Per una storia della Valle d'Aosta dal 1945 al 2000

di Claudio Magnabosco

NTRODUZIONE .

"Per una storia della Valle d'Aosta dal 1945 al 2000" non è esattamente un saggio di storia, né una raccolta di studi sociologici; non ha lo spessore della ricerca scientificamente compiuta, né l'intento ideologizzato di dimostrare e documentare una qualche presunta verità. E', più semplicemente, una analisi di fatti, vicende e documenti che, assemblando materiali di vario tipo, ma tutti con una valenza storica, sociologica e politica, mira ad affermare il primato della cultura che è e deve essere, innanzitutto, conoscenza.

Partendo dalla constatazione che neppure noi contemporanei conosciamo davvero le vicende storiche più vicine, trovandomi nella impossibilità di raccontarle tutte ne ho proposto una sintesi ed una aggregazione tematica, spiegandole e commentandole alla luce di convinzioni personali che propongo in piene e totali libertà ed onestà intellettuale. L'intento è dichiaratamente didattico e, del resto, molti dei materiali che compongono questo saggio sono lezioni tenute in ambienti giovanili; proprio perché l'intento è didattico, non mi sono preoccupato di rimuovere dalla stesura finale la ripetizione di concetti che risultano, così, più volte e quasi ossessivamente ribaditi. Del resto in una lezione o in una serie di lezioni c'è sempre bisogno di ricollegare tra loro le diverse tematiche evidenziandone l'intrinseco legame.

"Per una storia ..." si sottopone al giudizio dei lettori, ben sapendo di esprimere nella forma scritta idee che sono state raccolte, discusse, recepite ed apprezzate negli ambienti cui sono state destinate originalmente. La forma scritta avrà la stessa efficacia che ha avuto quella orale? A ben vedere la scelta di questa pubblicazione è la stessa che l'Equipe d'Action Culturelle seguì negli anni 70 quando, alla totale opposizione che la sua idea di istituire una Università valdostana incontrò negli ambienti politici e culturali, contrappose un progetto culturale: articolò quattro anni di attività come un piano di studi universitari, li propose alla popolazione e realizzò quella cui diede il nome di "Università clandestina", trenta anni prima che le istituzioni valdostane si muovessero per aprire davvero una Università in Valle d'Aosta.

Oggi le lezioni di "Per una storia ..." vanno a coprire un altro vuoto, quello relativo agli studi storici contemporanei, e se questa pubblicazione servirà, come l'iniziativa dell'Università clandestina servì a suo tempo a smuovere gli ambienti culturali e quelli politici, a convincere gli storici che lo studio delle vicende contemporanee è indispensabile, tanto meglio. Certo in un saggio come "Per una storia della Valle d'Aosta dal 1945 al 2000" sono trattati moltissimi argomenti, ciascuno dei quali, preso singolarmente, costituisce argomento che necessiterebbe di ulteriori approfondimenti: basti pensare al tema del nuovo Statuto di Autonomia.

"Per una storia ..." si arroga il diritto di affermare, però, che anche quell'argomento, come tutti gli altri trattati nella pubblicazione, non deve diventare argomento da chiarire nel gioco delle parti, ma deve innescare una seria riflessione che prenda avvio dall'approfondimento delle conoscenze storiche. Certo un saggio come "Per una storia ..." può apparire intriso di presunzione e di arroganza per una implicita affermazione che contiene: in Valle d'Aosta nel corso di questi 50 anni di storia che il saggio racconta, si è assistito al lento sgretolamento di principi e valori; l'avventura di questo cinquantennio prese avvio sulla base di un forte progetto sociale, culturale, politico, umano, scritto e descritto da Emile Chanoux; questo progetto ha esaurito la sua vitalità, a fronte dei tradimenti che ha subito, ma anche a fronte delle trasformazioni che si sono prodotte nella società non solo valdostana; nessun altro progetto di analogo spessore è stato - tuttavia - elaborato, portando la Valle d'Aosta a non produrre nulla, a non fare cultura né in lingua italiana, né in lingua francese, né in lingua francoprovenzale e questa è la vera "questione linguistica" della Valle d'Aosta, una questione che contrappone le lingue, ma le usa tutte per non dire nulla.

Se così è davvero, un po' di presunzione e di arroganza non guastano.

PER UNA STORIA DELLA VALLE D'AOSTA .:

Immigrati e pulizia etnica
L'antroponimia e la toponomastica della Valle d'Aosta hanno caratteristiche analoghe a quelle che si ritrovano al di là delle Alpi "italiane", nelle terre dell'antica Savoia di cui la Valle d'Aosta è stata parte fino al 1860, quando divenne italiana a seguito della spartizione della Savoia tra Italia e Francia. I miei genitori giunsero dal Veneto in Valle d'Aosta nel 1928, quando ancora erano bambini; l'Italia liberale, monarchica e poi fascista inviò complessivamente circa 60 mila migranti a sostituire altrettanti valdostani costretti a loro volta, con le buone o con le cattive, ad emigrare nei più lontani angoli d'Europa e del mondo; molti valdostani scelsero Parigi dove pare esercitassero, in maggioranza, il mestiere di tassisti e dove erano così numerosi che, per 40 anni, sindaco di un sobborgo è stato un comunista valdostano.

La popolazione della Valle d'Aosta era di circa 90 mila persone. Potete immaginare, quindi, di quale sconvolgimento sociale io vi stia parlando, di quale non sanguinaria, ma ugualmente violenta "pulizia etnica" si sia trattato.

La collocazione geo-economica
Posta all'incrocio tra Italia, Francia e Svizzera, la Valle d'Aosta aveva ed ha una grande rilevanza strategica: era ricca di ferro e carbone; era ed è ricca di acque, indispensabili per la produzione di energia; ancora oggi buona parte dell'industria italiana del nord utilizza energia valdostana!

La Questione Valdostana
Lottando contro il fascismo i valdostani posero quella che è stata definita la "QUESTIONE VALDOSTANA": il Popolo valdostano le cui documentate tradizioni di autogoverno risalgono ad una Carta di Franchigie del 1191, e le cui istituzioni sono sempre state "particolari", al momento della costruzione della democrazia italiana rivendica il riconoscimento delle proprie peculiarità etniche, linguistiche, storiche e geografiche!

In che modo? Minacciando la secessione e l'annessione alla Francia, ipotesi tanto praticabile che ai convenuti di Yalta parve essersi già concretizzata, benché non lo fosse affatto; tentando di diventare un Cantone svizzero; rivendicando l'autodeterminazione e l'indipendenza; affermando che l'Italia non poteva esser altro che uno Stato plurinazionale e federale.

L'Autonomia come concessione
Tante opzioni diverse e tutte così laceranti per il centralismo dello Stato che l'Italia, temendo il peggio, attribuì alla Valle d'Aosta uno Statuto di Autonomia, facendone una Regione Autonoma, parificandovi il diritto e l'uso della lingua francese e della lingua italiana: è il 26 febbraio del 1948.

I comportamenti socio-linguistici del dopoguerra: continua l'italianizzazione
Sono nato nel 1951 e negli anni della mia infanzia la Valle d'Aosta è un grande cantiere di ricostruzione. Benché i valdostani autoctoni si fossero resi conto che lo Statuto di Autonomia era una "endroumia", (addormentava, cioè, le tensioni e le rivendicazioni più radicali), la necessità di ricostruire il tessuto economico dopo una terribile guerra portò a considerare necessario iniziare a sfruttare le opportunità che l'Autonomia offriva. Ed effettivamente la Valle d'Aosta cominciò a rinascere, poco a poco.

Nelle famiglie degli immigrati per paura che i figli possano incontrare delle difficoltà andando a scuola (dove, fin dalla prima elementare, si insegnano quel francese che il fascismo aveva messo al bando .e quell'italiano che è la lingua dello Stato) non si parlano quasi più le lingue originarie. Le famiglie autoctone cominciano a vivere la loro parlata popolare, il patois (di cui dirò più avanti), con un senso di vergogna e di inadeguatezza rispetto al "nuovo" che pare caratterizzare e spiegare lo sviluppo della società valdostana: temono anch'esse che parlando patois ai loro figli, questi incontrino delle difficoltà a scuola, dove si insegna quell'italiano che lo Statuto di Autonomia ha parificato al francese.

Quella che si frequenta in Valle d'Aosta tuttavia, non era una scuola bilingue; vi si insegnava il francese, ma per 40 dei suoi 50 anni di Autonomia, la Regione Valle d'Aosta ha avuto una scuola in cui tutte le materie sono state insegnate in italiano. Solo da dieci anni, da quando, cioè, un'apposita commissione mista Stato-Regione ha concluso i suoi lavori, nelle scuole di ogni ordine e grado alcune materie sono insegnate in francese che, finalmente, non è più considerato alla stregua di una materia e di una lingua straniera.

E solo dagli anni 70 i valdostani possono vedere i programmi televisivi francesi e svizzeri. Il ritardo e la lentezza con cui la Valle d'Aosta vede attuate molte delle promesse della Autonomia interessano praticamente tutti i campi e settori; benché lo Statuto di Autonomia abbia carattere costituzionale (la forma dello Statuto è sancita da una legge Costituzionale dello Stato), la sua attuazione è troppo lenta per poter risolvere i guasti di una ITALIANIZZAZIONE iniziata nel 1860 con la nascita dello Stato italiano, proseguita con la chiusura delle scuole nei villaggi valdostani, con l'abolizione dell'uso della lingua francese nei tribunali, nelle chiese, nelle scuole e con la massiccia immigrazione che ho descritto!

Il fascismo aveva addirittura italianizzato la toponomastica (poi ripristinata) e progettato di fare altrettanto con i nomi di famiglia, ma gli mancò il tempo per attuare tale aberrante trasformazione.

La rifrancesizzazione
Le lentezze con cui lo Stato ha consentito l'applicazione dello Statuto, per altro ancora oggi incompiuta, non hanno reso possibile un vero recupero identitario e linguistico. Con queste premesse si arriva alla realtà di oggi in cui chi parla di salvaguardia della lingua francese è accusato di voler rifrancesizzare forzatamente la Valle d'Aosta; e in cui gli studenti sono scesi in lotta perché il loro esame di maturità, a conclusione del corso di studi superiori, è più "gravoso" di quello cui sono sottoposti gli altri studenti in Italia: in Valle d'Aosta è aggiunta una prova di francese; gli studenti non hanno, tuttavia, contestato il francese in sé, ma hanno espresso il disagio di sentirsi linguisticamente impreparati, al punto da considerare la lingua francese non una ricchezza ma un ostacolo.

Paradossalmente la situazione è a tal punto compromessa che gli studenti hanno ragione. Personalmente ho scelto il francese ed ho scelto un impegno politico e culturale che ne affermasse l'importanza e il ruolo, pur in presenza di questa realtà difficile e contraddittoria. Ne ho fatto la mia seconda lingua, perché è la lingua di cultura della terra in cui sono nato, e poiché non posso rinnegare la lingua italiana nella quale sono stato cresciuto, educato ed istruito.

E, del resto, la lingua francese è diventata ufficiale in questa terra valdostana prima ancora che in Francia.

Il francoprovenzale vera lingua della Nazione Valdostana
Certo la differenza tra lingua francese resa ufficiale e lingua effettivamente parlata, nel 1500 era minore rispetto ad epoche successive; è possibile, però, individuare come vera lingua dei valdostani proprio quella parlata popolare, dialetto proto-francese o lingua a se, collocabile a mezza strada tra la lingua d'oil e la lingua d'oc e, per questo, definita dagli esperti "francoprovenzale". Benché, tuttavia, io stesso abbia condiviso e formulato, anche politicamente, l'idea che il francoprovenzale sia la vera lingua della NAZIONE VALDOSTANA, non ho mai potuto né voluto sottrarmi alla evidenza del ruolo storico della lingua francese in Valle d'Aosta.

Per ragioni che evidenziano il ritardo culturale degli intellettuali e dei politici valdostani, il francoprovenzale è privo di una standardizzazione ed è in balia delle contrapposizioni campanilistiche giocate sulla apparente diversità con cui si articola da un paese all'altro; tanto da aver consentito la formulazione dell'ipotesi che il francese rappresenti una sorta particolare di standardizzazione o di sublimazione culturale del francoprovenzale, a torto considerata lingua rurale troppo povera per potersi evolvere.

Lo sviluppo economico e la crisi linguistica
C'è, a questo punto, da evidenziare un altro aspetto contraddittorio della vicenda valdostana: dal '48 ad oggi la Valle d'Aosta ha conosciuto uno sviluppo economico inversamente proporzionale alle alterne "fortune" della sua lingua. E, ancor più stranamente, questa crisi linguistica si accentua proprio nel momento di maggior fulgore del partito autonomista storico della Valle d'Aosta, l'Union Valdôtaine, nato per la salvaguardia della identità etnico-linguistica della Valle d'Aosta, oggi posizionato saldamente al governo della Regione Autonoma, forte del fatto che ottiene praticamente quasi il 50% dei voti.

La spiegazione è brutale: sviluppo economico e successo elettorale sono in relazione con la "questione valdostana", ma solo in funzione di un suo contenimento, per evitare - cioè e ancora come nel 1948 - che i valdostani possano rendersi conto che il loro destino sarebbe migliore senza lo Stato italiano o fuori di esso. Al punto che oggi, inversamente, si potrebbe concludere che i valdostani ritengono sia meglio scegliere una ricca dipendenza piuttosto che ottenere una dura ed onerosa libertà.

La lingua non è una ideologia
Per molti anni la difesa della lingua francese è stata una scelta ideologica: si era comunisti, socialisti, democristiani, democristiani o francofoni, concependo la francofonia come sinonimo di autonomismo e valdostanità. Questa ideologizzazione è stata, per certi versi, l'inevitabile conseguenza degli ostacoli frapposti al recupero ed allo sviluppo della lingua francese. Ma pur permanendo la crisi della lingua francese, la coerenza con cui l'ideologizzazione di essa venne portata avanti, suggerì allo Stato italiano, ancora e nuovamente per contenere i radicalismi valdostani, di monetizzare l'Autonomia: nel '48 venne consentito alla Valle d'Aosta di aprire un Casino, a Saint-Vincent, trattenendo una parte degli utili per l'amministrazione regionale; dagli anni 80 i 9/10 di tutte le tasse pagate in Valle d'Aosta tornano nelle casse della Regione Autonoma.

Tutti valdostani ... per interesse
In questa situazione di agio o di privilegio che dir si voglia, è parso improvvisamente che le ragioni della "questione valdostana" dovessero, almeno strumentalmente, accomunare tutti gli abitanti della Valle d'Aosta, chi la condivideva davvero e chi constatava semplicemente quali vantaggi in suo nome potessero essere ottenuti. Così i partiti politici, già in crisi per il crollo delle ideologie, si sono rimodellati sulle esigenze locali: democristiani, socialisti, socialdemocratici, liberali e repubblicani, tolta nei loro simboli la "I" di riferimento alla loro appartenenza "italiana", si sono aggregati in un paio di partiti regionali "autonomisti"; le trasformazioni del vecchio Partito Comunista Italiano sono giunte a portare l'attuale Sinistra Democratica a definirsi "Gauche Valdotaine"; perfino il Polo di centro-destra (che comprende una formazione politica neo o post-fascista), discute su come aggiungere al proprio simbolo i colori della Valle d'Aosta e la definizione "Vallée d'Aoste".

Tutti autonomisti, quindi, ma non tutti francofoni. E, così, una piccola fetta di quei 9/10 è stata destinata a "comprare" consensi alla francofonia: a tutto il pubblico impiego (dipendenti regionali, comunali, statali, carabinieri, soldati, ecc.) è attribuita una "indennità di bilinguismo", dalle 200 alle 400 mila lire in più ogni mese nelle buste paga di oltre 15 mila valdostani sottoposti a previo, banale e poco serio accertamento della conoscenza della lingua francese!

Perché si è potuta produrre una situazione tanto assurda? Soprattutto perché anche gli avversari ed i nemici della "questione valdostana" si sono accorti, come abbiamo visto, che a fronte della crisi istituzionale dello Stato italiano, della nascita dell'Europa e degli effetti della mondializzazione, una Regione come la Valle d'Aosta non ha altri motivi di esistere se non quelli legati alla sua specificità etnica e linguistica. E anche se nella realtà non è più indispensabile conoscere e utilizzare la lingua francese per operare nella società e nella economia della Valle d'Aosta, reideologizzarne l'esistenza ed i diritti, parallelamente a quanto è stata costretta a fare in passato l'UV, risulta indispensabile ed opportuno a tutti, anche per mere ragioni di interesse.

La trappola del bilinguismo
Tutti formalmente favorevoli al francese, quindi, soprattutto ora che il bilinguismo si è rivelato essere la trappola che è sempre stata, ora che è chiara una cosa: parità linguistica e bilinguismo hanno - in realtà - reso ufficiale, legale e ancor più diffusa la lingua italiana; introdotta come lingua dell'oppressore, la lingua italiana grazie allo Statuto di Autonomia, è divenuta un valore democratico e culturale imprescindibile.

Di tanto in tanto l'UV tenta di affermare con una iniziativa, una legge, un intervento, l'urgenza di una più corretta politica linguistica a favore del francese. Ma è indebolita dalla sua stessa forza, dall'ampio consenso elettorale che ha ottenuto non più come forza trainante per la soluzione della "questione valdostana", ma come forza politica che promette e talora assicura, una buona amministrazione. La sua coerenza a corrente alternata ed i suoi estemporanei rigurgiti idealistici ne fanno, oggi, più che la punta di diamante della rivendicazione del diritto all'autogoverno, la testa di ponte che consente ad una borghesia e ad un imprenditoriato transnazionali e transetnici di trarre profitti e vantaggi da rapporti sempre più facilitati tra Regione e Stato, in virtù dei diritti acquisiti con l'Autonomia.

La storia non è finita
Torno alla mia storia personale per dire che sono fra quanti hanno maturato la certezza che un Popolo con un territorio, una storia, tradizioni, lingua, cultura, coscienza e volontà di esistere sia una "Nazione" e che il suo essere in condizione di minoranza, di bilinguismo, di maggiore o minore Autonomia formale, siano un puro e provvisorio accidente della storia. E che la storia non sia finita. Del resto solo 100 anni fa la lingua italiana in Valle d'Aosta era praticamente sconosciuta; e solo non più di 50 anni fa la Valle d'Aosta ha iniziato a porre il problema della propria autodeterminazione.

Contraddizioni dell'oggi
Oggi l'Italia e la lingua italiana dominano completamente in Valle d'Aosta; il francese è abitualmente parlato da non più dell'1% (un per cento!) della popolazione, anche se quasi tutti gli abitanti della Valle d'Aosta ne hanno una più o meno approfondita conoscenza passiva; il francoprovenzale è la lingua di una folklorizzazione dell'identità che sopravvive nelle poesie, nelle feste popolari, negli sport agresti, nell'artigianato del legno (protagonista di fiere millenarie), nella agricoltura e nella pastorizia (con "battaglie" fra mucche incinte cui assistono migliaia di valdostani, accaniti scommettitori, per i quali è stata costruita una arena); il bilinguismo è inesistente.

Il confronto politico interno alla Valle d'Aosta avviene, ormai, su questioni di potere e di interesse o, tutt'al più sulle modalità con cui dar qualche spazio alla lingua francese: "Una legge sulla lingua francese all'esame di maturità?" Tutti d'accordo, ma senza esagerare perché la situazione è quella che è e, soprattutto, non bisogna spaventare i cittadini elettori con inopportuni radicalismi!".

L'UV è talmente imbrigliata in questo gioco che talune sue rare, ma formalmente coerenti e decise affermazioni di principio o non sono più credibili, perché smentite dal compromesso politico che accetta nella quotidianità, o vengono stigmatizzate negativamente, o sembrano necessarie e utili solo per alzare il prezzo in vista di qualche nuovo accordo da raggiungere con lo Stato.

Del resto in Valle d'Aosta siamo giocatori nati: abbiamo il più grande Casino d'Europa, il Casino di Saint-Vincent, e siccome ci è proibito spendervi i nostri soldi (parte dei proventi del Casino finiscono, come ho già ricordato, nelle casse della Regione), nella vicina e francese Chamonix è stato posto in attività un piccolo e funzionale Casino aperto da valdostani e ben frequentato da valdostani.

La teoria delle due etnie in Valle d'Aosta Ma perché mai è stato introdotto il bilinguismo? La risposta più comune è questa: "In Valle d'Aosta c'erano due etnie, quella valdostana e quella italiana; attraverso il contemporaneo riconoscimento e la parificazione delle loro due lingue sarebbe stato possibile tutelare i diritti della "minoranza etnica" valdostana, evitare una contrapposizione culturale e sociale, creare una nuova società valdostana che, in continuità con la storia propria della Valle d'Aosta, costituisse un unico Popolo, vecchio e nuovo al tempo stesso". Due etnie? Già ho descritto il problema linguistico valdostano e l'esistenza, a fianco del francese, del francoprovenzale, una lingua che ancora oggi è parlata abitualmente o spesso almeno dal 60% della popolazione; questa la situazione ai piedi del Monte Bianco, del Gran Paradiso, del Cervino (il Matterhorn), le nostre montagne; la radice linguistica "har", presumibilmente pre-indoeuropea, che significa montagna, alpe, roccia, spiega il legame della lingua con il territorio: il francoprovenzale, infatti, è definito anche harpitano.

Ai piedi del Monte Rosa, però, altrimenti noto come Lyskamm, ci sono i walser, mille valdostani che parlano un antico tedesco comune ad un unico Popolo stanziato lungo l'asse che comprende, oltre alla Valle d'Aosta, alto Piemonte, Svizzera, Liechtenstein ed Austria. E dove il fondo valle sbocca sul Piemonte, i valdostani parlano maggioritariamente il piemontese, lingua o dialetto che sia. Gli "italiani" sono la risultante delle migrazioni di cui parlavo facendo accenni alla mia stessa famiglia. In realtà erano sardi, friulani, veneti e, più tardi (anni '60), all'epoca di una seconda ondata immigratoria, saranno meridionali (quindi albanesi, grecanici, calabresi), la cui "italianità" è legata solo al processo di disidentificazione a cui l'Italia e il fascismo hanno sottoposto pure loro. Possedevano e possiedono, tuttavia, un forte senso delle proprie radici che spiega come sia possibile che - ancora oggi - tre delle più forti organizzazioni socio-culturali della Valle d'Aosta siano le Associazioni dei sardi, dei friulani e dei meridionali. Il basso livello di istruzione delle prima generazione dei lavoratori chiamati a italianizzare la Valle d'Aosta, unito ai pari limiti culturali della popolazione valdostana, ha reso inizialmente difficile la reciproca comprensione, pur non avendo mai - di fatto - dato adito ad episodi di intolleranza.

Immigrati e valdostani: la sfida dell'integrazione
Immigrati e valdostani hanno condiviso successivamente lo sforzo di un riscatto sociale, sono stati un proletariato etnicamente composito che ha scoperto nelle ragioni di un padronato occulto e misterioso (il fascismo, lo Stato centrale), qualcosa che accentuava il disagio di tutti, condizionava negativamente la soddisfazione dei bisogni di ciascuno, cancellava tutte le identità. I matrimoni misti tra autoctoni ed immigrati e lo sviluppo economico che, come abbiamo visto, la Valle d'Aosta ha pur conosciuto, hanno comunque favorito non solo la disidentificazione, ma talora, all'opposto, una qualche "valdostanizzazione"; per la maggior parte degli immigrati, tuttavia, imparare e parlare la lingua francese è rimasto un ostacolo difficile se non insormontabile.

La sfida doveva esser giocata, quindi, sulle generazioni successive e sulla scuola che, invece, è risultata fallimentare, non ha salvato il francese e non ha creato una realtà bilingue. Si è così arrivati al punto in cui la lingua italiana, che era una lingua straniera e sconosciuta ai primi immigrati ed ai valdostani o, quanto meno, non era la lingua materna di nessuno (né dei valdostani né degli immigrati), è, oggi, la lingua di uso comune per tutti.

Ciò dimostra, anzitutto, che il bilinguismo non può esistere se non a livello personale o in un contesto familiare nel quale i due genitori parlino due lingue diverse.

Ogni Nazione ha la propria lingua
E dimostra, altresì, che tutti i Popoli, tutte le Nazioni devono possedere e trasmettere la conoscenza di più lingue, al più alto livello di padronanza possibile delle stesse, per essere al passo con i tempi, ma che una e una sola è la loro lingua. Non propongo il ritorno al monolinguismo di nazionalistica memoria, ma tento di ristabilire una priorità culturale che ha una valenza sociale e politica di fondamentale importanza, sgomberando il campo da equivoci, orpelli, miti e presunzioni; in Valle d'Aosta come altrove, proponendo bilinguismi e parità giuridiche, è stata favorita la lingua più forte, la lingua dello Stato.

Gli elementi dell'identità nazionale
Rileggere la storia, diventa, così, occasione irrinunciabile per scoprire gli ELEMENTI FONDAMENTALI della identità di ogni Popolo, identità che non risiede solo nella lingua: quali sono gli elementi della IDENTITA' NAZIONALE DELLA VALLE D'AOSTA? Chiamo questa operazione culturale che ha valenza generale e non riguarda, quindi, solo la Valle d'Aosta, "NORMALIZZAZIONE CULTURALE", per farla corrispondere con l'esigenza di non parlare più di minoranze, di etnie, di comunità, ma semplicemente di Popoli.

L'identità di questi Popoli va deideologizzata e va riconosciuto loro il diritto di scegliere tra indipendenza, federalismo ed autonomismo, rifiutando qualsiasi tipo di maggiore o minore dipendenza. Ecco come si pone, quindi, il problema dell'accesso alla autodeterminazione.

La Storia
Il primo di questi elementi costitutivi della identità valdostana è la STORIA. Cinque o sei mila anni prima di Cristo la Valle d'Aosta viene popolata da migranti Caucasici detentori di una grandissima civiltà. Non è chiaro quando e quanto questi si siano mescolati con la propaggine ultima degli Iberi, Baschi che alcuni storici non disdegnano di indicare tra i più antichi abitatori della valle, e con i Celti. E non è chiaro che cosa potessero farci gli Etruschi in Valle d'Aosta, ma qualche studio ne segnala la presenza.

Dopo l'epoca celtica che lascia più influenze culturali e mitologiche che testimonianze materiali, è la dominazione romana a segnare profondamente la valle. Una precisazione: la cultura politica considera i Salassi, Popolo celto-ligure stanziato in valle, i progenitori dei valdostani; i Salassi, dopo aspra resistenza, vennero sconfitti e deportati in massa dai romani. Poiché il fascismo fece ampi riferimenti alla grandezza dell'impero, e poiché Roma è la capitale d'Italia, un mito della politica contemporanea fa risalire all'epoca celtica il conflitto che i valdostani avrebbero sempre avuto con il centralismo romano!

Decaduto l'impero, la valle entra a far parte dell'area franca e poi burgunda, da cui scaturisce la radice moderna della sua identità linguistica. Per secoli, poi, la valle è un Pays/Etat intramontano (racchiuso, cioè, tra le montagne) all'interno della Savoia, con proprie istituzioni, proprie leggi e perfino un proprio ruolo nella politica internazionale (i suoi ambasciatori evitano che la Valle sia percorsa da francesi e spagnoli in guerra).

Quando i Savoia fanno l'Italia (e rileggere come ci siano riusciti, ridimensiona di molto l'epopea di un Risorgimento italiano che ha costruito uno Stato monarchico, (il) liberale e, poi fascista, sulla base di un discutibile diritto che il Popolo italiano esercitò su altri Popoli, annettendoli), alla valle succede ciò che ho narrato: quei 60 mila emigrati e quei 60 immigrati che determinano - per la prima volta dopo secoli - una frattura dell'identità valdostana consolidatasi nei secoli.

Resistendo alla italianizzazione ed al fascismo, i valdostani pongono, come abbiamo visto, la "questione valdostana", storicamente irrisolta. E siamo giunti, nella ricostruzione storica, alla Autonomia ed ai giorni nostri.

La dimensione alpina
Neppure la peste del XVI secolo aveva, comunque, fatto tanti danni alla identità valdostana quanti ne ha fatti l'Italia; pur decimata dalla terribile malattia, infatti, la Valle, ripopolata da Popoli viciniori, conservò una delle caratteristiche principali della sua identità, LA DIMENSIONE ALPINA. Lo sviluppo e la crescita economica della Valle d'Aosta in epoca autonomista hanno portato, invece, alla perdita di buona parte di questa dimensione.

In parte l'industrializzazione di inizio secolo (strumento economico principe della italianizzazione) aveva già stravolto il territorio ed i modi di utilizzo delle sue risorse, sostituendo l'uso secolare di esse con lo sfruttamento intensivo; poi l'Autonomia, accettando la monetizzazione di cui ho parlato, ha portato la Valle d'Aosta a rinunciare all'esercizio del controllo e all'autogoverno del proprio territorio, subendo, quasi senza reagire, ulteriori stravolgimenti, forse considerandoli inevitabilmente connessi ad una modernizzazione di cui è rimasta inconsapevole vittima anziché protagonista attiva e coerente.

Per fare un solo esempio riferito a tempi recenti, ricordiamo come la Valle d'Aosta ha lasciato che sul proprio territorio, anche all'interno di parchi protetti, venissero installati i giganteschi piloni delle linee per il trasporto dell'energia prodotta dalla centrale nucleare francese Superphoenix di Creys Malville, oggi dismessa perché insicura.

Ma ha lasciato anche che i trasporti su gomma crescessero a dismisura, rendendo necessaria la spaccatura del centro valle per il completamento di una autostrada che raccordi il Traforo del Monte Bianco ai principali itinerari stradali europei, aumentando - così - l'inquinamento dovuto al traffico degli automezzi. Prima che entrassero in vigore le normative fiscali europee, la Regione addirittura incoraggiava e favoriva l'entrata dei TIR in valle, poiché tratteneva i 9/10 delle imposte doganali che questi versavano.

Ha lasciato deturpare intere vallate dove sono state costruite dighe e centrali idroelettriche senza, oltretutto, trarre alcun vantaggio dal fatto di essere esportatrice di energia e di esser stata espropriata dallo Stato della proprietà delle acque che i valdostani avevano acquistato in epoche remote, pagandole a peso d'oro. Non ha saputo affrontare i problemi dell'inquinamento elettromagnetico.

Ha lasciato che alcune delle sue zone più belle fossero devastate per favorire lo sviluppo del turismo, insediando centri di dimensioni spropositate rispetto alle caratteristiche del proprio territorio; inevitabilmente quel turismo non è mai decollato davvero! Non ha saputo riassestare l'economia e risolvere i problemi sociali che si sono determinati quando è iniziato il processo di deindustrializzazione.

Non si avvede della gravità degli effetti del traffico aereo che crea turbative atmosferiche nei suoi cieli e determina l'aumento del già alto numero di tumori riscontrabile in Valle d'Aosta. Ha lasciato decadere, inattuata, la delicata pagina dello Statuto di Autonomia che prevedeva l'istituzione di una Zona Franca; questa avrebbe consentito alla Valle d'Aosta uno sviluppo autocentrato e meno legato all'Italia (pesanti, ad esempio, i condizionamenti bancari che comportano il reinvestimento fuori valle dei risparmi e dei depositi cospicui dei valdostani) e delle multinazionali (una decisione presa negli USA porta, dall'oggi al domani, alla chiusura di una azienda in valle, senza che l'Autonomia consenta una trattativa, un intervento, una mediazione). Più "libera" la Valle d'Aosta avrebbe potuto fare investimenti rispettosi della sua dimensione alpina e del suo territorio.

La civilisation (e il processo di disidentificazione)
Un altro elemento dell'identità è la cosiddetta CIVILISATION che consiste negli usi, nei costumi, nelle abitudini, nelle tradizioni, nei modi e nei tempi dello svolgersi delle attività economiche (per lo più agricole). Ne ho descritto sopra, negativamente, la folklorizzazione che non è però il solo punto critico; per quanto le principali occasioni di mobilitazione e di aggregazione sociale legate alla civilisation restino numerose ed importanti, non posso non evidenziare che la più "alta" forma di analisi, riflessione intellettuale o trasposizione letteraria dei contenuti della civilisation, è un teatro popolare in francoprovenzale che, quantunque raccolga successi, non è neppure un teatro etnico ma dilettantesca proposizione di farse di fine secolo (scorso). Poche le innovazioni: un paio di cantautori uno dei quali canta la "noela tradixon", la nuova tradizione. La civilisation, inoltre, non solo è intaccata dal tarlo della sua dimensione di mera sopravvivenza del passato, ma anche dall'effetto deleterio di importanti fenomeni sociali contemporanei: nei nostri alpeggi a badare alla mucche e a produrre i nostri formaggi tipici ci sono dei marocchini.

Torno alle mie iniziali considerazioni familiari: mio figlio maggiore oggi ha 22 anni; ne aveva 14 quando mi disse che per lui era faticoso esser valdostano e che era ingiusto che la sua famiglia avesse perduto per strada le sue identità originarie, senza aver la possibilità di viverne davvero almeno una nuova; trovava vergognoso che lo Stato italiano gli assicurasse, con la Costituzione, una educazione bilingue che poi non gli ha dato, ostacolando l'integrazione dei valdostani di adozione nella realtà valdostana, dopo aver quasi cancellato l'identità e la realtà stessa dei valdostani di origine.

Il problema valdostano si propone, quindi, come parziale fallimento dei processi di integrazione e/o assimilazione degli immigrati e come progressiva disidentificazione anche di questi stessi rispetto alla loro cultura d'origine; in questo marasma, a credere nell'identità valdostana si ritrovano, tuttavia e spesso, molti valdostani di adozione e a non crederci molti valdostani d'origine!

Ecco perché sono valdostano benché le mie origini siano altre: perché non sono e non potrei essere in alcun modo un oppressore, né un complice di oppressori.E perché non posso vivere soltanto con la mia individualità.

La lingua
Il diritto linguistico e il diritto all'identità non possono essere considerati diritti individuali. La LINGUA che, come abbiamo visto, è una delle caratteristiche fondamentali di ogni identità, è tale solo in una collettività che se ne serve, è un diritto di questa collettività. Se la lingua francese scompare perché l'italianizzazione, i matrimoni misti, il falso bilinguismo, ecc. ecc. ne hanno determinato la crisi, il problema identitario che si pone è addirittura doppio: là dove sopravvivono ancora, l'identità e la lingua si tramandano naturalmente di padre in figlio nella loro forma arcaica; là dove una qualsivoglia perturbazione si è determinata, alcuni "italiani" di madre lingua sarda, friulana, ecc. che non hanno potuto apprendere il francese hanno - comunque - scelto di restare in Valle d'Aosta ed hanno dei figli che non possiedono né la cultura sarda, friulana, ecc., né quella valdostana, ma neppure quella italiana, di cui utilizzano, come abbiamo visto, solo la lingua.

La crisi della Valle d'Aosta è profonda, è una crisi culturale poiché tutti i cittadini della Valle d'Aosta hanno subìto una forzata disidentificazione da parte di uno Stato che ha cercato di italianizzarli determinando, però, una situazione di genocidio culturale: in Valle d'Aosta la cultura non produce praticamente nulla, né in italiano, né in francese.

La condizione di minoranza
Si insinua, a questo punto, una componente provvisoria della identità valdostana che è la CONDIZIONE DI MINORANZA. Mi pare necessario, a questo punto, proporre una breve analisi di carattere generale di ciò che sono le "minoranze". La "democrazia" ha formulato concetti come quello di minoranza, finendo spesso per farvi rientrare le etnie, gli omosessuali, le donne, i portatori di handicap, gli extracomunitari, i "pazzi", le religioni. La formula "una democrazia si misura dal modo con cui tratta le minoranze" apparentemente esalta la positività della democrazia stessa.

In realtà questo concetto consente a chi lo ha formulato di non tutelare proprio nessuno e, soprattutto, di concepire le minoranze come una difformità rispetto ad una presunta normalità di cui è detentrice la maggioranza. Ciò spiega come e perché le "maggioranze" si arroghino il diritto di decidere tempi e modi con cui, eventualmente, le minoranze vadano tutelate, poiché a questo esse maggioranze si applicano non per rispettare i diritti altrui, ma per loro scelta e diritto, esercizio illuminato del potere, gesto di benevolenza e di magnanimità di un superiore che elargisce ai propri sudditi porzioni di un diritto di cui pretende di detenere l'esclusività.

Smentito, quindi, il canone di giudizio che presiede alla stessa formulazione del principio di minoranza, è opportuno chiarire cos'altro siano quelle che vengon definite "minoranze".

I diritti collettivi
La diversità tra diritto collettivo e diritto individuale è molto utile a spiegare questo passaggio interpretativo; in estrema sintesi mi pare chiaro che non esisterà mai uno Stato di soli omosessuali, di soli pazzi, di soli atei o di sole donne o di soli portatori di handicap, mentre è possibile esista uno Stato di baschi, di catalani o di valdostani. I diritti relativi all'uomo, alla sua condizione individuale ed alle sue scelte sessuali, religiose, ecc.; rientrano, quindi, nella sfera del diritto individuale, quand'anche riguardino più uomini che condividono tale condizione.

I diritti di cui un uomo non può fruire da solo, come la lingua, appartengono alla sfera dei diritti collettivi. Succede, così, che all'interno di un Popolo che si costituisce dando forma ai diritti collettivi, si ritrovino handicappati, atei, omosessuali, religiosi, ecc. e che questi debbano essere tutelati nel rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, dell'individuo. Succede, così, che le problematiche dei diritti individuali dell'uomo travalichino addirittura le stesse istituzioni create rispettando i diritti collettivi, poiché riguardano i modi di essere e di pensar dell'uomo in quanto individuo.

Maggioranza e minoranza
Ma pare evidente che il termine "minoranza" non possa dar soluzione ai problemi che ipoteticamente vorrebbe rappresentare in riferimento ad identità e diritti collettivi. Sul piano della sostanza, quindi, il concetto di minoranza non ha altra valenza che quella numerica; ed è su questo piano che i valdostani sono posti, oggi, in situazione di esser "minoranza" all'interno della loro stessa valle, del loro stesso territorio.

Dal punto di vista numerico, però, non esiste in Valle d'Aosta una "maggioranza", poiché, come abbiamo visto, non esistono due sole etnie contrapposte, ma quella definita "italiana" è assai composita: comprende, lo ricordo, sardi, friulani, veneti, calabresi con un forte senso di identità e che non hanno ancora potuto integrarsi appieno nella identità valdostana; comprende "italiani" per scelta ideologica e politica, centralisti e fascisti; comprende i figli degli immigrati che non hanno appieno l'identità dei genitori e neppure quella valdostana; comprende le famiglie miste, ecc.

E se la Valle d'Aosta diventasse friulana ...?
La logica ci porta dritti a questa conclusione: sarebbe oltremodo assurdo se, con un colpo di mano, i sardi, o i friulani, o i meridionali che abitano in Valle d'Aosta si proponessero di fare della Valle stessa una Regione (o un altra entità statuale) sarda, friulana o meridionale; analogamente è assurdo e ingiusto che in Valle d'Aosta si sia imposta una realtà italiana.

Se formule come il bilinguismo sono fallite, facendo fallire l'idea che una sola dovesse essere la comunità dei valdostani; e se è, comunque, la situazione etnica e linguistica a spiegare l'esistenza almeno di una Regione Autonoma a Statuto Speciale, mentre tutti i cittadini della Valle d'Aosta hanno diritto a veder rispettati i diritti umani ed i diritti individuali, l'applicazione dei diritti collettivi va indirizzata, rivolta, garantita soprattutto ai "valdostani", intendendo per tali coloro che di questa situazione etnica e linguistica vogliono attivamente esser testimoni e protagonisti.

Se due fossero le etnie presenti, una valdostana e l'altra italiana, di fronte alla impossibilità che esse creino una sola comunità, la soluzione migliore, percorsa e proposta in questi tempi da alcune frange dell'UV sarebbe davvero la separazione delle scuole e l'introduzione di una democrazia della proporzionale etnica in tutti i campi.

Siamo, invece, di fronte ad una situazione più complessa che necessita, anche sul piano del diritto, di una certa capacità di innovazione. Riconoscere ai valdostani i diritti collettivi che spettano ai Popoli, non significa, quindi, togliere qualcosa ai diritti individuali degli altri abitanti della Valle d'Aosta, i quali - tra l'altro - mostrano di gradire i vantaggi che vengono dalla Autonomia; né può significare attribuire, a tavolino, ad una minoranza i numeri che solo una maggioranza può avere.

Fin tanto che la Valle d'Aosta resterà italiana ...
Significa, però, operare su due piani: uno è quello della nuova Autonomia e del nuovo Statuto di Autonomia che regoli i rapporti della Valle d'Aosta con lo Stato italiano fin tanto che la Valle d'Aosta resterà in Italia; l'altro è quello relativo a ciò che può accadere quando e se i valdostani decideranno di esercitare il diritto alla autodeterminazione o potranno effettivamente farlo.

Sul piano del diritto individuale in entrambi i casi a nessuno cittadino della Valle d'Aosta sarà mai impedito di parlare italiano con i propri familiari ed amici, né di fare affari in arabo e giapponese, né di consultare Internet in inglese, né di imparare lo spagnolo per andare in vacanza e il tedesco per investire in banca, né di promuovere manifestazioni in friulano, sardo, veneto; e a me non potrà essere impedito di parlare al telefono in catalano con la segreteria del CIEMEN.

Stante, però, il fatto che la legge di tutela delle "minoranze linguistiche", promessa 50 anni or sono e sempre disattesa dallo Stato, afferma che "la lingua della Stato è l'italiano", ne consegue che a quelle che verranno tutelate almeno in quanto minoranze e in quanto non italiane, non possa venir negato il diritto ad affermare quale è la loro lingua.

Il nuovo Statuto di Autonomia
Il nuovo Statuto di Autonomia della Valle d'Aosta, quindi, dovrà affermare che "la lingua della Valle d'Aosta è il francoprovenzale", garantendo che lingua dello Stato (l'italiano), la lingua della storia e della cultura (il francese) e diritti individuali di tutti i cittadini residenti in Valle d'Aosta, non vengano calpestati nella applicazione di quanto da tale affermazione discende. Non diversamente lo Stato irlandese riconosce che la propria lingua è il gaelico, benché l'inglese sia la lingua più diffusa ed utilizzata in Irlanda.

In Valle d'Aosta è, quindi, necessario passare dalla concezione "nazionale" su base etnica, ad una concezione inclusiva che prescinda - al limite - anche dal fatto linguistico pur rimanendo, questo, una importate componente. Ho una preoccupazione che ritengo importante esplicitare: mi preoccupa l'avanzata, nel quadro di una complessiva globalizzazione, della new age, il cui sincretismo identitario e religioso spoglia le identità e le religioni delle loro caratteristiche più autentiche e peculiari per trarre da esse solo ciò che è compatibile con la cultura dominante.

La new age salva le culture dominanti dalla crisi in cui stanno precipitando, non avendo quasi più altra dimensione per affermarsi che quella degli Stati che le difendono, imponendole agli altri.

Il centralismo interno
Ecco perché nella fase attuale e contingente nego alla Valle d'Aosta ed alla UV il diritto di comportarsi come uno Stato nell'intento di salvare il francese, imponendolo. Mi preoccupa, infatti, la possibilità che all'interno della Nazione, non solo della Valle d'Aosta quindi, oltre a handicappati, buddisti, omosessuali e altro ci possano essere dei fascisti.

I Popoli non sono fascisti in sé; l'identità non è fascista. Ma c'è il rischio che il fascismo si affermi, rischio che non è specifico per le Nazioni, ma per tutte le società e, soprattutto, per tutte le istituzioni. Criminalizzare le identità e le "minoranze etniche" come viene abitualmente fatto portando ad esempio le violenze tribali o i massacri della ex Jugoslavia, è un falso culturale, una strumentalizzazione della realtà, un tentativo di cercare scuse credibili per non applicare diritti fondamentali.

Quella valdostana è, tuttavia, una situazione complessa.

La vocazione federalista
Non la semplifica certo il tentare di proporre uno scenario nel quale la Valle d'Aosta non sia soltanto una Regione a Statuto Speciale, ma si proponga di esercitare il diritto alla autodeterminazione. Dei molti scenari possibili ce ne è uno che costituisce un'altra delle caratteristiche, forse la più moderna, dell'identità valdostana: LA VOCAZIONE FEDERALISTA. Non affronto il piano filosofico limitandomi ad osservare nella storia della rivendicazione nazionalitaria che attraversa tutto il dopoguerra in Italia, che Valle d'Aosta, Occitania, Sud Tirolo, Slovenia, Friuli, Ladinia e Sardegna sono indiscutibilmente delle Nazioni che hanno il diritto di negoziare con il resto dell'attuale Stato italiano, almeno la costruzione di uno Stato federale che si riconosca multinazionale, che valorizzi le piccole e disperse "minoranze linguistiche", che si decentri assicurando anche alle Regioni una Autonomia. Questa non è una pura segnalazione formale, ma il segno di un dibattito che si propone in modo analogo in tutta Europa: gli Stati o saltano, o si moltiplicano perché le Nazioni senza Stato accedono alla Autodeterminazione, o si modificano profondamente, riconoscendo la loro composizione plurinazionale.

La dimensione umana
C'è, però, un'ulteriore e particolarissima componente della identità valdostana di cui bisogna tenere conto: LA DIMENSIONE UMANA. Gli abitanti della Valle d'Aosta sono 120 mila, 45 mila dei quali residenti ad Aosta; in Valle d'Aosta ci conosciamo quasi tutti personalmente; i vincoli di amicizia nati sui banchi di scuola e nei posti di lavoro si aggiungono a quelli di parentela diretta o indiretta; mentre clan, lobbyes, gruppi di interessi nascono e si consolidano per ragioni diverse, intrecciando altri tipi di rapporti. Positivi o negativi che siano, i rapporti interpersonali in una piccola dimensione come quella valdostana relativizzano le diversità e perfino le contrapposizioni.

Non mancano i problemi sociali, le sacche di disagio, i gravi problemi della droga, dell'alcolismo, quelli gravissimi di un elevato tasso di suicidi, ma sostanzialmente c'è un contatto diretto fra gli uomini che fa considerare le contrapposizioni sociali e politiche in un modo certamente diverso da quello di ogni altra realtà.

La cultura della convivenza
C'è, inoltre e di riflesso a quanto testé evidenziato, nell'identità valdostana una CULTURA DELLA CONVIVENZA, una apertura verso tutti, una tolleranza che accentua il rifiuto dei radicalismi e delle posizioni ideologiche più dirompenti: è anche questo che ha reso più facile l'infiltrazione e l'affermazione della lingua italiana nelle più remote vallate; non è inconsueto, infatti che - ad esempio - in un gruppo di dieci persone nove delle quali parlano francoprovenzale, tutti finiscano col parlare in lingua italiana per non "escludere" l'unico "straniero". E c'è un contesto, quello del Sindacato autonomista SAVT, dove perfino nelle riunioni del Direttivo, ciascuno parla la lingua che desidera - italiano, francese, patois - e tutti si comprendono senza problemi.

Quella radicale e massimalista è sempre, quindi, una scelta politica difficile; anche se adottata per affermare un principio validissimo o un ideale, se non è largamente condivisa, diventa facilmente una scelta "contro" un amico, un parente, un vicino di casa, una fidanzata. Sto evidentemente sottilizzando e mettendo in rilievo particolari forse non di rilevanza primaria, ma il mio intento è presentare l'esatta fotografia della situazione.

Piccola Nazione/Piccolo Stato?
La questione identitaria mette duramente a confronto il diritto collettivo e quello individuale: se consideriamo che la coscienza collettiva è in crisi e che quella individuale è permeata di egoismi, di interessi particolari, di uno scarso senso di identità, non riuscirà difficile percepire quanto sia difficile individuare quale possa essere il futuro della Valle d'Aosta e quali possano essere le strade migliori per costruirlo.

Non è una questione di modelli di riferimento che mancano, ma l'esatto contrario: in Valle d'Aosta da 50 anni si continua a discutere di questi modelli: si vorrebbe il federalismo come in Svizzera; si sarebbero volute le garanzie internazionali come in Sud Tirolo; si è attesa la capacità di radicalizzare il confronto come in Euskadi e in Irlanda; si è sognato di recuperare la lingua diventando francesi; si cerca una ricchezza culturale ed economica analoga alla Catalogna; si è tentato di fare della Valle un Principato per i Savoia, appena questi avessero perso, come la perdettero con un referendum, l'Italia, ecc.

L'ultima moda è il riferimento a Monaco, al Liechtenstein e ad Andorra, ai "piccoli Stati" - cioè - apparentemente paradisi dorati corrispondenti, tutto sommato, alla concezione che la Valle d'Aosta sia un'isola felice. Per la verità in siffatta confusione è davvero difficile far passare l'idea che ogni Popolo debba trovare la propria strada e che l'unico modello valido sia quello della reale applicazione del diritto di tutti i Popoli alla autodeterminazione: liberi, per il momento, almeno di sognare, i valdostani dovrebbero preoccuparsi soprattutto di continuare ad essere valdostani: lo sono rimasti, come insegna la storia, protagonisti, a fianco o sotto diversi dominatori; lo sono rimasti sotto l'impero romano e sotto il fascismo; lo sono rimasti prima come burgundi poi come savoiardi. E' mai possibile che non sappiano più esserlo vivendo in un sistema democratico ed autonomista?