Quaranta i superstiti, estratti dalle macerie dopo un giorno
e mezzo di scavi. L’impianto era di proprietà privata, ma in regola- liberazione 3-6-06
Turchia, esplosione in miniera: 17 morti
Andrea Milluzzi
Diciassette morti e 40 superstiti: è questo il bilancio definitivo dell’esplosione in una miniera di grisù a Odakoy, nella provincia di Balikesir, Turchia occidentale. Un bilancio tragico che rischiava però di avere proporzioni ancora peggiori. Gli ultimi sopravvissuti sono stati infatti tratti in salvo solo ieri pomeriggio, dopo una notte e metà giornata passate a scavare fra le macerie delle due gallerie della miniera privata crollata improvvisamente nella tarda serata di giovedì. Cinque di loro sono usciti da quello che restava delle due gallerie dell’impianto, feriti ma vivi, e il ministro dell’energia Hilmi Guler ha così potuto annunciare agli organi di informazione che «le operazioni di ricerca sono terminate perché non ci sono altri minatori vivi o morti sotto le macerie. Abbiamo sfortunatamente perduto 17 dei nostri minatori, ma gli altri 40 sono stati salvati tutti». Secondo un minatore intervistato da una rete televisiva locale la miniera privata, che impiega 1200 persone, rispetterebbe tutte le regole di sicurezza, ma sull’incidente è stata aperta comunque un’inchiesta giudiziaria per accertare se vi siano state negligenze da parte dei gestori.

Nonostante la vastità dell’incidente di ieri, la tragedia più grande che si ricordi in Turchia è quella di Kozlu, del 4 marzo 1992, quando ben 263 persone persero la vita. Nel 2004, ad inizio settembre, 19 operai morirono in una miniera di rame a Kure, a 300 chilometri a nord di Ankara, in seguito ad un incendio. Nell’aprile del 2005 invece, 17 minatori ed un ingegnere restarono uccisi, bloccati dalle fiamme, per un’analoga esplosione in una miniera statale di carbone nei pressi di Gedis, ancora una volta nella Turchia occidentale.

Prima dello scoppio a Odakoy, era comunque un’altra miniera a tener banco nelle cronache provenienti dalla Turchia: quella della multinazionale Eurogold a Ovacik, contro la quale si è scatenata una vera e propria campagna di mobilitazione dei contadini che vivono nelle zone limitrofe alla miniera d’oro. Questo stabilimento è stato oggetto delle accuse dei 315 abitanti della provincia di Bergama, distrutta, ambientalmente parlando, dall’uso di cianuro per l’estrazione dell’oro. Le prime sollevazioni risalgono a metà degli anni 90, il famoso “caso del cianuro di Bergama”. Nel 2004 una sentenza europea condannò la miniera che secondo una decisione del Consiglio di Stato turco doveva essere chiusa. La chiusura non c’è mai stata e allora, poche settimane fa, la Corte Europea per i Diritti Umani ha stabilito che la stato turco dovrà pagare un indennizzo di 3mila euro a ciascuno degli abitanti. Abitanti che, lasciate per la prima volta la tradizionale riservatezza e ruralità della loro vita hanno inscenato negli anni scene di proteste inimmaginabili per la loro cultura, come sfilare a torso nudo, occupare autostrade e anche rivolgersi a dei tribunali per ottenere la chiusura della miniera i cui scarichi avevano provocato l’abbattimento degli alberi della zona.

La sentenza del Consiglio dette loro ragione e nel frattempo le foto che li vedevano protagonisti della protesta avevano fatto il giro del Paese. Oltre al carattere locale, il “caso del cianuro di Bergama“ ha avuto implicazioni nazionali: l’australiana Eurogold è stata infatti la prima impresa privata a poter usufruire della concessione per aprire una miniera in territorio turco dove fino ad allora gli impianti erano tutti di proprietà pubblica. Ma dopo Eurogold sono arrivate molte altre, fra cui quella di Odakoy, dove ieri hanno perso la vita 17 minatori.