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ESTRATTO DA "LA BEIDANA. CULTURA E STORIA NELLE VALLI VALDESI" N. 18, MAGGIO ‘93

avviso: l'apparato delle note è purtroppo saltato con la versione per Internet, chi può consulti la rivista.

 

 

Elementi di storia del sindacato pinerolese

(1948-1967) . (III Parte)

 

di Lorenzo Tibaldo

 

 

 

La RIV di Villar Perosa: il termometro sindacale

 

Quanto accadeva alla Riv non poteva mai essere sottaciuto o sottovalutato. Questo perché la Riv era il più grande concentramento industriale del pinerolese, considerando che nel 1961 venne aperto lo stabilimento di Pinerolo e nel 1963 quello di Airasca che affiancarono a quello storico di Villar Perosa. La Riv è sempre stata il punto di riferimento della contesa sindacale tra le diverse organizzazioni sindacali, in particolar modo dal dopoguerra alla metà degli anni cinquanta, e il teatro del confronto tra padronato e classe operaia.

Tutto questo avviene in particolar modo a Villar Perosa, dove affondano le radici di tutta una tradizione politica e sindacale che non troverà riscontro negli stabilimenti di Pinerolo ed Airasca. La Riv di Airasca e Pinerolo si caratterizzeranno per la loro particolare composizione di classe: molti giovani che non avevano alle spalle l’esperienza e la memoria storica della lotta antifascista e ce non avevano subito la repressione degli anni cinquanta; il fatto che molti operai, in particolare ad Airasca, erano anche piccoli contadini con un appezzamento da coltivare nelle ore libere dal lavoro di officina. Una classe operaia poco sindacalizzata e poco sindacalizzabile,la quale ha sempre espresso una limitata sensibilità nell’assecondare il ruolo svolto dal sindacato nei luoghi di lavoro.

Sindacalmente la storia fino alla metà degli anni sessanta viene contraddistinti ( per quanto riguarda la Cisl) prima dalla figura di Carlo Borra, un giovane sindacalista proveniente dagli ambienti cattolici che divenne nel 1945 segretario dell’unitaria Cgil e nel contempo fu anche leader della Cisl, fino alla sua uscita dalla Riv alla metà degli anni cinquanta per assumere la carica di segretario della Cisl torinese. Quella di Borra era una Cisl coerente alla politica interclassista, di collaborazione col padronato pur rivendicando l’autonomia e l’indipendenza da ogni interferenza dell’azienda nella politica sindacale.

Questo tipo di impostazione porto, come abbiamo già avuto modo di vedere, alla rottura della Cisl torinese con una parte di essa, il gruppo di Arrighi, con la relativa scissione. La politica della Cisl di equidistanza dal padronato e di lotta aperta contro la Cgil fu una politica difficile e anche a volte un po’ ambigua: la Riv utilizzava il contrasto della Cisl contro la Cgil per reprimere i militanti comunisti, senza poi farsi scrupolo di ingabbiare e di contenere l’iniziativa sindacale della Cisl quando questa non era consona alla strategia antioperaia della Riv. Inoltre in quegli anni - accanto all’indiscussa onesta dell’operato di Carlo Borra - erano presenti elementi che operavano un’infame attacco sul piano personale ai membri più importanti della Cgil. Tonino Chiriotti ricorda il tentativo dei giovani della Cisl - che rinnovarono profondamente politica sindacale della Cisl alla Riv - di opporsi ad una politica fondata sugli attacchi personali esulle denigrazione dei miliitantio della CGIL. Opposizione che " avevano messo a tacere quel tipo di volontinaggio collaterale al sindacato che colpiva singolarmente e personalmente i componenti della Fiom, accusandoli di cose infami.

Noi giovani della Fim Cisl abbiamo detto che era ora di piantarla altrimenti saremmo usciti in blocco dalla Cisl."

Fu proprio la funzione trainante di Tonino Chiriotti - all’interno di un contesto storico che stava cambiando - a mutare la politica della Cisl alla Riv di Villar inaugurando una stagione volta all’unità sindacale e aprendo le porte a quello che negli anni sessanta si caratterizzerà come sindacato di classe. Ma non anticipiamo i tempi e riprendiamo la nostra opera di ricostruzione dalla seconda metà degli anni cinquanta.

Con la seconda metà degli anni cinquanta - pur attenuandosi in alcuni momenti la contrapposizione sindacale tra le diverse sigle - ognuno continua a sviluppare una propria politica di intervento. Questo avviene non solo sul versante sindacale, ma anche su quello politico. Molto attivo è il Comitato di fabbrica del Pci alla Riv di Villar che esplica la sua attività attraverso i propri militanti - nella doppia veste di attivisti Cgil e del Pci - e tramite il giornale di fabbrica il "7B".

Nel febbraio del 1957 al primo punto dell’ordine del giorno il Comitato avrà "la funzione del giornale di fabbrica (7B) nella politica di unità operaia e relative questioni organizzative ( relatori i compagni: Mauro Mario e Virgilio Bivi)". Un mese dopo sarà la sezione del Pci di Villar Perosa a convocare il comitato di fabbrica: il compagno Livio Nota convocherà la riunione mentre sarà Leopoldo Armandi a svolgere la relazione introduttiva avente per argomento " I compiti dei comunisti della RIV per l’unità operaia e il miglioramento della attività sindacale della C.I. e della FIOM".

Le trattative e gli accordi separati

 

Il richiamo all’unità operaia divenne allora una parola d’ordine classica, non solo dei comunisti ma di tutte le organizzazioni sindacali, consapevoli che la tensione tra le diverse sigle sindacali non era di aiuto a creare la compattezza dei lavoratori in occasioni delle controversie col padronato. Proprio nel 1957 la difficile ricerca dell’unità nella C.i. di Villar non consentiva di dare risposte univoche alla richiesta degli operai dell’utensileria, i quali avanzavano una richiesta di riduzione d’orario settimanale a parità di salario. Ad una richiesta concreta avanzata dai lavoratori si vengono ad inserire le diatribe tra Cisl, Fiom e Uil. La Cisl accusa la Fiom - e la Uil che in quella circostanza non assunse una posizione nettamente anticomunista - di sollecitare l’unità solo per fini strumentali: " La FIOM - facendosi forte dell’aiuto della UIL - ripropone quell’unità che dovrebbe ripermettergli di risalire la corrente e salvarsi la faccia. Parliamoci chiaro: la FIOM vuole forse riprendere l’epoca degli scioperi a catena, intercalati magari da qualche marcia "squadristica" nei reparti? (_) Eravamo soli contro i metodi della CGIL nel 1948, siamo disposti ad esserlo anche oggi."

Il richiamo della Cisl ai motivi che portarono alla scissione sarà un elemento ricorrente per rafforzare il proprio senso di identità e legittimare il proprio ruolo storico di sindacato democratico.

In realtà, in quell’occasione, secondo la Uil quando pattuito davanti ai 300 operai dell’utensileria di Villar non venne rispettato. Durante l’assemblea si decise infatti di inoltrare una richiesta - sottoscritta dai tre sindacati presenti nella Commissione interna - alla Direzione per avere chiarimenti in merito alla riduzione d’orario ed ad altre rivendicazioni in precedenza avanzate: sulla procedura concordi erano Bruera per la Cisl, Lorenzati per la Uil e Mauro per la Fiom.

Ma " All’indomani, sabato mattino, al momento di compilare la richiesta concordata, i membri di C.I.-Cisl, dichiaravano di non poter aderire alla richiesta, e proponevano di inviare una lettera alla Direzione solo a firma di Cisl-Uil."

Ovviamente la Cgil ribaltò l’accusa dal metodo al merito accusando di incoerenza la Cisl, seppur senza citarla direttamente. Nel volantino di risposta i membri di C.i. della Fiom, Brun Alfredo, Cocca Battista, MAuro Mario e Bonucci Cafiero ribattono che la " unanimità di consensi che si era creata di fronte alle richieste dei lavoratori non è stata mantenuta per la successiva e negativa posizione assunte da alcuni membri di Commissione Interna"

Poi nel prosieguo della vertenza le trattative vennero condotto da Cisl e Uil. Il fallimento delle trattive sulla richiesta della riduzione di orario farà dire alla Fiom che questo è il logico risultato delle trattative separate, condotte da Cisl E Uil con l’emarginazione della Fiom. Il tutto aggravato dal fatto che Cisl e Uil hanno disattesero il mandato avuto dai lavoratori contenenti delle precise richieste da avanzare alla controparte. La soluzione per la Fiom era la seguente:" O la maggioranza CISL e UIL della C.I. si dimette, e si rifanno subito nuove elezioni della C.I., perché i lavoratori possano eleggere una nuova Commissione Interna capace di unire i lavoratori e di presentarsi unita davanti al padronato, per avere la forza necessaria a mutare la posizione negativa del padrone; oppure la C.I. organizza un referendum fra i lavoratori, perché siano i lavoratori a decidere sulla trattativa separata, se possono e non possono essere accettate delle conclusioni negative della stessa trattativa separata."

Era convinzione della Fiom che la Cisl e la Uil "trattando separatamente, hanno fino ad oggi nei fatti anteposto gli interessi particolari di sindacato agli interessi generali dei lavoratori.(_) LE TRATTATIVE CON LA DIREZIONE DEVE ESSERE CONDOTTA UNITARIAMENTE PER AVERE, COME ALLA OLIVETTI, LA FORZA SINDACALE NECESSARIA PER OTTENERE LA SETTIMANA DI 5 GIORNATE DI LAVORO, A PARITA’ DI RETRIBUZIONE E LE TRE SETTIMANE DI FERIE INTERAMENTE RETRIBUITE.

LAVORATORI DELLA RIV! UNITEVI CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE, PERCH La RIV di Villar Perosa: il termometro sindacale

 

Quanto accadeva alla Riv non poteva mai essere sottaciuto o sottovalutato. Questo perché la Riv era il più grande concentramento industriale del pinerolese, considerando che nel 1961 venne aperto lo stabilimento di Pinerolo e nel 1963 quello di Airasca che affiancarono a quello storico di Villar Perosa. La Riv è sempre stata il punto di riferimento della contesa sindacale tra le diverse organizzazioni sindacali, in particolar modo dal dopoguerra alla metà degli anni cinquanta, e il teatro del confronto tra padronato e classe operaia.

Tutto questo avviene in particolar modo a Villar Perosa, dove affondano le radici di tutta una tradizione politica e sindacale che non troverà riscontro negli stabilimenti di Pinerolo ed Airasca. La Riv di Airasca e Pinerolo si caratterizzeranno per la loro particolare composizione di classe: molti giovani che non avevano alle spalle l'esperienza e la memoria storica della lotta antifascista e ce non avevano subito la repressione degli anni cinquanta; il fatto che molti operai, in particolare ad Airasca, erano anche piccoli contadini con un appezzamento da coltivare nelle ore libere dal lavoro di officina. Una classe operaia poco sindacalizzata e poco sindacalizzabile,la quale ha sempre espresso una limitata sensibilità nell'assecondare il ruolo svolto dal sindacato nei luoghi di lavoro.

Sindacalmente la storia fino alla metà degli anni sessanta viene contraddistinti ( per quanto riguarda la Cisl) prima dalla figura di Carlo Borra, un giovane sindacalista proveniente dagli ambienti cattolici che divenne nel 1945 segretario dell'unitaria Cgil e nel contempo fu anche leader della Cisl, fino alla sua uscita dalla Riv alla metà degli anni cinquanta per assumere la carica di segretario della Cisl torinese. Quella di Borra era una Cisl coerente alla politica interclassista, di collaborazione col padronato pur rivendicando l'autonomia e l'indipendenza da ogni interferenza dell'azienda nella politica sindacale.

Questo tipo di impostazione porto, come abbiamo già avuto modo di vedere, alla rottura della Cisl torinese con una parte di essa, il gruppo di Arrighi, con la relativa scissione. La politica della Cisl di equidistanza dal padronato e di lotta aperta contro la Cgil fu una politica difficile e anche a volte un po' ambigua: la Riv utilizzava il contrasto della Cisl contro la Cgil per reprimere i militanti comunisti, senza poi farsi scrupolo di ingabbiare e di contenere l'iniziativa sindacale della Cisl quando questa non era consona alla strategia antioperaia della Riv. Inoltre in quegli anni - accanto all'indiscussa onesta dell'operato di Carlo Borra - erano presenti elementi che

 

operavano un'infame attacco sul piano personale ai membri più importanti della Cgil. Tonino Chiriotti ricorda il tentativo dei giovani della Cisl - che rinnovarono profondamente politica sindacale della Cisl alla Riv - di opporsi ad una politica fondata sugli attacchi personali esulle denigrazione dei miliitantio della CGIL. Opposizione che " avevano messo a tacere quel tipo di volontinaggio collaterale al sindacato che colpiva singolarmente e personalmente i componenti della Fiom, accusandoli di cose infami.

 

Noi giovani della Fim Cisl abbiamo detto che era ora di piantarla altrimenti saremmo usciti in blocco dalla Cisl."()

Fu proprio la funzione trainante di Tonino Chiriotti - all'interno di un contesto storico che stava cambiando - a mutare la politica della Cisl alla Riv di Villar inaugurando una stagione volta all'unità sindacale e aprendo le porte a quello che negli anni sessanta si caratterizzerà come sindacato di classe. Ma non

 

anticipiamo i tempi e riprendiamo la nostra opera di ricostruzione dalla seconda metà degli anni cinquanta.

Con la seconda metà degli anni cinquanta - pur attenuandosi in alcuni momenti la contrapposizione sindacale tra le diverse sigle - ognuno continua a sviluppare una propria politica di intervento. Questo avviene non solo sul versante sindacale, ma anche su quello politico. Molto attivo è il Comitato di fabbrica del Pci alla Riv di Villar che esplica la sua attività attraverso i propri militanti - nella doppia veste di attivisti Cgil e del Pci - e tramite il giornale di fabbrica il "7B".()

Nel febbraio del 1957 al primo punto dell'ordine del giorno il Comitato avrà "la funzione del giornale di fabbrica (7B) nella politica di unità operaia e relative questioni organizzative ( relatori i compagni: Mauro Mario e Virgilio Bivi)".() Un mese dopo sarà la sezione del Pci di Villar Perosa a convocare il comitato di fabbrica: il compagno Livio Nota convocherà la riunione mentre sarà Leopoldo Armandi a svolgere la relazione introduttiva avente per argomento " I compiti dei comunisti della RIV per l'unità operaia e il miglioramento della attività sindacale della C.I. e della FIOM".()

Le trattative e gli accordi separati

 

Il richiamo all'unità operaia divenne allora una parola d'ordine classica, non solo dei comunisti ma di tutte le organizzazioni sindacali, consapevoli che la tensione tra le diverse sigle sindacali non era di aiuto a creare la compattezza dei lavoratori in occasioni delle controversie col padronato. Proprio nel 1957 la difficile ricerca dell'unità nella C.i. di Villar non consentiva di dare risposte univoche alla richiesta degli operai dell'utensileria, i quali avanzavano una richiesta di riduzione d'orario settimanale a parità di salario. Ad una richiesta concreta avanzata dai lavoratori si vengono ad inserire le diatribe tra Cisl, Fiom e Uil. La Cisl accusa la Fiom - e la Uil che in quella circostanza non assunse una posizione nettamente anticomunista - di sollecitare l'unità solo per fini strumentali: " La FIOM - facendosi forte dell'aiuto della UIL - ripropone quell'unità che dovrebbe ripermettergli di risalire la corrente e salvarsi la faccia. Parliamoci chiaro: la FIOM vuole forse riprendere l'epoca degli scioperi a catena, intercalati magari da qualche marcia "squadristica" nei reparti? (...) Eravamo soli contro i metodi della CGIL nel 1948, siamo disposti ad esserlo anche oggi."()

Il richiamo della Cisl ai motivi che portarono alla scissione sarà un elemento ricorrente per rafforzare il proprio senso di identità e legittimare il proprio ruolo storico di sindacato democratico.

In realtà, in quell'occasione, secondo la Uil quando pattuito davanti ai 300 operai dell'utensileria di Villar non venne rispettato. Durante l'assemblea si decise infatti di inoltrare una richiesta - sottoscritta dai tre sindacati presenti nella Commissione interna - alla Direzione per avere chiarimenti in merito alla riduzione d'orario ed ad altre rivendicazioni in precedenza avanzate: sulla procedura concordi erano Bruera per la Cisl, Lorenzati per la Uil e Mauro per la Fiom.

Ma " All'indomani, sabato mattino, al momento di compilare la richiesta concordata, i membri di C.I.-Cisl, dichiaravano di non poter aderire alla richiesta, e proponevano di inviare una lettera alla Direzione solo a firma di Cisl-Uil."()

Ovviamente la Cgil ribaltò l'accusa dal metodo al merito accusando di incoerenza la Cisl, seppur senza citarla direttamente. Nel volantino di risposta i membri di C.i. della Fiom, Brun Alfredo, Cocca Battista, MAuro Mario e Bonucci Cafiero ribattono che la " unanimità di consensi che si era creata di fronte alle richieste dei lavoratori non è stata mantenuta per la successiva e negativa posizione assunte da alcuni membri di Commissione Interna"()

 

Poi nel prosieguo della vertenza le trattative vennero condotto da Cisl e Uil. Il fallimento delle trattive sulla richiesta della riduzione di orario farà dire alla Fiom che questo è il logico risultato delle trattative separate, condotte da Cisl E Uil con l'emarginazione della Fiom. Il tutto aggravato dal fatto che Cisl e Uil hanno disattesero il mandato avuto dai lavoratori contenenti delle precise richieste da avanzare alla controparte. La soluzione per la Fiom era la seguente:" O la maggioranza CISL e UIL della C.I. si dimette, e si rifanno subito nuove elezioni della C.I., perché i lavoratori possano eleggere una nuova Commissione Interna capace di unire i lavoratori e di presentarsi unita davanti al padronato, per avere la forza necessaria a mutare la posizione negativa del padrone; oppure la C.I. organizza un referendum fra i lavoratori, perché siano i lavoratori a decidere sulla trattativa separata, se possono e non possono essere accettate delle conclusioni negative della stessa trattativa separata."()

Era convinzione della Fiom che la Cisl e la Uil "trattando separatamente, hanno fino ad oggi nei fatti anteposto gli interessi particolari di sindacato agli interessi generali dei lavoratori.(...) LE TRATTATIVE CON LA DIREZIONE DEVE ESSERE CONDOTTA UNITARIAMENTE PER AVERE, COME ALLA OLIVETTI, LA FORZA SINDACALE NECESSARIA PER OTTENERE LA SETTIMANA DI 5 GIORNATE DI LAVORO, A PARITA' DI RETRIBUZIONE E LE TRE SETTIMANE DI FERIE INTERAMENTE RETRIBUITE.

LAVORATORI DELLA RIV! UNITEVI CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE, PERCHE' LA TRATTATIVA SULLA RIDUZIONE D'ORARIO ABBIA LUOGO CON LA FORZA DELLE COMMISSIONI INTERNE UNITE AL DISOPRA DI OGNI DIVISIONE SINDACALE E DELLA PRESENZA DI TUTTI I SINDACATI."()

 

Emarginare la Fiom

Eugenio Morero sottolinea che era una pratica costante quella di emarginare la Cgil "che a tutti i costi si doveva fare l'accordo separato perché non ci fosse la firma della Cgil e della Fiom. Era la manovra fatta dal padrone a cui la Cisl e la Cgil prestavano il fianco (...) Fino agli anni '60, dal 1948, era il padrone che giocava sulle differenze tra militanti comunisti e militanti cattolici, sulle debolezze degli uomini. Vi era in quegli anni la guerra contro la Cgil, contro il Pci: si doveva in qualunque modo privilegiare gli iscritti alla Cisl e alla Uil. Però i problemi concreti per gli operai erano uguali per tutti."()

Per Carlo Borra questo è il "periodo che con le trattativa e gli accordi separati si portava avanti anche la contrattazione articolata, cioè quella contrattazione integrativa sul piano aziendale a quella di categoria, che mirava a collegare più direttamente il salario all'andamento produttivo dell'azienda, attraverso premi di produzione, cottimi collettivi, interessenze, paghe di posto, ecc.

Impostazione dovuta alla CISL e avversata dapprima dalla CGIL, proprio perché puramente rivendicativa.

Impostazione che non fu certamente estranea al cosiddetto miracolo economico perché favorì un periodo di reale collaborazione tra maestranze e azienda, con beneficio per entrambe, anche se non sempre equamente distribuito.

La Cgil capì ad un certo punto che poteva essere controproducente continuare ad opporsi alla contrattazione integrativa che permetteva la diretta partecipazione dei lavoratori al reddito prodotto, ma inserì in essa presto il puro carattere no."()

La questione della riduzione d'orario avanzata dai lavoratori della Riv non era un fatto esclusivamente italiano ma europeo, legato all'industria più avanzata sul piano dell'innovazione tecnologica e dell'innalzamento della produttività. "La Germania, con un accordo del 1 ottobre 1956, ha avviato la riduzione dalle 48 ore alle 45 ore per tutta l'industria metalmeccanica. Così il Belgio con un accordo del 1955, mentre in Inghilterra molte sono le aziende sulle 46-44 ore e la Francia prevede lo straordinario in diversi settori dopo le 40 ore. (...) D'altronde è in atto uno sviluppo produttivistico dovuto alle innovazioni tecniche e alla intelligente operosità delle maestranze, che può permettere di agganciare il problema della riduzione orario senza farlo pesare sul costo prodotto."()

Quando la Fiom gridò al fallimento delle trattive sulla riduzione d'orario non aveva tutti i torti se confrontiamo le richieste avanzate a quanto venne in effetti ottenuto. Quando nel giugno del 1957 si giunse all'accordo tra la Direzione Riv e la Cisl e la Uil i termini dell'intesa saranno questi: Una giornata e mezza di riposo retribuito ( 12 ore ) ogni sei mesi. "L'accordo prevede la concessione di una giornata e mezza di riposo retribuita al raggiungimento di due traguardi produttivi che tutto lascia prevedere raggiungibili nell'anno. Per cui non è avventato affermare che la conquista effettiva ottenuta è di tre giornate di riposo in più all'anno."() Questo era il giudizio espresso sulle pagine de "L'Eco", che coincideva in sostanza con le posizioni della Cisl (), la quale ribatteva che "Solo la facile demagogia della CGIL, esclusa dalle trattative, può sottovalutare la portata dell'accordo: non certamente i lavoratori che ad un dato punto temevano del fallimento delle trattative in corso."()

- 57 -

Con l'affacciarsi degli anni sessanta le elezioni di C.i. continuano ad essere l'avvenimento di riferimento e la verifica del potere delle singole organizzazioni. Una vittoria della lista avversaria veniva rappresentata come pericolo per le stesse conquiste dei lavoratori. La flessione della CISl e della UIL venne presentata nel 1959 come foriera di inconvenienti per le stesse conquiste salariali dei lavoratori: "Non sappiamo se la conquista della maggioranza relativa da parte della FIOM - scriveva "L'Eco del Chisone" nel febbraio del 1959 - faciliterà l'acquisizione alle maestranze di quel premio di L. 7.000 concesso invece l'anno scorso."()

Riportiamo ora i consensi acquisiti dalle diverse organizzazioni sindacali durante l'elezione delle C.i. alla Riv a Villar Perosa dal 1959 al 1964:()

CISL CGIL UIL AUTONOMIA AZ. ()

- 58 -

Voti seggi voti seggi voti seggi voti seggi

1958 1462 1060 934 320 1

1959 1331 4 1373 4 885 2 183 -

1960 1227 3 1400 4 750 2 285 1

INDIPENDENTI

1961 1527 4 1475 4 573 1 336 1

1962 1716 5 1477 4 621 2 405 1

1963 1358 4 1455 5 591 2 368 1

1964 1514 4 1613 5 852 2 355 1

1965 946 3 1249 4 1010 3 327 1

 

Il licenziamento di Armandi

Con l'inizio degli anni sessanta anche la Cisl comincia ad essere nel mirino dell'azione repressiva dell'azienda, in particolare quella parte della Cisl che troverà il suo massimo rappresentante in Tonino Chiriotti. Gruppo di militanti che nel corso degli anni accentueranno la loro autonomia dall'azione della Direzione Riv e creeranno le basi di un sindacato unitario con una maggior impronta classista.

La Riv affiancò, accanto alla classica carota, il bastone nodoso della repressione . Questa si espletava nei reparti confino e, anche se più raramente, con lo strumento del licenziamento come metodo di intimidazione e di rappresaglia. Come ha affermato Leopoldo Armandi " la Riv non ha mai usato in modo sistematico i sistemi repressivi tipici della Fiat. La Riv ha iniziato a usare il sistema Fiat con me, ma in genere era il paternalismo l'arma più usata. Suppo che è stato licenziato con me non ne sapeva niente. Ma per non licenziarne uno solo hanno licenziato anche lui (era della Cgil). La cosa buffa è che lui forse era uno di quelli che era contrario allo sciopero che abbiamo fatto, anche se aveva aderito allo sciopero."()

Eugenio Morero collega il licenziamento di Armandi e di Chiriotti ad un'unica strategia padronale tesa a colpire un tipo di sindacato ancorato alle esigenze dei lavoratori e poco disponibile al compromesso con la controparte." Il problema è che Chiriotti è venuto via, l'hanno licenziato. Prima avevano licenziato Poldo Armandi, che era una colonna della Fiom poi hanno licenziato Chiriotti. Ti racconto quello di Armandi che, tral'altro, siamo riusciti a fargli riconoscere il licenziamento per rappresaglia. Poldo era appena rientrato da 15 giorni di mutua. Il suo reparto era in sciopero per problemi salariali, per la paga di posto e così via. Al lunedì rientra Poldo e io dico di fare un'assemblea nel suo reparto per capire bene le motivazioni dello sciopero. Quando si faceva l'assemblea si saliva su un grande plateaux (pedana), dove si tracciavano i pezzi. Facciamo l'assemblea: parlo io e chiedo agli operai di dire quello che volevano, in quanto noi (C.I.) non l'abbiamo ancora capito. Noi siamo disposti a sostenere le vostre richieste ma dobbiamo saperle con precisione. Però nessuno parlava: era come parlare al muro. Allora io mi rivolgo a Poldo per chiedergli dei chiarimenti, anche se lui era rientrato in reparto il giorno stesso. Lui mi risponde che non aveva ancora capito molto, ma nella mattinata aveva sentito delle voci e comincia a riferire.

Alle diciassette meno venti - si usciva alla cinque meno un quarto - lo mandano a chiamare in Direzione e gli danno la lettera di licenziamento. Lo vedo fuori dalla fabbrica, sul tram e mi dice:'m'hanno licenziato': I primi due giorni sono andati bene, poi siamo solo più rimasti noi della Commissione Interna: ma non potevamo più rientrare nei reparti e facevamo lo sciopero nei locali della Commissione Interna." () Questo atteggiamento intimidatorio della Riv di Villar venne assunto nel gennaio del 1962 .

 

D'altra parte, nonostante che la Riv non adottasse apertamente metodi repressivi essere comunisti era difficile anche a Villar Perosa. Non ha bisogno di alcun commento questa testimonianza riportata sulle pagine di "Venticinquesima ora": " Quando sono stato assunto sono andato dal capo del personale, avevo la tuta che mi aveva preparato mia madre arrotolata in un giornale.'C'è aria poco sana a casa sua'. 'Perché?' risponde; Ha L'Unità sotto il braccio'. Se io invece di avere l'Unità avevo il Corriere della Sera o la Stampa, sarei andato a finire in un magazzino, invece sono andato subito nel reparto dei rossi."()

 

 

I comunisti nel contempo dedicavano molta attenzione alla Riv, la fabbrica con la più alta concentrazione numerica di classe operaia ( 4.000 lavoratori). In occasione della ricorrenza del 40° della fondazione del Pci, vennero nel pinerolese organizzate una serie di manifestazioni che dovevano coinvolgere tutti i lavoratori della zona. Fu quella per i comunisti un'occasione per capire i mutamenti della realtà produttiva e interrogarsi sui compiti e sulla funzione che dovevano svolgere all'interno delle fabbriche.()

Tutto questo rientrava nella linea generale del Pci esposta da Giorgio Amendola nella seconda assemblea dei comunisti delle fabbriche. Nella sua relazione Amendola scrive che "un posto centrale dovranno avere, dunque, nelle discussione delle assemblee di fabbrica, i problemi del rafforzamento degli organi, attraverso i quali si realizza nelle fabbriche il potere contrattuale degli operai, e la loro volontà politica, che sono i problemi della democrazia nelle fabbriche, e non soltanto quelli della tutela dei diritti degli operai, come cittadini liberi che anche in fabbrica debbono essere difesi dalla Costituzione, e che debbono godere quindi godere della libertà di pensiero e di organizzazione, contro ogni discriminazione, ma i problemi della organizzazione della loro forma associata, del loro potere contrattuale, i problemi dell'autonomia e della forza del sindacato."()

 

Questo veniva affermato da Amendola nel 1960, appena due anni prima del licenziamento di Armandi ( per comizio non autorizzato) e dopo un decennio di utilizzazione dei reparti confino che incrinavano alla radice il concetto di libertà del singolo e ancora di più il concetto di libertà sindacale. Una risposta alle lotte che dalla Liberazione in poi hanno coinvolto la Riv di Villar. Lotte che si focalizzarono essenzialmente attorno a tre nuclei fondamentali: 1) gli scioperi in occasione dei rinnovi contrattuali nazionali dei metalmeccanici (1959, 1962, 1966); 2) a difesa del posto di lavoro durante il processo di ristrutturazione avvenuto dal 1964 al 1966 e che aggredì i livelli occupazionali; 3) le vertenze di carattere aziendale riguardanti materie specifiche che interessavano tutto lo stabilimento o i singoli reparti ( paga di posto, riduzione orario, premio di produzione, assegni al merito, ecc.).

 

Arriva la SKF

La recessione che investì il sistema produttivo italiano dopo il "boom" economico non ebbe riguardi per nessuno, anche se in alcuni casi i problemi vennero accentuati da fatti interne alle singole aziende. Quando si sparse la voce che una società svedese aveva intenzione di entrare come patner delle Riv e aveva acquistato il pacchetto di maggioranza, le preoccupazioni furono molte. Perché questa scelta: necessità di un accordo nel settore del cuscinetto o semplice assorbimento della Riv ( Roberto Incerti Villar).

"L'Eco del Chisone" pone il fatto come passo verso l'integrazione tra i due produttori di cuscinetti : " La SKF è una grande azienda svedese che possiede 18 stabilimenti in tutta Europa ( in tutto 60.000 dipendenti circa). La Riv ne conta 18.000. Sembra che tale collaborazione sia stata ricercata nell'interesse dei due gruppi per difendere il mercato europeo del cuscinetto dalla recente concorrenza di una sigla giapponese." ()

Gli interrogativi si fanno più pressanti con il passare del tempo. Cominciano a sorgere seri dubbi che la Riv abbia ancora una sua autonomia decisionale in campo produttivo e non sia solo più una branca della SKF. Questo stato di cose viene anche confermato da una nuova politica del personale perseguita dalla Direzione: " Dopo l'applicazione delle squadre zero, anticamera per il licenziamento per quanti hanno la sventura di diventare meno efficienti fisicamente; dopo il ricorso, specie ad Airasca e a Pinerolo, alla brutale alternativa negatrice di ogni rispetto della persona umana e di ogni diritto sindacale; ' declassamento o dimissioni'; dopo l'incrudirsi di una disciplina che rischia di smorzare nelle maestranze ogni e qualsiasi senso di collaborazione cosciente, siamo giunti alla sospensione e ai licenziamenti." ()

Sarà lo stesso Agnelli, in occasione dell'annuale assemblea degli Azionisti Riv, a comunicare che si era creata un'unica unità aziendale tra la Riv e la Skf e che questo gruppo apparterrà per il 77,5% alla Skf e per il 22,5% alla Riv. Di fatto la Riv veniva assorbita dal gruppo svedese della Skf. Addirittura si volle colorare di segni politici questo matrimonio tra la Riv e la Skf: "Il collegamento della Riv con un'azienda che ha prosperato in un paese socialista, come ricorda l'avv. Agnelli, dovrebbe facilitare il superamento di remore che parte del nostro mondo industriale rileva verso l'attuale governo di centro sinistra ". ()

Tuttavia Agnelli non riuscirà a dare risposte rassicuranti sul piano dell'occupazione, ponendo un'alternativa che sarà di preannunzio di un fosco futuro: produrre di più con lo stesso numero di uomini o produrre nelle stesse quantità con un minor numero di occupati.

Era reale l'esistenza di problemi produttivi sul mercato europeo del cuscinetto, anche se poi Agnelli usò la ristrutturazione negli stabilimenti Riv per mettere alle corde tutto il settore di opposizione del sindacato." La strategia di Agnelli era di fare l'accordo con la Skf prima che la concorrenza di questa multinazionale avesse potuto creare delle difficoltà alla Riv. Agnelli acquistò il 25% delle azioni della Skf, in cambio ha avuto il mercato italiano. Però fatti i conti sul piano dell'occupazione c'erano troppi operaie chi ha pagato è stata la Riv." ()

Per Tonino Chiriotti all'arrivo " della Skf non ci sono state preclusioni da parte nostra, consapevoli ormai della internazionalizzazione del mondo della produzione, pur consapevoli del rischio che in questa prima fase l'arrivo di una multinazionale poteva significare una riduzione dell'occupazione. Questo perché in primo luogo venivano fatti gli interessi della casa madre e po quelli dei paesi satelliti. Però dal punto della

razionalizzazione produttiva e del mercato questa integrazione poteva essere vista positivamente." ()

 

I licenziamenti "volontari"

 

Il clima che si respirava in fabbrica non era sicuramente dei migliori. Ne fa fede la lettera inviata da Renato Davico, della segreteria della Fim-Cisl provinciale, al Prefetto di Torino Caso. In essa si denuncia la palese violazione degli accordi contrattuali, la quale avviene " nelle pressioni psicologiche esercitate dai dirigenti dell'azienda per ottenere delle 'dimissioni volontarie' tra i propri dipendenti, mascherando le stesse sotto forma di procedura di rescissione consensuale del rapporto di lavoro e di impiego. Dall'inizio del corrente anno circa 500 lavoratori hanno già lasciato il servizio e un centinaio di impiegati sono stati posti d'autorità in aspettativa, ai numerosi declassamenti di categoria fatti subire ai lavoratori ponendo agli stessi l'alternativa del trasferimento ad un appositamente istituito 'reparto zero' ( che comporta per il lavoratore una sensibile perdita salariale ), al paventato licenziamento in caso di rifiuto". ()

Se queste erano le principali vessazioni fatte subire ai lavoratori, l'esponente della Cisl esprime anche la sua preoccupazione per una paventata riduzione degli occupati negli stabilimenti Riv-Skf di circa 2000 unità, senza che il sindacato fosse riuscito ad instaurare un effettivo confronto con la Riv ed essere informato dei futuri programmi produttivi e dei relativi assetti occupazionali.

"L'Eco del Chisone" sembra voler avvalorare la sensibilità di tatto esistente nello stabilimento di Villar Perosa, in quanto pare " che alla RIV di Villar Perosa gli 'sfoltimenti di personale' siano stati compiuti in modo da non pregiudicare la sicurezza economica dei licenziati: e di questo va dato atto alla Direzione dello Stabilimento." () A questo articolo risponde il segretario provinciale della Fim-Cisl affermando che " siamo a conoscenza che non mancano tra i colpiti dal provvedimento persone che si trovano in situazione economica familiare di estremo bisogno e altre a cui la notifica è pervenuta dopo il loro rientro in servizio dopo lungo periodo di grave malattia." ()

Sempre il segretario provinciale della Fim-Cisl, rispondendo alle osservazione fatte sul giornale cattolico inerenti al tipo di scioperi dichiarati, alla democrazia all'interno del sindacato e ad atti di sabotaggio ( travi gettati sui binari del tram, all'altezza del ponte di S. Germano, per impedire il trasporto degli operai durante gli scioperi), ribadisce che i concetti di libertà e democrazia hanno sempre contraddistinto la sua organizzazione. Valori, ricorda Renato Davico, poco conosciuti dalla Direzione Riv che ha " fatto portare con i pullman, scortati dai sorveglianti dell'azienda, gli operai direttamente all'interno dello stabilimento, di consegnare ad ogni operaio giunti sul lavoro con propri mezzi buoni per il prelievo gratuito di 5 litri di benzina ( questi fatti sono avvenuti nello stabilimento di Airasca), di pretendere dagli impiegati che hanno partecipato allo sciopero del 19 giugno una dichiarazione scritta sui motivi di tale loro astensione dal lavoro ". ()

Mentre nel luglio del 1964 il governo di centro-sinistra si insediava ( Presidente del Consiglio Aldo Moro, Vice Presidente Pietro Nenni) e una nuova fase politica si apriva all'Italia, le ferie dei dipendenti Riv non furono tranquille. " La voce da noi ripresa - scrive "L'Eco del Chisone" - circa possibili massicci licenziamenti da effettuarsi durante il periodo delle ferie, è stata di fatto confermata dalla Fim-Cisl che ha esaminato la situazione Riv nello stesso comitato esecutivo del sindacato." ()

In proposito il segretario generale della Cisl Luigi Macario interpellò direttamente Aldo Moro e le altre autorità governative, esprimendo la preoccupazione di una secca riduzione del personale. Questo porterebbe " al paradosso che il gruppo finanziario italiano dopo aver sfruttato al massimo l'azienda ed i suoi dipendenti e dopo aver messo al sicuro i capitali con una vantaggiosa operazione di concentrazione industriale, venga oggi godere i vantaggi di un provvedimento impopolare e antisociale, che altrimenti non avrebbe realizzato."()

Fece sentire la sua voce presso il Presidente del Consiglio anche il vescovo di Pinerolo Santo Quadri, inviando una lettera nella quale a nome dell'Episcopato Piemontese per i problemi del mondo del lavoro si esprimeva il disagio della realtà pinerolese in presenza di aziende come " la Cotonificio Valle Susa, la Manifattura Mazzonis, la Beloit-Italia e la Riv hanno licenziato o stanno per licenziare un numero considerevole di operai."()

 

Non era sicuramente un falso allarme: la Beloit licenzia , La Riv annuncia la sospensione di 300 operai, nel tessile una parte dei 4.000 occupati è a orario ridotto mentre mille sono sospesi a zero ore e i 1.200 minatori della "Talco e Grafite" lavorano da 24 a 32 ore.

 

La RIV-SKF "ristruttura" il sindacato: 900 sospensioni

Alla Riv la situazione precipita: vengono inviate 900 lettere di sospensioni, 600 alla Riv di Torino e 300 alla Riv di Villar Perosa. L'integrazione con il gruppo svedese comincia a richiedere i primi prezzi.

La risposta degli operai e del sindacato è immediata sia a Torino che a Villar. Il 1° febbraio inizia, dal primo, turno lo "sciopero bianco" dei lavoratori della Riv ." Insieme a tutti i loro compagni di lotta entreranno negli stabilimenti di Torino e di Villar Perosa anche i 900 dipendenti che si sono visti recapitare dalla direzione le lettere di sospensione. Dietro a questi operai - molti di essi con decine di anni di anzianità di fabbrica ci sono le loro famiglie, i loro figli, decisi a sostenere la lotta insieme agli altri. Numerosi sono tra i colpiti i militanti delle operaie, gli attivisti sindacali, il che può servire ad illuminare sui reali scopi dell'azienda." () A Torino mille dipendenti sfilano in corteo durante lo sciopero organizzato dalla Fim-Cisl, Fiom Cgil e Uilm-Uil. A Villar Perosa " sono entrati in fabbrica, secondo i turni, sia i lavoratori che hanno mantenuto il posto, sia quelli sospesi a tempo indeterminato. I primi hanno incrociato le braccia davanti alle macchine ferme, mentre gli altri si sono radunati in refettorio per ascoltare le direttive impartite dai membri della commissione interna.

Successivamente sono usciti tutti insieme dallo stabilimento ed hanno formato un corteo che si è recato sulla piazza del municipio. In fabbrica sono rimasti gli operai dei reparti dell'utensileria e manutenzione, dove si sono verificate le defezioni. A Torino lo sciopero bianco si è svolto in maniera analoga, ma con maggior numero di aderenti." ()

Come si è già accennato, la Riv utilizzò la crisi e la ristrutturazione per smembrare la forza sindacale di opposizione presente nell'azienda. Per Chiriotti " eravamo in presenza di una prima grande crisi industriale e della prima grande ristrutturazione industriale. Questo era un dato oggettivo. Però la Riv-Skf ha utilizzato questo periodo per ristrutturare anche il sindacato: se nella prima fase aveva adottato i reparti confino e colpito i compagni della Fiom-Cgil, in questa seconda fase ha colpito pesantemente la Fim-Cisl, nel senso che eravamo il soggetto unitario per eccellenza con la Fiom e stavamo costruendo, forse inavvertitamente, un sindacato unitario e sicuramente in modo consapevole un sindacato unitario nei fatti. Eravamo i soggetti organizzativi delle lotte durissime alla Riv-Skf italiana e quindi la Skf ha utilizzato questa fase per pestare sodo sulla Fim-Cisl. Ricordo che in un anno abbiamo rifatto tre volte le sezioni sindacali aziendali, le famose Sas, perché in una prima fase la Riv ha spedito i nostri quadri in Svezia: o accettare il trasferimento o si veniva licenziati. In una seconda fase vi è stato il trasferimento alla Fiat; anche in questo caso prendere o lasciare. La terza fase è quella dei quasi trecento licenziamenti, nei quali ha inserito una buona parte dei nostri quadri. Fatto questo, arrivati nel 1966, in seguito allo sciopero alla Riv di Airasca sono stato licenziato."()

Colpire al cuore dell'opposizione: la CGIL

L'azione antisindacale portata avanti con pervicacia dalla Riv viene confermata e ribadita da Eugenio Morero, militante comunista e della Fiom, allora operaio alla Riv. "Il padrone prendendo pretesto della crisi ha cercato di smantellare il sindacato, la forza sindacale che c'era alla Riv. Dei 600 operai sospesi a Torino il 98% erano della Fiom, il nucleo centrale della Fiom e anche a Villar Perosa. Quell'anno non siamo quasi più riusciti a fare la lista per le elezioni della C.i., perché ad eccezione di quelli in carica nella C.i., sono stati messi fuori dalla fabbrica tutti i nostri militanti. Prima della crisi i nostri militanti erano stati tolti dai reparti e mandati nei reparti confino." ()

La lotta contro i licenziamenti si estende fuori dalla fabbrica, per sensibilizzare l'opinione pubblica: un lungo corte parte da Villar per giungere a piedi fino a Pinerolo. Oltre cinquecento dipendenti dello stabilimento Riv compiono questa marcia di protesta, lunga 12 chilometri, per denunciare le sospensioni e i licenziamenti avvenuti a Villar e a Torino. Per Emilio Pugno della Fiom-Cgil " ci troviamo quindi di fronte ad un preciso attacco padronale; ridurre l'occupazione, bloccare tutte le rivendicazioni operaie. Sono due aspetti di un'unica battaglia che il movimento operaio deve condurre avanti con tutte le sue forze, superando tutte le difficoltà." ()

Per Alberto Tridente della Fim Cisl " Oltre ad essere un modo antisociale di scaricare le responsabilità di errori e di incapacità imprenditoriali sui lavoratori (...) è anche un vero e proprio attacco di classe portato con decisione dal padronato."(), mentre Ferruccio Ferrari della Uilm-Uil si faceva portavoce dell'unica strada accettabile per il sindacato: "

assorbimento totale dei lavoratori sospesi dal ciclo produttivo."()

Tutto questo avviene mentre alla Mazzonis di Pralafera i lavoratori occupano lo stabilimento contro la minaccia dei licenziamenti, preludio della chiusura voluta dalla proprietà.

 

Lo sciopero bianco, l'entrata in fabbrica degli operai sospesi è una sfida che la Riv non può subire passivamente: metodo di lotte che lede non solo il sacro principio della proprietà privata, ma incrina anche il senso del potere padronale: La risposta dell'azienda non si fa attendere: a tutti i 900 lavoratori sospesi viene inviata una lettera che li diffida ad entrare in fabbrica pena il ricorso a gravi provvedimenti disciplinari nei loro confronti. " Un atto questo che rimarca, senza veli, l'intenzione dei suoi ispiratori - scrive il quotidiano "L'Unità" facendosi portavoce delle opposizioni sindacali - di proseguire nell'attacco globale alle conquiste e ai diritti dei lavoratori: dalla garanzia del posto di lavoro all'esercizio del diritto di sciopero." ()

La decisa presa di posizione della Riv non fa altro che compattare il movimento e la stessa unità d'azione delle forze sindacali. Il nodo delle 900 sospensione viene ad coinvolgere direttamente il governo allora in carica: mercoledì 10 febbraio il ministro del lavoro ha convocato a Roma i rappresentanti della Riv e le organizzazioni dei lavoratori. Alla riunione presenzierà anche una delegazione di dipendenti della Riv. Intanto un gruppo di parlamentari torinesi del Pci, Psi, Psiup, Dc e Psdi si recheranno davanti ai cancelli della Riv di via Nizza e avranno un incontro con i lavoratori in lotta.

La Riv non recederà dalle sue posizioni nonostante l'intervento della mediazione governativa, ne è esempio la lettera di diffida inviata ai 900 sospesi. Non solo la Direzione Riv " proseguì la sua linea di attacco e di divisione dei lavoratori: dopo i licenziamenti di rappresaglia richiamò all'ordine impiegati e capi-squadra che avevano scioperato ed anche partecipato ai cortei. Alcuni, dietro minacce, firmarono una dichiarazione in cui affermavano che avevano scioperato solo perché costretti dai picchetti operai." ()

La RIV gioca pesante: 44 licenziamenti per rappresaglia

L'azienda di Agnelli palesa subito la sua intenzione di perseguire un gioco duro. Compiendo un atto grave e provocatorio - alla vigilia dell'incontro a Roma tra il Ministro del Lavoro le parte padronali e sindacali - licenzia numerosi lavoratori dello stabilimento di Torino: 44 dipendenti, 12 operai sospesi e 32 che non si trovavano nella lista dei sospesi ricevono la lettera di notificazione del licenziamento. Quelli sospesi sarebbero stati licenziati perché avevano varcato i cancelli della fabbrica durante gli scioperi, gli altri per aver insultato dei dirigenti e dei dipendenti che non aderivano allo sciopero.

 

 

 

" Il licenziamento ha colpito lavoratori facente parte del gruppo dei 900 sospesi che negli scorsi giorni avevano effettuato lo sciopero bianco in fabbrica, ma anche lavoratori che, dopo la sospensione, non erano più entrati nello stabilimento: agli uni e agli altri indiscriminatamente, la RIV - che palesa così chiaramente il suo atteggiamento provocatorio e il suo sprezzo assoluto nei confronti dei lavoratori e delle leggi dello Stato - contesta una 'violazione della proprietà privata'. Altri operai non appartenenti al gruppo dei sospesi sono stati licenziati per ' atti di indisciplina commessi nei giorni scorsi', cioè per avere usato del loro diritto di sciopero in difesa del posto di lavoro." ()

E' ancora il giornale comunista a descrivere con efficacia emotiva la mannaia del licenziamento per rappresaglia che veniva calata sugli iscritti e militanti sindacali: " Abramo Vieceli, operaio con 35 anni di lavoro alla RIV, anche stamani era presente davanti allo stabilimento di via Nizza, puntuale come sempre, tra la folla dei 'picchetti'. Aveva in mano la lettera con cui il capo del personale gli comunicava il licenziamento in tronco per ' gravi violazioni alla disciplina aziendale'. Licenziata con lui la moglie Francesca, pur essa dipendente Riv da oltre 25 anni. Con analoghe motivazioni, vergognosamente inventate, sono stati gettati sul lastrico nel giro di poche ore: sono vecchi militanti dei partiti operai, attivisti della FIOM, della CISL, delle ACLI, madri di famiglia, partigiani della lotta di Liberazione." ()

Il Pci non usa mezzi termini contro le scelte operate dalla Riv. Accuse che investono la compagine governativa " che sempre ha favorito gli interessi dei gruppi privati a discapito di quelli collettivi, della nazione" (), e lo stesso Agnelli che oltre a ridurre a 40 ore l'orario di lavoro getta sul lastrico " Questi operai e tecnici della RIV, che con il loro sudore e la loro intelligenza hanno costruito ben nove stabilimenti in Italia e nel mondo, qualificandosi tra i più professionalmente capaci della nostra industria." ()

 

 

Non solo, ma i comunisti ritengono questo un affronto perché gli "operai della RIV hanno un passato che nessuno deve dimenticare: hanno difeso, durante la guerra, con decine di caduti partigiani, lo stabilimento dalla distruzione nazifascista; hanno pagato un doloroso prezzo con centinaia di morti sotto il bombardamento nel 1944; dopo la guerra hanno riorganizzato la produzione, dando così un contributo decisivo alla ricostruzione economica del Paese.()" LO sbocco possibile per il Pci era il seguente: I) revisione degli accordi con la Sfk per opera del Governo; 2) intervento governativo per porre fine a tutti i licenziamenti e le sospensioni a zero ore, 3) il varo di una legge sulla giusta causa dei licenziamenti collettivi e individuali.

Una politica che il Pci vedeva concretizzabile solo attraverso un potenziamento del potere dei lavoratori e dei sindacati, tramite il riconoscimento giuridico della Commissioni interne e delle libertà sindacali nelle fabbriche, e, più in generale con " UNA PROGRAMMAZIONE DEMOCRATICA, che partendo dalle esigenze delle masse lavoratrici, risolva la grave crisi che attraversa l'industria, e riproponga uno sviluppo economico del Paese coerente con la piena occupazione". ()

 

Anche la sesta sezione della Democrazia cristiana di Torino fa sentire la sua voce in merito ai gravi provvedimenti assunti dalla Riv. Nel Direttivo del giorno 10 febbraio 1965 invita le massime autorità ( Aldo Moro, Giulio Pastore, Carlo Donat Cattin, Edoardo Calleri, Elio Borgogmo, tutti i parlamentari torinesi della Dc ad esaminare la situazione creatasi, a definire adeguati provvedimenti " per venire incontro alle necessità di molte famiglie; per togliere ai gruppi estremisti interessati l'arma per strumentalizzare il disordine ai fini di parte. ()"

 

 

La svolta di Papa Giovanni XXIII

Nel gettare sulla strada 44 persone la Riv ha scelto bene e non a caso. Non solo il vecchio militante del Cnl che vede nei soprusi del padronato una negazione dei valori della Liberazione o il militante della Fiom da sempre strenuo oppositore della controparte, ma anche i militanti di una nuova Cisl emersa negli anni sessanta, nella quale la politica dell'interclassismo e della lotta contro il comunismo era acqua passata sotto i ponti da tempo.

Tutto questo non avviene per virtù propria ma generato da un insieme di elementi economici, politici e culturali. L'11 aprile 1963 Giovanni XXIII emana la sua enciclica Pacem in terris, nella quale viene dichiarato ingiusto un sistema economico, anche se produce ricchezza , se la sua struttura e il suo funzionamento compromettono la dignità umana dei dipendenti e riduce i lavoratori a semplice appendice del sistema produttivi senza essere partecipi attivi e coscienti, oltre a trarre i dovuti benefici.

" La crisi dell'interclassismo cattolico - scrive Sergio Turone - ebbe origine e spinta nei contenuti delle encicliche dedicate da papa Giovanni XXIII al problema sociale. Forse nell'intera storia della chiesa fu quello il momento in cui il solidarismo cristiano manifestò con maggior coraggio la consapevolezza di dover acquisire al proprio patrimonio ideologico - senza snaturarne i principi - la capacità di affrontare in modo nuovo problemi come quello relativo agli equilibri sociali, risolti in passato con la sbrigativa condanna dogmatica delle nuove dottrine. Se nella tradizione consolidata del Cristianesimo - che rimanda all'altra vita il castigo dei ricchi - la scelta ideologica a favore dei poveri, esortati ad accettare con rassegnazione il proprio stato, si traduce di norma in un pietistico pauperismo che nella realtà dei rapporti temporali ha sempre lasciato alla chiesa largo margine per allearsi con i ceti più forti, l'insegnamento giovenneo mise in discussione le basi stesso di questo compromesso.

Per il mondo cristiano fu un grosso trauma. E il fatto che la Dc non ne abbia risentito, o abbia potuto assorbirlo con una scelta contingente di un'alleanza a sinistra, senza il dibattito ideologico che l'insegnamento giovanneo avrebbe imposto, dimostra - se occorressero altre prove - che l'originaria ispirazione cristiana del partito era ormai pochissimo sentita rispetto alle esigenze del potere. I contenuti delle encicliche di Giovanni XXIII ebbero invece larga incidenza nel sindacalismo cattolico, dove misero in moto una vivace dialettica di confronto e di scontro fra il vertice della Cisl, condizionato dal rapporto con la Dc, perciò indotto a filtrare con molta cautela le indicazioni giovannee, e la base operaia, desiderosa di tradurre subito quelle indicazioni in coraggiose scelte politiche." ()

La ricostruzione fatta da Turone risente di un eccessivo schematismo e rigidità di applicazione di alcune categorie storiche e paradigmi storiografici, volti nell'individuare una base sensibile alle indicazioni di Giovanni XXII e un vertice tutto proteso a difendere la vecchia ideologia interclassista e fedeltà democristiana. In parte fu così, anche se in realtà le riflessioni indotte dalle encicliche papale pervasero e penetrarono in tutto il mondo cattolica, seppur recepite con diversa sensibilità , così come furono anche diversi i risvolti in campo politico e sindacale.

 

Cresce la nuova opposizione: la CISL

Complessivamente la lezione conciliare mise in crisi definitivamente il modello di "sindacalismo cristiano", aprendo una feconda fase di laicizzazione. Questo portò la Cisl a rivendicare fino in fondo la sua autonomia dai partiti ( dalla Dc), messa al centro del V Congresso della Cisl ( Roma, aprile 1965 ), in cui Bruno Storti affermò che "il Presupposto comune, all'interno di una società caratterizzata dalla pluralità dei centri di decisione, è l'autonomia del sindacato."() Questa svolta inaugurò una nuova fase del rapporto sindacato-partito e il rafforzamento del principio di autonomia, emancipando di fatto dall'obbligo dei dirigenti e attivisti Cisl di dover completare la loro militanza sindacale con un impegno o un collateralismo con il partito di maggioranza relativa.

Ma tutto questo non era sufficiente a far nascere una nuova politica nella Cisl: la durezza dello scontro di classe, l'esigenza di coerenza con i principi mutuati nella formazione religiosa non consentiva né tollerava più abissali discrepanze tra le affermazioni di principio e i valori enunciati e il concreto della vita quotidiana.

 

Un passaggio non facile, irto di difficoltà che Tonino Chiriotti, personalmente come altri militanti della "nuova" Cisl di quegli anni ha dovuto superare. " La Chiesa predicava bene e razzolava male. Gli iscritti alla Cisl che provenivano dal mondo cattolico, dai Siccardi in poi era tutta gente che credeva nella giustizia sociale, ma quando si arriva alle lotte, almeno in quell'epoca, eh no!, bisognava andare con calma, non copiare i comunisti, non fare gli scioperi, e, comunque, non esporsi in prima persona. Già prima di essere licenziato, quante telefonate ho ricevuto in fabbrica, anche dal mio assistente spirituale don Barra e di altri preti: di fare attenzione a non copiare i comunisti, perché loro non concepivano lo sciopero, la lotta. All'invito di non comportarmi come un comunista io li invitavo a venire in fabbrica, a capire quali erano i problemi invece di chiacchierare, a provare a lavorare alla macchina e solo così potevano poi dire se erano giuste o meno le lotte che facevamo, soprattutto a bere al calice amaro che la gente beve rispetto al padronato, ai capireparto o ai capiservizio. Le gerarchie appena vedevano uno sciopero gli drizzavano gli orecchi. Essere dalla parte dei poveri, essere dalla parte degli sfruttati significava anche essere conseguenti. Quindi, visto che io ero della Cattolica ( Azione Cattolica ) avevo imparato tante cose: segnatamente il senso della giustizia; io consapevolmente o inconsapevolmente li ho applicati."()

Una Cisl che, pur partendo dalla sua cultura, pur affondando le radici nel patrimonio antropologico del sindacalismo cattolico maturava il rifiuto alla subordinazione della logica capitalistica, esprimeva il proprio rifiuto e denunciava le cause dello sfruttamento del lavoro dipendente, pertanto i suoi militanti a liberarsi " non solo dai residui corporativistici presenti nella loro tradizione culturale, ma anche del complesso del 'classismo' che pareva non poter coesistere con l'interclassismo dichiarato del partito democristiano in cui continuava a militare la maggioranza degli iscritti alla Cisl." () Una posizione politica, un'elaborazione culturale che partendo da quegli anni e sviluppandosi anche nel corso degli anni settanta porterà l'anima alla sinistra della Cisl, a " concepire positivamente il concetto di autonomia dal politico e dal sociale, 'legata alla capacità del sindacato di operare come 'organizzazione di classe', all'interno di una società divisa in classi, in cui si deve operare con metodo schiettamente sindacale, per la tutela economica, professionale e civile dei lavoratori, lungo una linea egualitaria, che deve tendenzialmente portare al superamento delle discriminazione di classe." ()

Tuttavia non era facile costruire una mobilitazione di lunga durata contro la politica della Riv:" Abbiamo fatto la marcia da Villar Perosa a Pinerolo a piedi: abbiamo fatto un corteo per portare anche all'esterno i nostri problemi della fabbrica. Abbiamo cercato di resistere con degli scioperi alle sospensioni, ma con il passare delle settimane la tensione si attenuava e siamo rimasti solo più noi della C.I.. I licenziamenti per rappresaglia erano una risposta del padronato per contrastare e impedire la mobilitazione dei lavoratori."()

 

Per un sindacato unitario

Quelli sono starti gli anni in cui è stata fondata la pratica unitaria nel sindacato alla Riv. " In quegli anni viaggiavamo molto bene con la Fiom, mentre la Uil è sempre stata un po' il sindacato moderato, non voglio dire filopadronale, ma sicuramente tardivo rispetto alle decisioni da assumere. Noi già in quell'epoca per salvaguardare l'occupazione ci muovevamo nel senso della riduzione di orario, della cassa integrazione a rotazione e altre cose difensive che ci permettevano di reggere in quella fase negativa del mercato. Cercare di favorire una riduzione naturale dell'occupazione, incentivando i licenziamenti e cose di questo tipo.. In quegli anni sono state fatte molte delle prime attività unitarie di Fiom-Fim-Uilm: gli spiccheraggi unitari nella val Chisone con le tre macchine Fim-Fiom-Uilm sono state battezzate in quegli anni. Una cosa grande. L'unità sindacale l'abbiamo costruita in quel contesto, con l'attività sindacale. Sono stati

gli anni più belli che hanno precorso gli anni settanta. Erano ormai superate le contrapposizioni sindacali degli anni cinquanta, anche perché vi è stato un cambio fortissimo di quadri nella Fim-Cisl." ()

Vittorio Foa con la sua sensibilità e intelligenza che sempre lo ha contraddistinto , vide fin dagli albori del centro sinistra la possibilità di una nuova unità sindacale grazie anche ai mutamenti che sarebbero avvenuti nel mondo cattolico e nel suo stesso mondo sindacale, pur cosparso di contraddizioni e colpi di coda verso un'apertura a sinistra nel campo sindacale e a nuove fase di unità ( quelle poi anticipate nella Fim-Cisl), un processo che secondo il dirigente della Cgil che si stava avviando nei fatti. Foa invitò, nel suo intervento svolto nel marzo del 1962 al direttivo nazionale della Cgil, a prendere in considerazione con attenzione la " nuova situazione politica in cui siamo entrati. Di essa dobbiamo avere l'intelligenza e anche l'apertura mentale per

cogliere tutti gli elementi positivi che sono anche frutto delle lotte operaie, come pure di contraddizioni e maturazioni importanti.(...) Di fronte alle questione qui sollevate sulla Cisl e la sua politica, io non vi nascondo che nelle contraddizioni fra volontà politica di creare rotture e le tendenze che emergono nella ricerca di una maggior responsabilità della Cisl verso i lavoratori, noi dobbiamo saper dare molta importanza a questo secondo fatto, dobbiamo dare molta importanza a tutto il potenziale unitario che c'è nella Cisl, denunciando vigorosamente tutti gli attacchi separatisti o scissionisti o discriminatori, denunciandoli senza peli sulla lingua, ma sapendo metterli in contraddizione con un processo che è reale e positivo. Proprio per questo io credo che giungano per noi tempi più maturi per la definizione di una politica specifica e autonoma del sindacato. Io credo che maturino per noi tempi più propizi a forme di unità più avanzate; non penso, oggi, evidentemente, a forme di unità organica, che sono ancora largamente influenzate dalla situazione politica, ma penso a un'estensione, a una sistematizzazione dell'unità d'azione."()

Eugenio Morero delinea anche una mappa dei reparti più combattivi della Riv di Villar Perosa che " erano l'utensileria, la rettifica, dove noi eravamo una forza considerevole come sindacato, le gabbie, i fabbri, una parte degli elettricisti. Nelle rettifiche era più combattivo un turno che l'altro: il turno dove c'era Cocourde che era membro di C.i.: L'utensileria perché erano i più qualificati, che avevano studiato di più e che discutevano di più. I reparti più combattivi erano quelli dove la gente era culturalmente e politicamente più preparata." ()

 

Intanto le trattative sulla vertenza Riv a Roma prendono sempre di più un brutta piega: l'azienda non è per nulla conciliante sulla sorte dei licenziati e dei sospesi. La disponibilità si limita a " misure a favore di singoli lavoratori, ma è prospettiva limitata a qualche decina di unità ed in ogni caso già discussa nei rapporti tra azienda e commissioni interne. "()

 

La piaga della disoccupazione

Il pinerolese in questi difficili anni che vedono falcidiata l'occupazione, si interrogano sulle prospettive della zona. Per fare il punto della situazione viene convocato un Convegno degli amministratori pubblici che aprirà la sua assise il 14 febbraio 1965. La finalità del Convegno è chiara ed è esplicitata fin dalle prime righe della relazione introduttiva: " L'Amministrazione Comunale di Pinerolo e le Presidenze dei Consigli di Valle Pellice e Chisone-Germanasca hanno ravvisato la necessità, l'urgenza anzi, di richiamare di fronte agli Amministratore degli enti locali, ai rappresentanti delle forze di lavoro ed imprenditoriali, a tutta l'opinione pubblica in definitiva, l'estrema gravità ed il rapido deterioramento delle condizioni economiche della zona. "()

Riv, Beloit, Mazzonis, ecc. sono tante spie di allarme che illuminano il pinerolese. Il movimento di forza lavoro in negativo che riportiamo ( Fonte: "L'Eco del Chisone", 20 gennaio 1965) non ha bisogno di commenti:

VARIAZIONE OCCUPAZIONE NEL PINEROLESE

1963 1964 VARIAZIONE

Dipendenti Dipendenti OCCUPAZIONE

R.I.V.

Villar Perosa 5.180 4.640 - 540

Pinerolo 790 750 - 40

Airasca 1.200 950 - 250

BELOIT 1.220 1.010 - 210

MARTIN 135 95

 

 

- 76 -

MUSTAD 80 78 - 2

MAZZONIS

Pralafera 1.115 1.010 - 105

Torre Pellice 620 600 - 20

CRUMIERE

Villa Pellice 125 120 - 5

TURATI

 

Lusernetta 295 218 - 77

Pinerolo 190 179 - 11

LAN. VACIAGO

Lusernetta 180 110 - 70

TURK

Pinerolo 122 109 - 13

C.V.S.

Perosa Argentina 900 745 - 155

GUTERMANN

Perosa Argentina 905 830 - 75

 

WIDEMANN

San Germano 460 420 - 40

ALBE

Cantalupa 80 Chiusa - 80

TALCO-GRAFITE

Miniere 575 540 - 35

San Sebastiano 60 57 - 3

Malanaggio 170 164 - 6

Elettrodi 140 120 - 20

Isolantite 225 210 - 15

Sede 65 62 - 2

------- -------- ------

TOTALE 14.832 13.017 - 1.815

 

 

VARIAZIONI ORARI DI LAVORO

 

Numero Riduzione orario Numero addetti

addetti di lavoro interessati

RIV

Villar Perosa 4.260 a 0 ore sett. 300

a 40 ore 3.800

Airasca 830 a 40 ore 800

Pinerolo 680 a 44 ore 620

 

BELOIT

Fonderia 170 a 0 ore 60

a 24 ore 100

Meccanica 550 a 0 ore 120

a 24 ore 410

MAZZONIS

Torre Pellice 575 a 0 ore 9

a 36 ore 140

a 40 ore 410

Pralafera 980 a 0 ore 580

a 24 ore 390

 

CRUMIERE

Villar Pellice 120 a 35 ore 120

C.V.S.

Perosa Argentina 720 a 0 ore 78

 

GUTERMANN

 

 

Perosa Argentina 770 a 0 ore 35

a 24 ore 180

a 40 ore 490

WIDEMANN

S. Germano Chis. 400 a 0 ore 40

a 40 ore 320

VACIAGO

Luserna 105 a 0 ore 30

a 24 ore 55

a 40 ore 20

TURATI

Pinerolo 174 a 0 ore 10

Lusernetta 218 a 0 ore 5

 

TURK

Pinerolo 102 a 0 ore 22

a 32 ore 70

TALCO E GRAFITE 1.050 a 0 ore 25

a 24 ore 220

a 28 ore 540

a 40 ore 210

MUSTAD

 

Pinerolo 78 a 40 ore 75

---------- ---------

TOTALE 11.782 10.284

 

 

I sindacati tentarono la carte dello sciopero provinciale proclamato per il 23 febbraio. A pari passo con la lotta degli operai della Riv si snodò la mobilitazione delle maestranze della Mazzonis di Pralafera per contrastare lo smantellamento dello stabilimento. Non sempre a Villar lo sciopero riesce compatto: la Direzione riesce con varie forme di pressione a incrinare il fronte di lotta. Lo stesso Sergio Garavini deve ammettere tra le

righe che le lotte operaie " sono combattute da uomini, da padri di famiglia, che sono soggetti alle difficoltà della vita, così pesanti in questo periodo, e dunque anche una lotta eroica come quella della RIV sono sorte delle difficoltà, che i sindacati hanno unitariamente rilevato, rafforzando il loro appello alla lotta e nello stesso tempo dando alla lotta stessa una forma nuova che consenta, come si dice, di riprendere il fiato in una azione articolata sindacale nell'azienda." ()

 

La RIV non cede

D'altra parte le trattative a Roma, seppur con l'intervento e la mediazione dello stesso Presidente del consiglio, non giungono a positivi sbocchi per gli operai della Riv. Il programma di ristrutturazione del gruppo Riv-Skf continuava la sua strada nella logica della riorganizzazione produttiva finalizzata ad un maggior controllo del mercato del cuscinetto e quindi ad un innalzamento dei livelli di profitto. A pari passo, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, Agnelli perseguì una ridefinizione dei rapporti di potere con il sindacato all'interno delle officine, limitando la libertà sindacale sui luoghi di lavoro. Certo, a Villar episodi di repressioni eclatanti sono sporadici, ma il paternalismo, che si trasforma anche in clientelismo, è la lunga e capiente mano che tutto raccoglie nel suo grembo. Essere invisi alla Direzione voleva anche dire precludere ogni possibilità a figli, parenti e amici di essere assunti.()

Agnelli in una intervista concessa a "L'Eco del Chisone", ostenta sicurezza : "saremo più forti". E' convinzione dell'avvocato che "L'incorporazione recherà a tutto il gruppo e al complesso italiano notevoli vantaggi tecnici, commerciali e finanziari che non si sarebbero ottenuti rimanendo divisi".() L'ottimismo di Agnelli era fondato, ovviamente dal suo punto di vista di imprenditore ma dimenticava il prezzo pagato dai suoi dipendenti per questo rilancio produttivo del cuscinetto italiano.

Il futuro non era roseo per la Vallata ed era questo il tenore della lettera che Giulio Pastore inviava a Carlo Borra per rendergli noto i risultati del suo incontro con Gianni Agnelli. " Ho chiesto di vedere l'avvocato Gianni Agnelli e l'ho di fatto incontrato oggi a Roma al mio studio.

In realtà non è che avessi da chiedere cose concrete; mi era invece ripromesso di intrattenermi con lui sulla eventuale possibilità di dare luogo sulle tue terre ad iniziative industriali nuove (...) Egli mi ha assicurato che per il 1965 non si avranno ulteriori flessioni nell'occupazione nell'ambito delle loro aziende e che la proposta di nuove iniziative è ben presente anche se per ora non prende forma concreta. Si tratterebbe in ogni caso ovviamente di iniziative nel campo della meccanica.

Tanto credo di doverti comunicare non senza raccomandarti di evitare che questa mia misurata lettera abbia suscitare eccessive speranze". ()

 

Ma tutto non era ancora finito. L'estate si preannuncia nuovamente calda in campo sindacale: in seguito ad un accordo raggiunto fra la Direzione RIV e la Direzione Fiat 200 operai sono trasferiti alla Fiat . Di questi, 97 erano occupati a Villar e i restanti 103 a Torino. Buona parte degli operai occupati a Villar e trsferiti a Torino nella zona fra Porte e S. Germano. La Riv, magnanima, per compensare il disagio concede un'indennità pro capite di L. 50.000.

Le esigenze di ordine produttivo marciano sempre a pari passo con quelle di ordine politico. E' la Fim-Cisl a denunciare, nel novembre del 1965, la cocciuta volontà antisindacale della Riv " che persiste la intransigente ricerca di eliminare in primo luogo i militanti e i quadri responsabili del Sindacato alla RIV-SKF. Questo atteggiamento persecutorio assume addirittura un aspetto prioritario nella politica occupazionale dell'azienda. "()

 

 

I fatti di Airasca del 17 febbraio: il licenziamento di Chiriotti

A Villar Perosa il clima sindacale si surriscalda. Siamo nel febbraio del 1966. L'episodio di Villa Perosa riguarda due membri di commissione interna: Chiriotti e Bertalmio. Entrambi vennero sospesi per motivi disciplinari senza che nella notifica del provvedimento la Direzione Riv-Skfrimandi ad articoli specifici del regolamento interno, e senza aver interpellato i diretti interessati prima di giungere al provvedimento.

L'atto compiuto dai due attivisti sindacali, e che fece scattare il provvedimento, consisteva nell'aver consegnato ad alcuni operai un foglio in cui vi erano trascritti le percentuali degli scioperanti in occasione dello sciopero dei metalmeccanici avvenuto il 1 febbraio 1966. Per l'azienda i due sindacalisti della Fim-Cisl erano già recidivi: avevano già subito una simile provvedimento disciplinare per aver distribuito, nel marzo del 1965, in busta chiusa le tessere della Cisl ad alcuni iscritti.()"

 

Il futuro di Chiriotti, uomo di punta della nuova Cisl pinerolese, era ormai segnato. La Riv attendeva solo l'occasione più propizia per mettere fuori dall'officina un sindacalista che si batte per l'autonomia del sindacato, per la sua unità e poco incline ai richiami interclassisti, ma, anzi, nel vedere nei diritti dei lavoratori e nella loro dignità umana le motivazioni ideali e politiche di tutta l'attività sindacale.

L'occasione si presenta pochi giorni dopo, in occasione del 17 febbraio e dello sciopero dichiarato dal sindacato alla Riv di Airasca, stabilimento che, insieme a quello di Pinerolo, era sempre molto restii ad aderire alle agitazioni sindacali.

" Si è arrivato al mio licenziamento - racconta Tonino Chiriotti - con lo sciopero della Riv di Airasca, il 17 febbraio 1966. Abbiamo deciso il picchettaggio pesante alla Riv di Airasca: siamo andati giù alla mattina presto, abbiamo bloccato i pullmans. Abbiamo consentito alla gente di scendere. Stessa operazione abbiamo fatto al turno centrale. Sono arrivati i carabinieri e ci hanno arrestato, io , Fiammotto e Aloia e ci hanno portato a None. Ci hanno poi tirato fuori alle quattro del pomeriggio il sindaco Aurelio Bernardi. Il capo del personale mi ha fatto firmare per ricevuta la lettera di licenziamento in tronco."() Tra l'altro durante il fermo nella caserma dei carabinieri di None non avveniva nessuna contestazione formale ai tre sindacalisti, tantomeno stilato un verbale in loro presenza. Tuttavia alcuni giorni dopo l'autorità giudiziaria di Pubblica Sicurezza inoltrava alla Procura della Repubblica di Pinerolo una denuncia nei confronti dei tre sindacalisti ai sensi dell'art, 650 ( disubbidienza agli ordini di P.S.).

Chiriotti nel pinerolese era molto conosciuto, anche stimato da chi non accettava sempre il suo eccessivo decisionismo ed entusiasmo quando si trattava di proclamare lo sciopero ( Eugenio Morero riferisce che Chiriotti ero per lo sciopero ad ogni costo, senza troppi tentennamenti: se l'obiettivo, il motivo della lotta era giusto si bloccava tutto.).

 

 

La posizione de "L'Eco"...

Si elevano proteste a destra e a sinistra. "L'Eco del Chisone" con un articolo di fondo non firmato condanna recisamente l'atto di grave intimidazione rivolto al sindacato nella prima persona del sindacalista della Cisl. Il settinale non perora sicuramente l' esaltazione dello sciopero, della lotta, e leggendo tra le righe si condanna ogni intimidazione ( anche quella sindacale): " Col diritto di scioperare va rispettato il legittimo diritto di lavorare. Non si possono condannare efficacemente le intimidazioni all'interno della azienda, se non si esclude ogni forma di intimidazione anche all'esterno." ()

Pur condannando il licenziamento e difendendo a spada tratta i sacri diritti della dignità umana dei lavoratori, "L'Eco" cerca sempre di perseguire una posizione mediana e cauta con un colpo alla botte ( la repressione padronale) a l'altro al cerchio ( il picchettaggio, l' eccessivo ricorso allo sciopero). " Più che sul picchettaggio ( nelle suo forme lecite), è soprattutto su un'azione di tempestiva informazione e convinzione da parte dei dirigenti sindacali che occorre far leva per avere l'adesione delle maestranze ad uno sciopero." () Tuttavia anche "L'Eco"

conveniva che la Direzione Riv aveva varcato i limiti dell'accettabile e del lecito: " non è giusto esigere da un operaio la rinuncia a un tale diritto ( di sciopero ndr), sotto la minaccia di trasferimento o di peggio. Anche se la maggior parte delle azioni RIV sono state vendute alla SKF , non è però stata venduta la libertà dei dipendenti RIV. "()

Era però difficile giocare in piena parità con la Riv di Airasca quando, duranti gli scioperi, faceva entrare nello stabilimento i pullman con le porte bloccate, per evitare le adesioni alle agitazioni sindacali da parte dei suoi dipendenti. La Riv negava agli operai di poter scegliere se aderire o meno agli scioperi.() Lo stesso giornale rilevava tutta una serie di anomalie e di atti che venivano a ledere la normale dialettica che si configura durante le fasi di uno sciopero, o addirittura infrangevano delle norme del codice penale: fatti che mutavano artificialmente il comportamento delle persone e della loro libertà.

In occasione dello sciopero del 17 febbraio alla Riv di Airasca, fin dalle " prime ore del mattino i sindacalisti si erano portati

di fronte allo stabilimento di Airasca per invitare gli operai allo sciopero; erano presenti con altri dirigenti sindacali alcuni membri di C.I. della Riv di Villar Perosa che in quel giorno godevano di una giornata di vacanza per la festa del 17 febbraio. La presenza dei sindacalisti non sortiva comunque effetto alcuno, perché i pulmans contrariamente al solito venivano condotti all'interno del recinto di fabbrica di fronte ai singoli reparti dove erano in attesa i dirigenti dello stabilimento. Particolare oltremodo strano: All'interno dei pulmans prestavano servizio a sorveglianza delle porte degli automezzi ermeticamente chiuse i guardiani dello stabilimento e alcuni capi reparto che erano stati mobilitati, in contrasto con le loro regolari funzioni, al servizio di trasporto operai fin dai primi posti di raccolta. ()

 

... e quella dei comunisti

La veemenza dei comunisti pinerolesi non si fa attendere e la politica antisindacale della Riv diventa tutt'uno con il metodo autoritario del vecchio regime fascista: " A vent'anni dalla sconfitta del fascismo, i Comunisti di Pinerolo richiamano l'attenzione dei democratici pinerolesi sulle vergognose pressioni di tipo fascista che la Direzione della RIV sta attuando nei suoi stabilimenti e nei confronti dei dipendenti, per impedire il libero esercizio del diritto di sciopero (...) Basta con il sequestro dei lavoratori, obbligati a salire sui pulman e sulle macchine che li portano a lavorare, altrimenti minacciati di perdere il lavoro, scortati dalle forze dell'ordine come fossero detenuti pronti a fuggire.

NON BASTA ANCORA!......Il padrone RIV licenzia, licenzia tutti coloro che hanno il coraggio di protestare, di alzare la testa, di dire all'opinione pubblica quello che pensano, di esercitare i propri diritti.

Noi Comunisti protestiamo, tutti i Cittadini devono protestare e far ritirare il licenziamento del Membro di C.I.. della RIV di Villar Perosa - Chiriotti Antonio - colpevole solo di onestà nei confronti della sua coscienza e delle ragioni dei lavoratori." ()

 

Anche in questa circostanza per i comunisti l'opposizione contro i soprusi del padronato Riv non è un fatto a sé stante, ma il continuum di una lotta iniziata con la Resistenza, ribadita nella mobilitazione contro la legge truffa, riaffermata nella circostanza delle agitazioni contro il governo Tambroni e con i connessi fatti del luglio 1960, e così via. Il retaggio storico del partito, la sua memoria di antropologia politica legittima la lotta del presente come una proiezione di un passato remoto e di un passato prossimo che racchiudono la carta d'identità della storia comunista. In quel momento lottare contro la repressione operata dalla Riv era anche profondere tutto un impegno per impedire " che il centro sinistra sia il regime del grande capitale." ()

 

L'arringa di Carlo Borra

 

Il Consiglio comunale di Pinerolo si occupò del licenziamento di Chiriotti nella sua seduta 24 febbraio. In quell'occasione Carlo Borra, deputato nel Parlamento della Repubblica dal 1964 per la Democrazia cristiana, sfodera un'arringa nella quale l'anima del sindacalista precorre quella del politico. In essa la filosofia genuinamente interclassista - anche in questa occasione ribadita nei valori e nel metodo di realizzazione - viene più volte scostata a favore della difesa del sindacato, con uno scatto d'orgoglio che ributta un'arroganza padronale che non sa cogliere, anzi ne approfitta, della disponibilità di una parte del sindacato a collaborare per lo sviluppo dell'azienda.

Difesa accorata anche se il parlamentare democristiano sa benissimo che la Cisl di Chiriotti degli anni sessanta non è più la Cisl di Borra degli anni cinquanta. Un profondo spartiacque li divide: conflittuale, classista e antagonista al capitale la prima; interclassista, ricercatrice assidua della ricomposizione dei contrasti e aconflittuale la seconda. Tuttavia un legame vi era tra queste due anime: la convinzione dell'onestà di fondo di idee tanto diverse tra di loro, l'appartenenza al medesimo mondo

 

di origine - quella composita area del mondo cattolico e dell'Azione Cattolica che ha partorito persone così diverse - che portano comunque a difendere la pecora che sovente si era smarrito dall'ovile della famiglia, colui che a sua modo vive la fede religiosa e la reiterpreta in progettualità sindacale e impegno politico. E' ovvio che la difesa della propria organizzazione sindacale, della proprio identità storica viene a svolgere un posto decisivo per chi ha visto nascere, anzi ha contribuito in prima persona allo sviluppo di essa.

" Chiriotti è stato licenziato unicamente perché svolgeva con lealtà la sua funzione. Chiriotti è da anni che svolge

 

disinteressatamente con coscienza, con lealtà la sua funzione di membro della Commissione Interna. Potrà aver svolto la sua azione più o meno bene efficacemente, si potrà anche discutere qualche sua posizione: però nessuno può discutere la lealtà, la coscienza con cui ha svolto questa sua funzione. Certo Chiriotti non è un uomo che si possa intimorire e tantomeno pagare per limitarlo nella sua azione. Ed è forse per questo che da tempo Chiriotti era segnato a dito da chi vorrebbe avere a disposizione burattini e non uomini.

Io ho un ricordo personale: anni fa un dirigente di Torino della Riv mi diceva: ' quando lo fate fuori dal sindacato Chiriotti?' Alla mia risposta: 'il sindacato non ha motivi per farlo fuori', rispose: 'lo faremo fuori noi'. Allora una mia domanda: 'forse che Chiriotti non fa il suo dovere di lavoratore?'. La risposta è stata questa: ' purtroppo che lo fa! '. Im questo 'purtroppo' c'è tutto: fa il suo dovere, ma è convinto sindacalista, bisogna farlo fuori; questa è la realtà che sta dietro a questi episodi." ()

Carlo Borra non si limitò in quell'occasione a difendere la persona di Chiriotti, ma delineò nel suo intervento tutto un clima di intimidazione che erano operanti all'interno delle aziende. Il caso Chiotti, con altri, salì anche alle assisi del Parlamento italiano. Infatti Borra il 2 aprile 1966 pone un'interrogazione per avere chiarimenti " di fronte ad una evidente manovra antisindacale che si sta soprattutto manifestando nei confronti dei partecipanti alle azioni sindacali per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, con gravi provvedimenti che hanno portato a licenziamenti di membri di C.I. e attivisti sindacali alla RIV, alla FIAT e all'ALFA ROMEO; quali provvedimenti si intendono adottare difesa della libertà sindacale e quali iniziative si intendono prendere per la revoca dei licenziamenti denunciati."() Borra cita tre esempi di questa campagna antisindacale perseguita dal padronato: Antonio Chiriotti ( membro C.I. alla Riv di Villar Perosa); Giannarelli Enrico e Picchioluto Armando ( C.i. alla Fiat)

 

Assolto... ma licenziato. La "tenda della libertà"

 

Il pretore dott. Domenico Grillo, assolverà Tonino Chiriotti, Arnaldo Fiammotto e Franco Aloia perché il fatto non costituisce reato. Per il Pretore l'ordine di sgombero impartito dai carabinieri ai sindacalisti si doveva considerare illegittimo, perché volto ad impedire l'esercizio del diritto soggettivo di sciopero. Tuttavia alla domanda se Chiriotti sarebbe ora stato riassunto dalla Riv-Skf , in seguito alla sua assoluzione da ogni pendenza penale, vi era molto scetticismo per una eventuale risposta positiva. La Riv aveva puntato molto della sua credibilità nel mettere fuori dai cancelli l'attivista sindacale più scomodo e difficilmente sarebbe ritornata sui suoi passi.

 

Chiriotti non fu riassunto nonostante la sua tenace opposizione dimostrata al suo licenziamento; tenacia che divenne un'affermazione del suo diritto al lavoro e del suo diritto di svolgere l'attività sindacale.

Divenne famosa la "tenda della libertà" con la quale il sindacalista della Cisl stazionò per oltre 40 giorni nella zona antistante allo stabilimento Riv-Skf di Villar Perosa. " In fabbrica alla saputa del mio licenziamento alcuni reparti si sono fermati spontaneamente. Poi è stato dichiarato uno sciopero riuscito abbastanza bene. Le lotte sono andate avanti per qualche giorno: poi quelli erano anni pesanti e tristi.

Poi io ho piantato la 'tenda della libertà' che è stata lì un mese, un mese e mezzo. Ho ricevuto molte adesioni, molta solidarietà, ma molta gente aveva paura perfino di venire a firmare il registro . Erano firme di solidarietà su di un quaderno. Erano gli anni del terrore e di rappresaglie pesantissime; la gente aveva perfino paura di venirmi a salutare. Vi è stato il tentativo del sindaco Agnelli di farmi togliere la tenda. Siccardi, che era vice sindaco, si è opposto: mi faceva pagare per occupazione abusiva del suolo pubblico, mille lire al giorno. " ()

 

La "Rerum Novarum" e la repressione padronale

Il 3 luglio si svolse a Pinerolo la commemorazione per i 75 anni dell'enciclica di Leone XIII "Rerum Novarum", con la presenza dell'on. Pastore. I fatti successi in quei mesi che precededettero tale ricorrenza, l'attività repressiva del padronato pinerolese e i licenziamenti in massa degli ultimi anni rendevano forse un po' obsoleta i contenuti che si volevano rivificare. Non c'era più sicuramente il pericolo di un comunismo che volesse scristianizzare le masse operaie e sovvertire l'ordine borghese nato con la rivoluzione industriale e, sul piano politico, la lunga onda della rivoluzione inglese e di quella francese scemava stanca sulla spiaggia . Tentativi che nemmeno il '68, esaltato da molti famigerato per altrettanti, riuscì effettivamente a mettere in pericolo e travolgere il sistema di potere borghese .

 

Di quelle enciclica restava ancora viva una reinterpretazione del conservatorismo del mondo industriale che in tutti i modi cercava di limitare la libertà di sciopero nei suoi aspetti più elementari, ricorrendo al ricatto, alla rappresaglia come metodo di rapporto con i lavoratori. Atteggiamenti e sistemi di gestione del personale che ben poco facevano sperare in una linda politica interclassista e di feconda collaborazione tra le classi sociali che la stessa Enciclica perorava come punto centrale dello sviluppo della società industrializzata.

La difficile situazione per il movimento sindacale occupò l'attenzione del 2° Convegno della Lega Fim-Cisl di Pinerolo, che aprì i suoi lavori domenica 29 ottobre 1967 a Pinerolo. Pesante situazione causata da un calo di oltre 4.000 unità lavorative nel settore metalmeccanico negli ultimi anni. Questo non aiutava una progressione del tasso di sindacalizzazione che nella zona del pinerolese era soltanto del 17,83%, questo anche dovuto dalle "difficoltà di azione all'interno delle fabbriche a causa della posizione assunta dagli industriali nei confronti del sindacato e de suoi esponenti nelle aziende.

La caccia all'attivista sindacale è all'ordine del giorno, soprattutto in alcuni grandi complessi industriali localizzati nel territorio della Lega.

In un ambiente simile diventa difficile operare sia sul piano organizzativo ( tesseramento, costituzione delle S.A.S.., trovare attivisti, ecc.) sia sul piano della realizzazione delle politiche sindacali ( contrattazione a livello di azienda, sui cottimi, premi di produzione qualifiche, ambiente di lavoro, ecc)." ()

 

 

L'occupazione delle miniere "Gianna" e "Paola"

Un vecchio detto sostiene che tutte le strade portano a Roma, ma, in val Chisone e Germanasca tutte le strade portano alla Talco- Grafite. Infatti è proprio qui - come in precedenza abbiamo già avuto modo di rilevare - che troviamo la patria dell'intransigenza padronale, di una recondita grettezza culturale nel campo imprenditoriale.

Nel gennaio del 1966 vengono occupate le miniere della "Gianna" e della "Paola". La storia, almeno in questo caso si ripete come da copione, seppur stantio come l'aria che si respira nelle budelle del sottosuolo. La Direzione della Società si è rifiutata di applicare il contratto di lavoro e il premio di produzione viene rinviato sine die. Dopo un periodo di mobilitazione attuata con la lotta dello sciopero a singhiozzo, si giunge all'occupazione delle due miniere. L'intransigenza e l'ostinazione della Talco- Grafite non tarda a ricomparire sulle scena: veniva tolta l'energie elettrica ai compressori e di conseguenza veniva a cessare il funzionamento del sistema dii ventilazione.

Gli operai, di fronte al totale rifiuto della Direzione di rispettare il contratto di lavoro, restano in 150 nei malsani e freddi cunicoli della miniera anche la notte, con una temperatura che varia dai 7 ai 20 gradi e una forte umidità, la quale viene particolarmente recepita per il mancato funzionamento degli impianti di ventilazione. Intanto al di fuori delle miniere si cominciano a preparare le strutture logistiche necessarie a reggere un'occupazione prolungata della "Gianna" e della "Paola": fornire giornalmente delle minestre calde per tutti gli occupanti.

La solidarietà verso gli uomini-talpa sono numerose e provengono da ogni ambiente: la Chiesa Cattolica e quella Valdese, i vari Consigli comunali, il Consiglio provinciale, interrogazioni parlamentari e così via. Gli stessi turisti depongono dei pacchi viveri e offerte per sostenere la lotta dei minatori.

Agape: dalla parte dei minatori

Lo stesso mondo valdese, per decenni poco attento e sensibile ai problemi del mondo del lavoro, impegna tutta la Comunità in favore della lotta dei minatori della Talco-Grafite. Questo è anche un segno tangibile che i tempi, i valori politici di riferimento stanno mutando velocemente. Una sensibilità che va al di là della solidarietà verso i lavoratori in lotta per difendere le loro giuste esigenze, ma cerca di individuare il valore intrinseco della mobilitazione:" Ma al di là di questa vicenda, che sembra ora felicemente conclusa, bisogna sapere vedere molte cose e trarre molteplici insegnamenti, perché non è la lotta per il rispetto di un contratto quello che conta prima di tutto, ma il come e il perché si fa questa lotta e come essa ci lascia più maturi di prima per i compiti del futuro.

Vi è prima di tutto la solidità di questo nerbo di minatori che non hanno mollato e sono stati leali gli uni verso gli altri nell'unità d'azione. Questo è un insegnamento vecchio come il mondo ma sempre valido. Ma il secondo è anche più importante: in questo momento di aumento della disoccupazione e di smantellamento di industrie, una affermazione come questa dei diritti dei lavoratori ci voleva. Come sempre, alla fine dei conti, chi può resistere all'avanzata delle considerazioni puramente tecniche e far valere gli interessi dell'uomo contro quelli della razionalizzazione, sono i lavoratori, i lavoratori stessi." ()

Il gruppo di residenti ad Agape, oltre a denunciare lo sfruttamento dei lavoratori e a vedere nella lotta stessa dei minatori un valore intrinseco, di valorizzazione dell'uomo , della sua identità e dei suoi bisogni, coglie nella lotte degli sfruttati anche il referente di essere chiesa, anzi di essere un popolo chiesa da parte della Comunità Evangelica. Viene affermato la responsabilità della chiesa all'interno dei problemi della società , una funzione non consolatrice e mistica ma capace di vivere insieme alla gente i loro problemi e con loro esplorare strade di soluzione, che sono contemporaneamente anche strade di salvezza e di confermazione della dignità umana dell'uomo come parte viva della chiesa.

Vale la pena di citare questo lungo passo perché è esemplificativo e chiarificatore del fermento di riflessione sul sociale e sul modo di vivere la fede. " Se la chiesa è la gente , come noi valdesi diciamo da otto secoli, e non le strutture o le gerarchie, è da questo punto di vista che dobbiamo guardare l'intervento delle chiesa.

Quando si parla di intervento della chiesa, in questi casi, non si deve dimenticare che la chiesa non è una sovrastruttura, ma è formata dalla gente, la quale di solito è già andata avanti, è già intervenuta. Quindi l'intervento della chiesa non vuol dire che approfittando della buona occasione alcuni pastori si fanno avanti per raccogliere le simpatie della gente, esprimendo una platonica solidarietà e cercando così come possono di reinserire la chiesa in un tessuto sociale che sfugge loro completamente. Occorre qui stare bene attenti con quale concetto di chiesa si ragiona.

Se la chiesa è la gente, occorre che i credenti siano capaci di fronteggiare come tali le situazioni che si vanno preparando e le questioni economiche che già toccano le nostre valli.

La predicazione non fa direttamente politica, non si sostituisce al partito nell'azione. Ma se la predicazione non avesse nulla da dire nel momento che stiamo attraversando, non avesse nulla da dire alla gente concreta che vi viene coinvolta, potrebbe osare di presentarsi ancora come predicazione alla chiesa, o non dovrebbe riconoscere di essersi ridotta a cerimonia mistica per un esiguo numero di pietisti?

La scelta non è tra predicazione evangelica e predicazione politica, ma è tra una predicazione che si rivolge alla chiesa nel suo quotidiano muoversi in una situazione che è necessariamente una situazione politica, e una predicazione che si dice di volersi rivolgere alla chiesa ma in realtà si occupa del conforto di qualche comunità religiosa. ()"

 

La marcia su Pinerolo

La simpatia e solidarietà che venne nutrita verso i minatori trovava la sua origine anche dalla politica antioperaia che sempre caratterizzato la Direzione della Talco e Grafite, sempre in prima fila a disattendere gli accorti pattuiti e i contratti sottoscritti. Il nodo storico della controversia è quasi sempre il premio di produzione. Nel 1954 i minatori sostengono uno sciopero durato tre mesi e di quasi altrettanta durata sono le agitazioni del 1962.

Nei giorni dell'occupazione un gruppo di minatori organizza una marcia di protesta che si concluderà a Pinerolo, dopo aver percorso tutta la statale del Sestriere. A Pinerolo una delegazione di minatori e sindacalisti venne ricevuta dal Sindaco Aurelio Bernardi, al quale chiese l'intervento presso la Talco-Grafite affinché si ponesse termine alla vertenza,riconoscendo le giuste rivendicazioni dei lavoratori.

In occasione di tale marcia di protesta i carabinieri del Comando di Pinerolo denunciarono all'autorità giudiziaria - per non aver richiesto l'autorizzazione per la manifestazione - tre noti sindacalisti: Giovanni Salvai funzionario della Cisl, Aldo Bosio segretario della Cgil e Francesco Bassino segretario provinciale della Camera del Lavoro della categoria dei minatori . Con loro venne anche denunciato un membro di Commissione Interna, Ulisse Pons. Gli imputati ed i loro avvocati, Costanzo e Rollero, confermarono che i carabinieri furono avvertiti preventivamente della marcia di protesta e che erano stati gli organizzatori della manifestazione e non i promotori. Il Pretore di Pinerolo, Elvio

 

Fassone, assolse Salvai, Bosio e Bassino perché il fatto non costituisce reato e Ulisse Pons per non aver commesso il fatto.

Il rifiuto di pagare il premio di produzione venne anche usato per spezzare il fronte degli scioperanti: la Direzione fa affiggere sui cancelli degli stabilimenti un cartello nel quale la Talco e Grafite si impegna a saldare il premio di produzione del 1965 a tutti i dipendenti che avrebbero ripreso il lavoro nella corrente settimana. Parimenti gli occupanti vengono diffidati di occupare ulteriormente la proprietà privata della società.

L'insieme degli atteggiamenti provocatori della Direzione e la situazione di stallo delle trattative alla Società dell'unione industriali, non fanno altro che inasprire ulteriormente gli animi. La Ditta cerca anche di far trasportare su un camion dal Malanaggio un quantitativo di minerale macinato, già pronto per la spedizione. La la notizia, che si era sparsa tra i lavoratori in lotta, permette di organizzare il blocco dei cancelli dei due stabilimenti del Malanaggio e di S. Sebastiano. I minatori sisdraiarono al suolo,impedendo ad alcuni autotreni di lasciare di lasciare gli stabilimenti. Non si verificarono nessun incidente di rilievo, anche se chi ostruiva il passaggio venne spostato di peso e alcuni minatori portati a Pinerolo e poi rilasciati dopo alcune ore.

Per ripararsi dal freddo i minatori costruiscono davanti ai due stabilimenti due baraccamenti, muniti di stufe per riscaldarsi. Certo, la situazione si faceva dura e difficile. " Da alcuni giorni la situazione alla Talco e Grafite era appesantita per la eccezionale durata dell'agitazione, le difficoltà finanziare di alcune famiglie, la frequenza del 'turno', e, finalmente la neve che a intervalli, cadeva in abbondanza accumulandosi e rendendo difficoltosa la circolazione e particolarmente triste l'ambiente: oltre a ciò, pere l'evidente quanto inevitabile deterioramento di una situazione cui non si riusciva a trovare una via di sbocco."()

La situazione si protrae ormai da troppo tempo, da quell'11 di dicembre del 1965, quando i minatori, a fronte del rifiuto da parte della Talco-Grafite di adempiere a tutte le clausole del contratto nazionale, didero vita a uno sciopero articolato di due ore per turno. A questa prima risposta dei minatori, l'azienda il 22 dicembre sospese il lavoro, mettendo in cassa integrazione i lavoratori fino al 9 gennaio. Al tentativo di serrata i minatori occuparono le miniere. Il 27 gennaio si ha il tentativo di trasportare fuori dagli stabilimenti parte del prodotto finito con il relativo blocco dei cancelli operato dai minatori. Il 9 febbraio avviene la marcia di protesta fino a Pinerolo.

La vertenza viene ricomposta il 17 febbraio, con il riconoscimento delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori. "L'Eco del Chisone" mette in dubbio se il gioco vale la candela: " La vertenza come giudicarla? Restando forse su un piano ... pedestre, vorremmo dire: due mesi di agitazione, tormento, preoccupazioni, un mese di

totale inattività, la ipertensione dei rapporti, sono elementi che logorano il ... fegato e sottilizzano il portafoglio di tutti: perché Valeva la pena? Non era meglio concordare nella giustizia una soluzione pacifica?" () Obiezione sicuramente valide quelle poste dal settimanale, alle quali però era la Direzione della Società che avrebbe dovuto dare le opportune risposte.

 

Il colpo di grazia: 280 licenziamenti

Ma l'inverno meteorologici del 1967 non era ancora concluso, quando una doccia fredda colpisce i minatori della Vallate e l'occupazione di tutta la zona: " Ancora una volta torna sulla scena la Talco e Grafite e questa volta purtroppo per la massiccia richiesta di 280 licenziamenti."() La richiesta avanzata implicava di fatto una riduzione del 40% dei dipendenti: in quel momento erano circa 700 i dipendenti. Decisione drammatica che rischiava di gettare sul lastrico centinaia di famiglie in un periodo, quello invernale, in cui l'economia di montagna non poteva offrire lavori alternativi, seppur saltuari.

Tutto il contenzioso si sposta a Roma presso il Ministero del Lavoro. La signora Villa motiva la decisione di ridurre i dipendenti in quantità così elevata per le difficoltà di collocare il prodotto sui mercati esteri, a causa della concorrenza dei Paesi asiatici. Si ripete per alcuni aspetti un copione già visto alla Mazzonis in val Pellice: l'azienda doveva già da tempo affrontare il suo rinnovamento sul piano tecnologico e organizzativo, tenendo conto che i dipendenti erano diminuiti automaticamente nel corso degli anni, per il raggiungimento dell'età pensionabile o per le malattie. Queste sono le obiezioni che vengono mosse dai rappresentanti dei lavoratori: Lamera, Delloro, Breuza per la Cisl, Savio per la Cgil e Tamagnone per la Uil. La situazione della Talco-Grafite si viene ad inserirsi nella perdurante depressione di tutta la zona montana e prealpina, che faceva invocare la richiesta di una programmazione regionale e il potenziamento di "poli di sviluppo", capaci di garantire un'adeguata garanzia di lavoro per tutta la popolazione delle vallate.

Carlo Borra inoltra un'interrogazione parlamentare, in data 16 gennaio 1967, al Ministro dell'industria e al Ministro del lavoro e della previdenza sociale per avere dati conoscitivi in merito a situazione. In particolare per sapere se la situazione della Talco e Grafite è tale da giustificare i gravi provvedimenti, e se, in caso di mancata volontà dell'azienda ad affrontare la delicata situazione, sia possibile un diretto intervento pubblico, considerando che lo sfruttamento di un prodotto del sottosuolo avviene tramite concessione dello Stato.

Borra nella sua interrogazione rileva "l'attuale impossibilità anche per il periodo invernale di ogni altra alternativa di occupazione nella vallata e tenuto conto che una gran parte della maestranza anziana, colpita da silicosi, è difficilmente inidonea ad altri lavori, chiede che sia intanto invitata l'azienda a sospendere il suo provvedimento e sia provveduto a forme di integrazione salariale adeguate per gli eventuali sospesi."()

La situazione occupazionale nel pinerolese era molto critica: ridimensionamento del personale al Cvs di Perosa, alla Riv di Villar Perosa, alla Beloit di Pinerolo, lo smantellamento della Mazzonis della val Pellice.

Il servizio informazioni di Agape analizza la situazione di generale depauperizzazione in cui si trovano le Vallate e si sofferma sulle vicissitudini che nel corso degli anni hanno coinvolto la Talco e Grafite e la sua autoritaria conduzione:

1962: tre mesi di scioperio per il riconoscimento formale e la salvaguardia dei premi collegati alla produzione

1963: ripetuti scioperi per il rinnovo del contratto collettivo e per la sua applicazione

1964: scioperi ripetuti per la difesa degli accordi del 1962, contro la riduzione degli orari di lavoro, per il rispetto e l'applicazione del contratto di lavoro

1966: un mese di occupazione, 15 giorni di sciopero per protestare contro le inadempienze contrattuali

1967: riduzione degli orari di lavoro e richiesta di 280 licenziamenti

Inoltre, accanto ai dati forniti, il Centro di informazione affianca delle considerazioni sulla gestione della Talco e Grafite da parte della signora Villa e dell'Amministratore delegato Prever." In tutte queste vertenze la direzione ha continuamente attaccato i diritti dei lavoratori, usando l'arma del ricatto sia per diminuire il costo della mano d'opera, sia per ottenere delle agevolazioni. "()

 

La realtà era stata proprio questa:

- nel 1964, la Direzione minaccia la riduzione d'orario e 150 licenziamenti. In alternativa proponeva la rinuncia al premio mensile di produzione di L. 4.000. Sarà poi la stessa Direzione ad ammettere di avere chiesto la riduzione del personale strumentalmente, per ottenere delle agevolazioni fiscali ( in parte poi concesse);

- nel 1966 vengono preannunciate delle riduzioni di orario e dei licenziamenti e in alternativa a queste misure venne proposta la rinuncia all'applicazione dell'accordo del 17 febbraio 1966.

Il Servizio informazioni di Agape oltre a sottolineare la politica antioperaia della Società, articola anche tutta una serie di osservazione critiche sulla conduzione tecnica, economica ed

amministrativa ( politica degli altri prezzi nei periodi di congiuntura, vendita sui mercati esteri di talchi miscelati invece che puri, storni di capitali per investimenti estranei alla estrazione del talco). Un insieme di fatti, di atteggiamenti, di decisioni che fanno chiedere da molte parti al Governo la revoca della concessione per lo sfruttamento del suolo pubblico fino a quel momento accordato alla Società.

Da tempo si era consolidata la prassi secondo la quale i minatori dopo essere stati sfruttati, spremuti come limoni veniva buttati sul lastrico, con l'aggiunta della silicosi. Questa opinione viene espressa nel Direttivo della Cisl-Federestrattive, riunito a Perosa Argentina il giorno 14 gennaio 1967, il quale " pur considerando serenamente le difficoltà portate a motivazione dell'azienda ritiene che esse possano e debbano essere valutate obiettivamente, ma ritiene soprattutto che Maestranze che da decenni hanno donato la loro operosità, a molti costata la silicosi, non possono essere oggi sacrificate alle esigenze padronali senza che prima sia cercata ogni possibile soluzione che tenga conto dei loro sacrosanti diritti. ()"

 

Il Comitato per la difesa delle miniere

Sul grave provvedimento dei licenziamenti venne costituito il Comitato per la difesa delle miniere () che raccolse al suo interno un'eterogeneo gruppo di persone ( parroci, pastori, sindaci, sindacalisti, studenti, operai), però tutti uniti nell'intento di difendere il diritto al lavoro dei minatori. Il Comitato si assunse il compito di pubblicizzare la lotta e di organizzare forme di solidarietà con i lavoratori delle miniere. Inoltre, come sottolineava il periodico "Venticinquesima ora", il Comitato pur non essendo riuscito ad avere " grossi risultati esterni la sua funzione è stata positiva, perché tra l'altro ha cominciato a mobilitare sui problemi operai nuclei di studenti e forze sociali più vaste. "()

E' necessario soffermarsi sulle modalità di costituzione del Comitato, che trovò il suo luogo di fondazione nella riunione che si ebbe ad Agape il 5 marzo 1967. Di tale incontro, delle sue motivazioni Franco Giampiccolo stende un resoconto nel quale vengono individuate le coordinate politiche e culturali che legittimano l'intervento nel grave caso della Talco-Grafite, ma, in genere, del credente, in questo specifico caso del credente valdese, nella società.

Secondo Giampiccoli nella società attuale chi non è parte in causa non si può esprimere e non può agire direttamente su problemi che toccano la comunità di cui fa parte. Può solo rappresentarsi attraverso i sindacati o i partiti politici, senza aver modo di poter intervenire in prima persona nella realtà. Nonostante questo ogni cittadino, ogni persona porta su di se una parte di responsabilità su quanto accade." Dove sta in particolare, che ci interessa più da vicino, la sua responsabilità se questo cittadino è un credente e sente come impegno vocazionale il condividere con chi è accanto a lui la responsabilità, i pesi, le lotte, le speranze e soprattutto un impegno concreto."() L'iniziativa portata avanti dal Centro ecumenico di Agape mirava quindi a dare la possibilità a tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche e partitiche e dal credo confessionale, di un'azione diretta per intervenire attivamente nella delicata crisi della Talco-Grafite.

Veniva ribadito il concetto del personalismo del soggettivismo attivo e operante al di là delle strutture che la società politica e civile già forniva ai cittadini. Tutto ciò per evitare che barriere reali o fittizie potessero frapporsi al bisogno di offrire la solidarietà presente in ogni individuo. " Non sappiamo quali saranno le possibilità concrete di una iniziativa di questo genere. Forse essa consente un tipo di azione nuovo. Le adesioni che sono state date a titolo personale al manifesto presentano un arco assai vasto di posizioni. Certo una parte di queste posizioni sarebbero mancate se si fosse trattato di una presa di posizione per esempio dei tre partiti della sinistra. Il sistema di un Comitato di persone e non di apparati di partito, può forse superare lo schieramento statico dei partiti nel tempo attuale, i loro delicati equilibri, l'impossibilità di alleanze al di fuori di determinati schemi, l'inquadramento di questioni particolari come quella che ci interessa in una cornice di più vasti compromessi e contrattazioni politiche."()

Superare gli schematismi ideologici, attraverso la costituzione di un comitato di persone, avrebbe permesso di raccogliere un insieme molto ampio di persone di diversa provenienza politica e culturale, quindi avere una diversa eco presso l'opinione pubblica. Inoltre un comitato di persone poteva in qualche modo alleggerire i pregiudizi che pesavano sulla vita politica e consentire quella diretta partecipazione lontani da calcoli precostituiti o preoccupazioni di schieramento, senza che tutto ciò volesse sminuire l'azione politica e il ruolo assolto dai partiti.

Concezione che si fondava sia su un certo tipo di democrazia diretta dell'individuo, aliena da tutte le pastoie che i tradizionali sistemi di partecipazione della società politica e civile potevano avere, che sulla necessità di agire direttamente e incisivamente in una situazione, quella della crisi della Talco- Grafite, che si stava incancrenendo sempre di più.

 

Una scelta di fede  

Ma perché Agape si andava impegnando su iniziative di questo genere, particolari e concrete? La risposta data e che " Nel nostro tempo la ricerca della fedeltà al comandamento dell'amore del prossimo non può essere confinata alla sfera delle relazioni private e individuali. Questo significherebbe una pesante limitazione imposta al comandamento stesso nella lettera e nello spirito. Come le generazioni che ci hanno preceduto non hanno agito solo nella sfera privata e individuale, ma si sono impegnate sul terreno pubblico, per esempio nella costituzione di scuole e di altre opere sociali, così oggi la nostra generazione deve saper impegnarsi sul piano delle relazioni pubbliche nella ricerca di una sempre maggiore giustizia sociale testimoniando così in modo concreto la vastità e la profondità dell'esigenza di amore contenuto nella vocazione dei credenti. "()

Questa citazione ci riporta e ci ricollega, per alcuni aspetti, alla maturazione avvenuta in parte del mondo cattolico a metà degli anni sessanta, rispetto ai problemi sociali dei lavoratori e dei diseredati e alla necessità della coerenza tra valori di fede e la vita concreta del credente ( in proposito abbiamo citato alcuni documenti legati alle vicende del Cvs di Perosa Argentina o le scelte personali testimoniate da Tonino Chiriotti). Scelte di campo moldo radicali che imponevano il superamento dell'interclassismo, lo schierarsi dalla parte di soffre, degli ultimi. Nel mondo valdese ed evangelico, pur molto diverso per tradizione e cultura, possiamo però trovare dei punti in comune, dei momenti di intersezione che saranno la base di partenza dei movimenti di massa alla fine degli anni sessanta.

Il gruppo del Comitato per la difesa delle miniere era composto da Raimondo Amato, Adolfo Alvaro, Giuseppe Borgaro, Aldo Bosio, Raimondo Genre, Franco Giampiccoli, Ettore Merlo, Aldo Peyran, Giusse Salvai, Carlo Travers, Mauro Ughetto. Il Comitato si battè strenuamente contro i licenziamenti che, in un secondo momento, la Talco-Grafite ridusse a 200. Con il febbraio si conclude la procedura per il licenziamento dei 200 minatori, e la signora Villa con Prever non accettano la proposta avanzata dai rappresentanti dei minatori: sospendere i licenziamenti per un periodi di tre mesi, permettendo un riesame approfondito della situazione e anche in attesa di un intervento governativo che fino a quel momento non c'era stato.

Il 26 febbraio si svolse a Perosa Argentina un'assemblea dei minatori, i quali si trovano innanzi due possibile alternative: rifiutare in blocco i licenziamenti e impegnarsi in una lotta di lunga, quanto incerta, durata per l'esito che si avrebbe potuto raggiungere ( conoscendo le rigidità espresse nel corso degli anni da parte della Talco-Grafite in occasione di lotte e vertenze sindacali), oppure trattare sul numero dei licenziamenti, proponendo integrazioni pensionistiche ai minatori in prossimità di raggiungere l'età pensionabile e delle super liquidazioni per i minatori dimissionari.

La seconda alternative era sicuramente la più percorribile, ma i minatori non intesero accettare una Caporetto sul fronte dell'occupazione, che avrebbe colpito centinaia di compagni, e danno il mandato alla Cgil e Cisl di continuare le trattative con la speranza di conseguire delle soluzioni positive.

La Società intanto continuava sulla sua strada: i licenziamenti effettivi diventarono 100, mentre altri 100 vengono paventati dall'azienda. La risposta dei minatori fu la proclamazione di uno sciopero di tre ore per ogni turno.

Il Comitato per la difesa delle miniere diffuse un volantino nel quale oltre a denunciare la grave situazione occupazionale del pinerolese, che veniva acutizzata dai licenziamenti della Talco-Grafite, si depreca la politica della Società che nel corso del tempo si qualificata con tutta una serie di attacchi ai diritti dei lavoratori: " Dal 1954 quasi ogni anno si sono avuti lunghi e ripetuti scioperi. I lavoratori non hanno scioperato per nuove rivendicazioni economiche ma per la difesa del salario, per la conservazione dei diritti acquisiti e per l'osservanza dei contratti di lavoro." () D'altra parte la Direzione dell'azienda era stata più volte recidiva nel suo modo di comportarsi ben poco disponibile al confronto, alla trattativa e al compromesso. La sfiducia è diffusa. I lavoratori nel corso delle diverse lotte dal 1954 ad oggi aveva perso centinaia di milioni in salario, mentre la Società, nonostante le sue lamentele, vede salire i suoi utili di oltre un miliardo negli ultimi sei anni ( L. I.081.609.048 utili netti, più un ammortamento di L. 1.290.286.381. Dati forniti dal Servizio informazioni di Agate ).

Il comitato rivolsee un appello a tutta le realtà politiche, amministrativi, culturali, religiose affinché venisse espressa con ogni mezzo la solidarietà alla lotta dei minatori, appoggiando con forza e determinazione la soluzione della vertenza con la totale revoca dei licenziamenti.

Anche al Governo viene rivolto un appello " perché risolva in modo definitivo una annosa situazione che si è fatta insostenibile, e poiché lo sfruttamento di una miniera è lo sfruttamento di un bene nazionale e non privato, ciò potrà realizzarsi attraverso un pubblico intervento atto a risanare questo settore tuttora ricco e vitale, salvaguardare i livelli di occupazione, garantire la valorizzazione del patrimonio pubblico e promuovendo il progresso della vallata. "()

 

La chiesa valdese anche in questa occasione riconferma una coerenza di fede che si unisce con le sofferenze dell'uomo. La Commissione del I distretto " Ricordando la predicazione dei profeti e il messaggio del Vangelo, la Commissione riafferma non essere lecito ad alcuno considerare l'uomo - creato ed amato da Dio , e per cui Gesù Cristo ha dato la sua vita - come semplice pedina nel gioco degli interessi economici, privati o pubblici e che non è parimenti lecito far ricadere su chi lavora il prezzo preponderante delle trasformazioni tecnologiche, delle difficoltà di mercato o di speculazioni varie, anche se legittimi sé per sé."()

La solidarietà formale e a parole, anche la solidarietà sincera e concreta non riesce a far mutare la volontà della Società di arrivare alla drastica riduzione del numero dei dipendenti. L'unica arma di pressione effettiva e sicuramente condizionante era la revoca della concessione governativa allo sfruttamento del sottosuolo, provvedimento invocato da tempo dai minatori.

Ai minatore rimase l'unica ed estrema strada percorribile: ritornare nei cunicoli, non per lavorare ma per bloccare in modo definitivo l'attività produttiva. E così, il 10 marzo, si giunge all'occupazione, per l'ennesima volta, delle miniere "Gianna" e "Paola". Gli operai si avvicendano nelle gallerie con turni di 12 ore. Ed è proprio in questa occasione che il Comitato per la difesa delle miniere distribuisce a tappeto nella vallate e nel pinerolese il volantino-appello di cui abbiamo riportato un breve stralcio.

Per la Federazione torinese dello Psiup l'occupazione delle miniere operata dai minatori non è altro che l'espressione di tutta una tradizione di lotta dei lavoratori della Valle per migliorare la proprio condizione di lavoro e difenderla dagli attacchi padronali. Non solo, queste lotte sono lotte per la sopravvivenza della comunità della Valle, con i suoi valori e la sua cultura. Secondo il Partito socialista italiano di unità proletaria lo smantellamento delle unità produttive non è un fatto casuale, ma si inserisce in un disegno strategico guidato dalla grande industria: " Ogni Vallata, ogni comunità operaia è oggi infatti minacciata dalla politica di organizzazione del territorio fatta dai monopoli e dal governo. I padroni stanno realizzando una smobilitazione nelle valli per strappare i lavoratori dalle proprie case, per crearsi una riserva di manodopera dequalificata per le grandi fabbriche tipo Fiat." ()

In realtà, forse, non vi era nessun disegno machiavellico alle spalle del colosso Fiat, ma un processo di riorganizzazione produttiva e il fatto che venivano al pettine alla Talco-Grafite come alla Mazzonis un sistema produttivo obsoleto. Un sistema che aveva fondato la sua concorrenzialità solo attraverso un continuo ricatto alle condizioni di lavoro dei dipendenti, che con il passare del tempo non poteva reggere alla competitività dei mercati. Un dato di fatto era indiscutibile: nel pinerolese negli ultimi tre anni i posti di lavoro diminuirono di 4733 unità.()

Molti erano i consigli e le strade maestre indicate per ricomporre la vertenza: per lo Psiup solo la lotta di tutte le vallate, collegate tra di loro, potranno far naufragare i piani del padronato e, nel caso dei minatori, "soltanto se i lavoratori controllano direttamente la Talco Grafite possono avere la certezza che la Comunità non venga distrutta." () Per il settimanale "L'Eco del Chisone" l'unico sbocco possibile era concordare le modalità per giungere ad una riduzione del personale , ciò avrebbe condotto ad una " soluzione più umane che, se attuata con buona volontà, potrebbe risolvere il problema." ()

 

 

Il settimanale cattolico apre una riflessione sui fatti delle Talco-Grafite, giungendo alla conclusione che i fatti che accadono nelle miniere ci dicono che siamo ancora ben lontani dall'applicazione degli articoli 41 e 42 della Costituzione. In essi infatti si afferma che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, ma questo riconoscimento e questa tutela sono finalizzati ad assicurare la funzione sociale della proprietà privata, così come la legge intende indirizzare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali. " Ma purtroppo, i principi della Costituzione sono spesso inoperanti, perché mancano ancora le 'determinazioni' di una legislazione che ad essi si ispiri, e che diventi strumento adeguato per tradurli progressivamente nella vita economica italiana." ()

Agire in sintonia, almeno parziale, con i dettati della Costituzione avrebbe imposto la revoca della concessione governativa per lo sfruttamento del sottosuolo, arma che forse avrebbe potuto condurre a più miti pretese madama Villa.

Ma nulla viene fatto in questo senso e sabato 25 marzo un centinaio di minatori sfilò per le vie di Pinerolo, con una marcia silenziosa che era partita da piazza Matteotti per concludersi in piazza Facta. Mentre i giornali davano la notizia che l'Italia si era posta al primo posto nella produzione industriale, con un aumento del 60% dal 1960 al 1966, superando tutti gli altri Paesi della Cee e degli stessi Usa, nelle miniere al freddo i minatori difendevano il loro lavoro che era anche l'unica fonte per moltissime famiglie.

L'occupazione terminò il 24 aprile e si giunse ad un accordo di 128 licenziamenti, mentre altri 30 minatori abbandonarono volontariamente l'azienda avendo trovato lavoro altrove. Accordo è un termine improprio: i licenziamenti la Talco-Grafite li aveva fatti per mano sua senza chiedere il permesso a nessuno, anche se non aveva raggiunto la quota di 280 persone come preventivamente si era stato richiesto.

L'Assessorato allo sviluppo della Provincia di Torino fece un'indagine di carattere sociologico sul gruppo dei licenziati: quasi il 59,05% erano dei capi famiglia, il 35,71% era di età fino a 40 anni, il 46,03% dai 40 ai 55 anni e il 17,46% oltre i 55 anni. Per quanto riguarda la scolarità, il 2,40 % era analfabeta, il 7,20 % semi-analfabeta, il 49,6 % aveva la 3^ elementare, il 40 % la licenza elementare e lo 0,8 % la licenza di scuola media inferiore.

Questi dati fanno riflettere su due aspetti: la maggior parte aveva un carico di famiglia di cui era responsabile e la difficoltà a poter trovare un altro lavoro visto la non più giovane età di molti e il basso tasso di scolarizzazione.

Mentre l'amara vicenda dei minatori era alla sua conclusione a Pinerolo ebbe luogo una tavola rotonda sulla Enciclica di papa Paolo VI, " Populorum progressio". Significativo l'intervento di

 

 

Tridente, sindacalista della Cisl: " La libertà dei lavoratori, la pienezza del loro affrancamento possono essere realizzate solo con gli altri. Questo problema della solidarietà, anche se più ampio, è uno dei temi centrali della 'Populorum progressio', dove l'uomo è il punto centrale ed insostituibile della crescita economica e non strumento di questa. L'uomo, autore del proprio progresso, economico-sociale, raggiunge la propria pienezza solo attraverso l'utilizzazione degli strumenti indispensabili che servono per sé e per gli altri." ()

Anche queste affermazioni sono il segnale di una nuova tensione attorno ai valori in cui si richiama alla dignità umana e alla sua autonomia dalla logica del profitto, il nascere di un'alba di nuove speranze e nuove progettualità che coinvolgeranno una gerarazione intera per oltre un decennio

Gli anni che seguiranno, dalla mobilitazione studentesca all'autunno caldo, troveranno - oltre a fatti specifici di politica internazionale e italiana - il loro retroterra in questi anni sessanta. Fase che ha posto le basi sul piano sociale, politico e culturale a quanto accadrà nel 1968 e nel 1969 fino allla seconda metà degli anni settanta, fase storica in cui si assisterà alla crisi e al declino dell'utopia rivoluzionaria, al fallimento del progetto berlingueriano del compromesso storico e all'imporsi sulla scena sociale e politica del dettato ideologico della politica terroristica delle armi.

 

 

Lorenzo TIBALDO