Il valore dello stato sociale
Diminuire le pensioni, o garantire che offrano una copertura accettabile?
FELICE ROBERTO PIZZUTI –il manifesto 31/01/01

Articoli ed interviste pubblicati nelle ultime settimane su il manifesto, il Corriere della sera, La Repubblica e Sole 24 ore stanno dando vita ad un dibattito su tre temi: la distribuzione del reddito, lo stato sociale e il sistema fiscale.
Partendo dal primo argomento, nella generalità degli interventi viene accettato che negli ultimi due decenni la quota dei salari sul reddito prodotto nel nostro paese si è consistentemente ridotta a favore di profitti e rendite e che oggi i salari unitari andrebbero aumentati. Alcuni sottolineano tuttavia che il basso livello dei salari (netti) dipenderebbe dal forte aggravio sul costo del lavoro causato dagli elevati oneri fiscali necessari a finanziare uno stato sociale ritenuto troppo costoso. Ridurre la contribuzione sociale consentirebbe di liberare risorse per aumentare, da un lato, i salari netti e la domanda dei lavoratori, dall'altro, i profitti, le possibilità d'investimento e la competitività delle nostre imprese.
Ritenendo di non voler appesantire il bilancio pubblico e supponendo di poter ridurre contemporaneamente le prestazioni nella stessa misura dei contributi, per i lavoratori si porrebbe il problema di acquistare sul mercato le prestazioni prima ricevute dallo stato sociale. Ma le maggiori disponibilità in busta paga derivanti dalla riduzione dei contributi a carico dei lavoratori non sarebbero sufficienti ad acquisire lo stesso ammontare di prestazioni prima finanziate anche con i contributi delle imprese. La nuova situazione implicherebbe dunque per i lavoratori l'alternativa tra minore disponibilità di beni e servizi sociali o maggior impiego a quei fini del proprio salario netto; in entrambi i casi la situazione reddituale complessiva dei lavoratori sarebbe peggiorata (a vantaggio delle imprese) cosicché l'obiettivo di aumentare i salari (che tutti dicono di volere) si rovescerebbe nel suo contrario.
D'altra parte, come è dimostrato dalle teorie economiche liberali, difficilmente il mercato potrebbe offrire beni e servizi sociali a costi inferiori rispetto allo stato sociale il quale, non a caso, è un'istituzione della nostra civiltà che nasce non solo dalla volontà dei lavoratori, ma anche dalla convinzione decisiva di personaggi quali il Cancelliere Bismark e Lord Beveridge.
In realtà il progetto di ridurre contributi e prestazioni sociali incontrerebbe un'altra formidabile difficoltà finanziaria poiché nel caso delle pensioni (che incidono significativamente), la diminuzione odierna dei contributi sarebbe bilanciata da un calo delle corrispondenti prestazioni solo fra decenni, mentre nel frattempo andrebbero comunque pagate le pensioni già maturate dalla precedente contribuzione.
Rimane dunque aperto il problema di come contenere il cuneo fiscale e il suo reale difetto di creare nelle scelte imprenditoriali una distorsione che penalizza l'occupazione; il problema, però, deve essere risolto senza penalizzare i redditi da lavoro. Qui si innestano altri aspetti del dibattito in corso che riguardano il ruolo e il finanziamento dello stato sociale e il sistema fiscale.
Come è noto, la lotta all'evasione ha creato un flusso addizionale di disponibilità finanziarie; si spera anche che la riduzione progressiva del debito pubblico possa rendere utilizzabili parte delle risorse attualmente impegnate per il pagamento degli interessi.
Un aspetto centrale del dibattito è come impiegare queste nuove disponibilità. Tra le loro possibili modalità d'impiego potrebbe esserci proprio l'attenuazione del cuneo fiscale tramite una fiscalizzazione economicamente e socialmente mirata dei contributi sociali che consenta di non ridurre le prestazioni sociali esistenti, ma, in alcuni casi, di aumentarle.
A questo proposito va chiarito che la vera anomalia dello nostro stato sociale non sta tanto nel peso delle pensioni, ma nella inferiorità rispetto alla media europea della sua spesa complessiva che non da spazio sufficiente ad alcune necessità assistenziali (si pensi all'attuale assenza d'interventi a sostegno dell'autosufficienza degli anziani o alla scarsità di servizi sociali per la famiglia e per la donna che, tra l'altro, ostacola l'occupazione femminile e la ripresa della natalità) e al finanziamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali, cioè i sussidi alla disoccupazione e il finanziamento delle politiche attive per il lavoro.
Oramai anche l'Ue ha ammesso che la dinamica della nostra spesa pensionistica è tra le meno preoccupanti in Europa; se si adottano ipotesi anche meno ottimistiche dei piani di crescita dell'occupazione stabiliti a Lisbona, i modelli previsionali non segnalano nessuna "gobba", ma una riduzione della spesa pensionistica in rapporto al Pil. Anche il dato attuale della nostra spesa pensionistica, una volta depurato dalle disomogeneità di contabilizzazione presenti nelle statistiche europee (gravato impropriamente delle prestazioni del Tfr e di maggiori oneri fiscali) è in linea o inferiore rispetto a quelli di altri paesi come la Germania. D'altra parte i valori medi delle nostre pensioni sono inferiori a quelli di paesi come Germania e Francia e la distanza negativa aumenta nel confronto tra le fasce basse.
Le riforme fatte negli anni '90 hanno sensibilmente ridotto il trend della spesa pensionistica e tengono conto dell'invecchiamento della popolazione. Il limite di quelle riforme sta invece nel non aver considerato la trasformazione in corso del mercato del lavoro caratterizzato da nuove forme contrattuali che prevedono una contribuzione insufficiente a garantire una copertura pensionistica accettabile (nei casi migliori si oscilla intorno al 30% dell'ultima retribuzione).
Le nuove modalità d'occupazione vengono sostenute perché aumenterebbero la flessibilità e la competitività del nostro sistema produttivo. Senza entrare nel merito di questa posizione e delle alternative per raggiungere quell'obiettivo, va per lo meno notato che un presunto risultato d'interesse generale viene perseguito con metodi che aumentano l'insicurezza (non solo pensionistica) che grava particolarmente su alcune figure - i lavoratori interessati - e per fronteggiare (insufficientemente) l'accresciuta incertezza loro procurata si fa riferimento solo ai loro redditi, sia mediante i contributi sociali, sia spingendoli verso forme assicurative private. Asimmetrie di questo tipo, oltre che inique, generano inefficienza per l'intero sistema economico e sociale.
Dunque con una parte delle risorse derivanti dai successi conseguiti contro l'evasione fiscale si potrebbero finanziare le prestazioni dello stato sociale attualmente carenti, scegliendo opportunamente tra i bisogni e distinguendo tra i beneficiari. Va ribadito che quest'obiettivo non avrebbe una valenza puramente sociale, ma anche economica, coerentemente al doppio ruolo che i sistemi di welfare hanno avuto nella storia occidentale e che ancor più dovranno avere per compensare gli squilibri e l'instabilità creata dalla globalizzazione.
Altre importanti modalità d'impiego delle risorse disponibili dovrebbero essere quelle finalizzate a stimolare con interventi mirati e selettivi la crescita e l'occupazione dopo due decenni di politiche economiche prevalentemente rivolte alla stabilizzazione.
Questo è un altro e fondamentale capitolo delle cose da fare che, tuttavia, insieme ad una più approfondita analisi della proposta del dividendo sociale, rimandiamo ad un ulteriore articolo. Va però subito detto che le nuove risorse finanziarie disponibili hanno comunque un limite; le specifiche misure di sostegno allo stato sociale e alla crescita economica sopra esposte sono alternative al progetto che, insieme a sgravi generalizzati dell'Irpeg a favore delle imprese, vorrebbe distribuire a tutte le famiglie, indipendentemente dal loro reddito, il cosiddetto dividendo sociale da spendere sul mercato. Tale progetto costituirebbe anche il segno di un discutibile cambiamento qualitativo rispetto al modello vigente di stato sociale le cui attuali prestazioni, sia che vengano offerte a tutti i cittadini, sia che vengano erogate selezionando i fruitori in base a categorie sociali e/o di reddito, corrispondono a beni pubblici la cui offerta e, spesso la loro stessa identificazione, non può essere demandata alla logica individuale, ma richiede valutazioni e scelte collettive.