UNA CITTÀ n. 134 / dicembre 2005
DIEGO CASTAGNO

VIETATO L’ACCESSO AI NON ADDETTI AI LAVORI

Le tante ditte artigiane che si incrociano sul cantiere edile, consorziate nella ricerca di commesse tramite il ribasso più sfrenato; fra egiziani, albanesi e rumeni, storie fatte di emigrazione, clandestinità, regolarizzazione, ricongiungimento familiare; i contratti part-time fasulli, le lettere di dimissioni date all’atto dell’assunzione, i fuggi fuggi all’apparire di un probabile ispettore. Un “diario di cantiere” di Diego Castagno.

Lavoro nell’edilizia da otto anni. Faccio il restauratore e sono titolare di un’impresa artigiana che attualmente ha due dipendenti. Ho studiato storia e filosofia all’università, sono riuscito a mantenermi agli studi e a laurearmi grazie a questo lavoro, e grazie a esso tutto sommato devo ammettere di essere oggi una persona migliore di quella che ero. Ho dovuto sporcarmi le mani, faticare e imparare velocemente un lavoro per il quale avevo competenze molto parziali. Quando sono entrato per la prima volta in un cantiere mi sono chiesto se quello poteva essere il lavoro della mia vita. L’impatto è stato talmente brusco che all’inizio non sapevo davvero come avrei potuto calarmi nella nuova dimensione. Soprattutto non sapevo immaginare quale ruolo avrei avuto in quel determinato contesto. Alla fine ho capito che nel cantiere c’era gente che lavorava per campare, punto e basta. E che, esattamente come accade per tutti gli altri ambienti di lavoro, ci sono norme e codici particolari che vengono interiorizzati e che permettono il normale funzionamento delle cose: se non ci sei “nato”, devi avere forti motivazioni per abituarti alle battute e alla rudezza dei colleghi, e, forse, in fondo non ne farai mai davvero parte.

Si fa fatica a reperire testi sul mondo dell’edilizia, probabilmente perché è un mondo poco accessibile a chiunque ne sia esterno. Eppure è da sempre una delle porte di accesso per quanti hanno necessità di trovare velocemente un lavoro. In teoria sembrerebbe facile accedervi. Assieme ai servizi e all’assistenza alla persona, il lavoro edile impiega la quasi totalità degli stranieri extracomunitari.
Ho spesso la sensazione che nel suo complesso l’edilizia sia considerata un settore in cui in fondo regna l’illegalità, lo sfruttamento, condizioni di lavoro negative, una bassa qualificazione: una sorta di terra di nessuno del lavoro dove tutto è possibile, dove le persone si fanno male, dove pochi si arricchiscono a scapito di tanti costretti a lavori molto faticosi.
L’ambiente, in effetti, è decisamente particolare. Credo che buona parte dei pregiudizi abbiano un fondamento di verità; tuttavia nel tempo mi sembra che le cose stiano gradualmente cambiando. Ci sono molti giovani artigiani che hanno una consapevolezza maggiore di quello che fanno, o che hanno percorsi di studio e formazione diversi da quelli che aveva la quasi assoluta maggioranza degli addetti fino a poco tempo fa. Le nuove sensibilità conservative e la pratica del restauro, ad esempio, hanno portato nuove figure professionali sui cantieri. Una maggiore attenzione alle misure di sicurezza ha migliorato la condizione generale di lavoro, l’ambiente s’è umanizzato molto. La stessa presenza di attrezzature tecnologiche efficienti rende meno pesante il lavoro.
Forse ancora persiste un ultimo aspetto negativo. Il mestiere del muratore, o quello di artigiano, resta un lavoro sporco, nel senso letterale del termine, e continua a godere di scarsa considerazione sociale. Esige fatica, sudore e una grande resistenza allo sforzo fisico. La professionalità viene acquisita con la pratica e l’esperienza, non si improvvisa nulla, dunque il processo di apprendimento è molto lungo e richiede impegno. Per il resto il lavoro artigianale non è quasi mai ripetitivo né alienante. Un sistema di divisione e frazionamento delle fasi lavorative per arrivare a un prodotto finito non è concepibile. Piuttosto si ha un lavoro di equipe. Il cantiere stesso è di fatto una complessa organizzazione delle lavorazioni di maestranze, ognuna intenta a far la sua parte per arrivare a “costruire” l’opera finale.

Nel mio piccolo, avendo iniziato nel ‘98, mi sono trovato in una fase di profonda trasformazione del lavoro nell’edilizia nella città dove vivo e lavoro tuttora. Il comparto dell’edilizia è stato trainante negli ultimi anni per l’economia del Piemonte e di Torino in particolare. Non solo per quanto riguarda i grossi investimenti per le infrastrutture in occasione dell’evento olimpico, ma anche per ciò che concerne cantieri più modesti, dal risanamento delle facciate delle case del centro storico, alle ristrutturazioni degli alloggi.
Dal 1998 a oggi mi sembra che le condizioni di lavoro siano molto mutate, così come gli stessi lavoratori. Alcune delle ditte per le quali ho lavorato hanno chiuso o hanno cambiato ambito lavorativo. Niente di straordinario per carità, nell’edilizia la mortalità delle imprese è sempre stata alta. In questi anni però si è consolidata la presenza delle imprese straniere, o meglio di quelle imprese artigiane, individuali o comunque di piccolissime dimensioni, con un titolare straniero.
Non mi sembra un fatto di poco conto. A prescindere dalle diverse opinioni sul fenomeno della proliferazione delle partite Iva in Italia, l’idea che il muratore rumeno da clandestino apra una partita Iva “sua”, magari passando attraverso un lavoro alle dipendenze di altri, indica comunque un percorso di mobilità, indipendentemente da come lo si voglia leggere.
Uno dei miei operai un anno e mezzo fa, dopo tre anni di lavoro alle mie dipendenze, mi chiese un sostanzioso aumento di stipendio, decisamente fuori dalle possibilità della mia piccola struttura, dichiarando che nel caso glielo avessi negato si sarebbe iscritto all’Artigianato e avrebbe aperto anche lui una partita Iva. Così fece, con reciproca soddisfazione delle parti. Posso assicurare che la sua biografia è davvero simile a quella di tanti altri piccoli imprenditori o artigiani est-europei che hanno avuto la pazienza di raccontarmi le loro storie di vita.
Il lavoratore extracomunitario, per quel che vedo quotidianamente sui cantieri, oggi mi sembra decisamente integrato nel sistema del mercato e della prestazione dei servizi, almeno dal punto di vista lavorativo e nel contesto di cui qui si parla.
Il titolare straniero dell’impresa artigiana che su-bappalta pezzi di lavorazione da una ditta che acquisisce commesse, contende il lavoro al fornitore concorrente mediante le dinamica del mercato, e non sulla base della logica delle appartenenze o della provenienza etnica. L’idea stereotipata che la manodopera straniera sia diffusa perché il lavoratore extracomunitario lavora in nero a prezzi stracciati è, tutto sommato, poco rispondente alla realtà. Semmai corrisponde alle prime fasi della sua carriera lavorativa, fasi comunque transitorie di un percorso che il più delle volte ha esiti molto positivi. Va detto anche che il “nero” non sempre è un buon affare per il datore di lavoro. Nei cantieri di una certa dimensione il sommerso praticamente non esiste, uno stipendio in nero non è deducibile dal fatturato della ditta, non è sostenibile fiscalmente e dunque non è conveniente. Basta guardare i dati del servizio di ispezione dell’Ente previdenziale per rendersi conto che i lavoratori clandestini sono quasi assenti nelle strutture medie e grandi, e sono invece presenti nelle imprese artigiane molto piccole o individuali. Non è vero che tutti gli stranieri siano disposti a tutto. Piuttosto gli stranieri dispongono di una straordinaria capacità di reclutamento di manodopera e sono fortemente motivati a soddisfare il cliente. Per il resto sembrano orientati a utilizzare con efficacia e razionalità le reti di relazioni di cui dispongono, non necessariamente di soli connazionali per risolvere i problemi che si presentano, da quelli più complessi, come l’accesso al credito, a quelli più generici, come l’approvvigionamento dei materiali da costruzione.
Tornando alla mia storia lavorativa, il giovane italiano che ritiene di aver concluso il suo percorso formativo, o che ha necessità di lavorare per sopravvivere, evita di solito di impegnarsi in lavori come quelli artigianali, preferisce prolungare il periodo di soggiorno in famiglia alla ricerca del primo impiego, puntando a un lavoro che conferisca lo status che si ritiene idoneo alle proprie ambizioni o agli studi effettuati. Lo straniero immigrato, invece, ha già messo in conto che il lavoro non necessariamente corrisponderà alle proprie aspirazioni o al proprio percorso formativo fin dal momento in cui decide di emigrare. In molti casi impara il mestiere in Italia e la decisione di aprire una partita Iva sembra essere anche legata all’impossibilità di una mobilità sociale ascendente sotto le dipendenze di una impresa. La via dell’imprenditoria personale sembra l’unica via per ottenere riconoscimenti sociali ed economici altrimenti preclusi.

Negli ultimi anni ho preso l’abitudine di tenere diari di cantiere personali, nei quali accanto a questioni prettamente tecniche inerenti le diverse lavorazioni eseguite, ho annotato descrizioni e riflessioni su ciò che capitava intorno a me. Da quando poi ho potuto assumere dipendenti ho avuto a disposizione un osservatorio da fare invidia ai ricercatori che si occupano di tematiche di immigrazione. Le storie che ascolti sono sempre molto interessanti e, nonostante le somiglianze, nel loro complesso sono tutte originali. Colpisce in molti racconti che le storie, che iniziano dal paese natio per arrivare a quel cantiere, sembrino “in sospeso”, come se un qualche finale manchi sempre di una dimensione temporale e spaziale. Quasi che “il bello” dovesse ancora cominciare. La vicenda è aperta. Probabilmente non è affatto un caso.

Che cos’è un cantiere edile? Credo che sia una grossa area delimitata da recinti sui quali sono affissi cartelli in cui si ricorda perentoriamente che è vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori. All’interno di quest’area ci sono molte storie da raccontare. Per lo più storie di immigrazione, di integrati e di disintegrati.
L’ organico delle maestranze presenti sul cantiere è composto da una squadra di cinque muratori rumeni, tra cui il titolare, il socio e i tre dipendenti. Una seconda squadra è composta da un impiegato della ditta principale del consorzio e da un artigiano con partita Iva. Seguono i decoratori (tre italiani, padre e due figli), i restauratori (tre italiani e un albanese, titolare italiano), i falegnami (una squadra composta da tre operai italiani) e i lattonieri (due operai, di cui uno rumeno). Su tutti un ingegnere responsabile del procedimento, dipendente del consorzio che acquisisce la commessa.
L’appalto è stato vinto da un consorzio in possesso dei requisiti richiesti per partecipare alla gara di appalto, il quale affida l’esecuzione dei lavori a un secondo consorzio. Le ditte subappaltatrici fanno parte del consorzio che esegue i lavori. Secondo il regolamento di aggiudicazione della commessa, le lavorazioni sono eseguibili solo da artigiani o da imprese iscritte al consorzio. Non sono previste lavorazioni scorporabili, ovvero lavorazioni affidabili a soggetti diversi da quelli indicati nella sede di partecipazione della gara.
Quasi tutti gli addetti alle lavorazioni presenti sul cantiere si conoscono per avere già lavorato altrove assieme, tranne il restauratore che rappresenta un nuovo acquisto per il consorzio. Tale acquisizione è strumentale ai fini dell’esecuzione del cantiere, il quale prevede numerosi interventi di restauro non subappaltabili. Il presidente del consorzio è contemporaneamente il titolare della ditta più strutturata e importante tra quelle consorziate, ed è presente sul cantiere per eseguire parte delle lavorazioni. E’ di fatto colui che paga, quindi al vertice del gruppo che esegue i lavori.

Quasi tutto il lavoro di muratura è appaltato in stock a un’impresa di rumeni.
Questa ditta è di tale V., il quale ha un socio, A., suo cognato, un dipendente con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato e due operai part-time. Contratto fittizio, poiché i due lavorano tutto il giorno, sabato compreso. L’assunzione part time di un muratore è davvero un artificio, giuridicamente lecita, ma in realtà, nella mia esperienza di cantiere, non ho mai visto un muratore lavorare solo mezza giornata. Questo perché, nella pratica, i tempi di lavorazione e i materiali utilizzati sono regolati sui tempi della giornata lavorativa di otto ore. I part-time fanno tutti le loro quaranta ore alla settimana.
La parte di lavoro svolta dai rumeni è preponderante, e corrisponde al 55% dell’intero importo del capitolato. La ditta del presidente è rappresentata da un dipendente. A lui è affiancato un artigiano, titolare di una ditta individuale, che lavora con una paga oraria, ed emette fattura mensile dietro il compenso pattuito (di fatto un dipendente mascherato da artigiano, con partita Iva). Il decoratore è un signore sulla cinquantina, che parla esclusivamente il dialetto campano, di Salerno, coadiuvato dai due figli. I falegnami sono tre signori sulla cinquantina, italiani. I restauratori sono quattro, il titolare, il padre, un ragazzo giovane, italiano e un albanese. Il ragazzo si occupa dei legni, l’albanese delle parti strutturali e murarie. Vi è poi un responsabile della sicurezza e del procedimento, l’ingegnere N., direttore tecnico del consorzio, titolare di partita Iva, iscritto all’Ordine degli ingegneri. Vi sono inoltre, non stabilmente sul cantiere, i montatori dei ponteggi, due squadre diverse di due ditte diverse: la prima viene da Milano ed è composta esclusivamente da egiziani che non parlano una parola di italiano, la seconda, locale, è formata da italiani e ha una struttura familiare, padre e tre figli (cosa davvero rara di questi tempi). La direzione dei lavori è composta dall’architetto G.M., firmataria del progetto, coadiuvata da M.S., architetto più giovane che assiste la Direzione. M.S. tratta le maestranze con atteggiamenti più umani e toni più concilianti rispetto al suo superiore. Oltre alla direzione dei lavori vi è poi un ingegnere preposto al cosiddetto Piano Operativo per la sicurezza: controlla i ponti, accerta che condizioni igieniche del cantiere siano sufficienti, valuta l’abbigliamento e le attrezzature di cui gli operai dispongono. Vi sono poi due professionisti restauratori che sovrintendono al procedimento dei lavori. Vengono da Venezia. Sono soprannominati, non senza ironia, “gli scienziati”. Sono molto preparati. I restauratori sono una sorta di aristocrazia operaia, per capirci. Sono generalmente architetti o diplomati con corsi di laurea e curriculum di studi specifici, hanno competenze soprattutto chimiche oltre che artistiche. Nel nostro caso i due restauratori sono particolarmente temuti e rispettati perché decidono la modalità dell’esecuzione di una parte considerevole dei lavori, modalità di esecuzione che non sembra conciliarsi con i prezzi bassi previsti dal capitolato e dal progetto.
Premetto che il cantiere di Via A. è un “cattivo” cantiere, difficile da eseguire, perché prevede lavorazioni particolari e complicate, a fronte di retribuzioni molto scarse.

Il montaggio dei ponti
L’allestimento del cantiere è una fase nevralgica, assieme alla predisposizione dei cosiddetti sistemi per la sicurezza.
In ogni appalto la voce di spesa relativa ai cosiddetti oneri per la sicurezza non subisce ribassi. Gli oneri per la sicurezza, concretamente, sono le diverse baracche a uso degli addetti ai lavori: la mensa, lo spogliatoio, i servizi igienici, i caschi e l’attrezzatura antinfortunistica.
Nel caso del cantiere di Via A., questa fase di allestimento è stata particolarmente problematica. Il montaggio del ponte è stato eseguito da un’impresa specializzata di Milano, la quale ha offerto la sua prestazione a un prezzo talmente concorrenziale da sembrare sospetto e fuori dalla logica di mercato. Il lavoro infatti è stato pessimo. I montatori erano quattro egiziani, assolutamente inesperti nel loro lavoro e incapaci di comunicare in italiano. Ogni volta che si presentava un problema, uno degli operai telefonava al suo caposquadra a Milano, che si era infortunato e non poteva essere presente, il quale traduceva in egiziano le richieste del capocantiere. Per essere più chiari, il prezzo medio di un’impalcatura con tubi “Innocenti” Giunti, o con cavalletti, può variare dalle 15.000 alle 20.000 lire per metro quadro. I ponteggisti egiziani chiedevano 8.000. Credo che questo semplice dato possa dir qualcosa.
Quando arrivava qualcuno vestito in abiti non da lavoro, come il sottoscritto, tre dei quattro abbandonavano il luogo di lavoro e si rifugiavano dall’altra parte della strada, temendo di incontrare gli addetti alla sicurezza o gli ispettori del Servizio sanitario locale.
Ultimato, male, il loro lavoro sono poi tornati due mesi dopo per sistemare alcuni evidenti difetti di montaggio. La seconda volta, oltre ai quattro, c’era anche un caposquadra che capiva l’italiano, lo stesso che, infortunato, non aveva potuto essere presente quando i ponteggi erano stati montati e che aveva tradotto per telefono le richieste della ditta ai suoi manovali. Ho avuto modo di scambiare due parole con lui, approfittando del fatto che il capocantiere mi aveva detto di guardare come veniva sistemato il ponte ed eventualmente chiedere di spostare alcuni tubi o alcune assi. Mi ha raccontato che il suo titolare è italiano e vive a Milano. Lui, il caposquadra è egiziano e vive a Milano da molti anni. Ora sta pensando di aprire una ditta in proprio per fornire manodopera in subappalto all’ex-titolare. Mi dice che a Milano nell’edilizia sono quasi tutti nord-africani, egiziani in particolare. Mi dice anche che a Milano si guadagna molto di più e che a Torino non vuole lavorare più.

Il direttore per la sicurezza è un ingegnere che effettua due sopralluoghi al mese accompagnato da un geometra, di media età. Quando arriva, lo si scorge da lontano perché porta in una mano una cartellina rossa, nell’altra un elmetto antinfortunistico di colore giallo molto acceso. Quando qualcuno se ne accorge, e passa la voce agli altri operai, si crea uno scompiglio degno di un film comico. Il rumeno che si nasconde sopra un tetto, pericolosissimo!, il decoratore che si fa aprire la finestra da un’inquilina e si rifugia in casa sua. Altri che riescono a fuggire e a mettere, immancabilmente, un piede a terra mentre sta arrivando il controllore. Tutto questo per il rifiuto incomprensibile di mettere il casco di protezione.
E’ opinione comune tra chi lavora nell’edilizia che gli ispettori della Asl, o i direttori dei piani operativi per la sicurezza, siano dei nemici da temere e disprezzare. Il paradosso è davvero eclatante. Il blocco dei lavori in caso di cattivo funzionamento del ponte dovrebbe al massimo danneggiare l’impresario, e non i lavoratori. In realtà non è nemmeno così, perché in caso di incidente l’impresario rischia il tracollo per le multe, e nel caso di una perdita umana si rischiano procedimenti penali, oltre alle sanzioni economiche. Invece quest’idea dei controllori invadenti e dannosi è del tutto interiorizzata anche e soprattutto da chi si dovrebbe sentire tutelato, vale a dire da chi sul ponte ci lavora realmente.
Se io vado in cantiere con il casco, una camicia e una giacca sarò senz’altro scambiato per un controllore, anche se invece, ed è il mio caso, sono un controllato. Nella migliore delle ipotesi il mio comportamento sarà ritenuto strano. Il casco lo si mette solo quando si pensa possa arrivare un controllore, altrimenti lo si lascia nel magazzino. Sembra quasi che si voglia “giocare” a nascondersi da chi è ritenuto il nemico per la sua capacità di esercitare un potere volto a sanzionare, come se fosse una norma condivisa dall’intero gruppo. Se poi si chiede all’operaio perché non si mette il casco, vi darà risposte davvero inconsistenti. Non sto esagerando. Far mettere il casco ai dipendenti è un’impresa disperata.

“Ma tu hai figli?” mi chiede A.
“No”, rispondo io, asciutto.
“E perché? Cosa fai tu senza figli? Come vivete voi italiani! Guarda me: questo è il secondo”.
Mi mostra un bimbo in braccio a una signora.
“E’ mia moglie”. La donna sorride, imbarazzata. A. insiste: “Non capisco proprio. Voi volete tutto per voi. Siete egoisti”.
Può darsi, penso io.
Interviene il presidente che ogni tanto si fa un giro sul cantiere per vedere a che punto sono i lavori e pontifica con gli artigiani che lo venerano come un idolo: “I giovani di oggi non si sposano, figurati se fanno figli. Li fanno che potrebbero essere i loro nonni”. Si forma un drappello di persone intorno a noi.
Ribatte il decoratore: “ Se non ci stanno i soldi, che figli devi avere? Cosa gli dai da mangiare?”.
I rumeni danno del tu a tutti, il decoratore da del voi al presidente e lo chiama geometra. A me dà del lei e mi chiama dottore perché ho la giacca e la cravatta e sopra la giacca il camice bianco.
Questo frammento di discussione alle sei del pomeriggio, alla fine di una giornata lavorativa, mi sembra significativo. A. dice che non ho figli, quindi sono egoista. I rumeni fanno tanti figli, questo è bello oltreché giusto. Domani loro saranno in tanti e noi sempre meno. Noi siamo ricchi ed egoisti. Loro sono ricchi di figli. Il decoratore di Eboli in napoletano dice che senza soldi non si fanno figli. Intanto lui ne ha due, per cui ha già dato. E meno male che li ha, e giovani e forti, che lavorano con lui, se no avrebbe dovuto assumere due dipendenti e sarebbe stato un guaio.
E che dire dei giovani di oggi che non si sposano? I due figli del presidente, dice lui, non “hanno voglia di fare niente”. Per un padre ipercinetico una grande disgrazia.
Per quanto mi riguarda, io sono sposato, ma non ho figli, o meglio non ancora. Mi sono sposato a 27 anni, troppo vecchio secondo l’opinione del decoratore, troppo giovane per i miei amici dell’università. “Tuo figlio farà pochi figli”, avrei dovuto rispondere io ad A.

Il pranzo nei cantieri.
Al tavolo del pranzo normalmente si siedono le cosiddette maestranze, ovvero quelli che lavorano. I “capi”, cioè quelli che scrivono, o che non fanno nulla di concreto con le mani, non mangiano con gli operai, né con gli artigiani che lavorano sul cantiere. In cantiere chi lavora, cioè chi lavora con le mani, inizia alle otto della mattina, fino alle dodici, riattacca alle tredici fino alle diciassette. Quindi si cambia e se ne va a casa. Chi invece non lavora, nel senso che coordina, o decide, o comunque non usa utensili e mani per fare qualcosa, fino alle 12 controlla chi lavora, quindi alle dodici normalmente scrive. Alle tredici va al bar e mangia un panino o qualcosa di equivalente, mentre i muratori prendono il caffè.
Io un po’ lavoro, un po’ scrivo o comando, che per loro è la stessa cosa, per cui la mia posizione è ambigua. Un posto alla tavola dove mangiano le persone che lavorano in fondo non me lo possono negare. Mi siedo e nessuno dice nulla.
Intorno al tavolo le sedie sono sempre troppo poche, per cui qualcuno si accomoda sulle due latte di vernice, una sull’altra, in modo da arrivare al piano del tavolo.
Il decoratore, ruffiano, fa la mossa di volermi cedere la sedia, ma io rifiuto e mi accomodo sulle latte. In effetti mangerò più tardi, per cui posso anche sedermi sulle latte. Solita battuta: “Quelle latte sono mie, non vorrei che me le rubassi”. Ilarità generale. Il muratore di rincalzo: “Figurati, lui è ricco, non ne ha bisogno”.
I commensali recuperano dallo scaldavivande una serie di pietanziere fumanti, in mancanza della tovaglia sistemano i giornali sul tavolo e cominciano a mangiare. Si scambiano commenti sul contenuto dei piatti d’alluminio. Il decoratore dice che la roba che mangiano i rumeni è disgustosa. Sono d’accordo. Segue una serie di battute a sfondo sessuale ed economico, fanno a gara per dimostrare chi è più povero e bisognoso, salvo poi rinfacciarsi la proprietà delle rispettive costosissime macchine parcheggiate sul piazzale del cantiere.
Nel cantiere di via A. gli stranieri sono la maggioranza. Normalmente intorno al tavolo ci sono tre italiani (i decoratori), quando capita il mio operaio, cinque rumeni (i muratori) un albanese (il mio secondo operaio) mio padre, il quale arriva sempre in ritardo e inizia il pranzo quando gli altri sono a metà. Se la mia presenza in cantiere e al tavolo della mensa è ambigua quella di mio padre è addirittura insopportabile. Lui è l’artista della situazione. Ora sta dipingendo dei fregi liberty sulla facciata sotto il cornicione del tetto, decorazione tipica delle case torinesi dell’inizio secolo. Per loro è indiscutibilmente l’artista. Il suo aspetto fisico longilineo con barba, baffi e pipa morsa tra i denti, gli conferisce austerità e aspetto cattedratico. Buffo però, perché ha una tuta da decoratore e un camice marrone tutto sporco e rappezzato.
Viene ritenuto ricco e privilegiato, anche se, posso assicurare, non è affatto così. Viene trattato con rispetto surreale, nessuno si azzarda a dargli del tu.
Gli altri miei due operai invece non vengono considerati più di tanto. In effetti sono loro gli ultimi arrivati in un gruppo che sembra essere omogeneo e affiatato. Se rispetto a me e a mio padre si sentono in dovere, o pensano possa convenirgli, di farci sentire a nostro agio, ai miei due operai non viene concessa alcuna attenzione.
A pranzo si sprecano gli scherzi e le battute, che si concentrano quasi sempre su chi è arrivato per ultimo. Una volta presa confidenza il poveretto è sottoposto a un accerchiamento vero e proprio.
Da come questo reagisce si decide se farlo “entrare” o meno nel gruppo. Il prendere in giro sembra quasi una versione scherzosa del momento critico dell’allargamento del gruppo a un membro estraneo. Il sistema dei cantieri nell’edilizia prevede un turn-over considerevole. Si entra e si esce da un cantiere con una certa frequenza. Esiste un gruppo più o meno compatto, intorno al quale ruotano altre figure, direi intercambiabili. E siccome il coinvolgimento e la cooptazione dei nuovi membri avviene per effetto di scelte verticali che non riguardano le maestranze, il gruppo si riserva almeno la possibilità di decidere se chi viene aggiunto debba venire accettato o meno. E lo fa attraverso la richiesta di adesione a certi atteggiamenti e codici condivisi dal gruppo originario, che sono a loro volta espressione di atteggiamenti condivisi nell’ambiente più ampio di lavoro dei cantieri. In questo senso si può percepire, a partire dai suoi confini, un “mondo” dell’edilizia, le cui regole sembrano essere interiorizzate dalle maestranze. Per quanto riguarda i vertici che decidono e organizzano il lavoro altrui, l’adesione allo stesso mondo può variare. Ho trovato geometri che abilmente mostrano una totale adesione alle norme del cantiere per farsi accettare più facilmente dalle maestranze e controllarne i comportamenti. Altri invece puntano su un’ostentata estraneità per aumentare le distanze e incutere maggior timore. In fondo ritengo si tratti solo di stili diversi di comando. Alla base c’è comunque sempre la conoscenza, magari anche poco consapevole, del sistema di valori di riferimento, sulla base dei quali si garantiscono alcuni rapporti di tipo gerarchico e verticale.
Dei miei due dipendenti, l’albanese conosce il giochino e sta allo scherzo, l’altro li manda al diavolo e fatica molto a inserirsi in questo gruppo di lavoro. L’albanese ha ormai lunga esperienza di cantiere e sa perfettamente cosa e come fare secondo le diverse situazioni.
Nei primi tempi i miei due operai erano confinati in una parte della mensa. Intorno al tavolo c’era il muratore e il suo gruppo di rumeni, con il decoratore e i figli. Fino a quando i miei operai non hanno fatto amicizia con gli altri stavano seduti sulle latte. Dopo aver trovato un decente sistema di convivenza i rumeni hanno portato due sedie in più.
Ora che i miei operai hanno fatto amicizia con i rumeni, cosa curiosa, data la diffidenza che intercorre tra rumeni e albanesi, il decoratore ha dovuto suo malgrado adattarsi alla nuova situazione.

L’interiorizzazione e la rappresentazione, in ogni occasione, di una coerenza, nell’abbigliamento, negli orari, negli atteggiamenti, rispetto ad alcune norme condivise, mi colpisce sempre. La norma condivisa è un modo di accettare di far parte del gruppo o meno. E come solitamente capita, nel gruppo ci sono gli integrati e gli ultimi arrivati.
E’ poi sicuramente pittoresca la tavolata multietnica, con le specialità alimentari rumene, quelle albanesi e quelle salernitane. La sensazione è che se il rumeno mi offre il vino, lo devo prendere altrimenti si offende. In questo modo mostro di accettare di far parte di un gruppo. Farò dunque l’elogio della concordia, anche culinaria, se l’obiettivo è la concordia. Se invece il salernitano e il rumeno litigano troveranno un motivo per giustificare il loro comportamento e anche il cibo, insieme alle tradizioni o alla religione, diventeranno motivo di discordia. Il gruppo è omogeneo non tanto perché intorno al tavolo si trovano persone la cui condizione sociale e professionale è analoga, quanto piuttosto perché l’obbiettivo è comune e perseguibile solo mantenendo alto lo spirito di cooperazione. Inoltre operano tutti in piccole imprese familiari o semifamiliari, per cui l’interesse che si ritiene di preservare, anche a costo di grossi sacrifici, è comune. Le distanze restano inalterate, ma, nel complesso, anche annullate. Il momento del pranzo è quasi una liturgia, con ritualità consolidate e interiorizzate, all’interno del quale si discutono i problemi, si compongono i conflitti e ci si accorda sul da farsi. E’ chiaro che chi non partecipa al banchetto lo fa per dei motivi precisi, accettandone le conseguenze. Normalmente la concordia tra gli operai su un cantiere la si può valutare dalla tavola della mensa. Invece la capacità del capocantiere e l’organizzazione di un’impresa la si misura dalla pulizia del cantiere, in particolare dei bagni.

Ho dovuto impiegare uno dei due operai su un altro cantiere e l’ho sostituito con una collega per aiutare mio padre sul lavoro di restauro. Da un po’ di tempo in alcuni cantieri sono finalmente comparse le donne, per lo più restauratrici o pittrici. L’evento è traumatico, le maestranze sembrano dimostrare di possedere un minimo di pudore ed evitano le battute triviale più grossolane. Ma il cantiere resta un mondo prettamente “maschile”.
Mi è capitato in un cantiere di incontrare un direttore dei lavori omosessuale. Le reazioni delle maestranze sono state davvero paradossali. L’ingresso nei gruppi di lavoro degli extracomunitari crea decisamente meno problemi di quello delle donne. Ma l’idea di una donna pittrice è meno scandalosa di quella di un architetto omosessuale.

Oggi hanno montato la gru. La cooperativa non ha un gruista, e dunque il presidente ha chiesto al muratore rumeno se ne conosceva uno, il muratore ha messo a disposizione uno dei suoi manovali.
Questa cosa non è “normale”. Il gruista è un compito di esperienza, delicato e pericoloso, soprattutto per gli altri operai. Chi fa il gruista guadagna giustamente di più perché ha una grande responsabilità. Il gruista in pectore di questo cantiere invece è un manovale assunto part-time. Il gruista costa troppo per il consorzio. Il manovale part-time sembra essere alla portata del consorzio.
Facendo due o tre conti, il guadagno per il tetto è talmente basso che lascia appena lo spazio per il noleggio della gru. In buona sostanza non c’erano i soldi per il gruista.
Quando gli stranieri si inseriscono in un gruppo di lavoro, aderiscono con facilità a comportamenti e atteggiamenti condivisi. Il sistema cantiere, o il mondo dell’edilizia non è statico o immobile. L’inserimento degli immigrati avviene entro i limiti dell’accettazione di un sistema già consolidato, ma ne ridefinisce nella sostanza i confini. Una volta giunti e insediati, i rumeni, o gli stranieri in genere, diventano la maggioranza e non accettano più tutte le norme condivise, ne aggiungono di nuove o ne sottraggono alcune. Come ad esempio l’adesione alle rivendicazioni di tipo sindacale, che tende a diventare un disvalore, o la cui non accettazione diventa un elemento di forza e di confronto con le maestranze italiane.
Ho fatto due chiacchiere con il gruista che mi ha raccontato la sua storia.
A., rumeno, 25 anni, è arrivato a Torino con il solito visto turistico sapendo già di andare a lavorare dal compaesano che lo avrebbe assunto e poi regolarizzato. E’ stato contattato da V., tornato in Romania in occasione di un viaggio per le ferie.
A. parte per Torino con un visto turistico, sapendo che andrà a lavorare dal suo attuale titolare, il quale si impegna ad aiutarlo per la prima sistemazione. Quando arriva a Torino si mette sulle sue tracce e V., non potendogli più garantire un aiuto per trovare una sistemazione per la notte, gli impresta del denaro per l’affitto di una camera per i giorni a venire; denaro che poi A. gli restituirà dai primi stipendi, durante i primi mesi di lavoro.
A. trova una stanza presso alcuni connazionali amici di V., il giorno dopo incomincia a lavorare.
Dopo quattro mesi trova una casa in affitto, la proprietaria è una signora da cui si reca per fare un lavoro con la sua ditta. Ci va a vivere con un compaesano che ha il permesso di soggiorno, conosciuto in un bar che frequenta a Borgo Dora. Arriva la sanatoria e viene regolarizzato dal suo titolare, che mantiene dunque la promessa fatta in Romania.
A. vede il suo futuro a Torino, spera di fare la stessa fortuna che ha fatto il suo titolare in Italia.
Intende sposarsi ma aspetta ancora un anno, forse aspetta di capire se le sua situazione si stabilizzerà in maniera positiva. Non ha dubbi sul fatto che la sua sposa sarà rumena, del suo paese. Si dichiara debitore nei confronti del titolare. Mi parla anche delle difficoltà legate alla riduzione dello stipendio che percepisce con il contratto regolare, da 1.100 euro quando era clandestino in nero a 800 euro con il contratto. Lo stipendio basso lo condiziona nella sua socialità, si lamenta del fatto che non ha i soldi necessari per uscire la sera con gli amici, ma per il resto è soddisfatto della sua vita in Italia.
In realtà il suo contratto è a tempo parziale, prevede venti ore lavorative settimanali anziché le canoniche quaranta. La compensazione rispetto allo stipendio normale è corrisposta in nero.

Il cantiere edile è anche una vetrina nella quale gli operai possono conoscere altri imprenditori e valutare offerte di lavoro alternative. Questo vale anche per gli artigiani che allargano la rete di fornitori e di nuovi clienti.

Ge. B., rumeno, in Italia con moglie e figli.
“Ho un contratto a tempo determinato, scade tra tre mesi, a marzo mi sa che devo trovare un nuovo lavoro”.
Come fai ad esserne così sicuro?
Perche ho firmato la lettera di dimissioni.
In che senso?
Io sono stato assunto con il patto di firmare una lettera di dimissioni, sono passati tre anni.
Il mio capo ha paura di non avere più lavoro, oppure non so, sento dire che vuole chiudere la ditta, mi sa che stavolta dovrò cercare un’altra ditta.
Anche al tuo collega hanno fatto firmare la lettera?
G. era apprendista per un anno. Gli hanno fatto un contratto a tre mesi, non penso che anche lui ha firmato la lettera di dimissioni a marzo, il contratto non so come lo hanno fatto, cioè non so se è un contratto a tempo o che so io”.
Ma magari non ti manda via, magari firmi un’altra lettera e lavori ancora per la ditta.
Guarda Diego. Non so cosa succederà, mi dispiace se devo cercare un’altra ditta, ma qui sono rimasto solo io. Prima eravamo tanti operai, ci divertivamo, ora sono io e G., il collega, e tutto il giorno vado in giro sul camion a controllare se gli altri non rubano, a litigare, a correre di qua e di là. Alle volte sono proprio un po’ stufo di questo lavoro. Lavoro. Alla fine io non faccio mai niente e mi stanco di più che se lavorassi. Poi il capo è sempre nervoso, urla, è preoccupato, è stanco, non guarda più i cantieri.
Però ti tratta bene…
Certo mi tratta bene. Paga sempre ogni metà mese. Per carità, non posso dire niente.
E ti mette anche i contributi, la pensione…
Della pensione non m’interessa niente, la desse a me saprei io che fare.
Se però ti fai male vai in ospedale e ti curano…
No, vai dal dottore a pagamento, in ospedale puoi anche crepare... Un anno fa si è ammalata la mia seconda figlia di tre anni. Sono andato all’ospedale, non sapevano cosa aveva, tre giorni al Pronto Soccorso, non uno che mi ha detto che dovevo portarla all’ospedale dei bambini, tre giorni al Pronto Soccorso del Martini. Alla fine il padrone di mia moglie, dove mia moglie lavora per fare le pulizie, ci ha dato un numero di telefono di un pediatra.
Cosa aveva tua figlia?
Dicevano che non sapevano, che aveva una malattia rara del sangue, che era denutrita e aveva intolleranze alimentari… Aveva la tonsillite. Questo pediatra ci ha salvato, per una cazzata simile, volevano farle la Tac, però io a questo pediatra gli ho dato 150 euro. E perché eravamo amici dei suoi amici altrimenti era di più.
Hai la macchina?
Si ho una vecchia Polo. Comprata usata in contanti. La usa mia moglie per portare le bambine a scuola, e poi va in questa casa, fa le pulizie, guarda un vecchio, cucina stira le camicie.
E’ assunta?
No, è in nero, ma guadagna quanto me. A volte anche di più. Poi fa anche altro, guarda un altro vecchio di notte due volte alla settimana, sabato e domenica, quando non va in quella famiglia
E tu fai altri lavori?
Io guardo le bambine, mia moglie torna a casa alla sera, mai prima delle sette e mezza, otto.
Guardare le bambine è un lavoro... poi se capita qualcosa, e se ho bisogno, lo faccio volentieri.
E i lavoretti dove li trovi?
Un po’ il mio cognato, o i vicini di casa che hanno bisogno, o nella via dove abitiamo, quelli che mi conoscono e sanno che cosa so fare.
Cosa hai studiato in Romania?
Io sono perito meccanico, mia moglie è infermiera professionale.
Hai amici italiani?
Amici no, conosco qualche italiano. Ma ho poco tempo, preferisco la famiglia. Ho mia sorella e altri parenti qui. In Romania ci sono poi due fratelli e mia madre con loro. Io sono il più grande, loro studiano ancora.
Mandi soldi in Romania?
A turno io e mia sorella mandiamo cento euro al mese. Il resto compro cose alle bambine. Poi l’affitto, le bollette, luce, gas, riscaldamento. Si va in pari, come tutti. Prima con la lira era meglio, le cose costavano di meno.
Non mi sembra che te la passi male qui…
No, male no, perché dovrei passarmela male. In Italia sta male solo chi non lavora.
E se perdi il lavoro?
Vediamo, qualcosa da fare troverò. Mia moglie ha perso una volta il lavoro da un giorno all’altro, dopo poco ne ha trovato un altro. Noi rumeni fra noi ci aiutiamo, poi mia sorella conosce molte persone, anche italiane, lei è meglio di un ufficio di collocamento, lei ed il marito, che fa il piastrellista. Qualche cosa da fare si troverà.
Ad esempio?
Un po’ aiuto mio cognato, il piastrellista. Oppure posso cercare di fare il giardiniere. Mi piace l’idea di fare il giardiniere, magari c’è qualche scuola che insegna a guardare le piante, io non sono capace ma posso imparare. Ho imparato a fare il muratore, perché non posso il giardiniere?
Perché no? Andresti a guardare un anziano?
Non so, preferisco di no. Io sono più per i lavori di fatica.
Ma anche guardare un anziano è faticoso…
Sì, ma io ho fatto sempre lavori con le mani (George è alto 190 cm per 110 kg, ha l’aria buona e mite, ma non credo sarebbe piacevole ed igienico litigare con lui). In Romania aggiustavo i trattori, oppure scaricavo pezzi di ferro dai camion. Non ho paura della fatica. I rumeni in Italia fanno tutti lavori con le mani. Se vai da un italiano e gli chiedi di assumerti, quello ti darà da fare un lavoro con le mani, non ti prende in ufficio, come te.
Ma io lavoro anche con le mani…
Si, ma è un’altra cosa, tu stai bene in ufficio, o a parlare con l’architetto, o geometra, o ingegnere, tu puoi, io no.
Ma perché sei rumeno?
Ma no, non so, io sono qui per lavorare, va bene lo stesso così. Mia figlia forse farà l’architetto. Chi lo sa? I miei colleghi sono andati via perché dicevano che nella ditta si lavorava male. Io dovevo essere il primo ad andarmene perché non sapevo fare niente. Invece sono ancora qui e faccio l’autista, il muratore, un po’ di tutto. Cosa vuol dire che sono rumeno? Io lavoro come gli altri, e cerco di imparare. Tutto qui.
Non ti senti discriminato perché rumeno?
No, ho fatto fatica a trovare una casa. I primi tempi ho fatto fatica con l’italiano, poi però dovunque andavo trovavo sempre tanti rumeni, dappertutto. In tram, al supermercato, in tutti i cantieri ci sono rumeni. Tra un po’ voi dovrete imparare il rumeno...
Dicono che i rumeni lavorano di più degli italiani…
All’inizio forse, perché si vogliono mettere in mostra, dopo si fa tutti allo stesso modo. Certo all’inizio, uno ha voglia di lavorare, devi cercare di farti assumere.
Sei stato clandestino in Italia?
Chi non è stato clandestino qui? Dimmi se hai conosciuto uno che non è stato clandestino. Tanto tutti quelli che vengono sanno bene che in un modo o nell’altro, prima o poi, se vuoi ti mettono a posto. Non è detto che uno voglia. Però da clandestino è brutto. Io pensavo che ero qui per lavorare e dunque che non mi avrebbero fatto niente, non mi avrebbero mandato via. Secondo me la polizia lo sa che sei qui e cosa sei venuto a fare. Certo se sei qui per rubare ti buttano fuori se ti scoprono, ma se lavori non fai niente di male a nessuno. Meglio comunque regolare che clandestino. Quando sei clandestino non sai mai dove lavorerai il giorno dopo, è tutto precario, tutto campato in aria come viene.
Cosa facevi da clandestino di diverso da oggi?
Niente, lavoravo comunque, prima lavoravo sempre. Io ero da un artigiano che lavorava per il geometra (il presidente, il suo titolare), poi il geometra ha assunto tante persone per i cantieri grossi che aveva preso, aveva bisogno di un manovale e mi ha preso, mi ha fatto la sanatoria.
Prima con l’artigiano lavoravo tanto di più. Nella ditta sono più tranquillo, i ritmi sono normali, si lavora certo, ma senza il fucile puntato alla schiena.
Tua moglie quando è arrivata?
Mia moglie è arrivata qui con il ricongiungimento familiare, e poi si è data da fare, non ha mai fatto la casalinga, salvo i primi tempi che non conosceva la lingua, s’è integrata velocemente. La casa poi c’era già, prima la dividevo con due rumeni, amici, uno conosciuto su un cantiere, l’altro che lavorava prima con me in Romania. Quando è arrivata mia moglie loro hanno trovato un’altra casa, il contratto ce l’avevo io, loro erano clandestini.
E che differenza hai trovato da clandestino a regolare?
Guarda, la differenza vera è che ho guadagnato un po’ meno, ma ho fatto venire la famiglia, se non sei regolare non puoi avere la famiglia qui. Alla fine prima o poi devi diventare regolare.
E non hai paura di ritornare clandestino?
Ne ho passate di peggiori, certo che mi cambierebbe di nuovo la vita, poi sarebbe complicato per i bambini, e mia moglie dovrebbe cercare un contratto di lavoro, insomma avverrebbero dei cambiamenti.
Torneresti in Romania?
Sto bene qui con la mia famiglia. Quando vado a trovare i miei fratelli e mia mamma non vedo l’ora di tornare. Forse mi piacerebbe cambiare città, magari una città più piccola, meno traffico e gente che va più piano, corre meno. Che ne so, Alessandria, Vercelli, città così. Con un ospedale e un supermercato, ma dove la gente va più rilassata.
Cosa ne pensi dei marocchini che lavorano sui cantieri?
Lavorano poco e rubano tutto quello che trovano, sono falsi, e poi stanno tutti fra loro.
E gli albanesi?
Sono gente di montagna, pecorai, non sono socievoli.
Ma mica saranno tutti così?
Va bene certo, ma quasi tutti. Molto meglio gli italiani. Gli albanesi sono convinti di essere più bravi e più furbi di noi, invece noi siamo tanti e loro sempre di meno.
Hai mai pensato di aprire una ditta?
Finché posso farne a meno sto bene così, se non c’è proprio altro da fare allora vedrò. I rumeni che hanno aperto una ditta hanno fatto un po’ di soldi e se li sono mangiati tutti con le tasse. Si guadagna di più da dipendente. Poi rischi sempre. Fai l’artigiano se ti licenziano o ti costringono. Qualcuno ha pensato che diventava ricco, ma poi, se potesse, tornerebbe a fare il dipendente. Il problema è che non assumono più. Va bene fare l’artigiano in nero, se no non arrivi a fine mese. Io vedo la mia busta paga. Pazzesco, troppe tasse.
Sei contento del tuo stipendio?
Va bene come fisso, poi certo devi arrotondare in qualche modo. Se capita uno arrotonda, magari quando servono i soldi per comperare i regali a Natale, od un dottore, robe così.
Cosa regali ai bambini?
Giocattoli, montagne di giocattoli. In Romania io giocavo per la strada, i bambini qui giocano con il computer. Anche qui si gioca a pallone per la strada, almeno nei paesi. E sarebbe meglio giocare all’aria, i bambini crescono meglio, ma per la strada ci sono delinquenti, rubano, drogati, non mi fido.
Meglio a casa.
Cosa pensi dei tuoi connazionali?
In tutto il mondo, dappertutto, ci sono i buoni e i cattivi. Secondo me i rumeni sono gente che lavora.
Mangi italiano o rumeno?
Mangio italiano perché mia moglie ha imparato a cucinare italiano e ha insegnato anche a me. Le bimbe all’asilo e a scuola mangiano italiano. La cucina italiana è più leggera. Qui non fa freddo come in Romania, basta mangiare italiano per non patire troppo il freddo. Sul cantiere però d’inverno un goccio di grappa la bevo volentieri, o un po’ di birra d’estate per il gran caldo. Poi mia moglie dice che devo dimagrire, che gli italiani sono belli magri. Io ci provo a dimagrire, solo che sul cantiere se non mangi non riesci a lavorare. Mia moglie prima di andare al lavoro si trucca, cerca di vestirsi bene all’occidentale. Soprattutto quando va a prendere i bambini a scuola o incontra gli altri genitori, o va al supermercato. Sembra proprio un’italiana. Parla molto bene la lingua.
Progetti futuri?
Speriamo di andare avanti bene così, un passo alla volta senza farci mancare nulla, a noi e alle bambine. Fino ad oggi sono contento così. Se capita e se riesco, vorrei comperare una casa qui, magari non a Torino. Magari da ristrutturare, costa meno e poi me l’aggiusto come voglio.

Ultima appendice al cantiere di Via Arquata
Il presidente intende prendersi una pausa di riflessione e sta smobilitando. Vorrebbe distaccare i suoi due operai al cugino, che ha una ditta di scavi e movimento terra, per sei mesi. Sempre il presidente ha assunto uno degli operai di Valentino, un muratore bravo e capace anche di fare rifiniture di un certo livello, perché aveva necessità di un muratore esperto per i lavori che vuole fare nella sua villa al mare. Mi dice che oggi accettare i ribassi con cui si appaltano i lavori vuol dire costringere le imprese a fare male il lavoro, o a violare la legge. Il rischio è alto e il guadagno sempre più sottile, al limite sufficiente per pagare lo stipendio alla segretaria. Meglio aspettare tempi migliori.
Io continuo a fare decorazioni e pitture o restauri di varie cose. Sono diventato un esperto di beghe legali tra committenza ed esecutore, una vera tristezza. Devo dire però che il lavoro viene pagato sempre meno. Oggi una ditta per sopravvivere negli appalti pubblici dovrebbe avere l’avvocato in ufficio. Come fanno gli altri, non lo so. Non credo se la passino meglio di noi.
Il lattoniere sta fallendo perché gli è andato male un cantiere. L’ingegnere ha avuto un figlio e s’è preso una sorta di anno sabbatico, speriamo torni presto. Uno dei dipendenti del fabbro s’è licenziato, ha messo su una ditta con il suocero e un cugino e ha preso una commessa grossa. Ora cerca un operaio. Finché dura la commessa ovviamente. Il decoratore è rimasto solo con i suoi figli. Uno dei rumeni che lo ha aiutato nelle fasi finali del cantiere ha continuato l’attività in proprio. Lavora sui cantieri con altri tre e la moglie, che gestisce la parte fiscale e contabile. Prende lavori in subappalto a prezzi stracciati.
Insomma la solita situazione fluida.
Infine gli egiziani continuano a montare ponteggi, ma hanno deciso che non hanno più voglia di venire a Torino, perché qui si guadagna meno che a Milano, e loro ormai è da un po’ che lavorano in Italia e non hanno più bisogno di spostarsi ovunque per un pezzo di pane. Hanno fondato un consorzio di artigiani singoli, ognuno con la sua partita Iva.
La DL ha cambiato montatura di occhiali e colore di capelli. Mi ha proposto di continuare a partecipare ai bandi dell’ente. Per conto mio neanche sotto tortura. L’architetto S. di Catanzaro, che invece ci vede benissimo, ha deciso di fare domanda di trasferimento per la Calabria, avendo scoperto che giù la vita costa molto meno e con uno stipendio da statale si vive molto meglio che a Torino.