO G. V., BRUNO V., TIBALDO L., RIV storia dello stabilimento di Villar Perosa, Pinerolo, Alzani, 1999.

[84] ALBERTINI C., La condizione operaia nel triangolo RIV BELOIT INDESIT, in: 1906 - 1966 L’Eco del Chisone da 60 anni al servizio del pinerolese, supplemento a "L’Eco del Chisone", n. 35, Pinerolo, 1966.

[85] R. PRINZIO, op. cit., p. 144.

[86] Ivi, p. 145.

[87] Questa si avrà solo negli anni ’90.

[88] PRINZIO R., op. cit., p. 148.

[89] GALLI G., Gli Agnelli. Una dinastia un impero 1899 - 1998, Milano, Mondadori, 1997, p. 26.