"Responsabilità sociale" e "governabilità delle corporation" le nuove parole d'ordine delle multinazionali Transnazionali dal volto umano?- liberazione 11/05/02

Sabina Morandi

Non ci voleva. Il pronunciamento della Corte suprema della California contro la Nike rovina il lavoro dei media anglosassoni impegnati a dipingere la conversione delle transnazionali, diventate rispettose dell'ambiente e dei lavoratori grazie alle critiche dei no-global "ragionevoli". Viene fuori invece che la Nike ha mentito e che può essere per questo perseguita come previsto dalla legge Usa sulla pubblicità ingannevole.

La Nike, impegnata in una operazione di immagine su scala globale, ha affermato di avere totalmente bonificato le condizioni di lavoro nelle sue fabbriche ma i "cani da guardia" non si sono fidati e gruppi di attivisti sindacali insieme ad associazioni specializzate hanno accertato pesanti violazioni negli impianti indonesiani. E i giudici californiani hanno fatto il resto stabilendo che "quando una corporation offre rappresentazioni fattuali sui propri prodotti o sulle proprie operazioni, ha l'obbligo di dire la verità".


"Rifondazione capitalista"
Geniale titolo, quello con cui il domenicale del Sole 24 ha ripreso il dictat ideologico dei quotidiani economici d'oltreoceano. Le parole d'ordine di questa rifondazione "etica" del capitalismo globalizzato sono "social responsability" e "corporate governance", traducibili rispettivamente come "responsabilità sociale" e "governabilità delle corporation". Per mesi il Financial Times ha dedicato servizi alla "conversione" delle corporation considerate più cattive: Monsanto, McDonald's e Nike, solo per citare le più note, che oggi sono pentite e disposte a migliorarsi. Non mancano nemmeno le conversioni dell'industria petrolifera (Exxon Mobil e Shell, ad esempio) o dell'edilizia come la BAA, società che dovrebbe costruire un nuovo terminale dell'aeroporto di Londra, strenuamente avversato dalla comunità locale.

In una pubblicazione dedicata esplicitamente al "Business responsabile" il quotidiano inglese pubblica la sua ricetta: "Per noi, la prima linea della lotta contro l'ineguaglianza, la povertà, la malattia e l'inquinamento non è formata dalle fila dei contestatori di Seattle, di Genova o di Washington, ma dalle legioni dei manager d'assalto, che ogni giorno contribuiscono alla creazione della ricchezza".

La "rifondazione capitalista" si profila insomma come una diretta risposta al movimento e soprattutto al suo lavoro di denuncia e di contro-informazione. Malgrado i tentativi di criminalizzarla, la protesta cominciata a Seattle è riuscita a mettere sotto i riflettori planetari il ruolo delle transnazionali nel disastro ambientale globale, in quello sanitario e nella crisi alimentare del Terzo mondo, arrivando direttamente al cuore della gente. A questo punto diventa assolutamente essenziale, per i principali attori del "miracolo economico" della globalizazione, assumersi delle "responsabilità sociali" prima che vengano loro imposte. La partita si gioca tutta su questo punto: autoregolamentazione invece di norme, incentivi alle imprese invece di sanzioni, codici di comportamento stilati in proprio per prevenire restrizioni imposte dai governi, dai tribunali o dalle istituzioni internazionali. In tutti i settori, dal petrolifero all'industria alimentare, le imprese propongono di premiare comportamenti virtuosi e si aspettano di venire ricompensati dai consumatori.


I fondi pensione: il caso Oxfam
Ma la partita non si gioca solo fra gli scaffali dei supermercati. Il panico seguito al tracollo Enron l'ha dimostrato: gli investitori scappano. Restaurare l'immagine delle corporation diventa quindi un fattore fondamentale per il mercato finanziario, che dipende più dagli umori del giorno che dalla produzione, ma finisce per prestare il fianco a delle campagne bene orchestrate, come quella sui brevetti farmaceutici della scorsa primavera.

L'inglese Oxfam non è stata la sola artefice della vittoria sudafricana ma è stata determinante la sua idea di colpire Big Pharma dov'è più sensibile, ovvero nel portafoglio. Utilizzando una legge inglese che impone la trasparenza degli investimenti dei fondi pensione, Oxfam ha semplicemente informato gli investitori che alcune delle società farmaceutiche su cui si riversavano i propri risparmi avevano trascinato in tribunale il governo sudafricano solo per avere tentato di produrre in proprio i farmaci necessari a fermare l'epidemia di Aids. Dopo una campagna bene orchestrata, condotta in tutto il mondo da centinaia di associazioni, le corporation si sono ritirate dal processo abbandonando le posizioni intransigenti su cui si erano arroccate. Le trattative legali e commerciali sono ancora in corso, ma questa è già una vittoria dopo un decennio di comportamento vessatorio e arrogante.


La privatizzazione dell'Onu
Il successo di alcune campagne internazionali dimostra che talvolta le imprese possono essere davvero costrette a cambiare. In fondo, conti alla mano, può convenire migliorare le condizioni di lavoro nelle maquilladoras piuttosto che perdere milioni di dollari in pubblicità negativa quando cominciano a girare foto di ragazze messicane - o filippine - che lavorano in condizioni di semi-schiavitù. E, innegabilmente, si tratta di una buona notizia anche per le ragazze in questione. Resta il fatto che la corporation investita dal ciclone mediatico farà di tutto per arginare i danni: mentendo, come ha fatto Nike, oppure traslocando dove la sindacalizzazione o i "cani da guardia" non arrivano, per esempio in Cina. Può anche succedere che un'impresa venga sostituita da una concorrente. La Chevron ha approfittato del disimpegno della Shell nel Delta del Niger, ottenuto dopo anni di boicottaggio, per sostituirla nello sfruttamento della popolazione e nel disastro ambientale.

Ma cavalcare la "responsabilità sociale" può anche essere molto redditizio. Il nuovo business si chiama "sviluppo sostenibile" e Kofi Annan ha lavorato vigorosamente per migliorare le relazioni fra Nazioni Unite e settore privato: durante il suo segretariato le agenzie Onu hanno sottoscritto centinaia di contratti per progetti di sviluppo o altre iniziative visto che - dice il dogma - i governi nazionali non sono in grado di occuparsene. E, cosa più importante di tutte, Annan ha lanciato anche uno strumento operativo, il Global Compact, che avrà un ruolo fondamentale nell'imporre l'agenda delle transnazionali sul vertice di Johannesburg.

La strategia è tutta incentrata su di una nozione di "responsabilità sociale" nettamente distinta dalla "perseguibilità", che è esattamente quello che la neo costituita Alliance for a Corporate-Free UN, una rete di associazioni e gruppi ben noti del movimento, chiede espressamente. L'Alleanza chiede innanzitutto che vengano cacciate dal Global Compat le aziende più compromesse, come Avents, Nike, Rio Tinto, Unilever e la norvegese Norsk Hydro, che non si sono mai sognate di rispettare i codici di comportamento sottoscritti. A Johannesburg l'Alleanza - di cui fanno parte, fra gli altri, CorpWatch (Usa), Focus on the Global South (Thailandia) e Third World Network (Malesia) - lancerà la Convention on Corporate Accountability per rendere attuabile l'imposizione di una vera assunzione di responsabilità: il comportamento delle transnazionali nei confronti delle popolazioni indigene, dei lavoratori o dell'ambiente, sia in patria che all'estero, deve diventare sanzionabile sia penalmente che economicamente. Solo in questo modo "responsabilità sociale" non si riduce a una parola vuota.