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ESTRATTO DA "LA BEIDANA. CULTURA E STORIA NELLE VALLI VALDESI", N. 17, NOVEMBRE ‘92

avviso: l'apparato delle note è purtroppo saltato con la versione per Internet, chi può consulti la rivista.

Elementi di storia del sindacato pinerolese

(1948-1967) . (II Parte)

 

di Lorenzo Tibaldo

 

La Talco - Grafite: il pugno di ferro

 

Gli ultimi anni cinquanta vedono ancora in primo piano i contrasti tra i minatori e la Talco - Grafite : un perenne scontro che si protrae nel tempo innanzi, ad una determinata e rigida politica antioperaia e antisindacale della Direzione di tale Società.

Politica seguita con cinismo, a dispetto delle poco invidiabili condizioni inumane di lavoro in cui si trovavano ad operare i minatori. Nel 1956 la Direzione cerca di" alleviare" le condizioni di lavoro dei minatori colpiti dalla silicosi, malattia professionale che, nel suo stadio finale, conduce inevitabilmente alla morte.

La proposta della Talco - Grafite è la seguente: i minatori silicotici potranno prestare servizio fuori dalle gallerie per sole 24 ore settimanali. Questo però comportava una riduzione del salario del cinquanta per cento; inoltre, se questo non bastasse, accanto a questa drastica riduzione, le paghe corrisposte erano quelle da manovale e non da operaio specializzato.

Questa fu la risposta data dalla Direzione alle insistenti richieste dei minatori della "Gianna" di affrontare il grave e non più procrastinabile problema della silicosi.

"Offerta — sostiene ‘L’Unità’— i cui termini attuali sono assolutamente inaccettabili". Il giornale comunista in più di un’occasione si soffermerà sulle condizioni di vita dei minatori,

ponendo in evidenza la doppia faccia della medaglia: il pregiato prodotto che viene estratto dal sottosuolo trova il suo risvolto nel pesante prezzo umano pagato dai minatori.

Nelle valli Chisone e Germanasca vi era un nodo non facile da sciogliere: utilizzare le risorse economiche presenti sul territorio per favorire lo sviluppa delle Valli e nel contempo coniugare questo sviluppo con il progresso sociale dei lavoratori, dentro e fuori dai luoghi di lavoro. Proprio per affrontare questo tipo di problema venne convocato nel marzo del 1957 a Pomaretto un convegno da un gruppo di minatori. Convegno che intese dibattere sul tipo di sviluppo e di rinascita della Valle e al quale vengono invitati, oltre la popolazione, esponenti politici locali e nazionali, amministratori, partiti politici e sindacati.

Il Pci torinese coglie l’importanza di questo convegno sotto il punto di vista politico. Infatti con una sua lettera inviata alle varie sezioni del Pci della zona Sante Bajardi, a nome del Comitato Provinciale, ricorda che " è indispensabile una larga presenza di compagni e lavoratori per imprimere alla manifestazione ed alla discussione un chiaro orientamento di classe."

D’altronde la situazione delle Valle era duplice: da un lato lo spopolamento della montagna che obbligava la gente ad emigrare, dall’altro le condizioni di vita e di lavoro dei minatori che erano in alcuni casi drammatiche. Lo sviluppo di una Valle sul piano economico significava anche conquistare livelli di lavoro e di vita dignitosi.

 

Il talco: morbido per la pelle e letale per i polmoni

 

Dal sottosuolo si estraeva una sostanza preziosa, il talco, molto apprezzato sul mercato ma "Il nostro discorso — scrive il giornale comunista ‘L’Unità’ — si estendeva anche al ‘prezzo' che l’uomo paga per venire in possesso del prodotto, per poterlo utilizzare. Sì, perché il talco, la morbida polvere che sotto la veste di borotalco rinfresca il fisico dopo un bagno e ammorbidisce la pelle ai bimbi e che sotto forma di cipria, toglie il lucido e dà colore al volto delle nostre donne, per coloro che lo estraggono dalle miniere è il compagno della terribile polvere di silice che, penetrata nei polmoni, rappresenta una condanna permanente : la silicosi, una delle più temibili tra le malattie professionali."(3)

Ed ogni lotta per un miglioramento della condizioni di lavoro — portato avanti con tecniche e sistemi ormai vecchi di cinquant’anni — diventa un’impresa ardua contro un padronato di stampo tradizionale che rifiuta ogni minimo avanzamento e progresso sociale.

D’altra parte quali alternative si ponevano davanti al montanaro: la morte per silicosi in miniera o cercare in terre lontane, in altre nazioni lavoro. "Inoltre poter lavorare nella propria terra rappresenta già una fortuna. Tra la silicosi in patria e la tubercolosi nelle miniere belghe e tedesche, è sempre meglio la prima." Non solo, ma accanto alle scarse prospettive di lavoro, l’occupazione in miniera era anche un fatto culturale, una tradizione familiare: " mio padre aveva già lavorato qui ed io poiché l’economia di montagna non basta per vivere sono sceso in miniera."

Il pugno di ferro della Talco-Grafite si fa sentire: le proteste, le rivendicazione operaie vengono affrontate con determinazione. Il ricorso ai licenziamenti divenne una prassi consolidata. Nel settembre del 1957 la Direzione licenzia due minatori dietro la motivazione di scarso rendimento, immediato è lo sciopero di solidarietà e di pretesta dei compagni: "Finché non rientreranno Talmon e Barus — affermano i compagni dei licenziati — noi non riprenderemo il lavoro".

Lo scorso rendimento era una motivazione di comodo della Talco -Grafite, facilmente accollabile sulle spalle dei minatori, in presenza di un aumento di produttività vertiginoso imposto dalla Direzione: si era passati da una produzione media giornaliera di 3-4 tonnellate al giorno per ogni lavoratore ad una successiva richiesta di 6-7 tonnellate.

Ma il sistema più infimo fu il sottile ricatto del licenziamento collettivo: si fa sapere che le attuali miniere" non rendono più",

quindi se "i lavoratori chiedono indennità salariali o anche soltanto miglioramenti per le condizioni di lavoro, le miniere aumenterebbero il loro deficit e sarebbe necessario sospendere l’estrazione del materiale: i minatori verrebbero perciò licenziati perdendo quel poco che hanno."

La percentuale dei silicotici nelle miniere della Valle raggiunse una quota del 50-60%. Percentuale altissima che fece chiedere quante tombe nei piccoli cimiteri della val Germanasca, da Perosa Argentina fino a Ghigo e a Praly sono state riempite con le vittime di questa spaventosa malattia professionale." Si contano sulle dita delle mani coloro che a sessant’anni riescono a percepire la pensione per qualche mese. Oltre all’insorgere della silicosi li ha sfibrati anni di lavoro in condizioni inumane. Nelle gallerie d’alta montagna si lavora in piena estate, a non più di 5°gradi sopra zero: d’inverno, prima di iniziare il lavoro sulla roccia, è necessario spaccare lo spesso strato di ghiaccio che s’è formato nella notte." Tutto questo per dei salari che toccano le 44-45 mila lire per il lavoro qualificato per scendere alle 35-36 mila lire dei manovali.

Situazione che divenne il centro del dibattito del I° Congresso provinciale unitario dell’industria estrattive, che si tenne a Pinerolo, e nel quale si denunciava che accanto alle" malattie che falcidiano i minatori , ed i cimiteri delle nostre valli testimoniano la lunga e triste catena di vite umane stroncate dai 40 ai 50 anni! A questo terribile flagello si aggiunge il supersfruttamento, i bassi salari, le precarie condizioni ambientali, la poca sicurezza dei luoghi di lavoro miniere e cave, in seguito alla scadente attrezzatura: a conclusione dei lavori il Congresso ha stilato una mozione in cui si dettano le norme organizzative e le richieste dei minatori per una vita meno dura, per delle condizioni di lavoro più umane e per un miglior trattamento economico che dia a loro ed alle loro famiglie la possibilità di vivere in condizioni umane e degne di un consorzio civile qual’è quello attuale".

La drammaticità della vita dei minatori viene riportato alla luce da un’inchiesta del settimanale cattolico del pinerolese, "L’Eco del Chisone" nel maggio del 1959. Un reportage che dalla viva voce dei lavoratori delle miniere mette in luce la lenta agonia dell’uomo del sottosuolo, avvolto dalla polvere di silice e dall’aria stantìa, schiacciato dai pesanti carichi di lavoro e senza alternative: "ammazzarci di lavoro, o morire di fame".

E’ una lotta per l’esistenza, fuori e dentro la miniera: " quando un minatore si accorge di essere colpito gravemente dalla malattia deve risolvere un tragico dilemma: o continuare il lavoro, aggravando il male; o chiedere di essere addetto a dei lavori esterni alla miniera. questa seconda soluzione in genere comporta il passaggio ad una qualifica inferiore, con retribuzioni notevolmente più basse."

La mobilitazione alla Talco si continua nel corso degli anni fino a toccare il suo culmine nel 1967 con la richiesta dell’Azienda di 280 licenziamenti.

 

Le lotte del '62: maggior salario e migliori condizioni di vita

 

Nel maggio 1962, nei due stabilimenti di S. Sebastiano e del Malanaggio, viene dichiarato uno sciopero di 24 ore con l’adesione totale di tutti i lavoratori. Alla base delle lotta troviamo la richiesta di un premio annuo di L. 72000 e miglioramenti normativi e delle condizioni di lavoro. I bassi salari dei minatori facevano scrivere che non "è quindi eccessiva la richiesta di una quota di 6000 lire mensili". La vertenza si prolunga nel tempo: la lotta si estende a tutta la Talco-Grafite con uno sciopero giornaliero di 4 ore. La piattaforma rivendicativa dei minatori si può riassumere secondo queste linee direttive:

1) adeguamento del salario non su riferimenti puramente nominali, ma legati al reale potere d’acquisto;

2) miglioramento delle condizioni di lavoro nelle miniere( potenziamento del sistema di aerazione, istallazione di impianti di areosol);

3) istituzione di una pensione integrativa e di un’assicurazione per gli infortuni extraprofessionali.

Non si deve dimenticare che il salario del minatore era nettamente inferiore a quello di un lavoratore tessili o di altre aziende presenti sul territorio ( Riv e Beloit). "Alcuni minatori confrontando le loro buste paga con quelle delle proprie mogli occupate negli stabilimenti tessili di Perosa Argentina, riscontrano che il loro mensile è inferiore, mentre il loro sforzo fisico e il rischio che comporta il loro duro lavoro sono di gran lunga superiori. Se il raffronto si estende poi nei confronti dei salari Riv o Beloit si riscontrano a parità di qualifica e di orario una differenza che varia fra 15000 e anche le 20000 mensili."

La risposta della Direzione alle rivendicazioni operaie e di rigidi rifiuto. Dal 19 maggio lo sciopero è di 4 ore giornaliere che i minatori suddividono in due momenti, restando inattivi ogni 2 ore di lavoro. La mobilitazione si concluderà dopo 60 giorni con un accordo tra la Talco-Grafite e i sindacati, con la mediazione del Prefetto.

Quanto accadeva alla Talco non era altro che la miniatura di un processo socio-economico generale. Tra il 1948 e il 1955 la produzione industriale aumentò del 95 per cento, senza però avere una diminuzione della disoccupazione; anzi, nel medesimo periodo essa aumenta del 6 per cento. Il rendimento del lavoro operaio sale in questi sette anni dell’89 per cento, di contro i salari reali crebbero solo del 6 per cento: "un’inchiesta condotta nel 1957 dall’Istituto centrale di statistica appurò che alla famiglia italiana, per fronteggiare le spese essenziali di bilanci, sarebbe occorso un reddito mensile di 70.371.Il salario medio era valutabile, viceversa, in 60.000."

 

Il contesto sindacale: si attenua la contesa tra Cisl e Cgil

La scissione nella Cisl alla Fiat

 

Con il termine degli anni cinquanta sono presenti ancora elementi di rissosità tra le diverse confederazioni sindacali ( i fatti d’Ungheria del 1956 acuirono la polemica ), tuttavia cominciavano a fare capolino i presupposti di un potenziale disgelo: per esempio nel 1957 alla Camera viene presentato, congiuntamente dai parlamentari della Cisl e della Cgil, un disegno di legge per la tutela del lavoro a domicilio.

Intanto la Cisl continua a perseguire una maggior autonomia dal padronato, seppur sempre seguendo la logica politica della collaborazione costruttiva tra capitale e lavoro. Autonomia che condusse ad una profonda scissione nella Cisl torinese, avente allora come segretario provinciale Carlo Borra, avvenuta nel 1958 alla Fiat. Il rifiuto di ogni interferenza del padronato Fiat nelle attività sindacali portò Pastore a minacciare la non presenza della lista Cisl in occasioni delle elezioni di Commissione interna. La posizione di Giulio Pastore non fu condivisa dalla stragrande maggioranza dei cislini della C.i. della Fiat: gruppo di persone da sempre in stretta relazione con la dirigenza Fiat e che si allontanò dalla Cisl, fondando un nuovo sindacato (Sida). In seguito alla scissione i voti della Cisl di Borra e Pastore passò dai 26.000 voti ai soli 7.000 voti.

Diverse sono le letture date alla scissione Cisl alla Fiat. Carlo Borra sostiene quella scelta come unica strada per battere una politica sindacale aziendale e paternalistica, senza che questo mettesse in discussione la politica interclassista della Cisl:" Il movimento operaio ha la sua forza e la sua ragione d’essere solo in un concetto solidaristico che va oltre i cancelli di un’azienda. Racchiuso in essa sarà sempre condizionato al potere economico del padronato e al timore che esso suscita.

Di qui la concezione Cisl che allo scopo di porre i rapporti padronato e maestranze su un piano di dignità umana e non di sudditanza, vuole che sia il sindacato, non vincolato in nessun modo all’azienda e portato a guardare agli stessi problemi aziendali in collegamento a situazioni generali che interessano tutti i lavoratori, a trattare in naturale accordo con le rappresentanze operaie dell’azienda, i problemi di fondo (_) C’era veramente il pericolo lamentato fino a ieri da chi oggi è vicino ad Arrighi, che si vedesse nel sindacato un organismo preoccupato solo di avere un’affermazione di voti, disposto a chiudere gli occhi su tutto il resto."

Considerazioni che il Segretario provinciale della Cisl continuerà sulle pagine de "L’Eco del Chisone", scrivendo che "alla Fiat si sono avuti ultimamente purtroppo metodi e sistemi limitativi della libertà sindacale che un sindacato come il nostro, sorto per opporsi al metodo d’imposizione dei comunisti, non poteva e non ha mai approvato."

E’ opinione di Sergio Turono che " L’assoluta mancanza di cautela con cui la CISL ostentatamente agì in quella circostanza, dando per scontato il prezzo di un insuccesso clamoroso nelle successive elezioni aziendali, dimostra che l’obiettivo della Cisl era politico: presumibilmente d’accordo con la DC( il segretario generale Giulio Pastore, dopo qualche settimana, entrò in un governo presieduto da Fanfani , di preparazione al centro-sinistra) la Cisl volle contribuire, col sacrificio torinese, ad agevolare la prospettiva dell’alleanza politica fra cattolici e socialisti."

I fatti accaduti alla Fiat fecero accusare — da parte della Cisl — lo stesso padronato di convivenza e complicità nella scissione. E’ sempre il Segretario provinciale della Cisl a scrivere che "in una fase in cui la Cgil sta perdendo la fiducia dei lavoratori per la sua palese sudditanza al partito comunista, per i suoi errori passati, una parte della classe padronale, per calcolo di opportunismo non comprende la necessità di favorire questa difficile maturazione democratica nella libertà, impostando un serio colloquio con quelle rappresentanze sindacali che non negavano la collaborazione sul piano produttivo."

Si accusò La Fiat di usare strumentalmente la Cisl in chiave anticomunista, per poi favorire nel suo interno una scissione che vedrà fortemente indebolita un’organizzazione sindacale che fa della sua filosofia una politica di confronto costruttivo, di collaborazione e non di antagonismo verso il padronato , seppur rivendicando una sua autonomia e rifiutando una concezione del sindacato di apertura politico-sindacale meramente aziendalista ( come furono in realtà i Liberi Lavoratori Democratici. L’indebolimento della Cisl ci sarà e sarà anche consistente: nelle elezioni della Commissione interna dell’aprile 1958 la Cgil otterrà il 25,3% dei voti , la Cisl il 12,9% (l’anno precedente il 50,01%), la Uil il 28,3% e i Lld (nati dalla scissione con la Cisl) IL 31,3%.

 

La forza della Cgil e il razzo lunare russo

 

La Cgil vedrà una sua riconferma in occasione dell’ elezioni di Commissione interna alla Riv. Ascesa che verrà spiegata dalle confederazioni sindacali antagoniste dalla presenza di una depressione economica che provocava l’aumento dei licenziamenti, una riduzione degli orari e del potere d’acquisto dei salari. Scontento che andava a coagularsi, secondo la Cisl, nel sindacato di opposizione rappresentato dalla Cgil.

In questo scorcio di fine decennio continuano ad essere i consensi ottenuti dalle diverse confederazioni sindacali la cartina di tornasole del potere sindacale e dei suoi contrasti interni. Nel 1959 questi sono i voti ottenuti, nella provincia di Torino, dai tre maggiori sindacati.

1959 1958

Cisl 34634 25,3% 33735 24,8%

Cgil 49914 36,5% 50188 36,9%

Uil 24580 17,9% 25098 18,4%

 

Nelle elezioni alla Fiat del 1960 — a cui parteciparono i 73000 dipendenti, con 7000 assunti in più rispetto all’anno precedente — la Cisl deve accontentarsi del 16,1% ( contro il 21, 8% della Cgil) in quanto gli scissionisti dei Lld conquistarono ben il 32,7% La Cisl si vede stretta tra l’opposizione di classe perseguita dalla Cgil e il sindacalismo aziendalista dei Lld. La preoccupazione della Cisl è che il calo della Cgil sia solo momentaneo, per causa di forza maggiore, e non una reale adesione dei lavoratori ai principi e alla politica del sindacalismo cristiano-democratico. Si rinnova l’accusa al padronato di opportunismo, di tenere atteggiamenti ambigui a seconda delle circostanze:" Di qui l’appoggio ai sindacati democratici finché sono stati su un piano di puro contrasto socialcomunista, subito trasformato in dura opposizione appena hanno dimostrato di essere soprattutto sindacati di tutela operaia. Ed ecco tutti i tentativi di svilire le CC.II., di irretire il sindacato col lancio di formule aziendalistiche, di ricattare le libertà sindacali con premi e forme diverse di paternalismo.

Molti si sono illusi di aver battuto il comunismo perché in grosse fabbriche la CGIL passava in minoranza, ma oggi responsi politici confermano quanto fallaci siano tali risultati, se poggiano sull’opportunismo, sulla paura, sulle pressioni e non su una maturazione democratica."

La lotta al comunismo diventò ancora più imperante in seguito ad un fatto spaziale: il raggiungimento da parte del razzo sovietico "Lunik II" della superficie lunare. Tale conquista scientifica sollevò la preoccupazione che potesse legittimare politicamente e culturalmente l’ideologia comunista, non potendo disconoscere l’innegabile importanza dell’approdo del vettore sovietico sulla luna.

In tal senso sulle colonne de "L’Eco del Chisone" si scrive che " Sarebbe miope voler negare il valore spirituale della conquista. In ciò siamo sicuri di interpretare il pensiero degli uomini liberi (_) Dobbiamo confessarlo: il comunismo non toglie all’uomo quello che Dio ha dato all’uomo: l’intelligenza. Può toglierli la coscienza e renderlo infelice anche nelle ricchezze materiali più abbondanti.

La Russia ha conquistato la luna. Ebbene questo non vuol ancora dire che il russo sia l’uomo più felice del mondo. La scienza e filosoficamente dimostrato non risolve totalmente i problemi dell’uomo."

 

Il risveglio dell’economia: inizia il boom economico

 

Intanto tra il 1959 e il 1960 l’economia italiana comincia ad avere un risveglio e un’espansione sul piano produttivo: la disoccupazione in provincia di Torino passa dalle 55000 unità del 1958 alle 48000 del 1959.

Era inizia la fase di massima espansione del sistema produttivo italiano che copre il periodo che va dal 1959 al 1963:" La produzione lorda manifatturiera, che nel decennio cinquanta era salita in media annua del 7,4%, salì nel quinquennio 1959-63 del 10,1%; la produttività per occupato, che era salita del 4,6% all’anno salì ora del 7,6%; gli investimenti passarono da un incremento medio annuo del 6,8% ad uno del 13,8%. Fu questo il periodo chiamato del ‘miracolo economico, cadde la disoccupazione di massa ed emersero i problemi della disoccupazione tecnologica, cioè della forza lavoro eliminata dall’introduzione di macchine più moderne."

In questo mutato contesto economico si apre anche una nuova fase di lotte operaie: le ore di sciopero passano da 2.291.000 del trimestre gennaio-marzo del 1960 ai 23.693.000 del trimestre luglio-settembre sempre del medesimo anno. Per Giorgio Amendola " La resistenza padronale viene stimolata dal carattere largamente rinnovatore che le lotte vanno assumendo, perché puntano a risultati che dovranno modificare il rapporto sindacale nei luoghi di lavoro. Queste nuove rivendicazioni esprimono la coscienza sempre più diffusa della crisi delle attuali strutture contrattuali, e la richiesta di strutture contrattuali nuove e moderne."

Ai mutamenti tecnologici avvenuti all’inizio degli anni ’60 si affianca anche un mutamento sociologico nella composizione della classe operaia con "l’ingresso in massa dei giovani, degli immigrati, degli ‘operaia comuni’, anche detti ‘manovali specializzati’, nelle lavorazioni sempre più meccanizzate. Questa nuova classe operaia che non aveva vissuto le sconfitte e la repressione della fase precedente, rivelò presto, dopo una breve esperienza di lavoro socializzato, una grande combattività che si collegò naturalmente con la coscienza di classe della vecchia forza lavoro professionale ( operai specializzati o qualificati) dando vita a lotte di ampiezza senza precedenti."

I primi anni sessanti sono stati letti in chiave storiografica come un momento di svolta della storia italiana. Grisoni e Portelli cercano di riassumere in poche righe i motivi fondamentali di questa svolta che trova la sua origine nella convergenza " di quattro grandi fattori che contribuiscono a definire gli assi secondo i quali la società italiana si va ristrutturando. A livello economico è pressoché concluso il periodo della ricostituzione e inizia una fase di espansione. La politica centrista degli anni cinquanta si evolve in direzione di un’apertura alla sinistra non comunista. I gruppi dirigenti sindacali cominciano a trarre le prime lezioni del decennio appena concluso. La classe operaia si ringiovanisce radicalmente. La convergenza di questi quattro elementi all’interno di un arco storico estremamente breve, produce un intenso fermento popolare i cui effetti pratici più clamorosi irromperanno sulla scena sociale nel 1969."

Si può sostenere che in linea generale i conflitti sociali degli anni ’50 furono essenzialmente di natura difensiva. Con l’approssimarsi del termine di tale decennio cominciarono ad evidenziarsi — fin dal 1959 — i sintomi di una generale ripresa delle lotte operaie e sindacali. Il 1959 è l’anno di scadenza del contratto dei metalmeccanici. Alla Fiat, dopo lunghi anni di silenzio, le lotte riprendono fiato e nel giugno gli operai decideranno anche di sospendere gli straordinari.

 

Riva e l’agonia del CVS

 

Il 1960 si conclude con lo sciopero di 150.000 metalmeccanici del settore privato il 27 dicembre.

Nel 1960 si verificano anche due scioperi che sarebbero continuati l’anno successivo: lo sciopero degli operai dei cotonificio CVS ( Cotonifici Valle Susa ) e quello degli elettromeccanico.

Nel pinerolese allo sciopero del CVS di Perosa Argentina si aggiungono quello della Beloit e quello della Mazzonis. Si apre anche nel pinerolese una fase storica molto travagliata che porterà alla grave crisi occupazionale a metà degli anni sessanta.

Nello stabilimento CVS di Perosa Argentina continuava da oltre un mese lo sciopero. Siamo nell’autunno del 1960, e le motivazioni della vertenza furono le seguenti: 1) miglioramento delle tariffe del cottimo; 2) l’istituzione di un premio di produzione; 3) riduzione dell’orario di lavoro per gli impiegati.

Le prime due richieste erano essenzialmente giustificate dall’aumento della produttività e dei profitti, oltre all’aumento dei carichi di lavoro.

La situazione di agitazione continua a perdurare nel gennaio del 1961: dal settembre dell’anno precedente vennero effettuate 37 giornate di sciopero. La lotta comincia a pesare sui bilanci familiari, molti retti da un solo salario. Gli operai rinnovano la loro richiesta di 3000 lire mensili di premio di produzione, a fronte dell’offerta della Direzione di 1000 lire. Richiesta da parte dei lavoratori ampiamente legittima — tenuto anche conto dei livelli dei salari dei tessili — e anche perorata — pur con le considerazioni limitative che avremo modo di far risaltare in seguito — dal settimanale "L’Eco del Chisone", il quale scrive che "siamo perciò convinti che la posizione delle maestranze di Perosa Argentina abbia tutti i crismi di una legittima difesa a difesa di quel minimo vitale a cui ha diritto ogni lavoratore. Senza dire che essa corrisponde ad un criterio di giusta proporzionalità fra i guadagni del capitale e il profitto della mano d’opera. L’esportazione tessile è aumentata rispetto al ’58 del 31%."

La mediazione del Prefetto non servì a sbloccare la situazione.

La tensione aumentava con il passare del tempo: come risposta alla serrata di due giorni dello stabilimento, il & febbraio avviene l’occupazione momentanea dei luoghi di lavoro. In quell’occasione si verificano anche dei tafferugli con le forze dell’ordine. I lavoratori in seguito scendono in corteo a Villar Perosa davanti alle officine della Riv ( dove in un comizio interverranno Carlo Borra e Sergio Garavini) per poi giungere in un secondo momento allo stabilimento Gutermann.

Il settimanale cattolico pinerolese ribadirà la sua solidarietà — richiamandosi ai princìpi della "Rerum Novarum" — ai lavoratori in lotta, pur mettendo le mani avanti sulle conseguenze di ogni esasperazione della protesta e sulla sua politicizzazione. Viene infatti sottolineata la convinzione che "come mezzo di difesa nella rivendicazione di legittimi diritti (giusta retribuzione), usato quando sono risultati vani gli altri mezzi, e praticato senza far ricorso alla violenza e senza causare danni a terzi, lo sciopero è più che legittimo. Naturalmente, deve avere come finalità l’elevazione economica delle classi lavoratrici. E’ però anche causa di non pochi danni; turba la pace sociale e talvolta gli equilibri degli spiriti, e può degenerare in manifestazioni di indole non più economica ma politica, per effetto dell’azione dei mestatori che hanno interesse a pescare nel torbido."

La vertenza si concluderà dopo oltre 5 mesi: le richiesta avanzate dai lavoratori del CVS verranno accolte solo parzialmente. La Cisl valuterà positivamente la conclusione della vertenza annoverando ad essa il merito di aver condotto in porto la difficile contesa evitando che "certe manifestazioni, tipo blocco stradale, potessero tralignare nell’illegalità".

Tuttavia il momento della verifica del comportamento delle organizzazioni sindacali, del loro operato e della valutazione data dai lavoratori sulla vertenza avvenne il mese di aprile dello stesso anno con l’elezione della C.i.. In quell’occasione la Cgil passò da 310 voti a 482, mentre la Cisl regrediva da 376 a 325, sempre rispetto all’anno precedente. L’avanzata della Cgil può venire letta almeno in due modi: con la confluenza dei voti della Uil nella Cgil, tenendo conto che la prima non aveva presentato nel 1961 una sua lista ( mente l’anno precedente i suoi candidati avevano raccolto un centinaio di voti), oppure il comportamento avuto dalla Cgil rispetto ai bisogni operai, anche in relazione agli esiti della vertenza appena conclusa.

La situazione del CVS si farà drammatica nel corso degli anni per toccare l’apice nell’autunno del 1965, con il fallimento. Nel ’64 inizia la crisi del CVS, con la tendenza delle banche a ridurre i crediti, in un momento di espansione dell’azienda. Lo stesso IMI venne sollecito a rinnovare e incrementare i suoi prestiti al CVS, ma le scarse garanzie personali offerta a fronte di ingenti capitali esposti portano l’IMI a non aumentare l’aiuto ai Riva. La situazione debitoria aumenta progressivamente fino al miliardo di lire: verso Istituto previdenziali e assistenziali, nel versamento delle tasse, e il mancato pagamento dei salari . Intanto, però, mancando anche le materie prime venne sospesa anche la produzione.

Nel 1965 La Cassa di Risparmio e l’Istituto Bancario S. Paolo devono intervenire con un finanziamento di 350 milioni per iniziare a pagare i salari. L’irresponsabile gestione dei fratelli Riva e la stretta creditizia portano al fallimento il CVS. Il pericolo della disoccupazione — sommata alle altre situazioni di crisi presenti nel pinerolese — viene percepita da un’intera Valle, mentre si moltiplicano le sottoscrizioni in favore dei disoccupati.

Numerose sono le interpellanze rivolte al governo per una situazione che vede gettare sul lastrico quai 9000 occupati, pur in presenza di ingenti commesse e di stabilimenti con un buon ammodernamento tecnologico. Le Condizioni di crisi del Cotonificio valle Susa "sono dovute al fatto che ci troviamo di fronte ad una lotta tra gruppi finanziari (Riva-Abegg, gli attuali proprietari; la Edison e la Chatillon) per il possesso del cotonificio torinese, le cui conseguenze vengono fatte ricadere sui lavoratori e sulla popolazione ".

Ma il fatto più eclatante, dietro gli scontri finanziari tra i diversi gruppi è il ruolo assunto dal potere pubblico: "E restiamo sconcertati sentendo che la ristrutturazione dovrebbe portare al dimezzamento quasi delle maestranze del Cotonificio Valle Susa; sconcertati prima di tutto perché questi licenziamenti sarebbero conseguenza d’un intervento concertato col pubblico potere (I.M.I.) per disposizione del governo; in secondo luogo perché l’azienda tecnicamente ha capacità di ripresa e di nuovo sviluppo, e non si vede come una politica di espansione — anche per ridurre lo stesso costo — dovrebbe in questo momento licenziare una manodopera già preparata."

Alberto Tridente, sindacalista della Fim-Cisl, si sofferma sulla situazione del CVS, affermando che affrontare casi di questo genere vuol dire coinvolgere tutto il nostro sistema economico e produttivo".

Secondo l’esponente sindacale della Fim-Cisl il caso CVS e altri simili sono il banco di prova, la verifica di tutti i discorsi profusi sulla democrazia e rivolti ai lavoratori. Infatti è " indubbio che, su questo piano, i discorsi sulla democrazia fatti ai lavoratori, che si trovano nelle suddette condizioni ( precarietà del posto di lavoro, deboli azioni sindacali, della retribuzione), non rispettano i termini di un messaggio che i lavoratori possono approvare e comprendere.

A questi temi la stampa cosiddetta di informazione è, in varia misura, colpevole.

I discorsi sulla democrazia hanno un duro banco di prova: la soluzione dei problemi tipici, quali CVS, RIV. MAGNADYNE, BELOIT; e la soluzione dei quotidiani conflitti, cui il sistema pone mente con paurosa abituale leggerezza."

La brezza del ’68 e del ’69

 

Alla fine della discussione viene elaborato un "documento base" che partendo dagli avvenimenti del CVS, avvia una riflessione e offre delle considerazioni sul rapporto tra sistema politico e sistema economico, tra sistema produttivo e la condizione dei lavoratori e, più che altro, sulla coerenza verso certi valori professati ( ma travisati e disattesi) dal mondo cattolico.

Documento significativo, nel quale si possono già leggere la maturazione politica di una porzione del mondo cattolico , il quale porterà argomenti e proposte al grande movimento di massa che caratterizzerà la fine degli anni ’60. In esso leggiamo che " Di fronte alla realtà di una società fortemente condizionata dal peso della nostra scelta politica, dobbiamo avere il coraggio di opporci ad ogni interclassismo che, in concreto nella struttura attuale della nostra società significhi sacrificare alla classe dei pochi (detentori del potere economico e politico) gli interessi della classe dei molti( cioè dei lavoratori). Questa opposizione è necessaria perché attraverso l’interclassismo, e contro le nostre dichiarazioni di principio, abbiamo accettato la decisione, tacita ma operante, che esistono due specie di cittadini: da una parte coloro che hanno tutti i diritti, dall’altra coloro che hanno tutti i doveri, rifiutandoci di proporre qualche soluzione sociale e politica che non fosse la generica e paternalistica protezione esercitata dal ricco — che però deve restare ricco — sul povero — che però deve continuare ad essere povero."

In questo documento il vento del ’68 comincia ad alzare la sua prima brezza, anticipando le scelte che confluiranno in una contestazione globale del modo di produrre e del sistema di vita offerto dalla società capitalistica. Diversa sarà l’interpretazione data dal settimanale cattolico pinerolese che si richiamerà ai classici valori della carità cristiana e sul buon cuore dell’imprenditore.

 

Deflazione recessione e unità sindacale

 

Le condizioni tecniche del CVS permettevano — anche dal punto di vista tecnologico — una ripresa produttiva. La stessa produzione, i filati fini, era una merce ampiamente richiesta sul mercato. Il 40% della produzione che usciva dallo stabilimento di Perosa Argentina era diretta all’estero. Così all’inizio del 1966 si aprirono concrete possibilità di ripresa negli stabilimenti di Perosa Argentina, Lanzo, Collegno e Rivarolo, anche se queste opportunità non consentirono il rilancio del CVS.

Se la situazione creatasi al CVS poteva essere imputata all’incapacità dei Riva e alle lotte finanziarie e di potere condotto dai grandi gruppi economici, le successive crisi aziendali che toccarono il loro culmine nella metà degli anni sessanta si inseriscono in un preciso contesto di recessione economica. Secondo Vittorio Foa il rimedio che fu adottato "per ridurre la conflittualità operaia e che si rivelò efficace fu la politica della recessione, la restrizione del credito e della spesa, cioè la deflazione con la caduta di attività economica e la creazione di disoccupazione. Gli investimenti che nel periodo 1959-63 erano cresciuti in media del 13,2% l’anno, nel 1964 caddero del 20,1% e nel 1965 caddero di un altro 20,7% (_) La recessione del 1964-65 fu occasione di una profonda ristrutturazione industriale. I pochi investimenti furono concentrati nel rinnovo di impianti allo scopo di risparmiare mano d’opera anziché di creare nuovi impianti e nuovi posti di lavoro."

Sempre restando nel campo tessile questa era la situazione di difficoltà presente nel pinerolese 1964 :

 

Operai Sospesi Orario di

occupati lavoro

TURATI

Luserna S. Giovanni 234 30 48 ore

TURATI

Miradolo 185 48 ore

VACIAGO

Luserna Airali 140 3 32 ore

48 ore

C.V.S.

Perosa Argentina 740 240 48 ore

GUTERMANN

Perosa Argentina 750 100 20 ore

licenziati 40 ore

WIDEMANN

S. Germano Chis. 398 40 44 ore

MAZZONIS

Pralafera 450 550 24 ore

32 ore

MAZZONIS

Stamperia 588 - 40 ore

TURK

Pinerolo 115 - 32 ore

40 ore

TORCITURA

Val Pellice 52 - 40 ore

44 ore

 

Inoltre all’inizio degli anni sessanta una situazione diverse si viene a creare sul piano della sensibilità sindacale. Da una parte le conclusioni insoddisfacenti delle lotte contrattuali del 1959 trasferirono nel corso del 1960 un diffuso malcontento ( anche a fronte degli aumenti della produzione e dei profitti) nel mondo operaio. Situazione acuita con la crisi politica del governo Tambroni e i tumulti di Genova, in occasione del programmato Congresso dell’Msi.

Nell’aprile del 1960 ebbe anche luogo a Milano il quinto Congresso della Cgil, nel quale si richiedeva un intervento diretto dello Stato nei meccanismi economici e si auspicava una più profonda ripresa dell’unità sindacale che trova una sua proiezione concreta nel dicembre quando " i cittadini di Milano ebbero — con lo sciopero degli elettromeccanici milanesi — la prima immagine visiva ( e anche sonora, perché fu allora che gli operai introdussero l’uso dei fischietti per ritmare le manifestazioni) di un sindacalismo che faceva poca distinzione fra le sigle e tendeva a marciare unito. Nella FIM-CISL, la titubante dirigenza provinciale cominciava ad essere vivamente contestata dai giovani usciti dalla scuola di Firenze, guidate da Pierre Carniti. La forma di lotta adottata fu quella della mezza giornata di sciopero ogni giorno: sistema che chiedeva ai lavoratori un sacrificio economico non insostenibile, danneggiava ugualmente le imprese, e consentiva il continuo collegamento organizzativo con la base mobilitata. Il 23 novembre ci fu una manifestazione di studenti. Il 1° dicembre un raduno di centomila in piazza del Duomo.

 

Il barone Mazzonis

Con questi richiami storici generali possiamo ora focalizzare la nostra attenzione sulla crisi occupazionale che colpirà duramente il pinerolese. Noi ci limiteremo a descrivere alcuni "punti caldi" più importanti: Mazzonis, Talco grafite, Beloit, Riv.

Il barone Mazzonis è una di quelle figure tutte d’un pezzo, paragonabile in qualche modo e sotto taluni aspetti, alla "madama di ferro", la signora Villa.

L’attività produttiva dei Mazzonis, il suo metodo gestionale lasciava il segno, come lo zoccolo del cavallo sul terreno morbido dopo la pioggia che però il tempo mitiga e la terra assorbe. Anche "La Stamperia di Mazzonis affondava così profondamente le proprie radici nella società circostante, nella sua tradizione e nel suo passato, da perdere fisionomia autonoma, da invadere sì, con il suo brontolio sommesso, ogni momento della vita cittadina, ma senza mai imporre clamorosamente la propria presenza a una comunità occupata più che altro a costruire e diffondere di sé un’immagine di pacifica sobrietà, di cultura, di perbenismo, di apertura cosmopolita."

Questa metamorfosi dell’azienda con la sua comunità non riuscirà a togliere nulla alla figura del padre-padrone, che in più di un’occasione sostituirà l’immagine del "buon padre" della Valle.

Nel Consiglio comunale di Luserna del 22 giugno del 1959 veniva messa in luce la situazione economica degli operai tessili, con dei salari bassi e insostenibili.

La miccia che accese la polvere delle lotte operaie alla Mazzonis agli inizi degli anni ’60 (1960-61) fu la filantropica proposta avanzata dal Barone: aumento di 1200 lire mensili, un premio a tutti coloro che durante ogni mese non faranno nessuna assenza. In poche parole, nessun sciopero e sempre in salute.

Le organizzazioni sindacali rifiutarono la provocazione e dichiararono uno sciopero a sostegno di precise richieste rivendicative: " rivalutazione delle attuali tariffe di cottimo fino a garantire un guadagno del 20 per cento sulla paga base, un aumento di 30 lire orarie per gli ‘ausiliari’ e le categorie speciali, l’istituzione di un premio di produzione dell’entità di 25 lire orarie".

L’agitazione si protrae nel tempo e si acuisce nel 1961: il 7 marzo gli stabilimenti della Valle entrano in sciopero, duemila operai incrociano le braccia e disertano il lavoro. E’ il quotidiano comunista "L’Unità" a descrivere l’intraprendenza dei lavoratori della Mazzonis:" Le operaie a Luserna e gli operai a Torre Pellice non hanno atteso di consultarsi con i sindacati di categoria. Per prima cosa hanno abbandonato il lavoro e poi si sono messi in contatto con le organizzazioni sindacali e sabato, nel corso di un’assemblea, hanno deciso la prima fermata avvenuta ieri con tanta forza. Le ‘crumire’ sono state pochissime e sono state accolte con il metodo ‘CVS’ e cioè in modo abbastanza vivace dalle lavoratrici che formavano il ‘picchetto’. Una di esse che ha esposto la sua situazione di miseria a causa del marito ammalato, si è vista offrire dalle sue compagne di lavoro l’importo della giornata. Le ‘picchettanti’ avevano fatto seduta stante una colletta e l’operaia si è unita alle compagne di lavoro in sciopero."

"L’Eco del Chisone", informando i suoi lettori delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori della Mazzonis, scrive che " un miglioramento delle condizioni di vita dei tessili della Val Pellice, attraverso la concessione di più giuste retribuzioni del loro lavoro è da tutti auspicato. Tra l’altro, sarebbe un modo per arrestare quel progressivo spopolamento della zona, ormai in atto da diversi anni, per cui l’elemento giovanile appena può si sistema altrove, dove trova una più sicura base economica per la propria vita di oggi e di domani."

Giovanni Mazzonis esprimerà il suo pensiero attraverso le pagine del settimanale "Il Pellice", giornale finanziato dall’imprenditoria locale ( anche da Mazzonis): Su tale giornale si potrà leggere che " Se la questione fosse stata all’inizio e fosse tuttora posta in modo più ragionevole ed opportuno, riteniamo che essa avrebbe potuto avere un esito diverso."

L’alternativa proposta alle rivendicazioni avanzate dai lavoratori in lotta consisteva, per il Barone, consisteva nell’accettare il premio da lui proposto, ovvero nell’accettare " la somma di L. 1200 erogate mensilmente a tutti gli operai che non avranno nel mese stesso alcuna assenza per qualsiasi ragione, salvo alcune poche eccezioni contemplate nel regolamento del Premio, regolamento depositato in Direzione e comunicato alle maestranze."

Il perdurare di una vertenza che coinvolgeva centinaia di nuclei familiari rendeva sempre più urgente trovare uno sbocco, una soluzione. Nel Consiglio comunale di Torre Pellice del 14 aprile viene rivolta un’interpellanza da parte del consigliere Rivoir e nella quale si chiede di essere informato sull’evoluzione della vertenza. Il consigliere Ferragutti invita il Sindaco a prendere contatto con il Prefetto ed il Presidente della Provincia per avviare un’opera di mediazione tra le parti. Al termine del consiglio " i consiglieri avv. Cotta e Ferragutti, a nome del consiglio, stilano un mandato per il Sindaco affinché provveda immediatamente in merito".

 

La divisione tra gli operai e la repressione poliziesca

L’acuirsi della lotta — nonostante i diversi tentativi di mediazione delle diverse autorità politiche ed istituzionali — porta a far affiorare i primi segni di stanchezza dovuti anche dal peso delle molte ore di sciopero sui già magri bilanci familiari."(_) Giovedì e venerdì scorsi sono accaduti incidenti tra gli scioperanti delle Manifatture Mazzonis di Pralafera. Diciotto operai — diciassette donne e un uomo — sono stati denunciati dai carabinieri di Luserna alla Procura della Repubblica.

I disordini hanno avuto inizio giovedì alle ore 14, quando cinque operaie che non avevano aderito allo sciopero proclamato dalle tre organizzazioni sindacali per ragioni economiche stavano uscendo dai cancelli dello stabilimento di Luserna. Sul piazzale antistante la fabbrica esse si sono trovate di fronte agli scioperanti, che le hanno investite, prima con insulti, poi con il lancio di sassi e di altri oggetti contundenti. I carabinieri sono riusciti con non poca fatica, a garantire l’incolumità delle lavoratrici, portandole in salvo fino alla caserma di Torre Pellice, che dista oltre un chilometro e mezzo dallo stabilimento di Pralafera.

Non sono stati effettuati fermi, avendo i carabinieri potuto ristabilire la calma sia pure con molta fatica. L’episodio si è ripetuto venerdì alla stessa ora. Diciotto operai sono stati denunciati.

Martedì presso la Stamperia di Torre Pellice alcuni operai in sciopero hanno aspettato i loro compagni che hanno lavorato all’uscita dello stabilimento alle 13,30, gratificandoli di epiteti e lancio di uova marce_".

Gli operai cercano in tutti i modi di spezzare l’intransigenza di Mazzonis: sciopero bianco, sciopero a singhiozzo, fino allo sciopero totale. Tuttavia Mazzonis continua a rifiutare qualsivoglia trattativa: ma, ormai, è tutta una Valle che cerca di spezzare questa ostinata determinazione: Gli stessi commercianti, preoccupanti dei loro affari, fanno sentire la loro voce.

 

Il referendum

 

Una proposta di mediazione riceve risposte diverse dai diversi sindacati: possibiliste la Cisl e La Uil, nettamente contraria la Cgil. Sarà un referendum a porre la parola fine e a verificare le diverse posizioni emerse all’interno della Commissione interna.

" In base alle nuove proposte emerse nell’incontro avvenuto sabato 6 c.m. ( presso la sede dell’amministrazione provinciale di Torino ) tra il prof. Grosso Giuseppe, il cav. Mazzonis e le Commissioni Interne, è stato indetto un referendum tra le maestranze per l’approvazione o meno dell’operato delle CC. II. e per poter procedere alla firma dell’accordo, che riportiamo in seguito accettato in linea di massima dai sindacati e membri di C.I.. della Federtessili CISL e della UIL-Tessili, mentre la CGIL ha considerato tale proposta di accordo insoddisfacente, ed ha invitato gli operai a votare no."

Nella bozza di accordo erano contemplate le seguenti concessioni: 16000 lire annue per tutti i lavoratori, a queste si dovevano aggiungere 13000 per i non cottimisti e 8000 lire per i cottimisti. La proposta di mediazione era ben lontane dalle richieste avanzate dai lavoratori e dalle loro organizzazioni sindacali, ma la stanchezza cominciava a farsi sentire su tutto il movimento di lotta. " Il referendum si è svolto con ordine sia alla Stamperia che a Pralafera: Eccone i risultati: ( votava Sì chi era favorevole all’accettazione delle proposte della direzione, no chi era insoddisfatto): Stamperia votanti. 517, sì 389, no 153, bianche 23, nulle 12:

Pralafera: iscritti 1165, votanti 1047: sì 664; no 322; bianche 36; nulle 35.

Quindi la grande maggioranza degli operai dei due stabilimenti si è pronunciata a favore dell’accettazione delle proposte della Direzione."

Termina così il conflitto alla Mazzonis. Ma per i tessili non e finita: in autunno si deve rinnovare il contratto di lavoro, con l’obiettivo di risalire la china di una situazione contrattuale che vede la categoria dei tessili molto arretrata rispetto ad altri lavoratori. Infatti i tessili "sono stati in questo dopo guerra e continuano ad essere, purtroppo, la categorie cenerentola. I loro rinnovi contrattuali, sempre infirmati da una situazione produttiva del settore alquanto depressa, non hanno mai portato a notevoli conquiste né salariali né normative, fatta eccezione di una certa parità salariale fra l’uomo e la donna, largamente giustificate dalle caratteristiche proprie della lavorazione tessile.

Ma di fatto i tessili sono rimasti fra le categorie con la retribuzione più basse. Né l’espansione economica in atto dal 1959 che ha visto anche per questa categoria, specie in alcuni settori, una notevole ripresa, non ha permesso ai tessili di ottenere molti vantaggi. Ricordiamo ancora la cruda esperienza delle maestranze del CVS prima e della Mazzonis poi che hanno dovuto affrontare mesi di sciopero per ottenere migliorie che altre categorie ottengono facilmente con la semplice contrattazione.".

 

La maestosa val Pellice

 

Edmondo De Amicis descrisse la Val Pellice come luogo di serena pace campestre, quasi un paradiso in quanto " Passato Bricherasio s’apre, con maestà graziosa, la bella valle del Pellice, dai due lati della quale s’alzano il Vandalino, superbo e triste, e la Gran Guglia, e i monti di Angrogna, e il Frioland, una varietà di cime cinerine azzurre che sorgono dietro altre alture verdi, di cime azzurre che si drizzano sopra le cinerine, di punte bianche che fan capolino sopra le azzurre, fino al confine di Francia; e tutt’intorno, dalle rive del torrente affollate di pioppi, su per le falde coperte di gelsi e d’alberi fruttiferi, vigneti sopra vigneti, e campi biondi su campi biondi, divise da macchie di castagni, e boschi di pini e di faggi più alto, e ville, fattorie, chiesuole, capanne a tutte le altezze, come nelle vicinanze di una città grande; e su tutta questa bellezza una gran pace."

Una pace che a metà degli anni ’60 verrà investita dalla grave crisi della Mazzonis, che accompagnerà quella della Riv, della Beloit e della Talco e Grafite( per citare le maggiori ). La crisi della stamperia e della filatura rischieranno di mettere in ginocchio tutta la Valle. Il Sindaco di Luserna, l’avv. Giuseppe Cresto, espresse la sua preoccupazione alle massime autorità sul pericolo di deindustrializzazione che la val Pellice correva.

" Il Comune di Luserna S. Giovanni conta 6500 abitanti circa, e, nel Comune esistono solamente una modesta tessitura con circa 60/70 dipendenti, ed una altra, sita nel Comune di Lusernetta con circa 170 dipendenti. Per cui è evidente che non si trovano in loco altre possibilità di lavoro, soprattutto anche in rapporto alla economia agricola molto modesta. La ordinata e silenziosa sfilata dei dipendenti licenziati della Mazzonis davanti a questo Municipio, si ritiene a modesto parere dello scrivente, il primo doloroso sintomo di avvertimento, affinché le Autorità Preposte vogliono prendere in esame la situazione e l’andamento della Filatura e tessitura di Pralafera, prima che ciò sia troppo tardi e cioè che lo stabilimento venga definitivamente chiuso."

Gli scioperi del ’61 furono un primo sintomo di una crisi più generale che " Le pessime condizioni degli stabili e dei macchinari, le violazioni del contratto o, viceversa, la volontà di forzare alla lettera gli accordi per ottenere qualche piccolo miglioramento fornirono ripetute occasioni di scontro, che culminarono con il già ricordato sciopero a singhiozzo del 1961. Fu quello, per i Mazzonis, un vero segnale d’allarme: non solo i lavoratori erano riusciti ad organizzare una forma di lotta più complessa del tradizionale blocco ad oltranza, ma avevano agito in preoccupante sintonia con le maestranze di altri stabilimenti tessili, il Valle Susa ad esempio, e nel quadro di un clima sociale ormai sempre più acceso in tutto il paese."

La Mazzonis si caratterizzava per la sua conduzione secondi criteri familiari e di casata, con poca lungimiranza e strategia produttiva. L’attenzione era sempre stata rivolta verso il profitto immediato, senza mai seguire una programmazioni di investimenti per il rinnovamento del macchinario e della sua capacità produttiva: " Azienda vecchia nelle sue strutture, condotta avanti con metodi e sistemi più tradizionali che razionali, senza che mai vi siano stati grossi impegni di rinnovamento tecnologico, è da anni che si trova in difficoltà logicamente sempre crescenti, e che paiono aver trovato oggi il loro punto critico. E anche qui stanno pagando le maestranze (_)

Alla Mazzonis siamo di fronte alle tipiche carenze dell’industria italiana, abituata troppo nel passato a far fronte alla concorrenza attraverso il favore di una politica protezionistica che ha raggiunto il suo massimo acme con l’autarchia del periodo fascista, politica pagata con il basso tenero di vita della popolazione italiana; e perché soprattutto la nostra industria ha sempre potuto giocare, a causa della forte disoccupazione del Paese, su salari tra i più bassi degli europei."

 

Al capezzale dell’illustre ammalato

 

Intanto nel luglio alla Mazzonis si hanno 300 sospesi e altre decine di operai ad orario ridotto. Si parla anche apertamente di una chiusura del reparto filatura. Una china inarrestabile che viene percepita e fa dire al Consiglio della Valle, riunito in seduta straordinaria il 5 settembre a Luserna S. Giovanni, che " In realtà sabato sera nella piccola aula consigliare di Luserna gli amministratori e i parlamentari riuniti sotto la presidenza dell’avv. Bert sindaco di Torre Pellice avevano la sensazione di trovarsi in veste di medici attorno al capezzale di un illustra ammalato."

Le prese di posizioni del Consiglio di Valle non sono molto gradite al settimanale "Il Pellice", giornale da sempre vicino al padronato locale e portavoce di una parte di esso ( tra cui i Mazzonis, finanziatore del foglio pinerolese). Di fronte alla grave crisi della Mazzonis, "Il Pellice" mantiene una facciata di oggettività, uno stile da gentleman inglese, che descrive e riporta i fatti della realtà , auspicando una felice soluzione della difficoltà imprenditoriali e dei lavoratori. Però le posizioni espresse nel Consiglio di Valle del 5 settembre 1964 fanno perdere le staffe e si può leggere che " qualcuno , ricorrendo alla più bassa demagogia, tenti di sfruttare la miseria dei lavoratori licenziati per farsi propaganda elettorale ( le elezioni sono infatti alle porte), ci pare appena il caso di avvertire che tutto il lavoro _ diplomatico che si sta imbastendo per sanare la situazione alla Mazzonis è puramente platonico, non essendoci mezzi legali per costringere un industriale a chiedere prestiti o a risolvere una situazione che non è soltanto locale, ma addirittura nazionale (_) Studiare il problema, prendere a cuore la situazione di coloro che sono stati gettati sul lastrico e cercare di aiutarli è cosa giusta, doverosa, e a nessuno è lecito tirarsi indietro. Ma profittare come fa taluno della situazione per gettare discredito sul sistema non è bello né onesto."

Con il 1° settembre 157 altri 157 operai vengono licenziarti e questi si aggiungono agli altri che già hanno perso il posto di lavoro. La minaccia della chiusura della filatura fa si che gli operai scendono in sciopero e " Usciti con quattro ore di anticipo alle 11 gli operai del reparto filatura hanno marciato in corteo lungo la strada provinciale ed hanno raggiunto quindi il centro di Luserna San Giovanni fermandosi di fronte al palazzo municipale. Alcuni rappresentanti hanno quindi chiesto di essere ricevuti dal sindaco avv. Cresto a cui è stata esposta la grave situazione.

Facevano parte della commissione Giovanni Frezet, Roberto Malan, Carlo Battaglia, Cecilia Pron, Giuseppina Viglianco."

Ovviamente diventano sempre più concreta la disoccupazione di migliaia di persone e questo fa invocare a Sergio Favro. segretario provinciale della Cisl Tessili in una sua lettera all’on. Carlo Borra, "l’assegnazione di lavori pubblici che servissero ad alleviare il disagio economico di parecchie famiglie nell’attesa di riottenere un nuovo posto di lavoro ( cosa non facile di questi tempi)."

La Riv con la Mazzonis ( e la Beloit poi) vengono strettamente collegate, seppur con le loro peculiarità." La situazione alla Riv e alla Mazzonis, così preoccupanti per le popolazioni delle nostre vallate, indubbiamente diverse per gravità e prospettive di ripresa, pongono però in evidenza uno stesso problema: la difficile competitività delle nostra industria nel mercato internazionale."

Il Consiglio di Valle sottolineerà le conseguenze di queste riduzioni di occupazioni intervenute " proprio quando a queste popolazioni montane, già da sempre, per condizioni ambientali, più povere di quelle della pianura, pareva aprirsi, con la sempre maggior immissione di manodopera industrie, un avvenire migliore: la sospensione dal lavoro di oltre 300 operai viene, in effetti, ad infliggere un grave colpo all’economia della Valle ".

Intanto al Ministero del Lavoro avviene la riunione promossa dal sen. Coppo con i Parlamentari e i Sindaci della Valle, con la presenza di Nanni Mazzonis il quale afferma che " è intenzione della ditta non procedere, almeno fino quando è in atto la Cassa integrazione guadagni, a nessun licenziamento". La Fiot-Cgil ben poco si fida delle promesse e degli impegni dell’azienda e presente una situazione tetra quanto, purtroppo, realistica, sostenendo che "il piano di Mazzonis prevede che dal primo gennaio 1965 rimarranno in forza solo più 850 dipendenti(588 dello stabilimento di Torre Pellice più 262 dello stabilimento di Pont Canavese) contro gli attuali 2.052".

Per la Cgil bisogna superare ogni atteggiamento di passività, di attesa e ostacolare il piano di Mazzonis con la lotta: " Bisogna reagire e battersi decisamente, bisogna che i lavoratori ancora occupati e quelli sospesi facciano sentire che la fabbrica e le altre proprietà del Mazzonis sono anche cosa loro, perché sono loro, col loro lavoro, con la loro fatica, che hanno dato possibilità al Mazzonis di guadagnare decine di miliardi in tanti anni di lavoro e di sfruttamento (_) Non permettiamo al Mazzonis di effettuare altre sospensioni, si realizzi l’unità fra i lavoratori e la cittadinanza per opporsi con la lotta alla realizzazione del piano di Mazzonis."

 

Un primo passo: l’occupazione simbolica

 

Intanto dalle ore 15 di lunedì 30 novembre alle ore 15 di martedì 1 dicembre, per 24 ore avviene una simbolica occupazione della fabbrica da parte di 300 operai, segue poi un corteo degli operai a Torre Pellice per chiedere la solidarietà dei lavoratori della stamperia.

Se la Cgil chiama alla lotta "L’Eco del Chisone" ricorda la responsabilità dell’imprenditore: "I padroni imprenditori di una industria non sono semplici sperimentatori, che continuano i loro esperimenti su corpi vili finché torna loro vantaggio, e lo abbandonano quando non rende più quel che se ne aspettava; sono ‘capitani di industria’, che, come i capitani delle forze armate, devono guidare i loro uomini, proteggerli, difenderli, preoccuparsi di salvarli in tempo di pace, in tempo di guerra, in ogni situazione, sia essa facile o difficile a superarsi. Obiettivi che è possibile raggiungere solo accettando il dialogo sincero, responsabile e cordiale con tutte le forze interessate alla vita di un’azienda: coi responsabili dell’impresa e del capitale, i rappresentanti dei lavoratori, le autorità amministrative e politiche."

Questo richiamo del giornale cattolico è coerente con l’impostazione culturale che vede l’azienda con una precisa responsabilità sociale, responsabilità che si fonda sulla collaborazione tra capitale e lavoro, che esclude ogni concetto di lotta di classe e intende il profitto non come componente essenzialmente privata del capitalista, ma come elemento di sviluppo della società nel suo complesso.

La situazione sta precipitando verso l’occupazione dello stabilimento: altri 70 operai vengono sospesi a zero ore. Per incarico del Sindaco e a nome della Giunta l’assessore anziano Benito Martina chiede nuovamente l’intervento del parlamentare della DC Carlo Borra affinché intervenga " presso il governo e la Commissione Ministeriale per un riesame approfondito della situazione al fine di scongiurare la totale chiusura dello stabilimento.

La informo che attualmente le maestranze sono in stato di agitazione e la situazione sta per precipitare.

Ritengo urgente e indispensabile una Sua venuta a Luserna San Giovanni per concordare una linea d’azione."

La situazione, come previsto trova il suo epilogo nell’occupazione. Azione di lotta ormai diffuso in molte industrie in crisi nel pinerolese: infatti si era appena conclusa l’occupazione della Beloit, durata dieci giorni, da parte degli operai, mentre i lavoratori della Riv sono in lotta. Per "Il Pellice" l’occupazione è quasi una moda e "anche lo stabilimento di Pralafera del complesso Mazzonis entra in questa fase irregolare e di drastica protesta qual’è un’occupazione di fabbrica." Tuttavia il settimanale liberale non può disconoscere che "Alla grave decisioni le maestranze sono giunte

dopo l’annuncio che altri settanta operai sarebbero stati sospesi a zero ore e passati alla cassa integrazione."

La requisizione dello stabilimento Mazzonis di Pralafera

 

Il problema della requisizione della Mazzonis portò alle dimissioni del Sindaco Giuseppe Gastaldetti, decise dopo le innumerevoli obiezioni sollevate dal Prefetto Caso, il quale ha sconsiglio di adottare un simile provvedimento.

La requisizione avverrà comunque per opera dell’assessore anziano Benito Martina. In tale istanza di requisizione si leggerà che " L’assessore anziano, in assenza del sindaco dimissionario, ritenuto che il grave dissenso fra manifattura Mazzonis e le maestranze della stessa per l’interruzione del lavoro dello stabilimento ha condotto all’occupazione per parte degli operai del complesso industriale(_) che tale occupazione, in atto dal 29 gennaio 1965, crea notevole turbamento dell’ordine pubblico; considerato che la cittadinanza appare gravemente preoccupata e turbata e che varie categorie di cittadini si sono mosse per ottenere provvedimenti che risolvano immediatamente una situazione di grave disturbo; rilevato che l’esigenza di assicurare la permanenza di tale complesso produttivo è indispensabile e indilazionabile per ragioni di tutela dell’ordine pubblico, che potrebbe essere gravemente pregiudicato dal persistere di una tale situazione anormale; ritenuto che esiste grave necessità pubblica di assicurare non solo tranquillità ed ordine, ma anche possibilità di lavoro alle maestranze degli stabilimenti Mazzonis (_) decreta la requisizione immediata, per grave necessità pubblica, dello stabilimento sito in questo Comune, località Pralafera_".

La requisizione sarà di breve durata. Il Prefetto di Torino Caso, su richiesta dei Mazzonis, dichiarerà illegittimo l’atto di requisizione e lo stabilimento rientrerà nuovamente sotto la direzione dei Mazzonis. Quanti mesi continueranno ancora a lavorare le maestranze di Pralafera?, questa era la domanda che era comune a tutta la Valle. Intanto la solidarietà con i lavoratori si fa sempre più concreta: il Consiglio di Valle ha raccolto oltre sei milioni di lire per aiutare i lavoratori nella loro estenuante contesa con i Mazzonis.

Mentre gli operai occupano da una settimana Pralafera e si era già consumato il dramma della Beloit, alla Riv di Villar Perosa venivano sospesi a zero ore 300 operai.Contemporaneamente a Pinerolo, nelle stesse settimane che la crisi coinvolge diverse aziende locali, si svolse un convegno economico con la presenza delle massime autorità: il ministro Pastore, i sottosegretari Donat-Cattin ed Albertini, Mons. Quadri, Il Prefetto, parlamentari, industriali e sindacalisti. La difficile situazione pinerolese viene imputata alla depressione economica generale e alle responsabilità padronali di non aver effettuato i dovuti investimenti per ammodernare il sistema produttivo delle diverse aziende ( esempio classico proprio quello dei Mazzonis). Al termine del Convegno venne approvata una mozione nella quale sostanzialmente si chiedeva: I) riforma della procedura dei licenziamenti; 2) migliorato il trattamento della Cassa Integrazione; 3) salvaguardia dei livelli occupazionali e reintegrazione degli operai sospesi; 4) sia dato impulso agli investimenti con il contributo di capitale e iniziative pubbliche e private.

Anche sulle pagine de "L’ Eco delle Valli Valdesi" si sostiene che la semplice solidarietà " è un mero piallativo, se non si affrontano i grandi problemi connessi allo sviluppo industriale; così, in una recente riunione, i pastori della valle, d’accordo con il segretario del sindacato tessile Alasia, hanno giustamente dichiarato che ‘ la rivoluzione tecnologica deve essere veramente al servizio di tutti i prestatori d’opera e non in primo luogo dei gruppi di potere economico’ ".

La disponibilità dei Mazzonis era solo apparente: da un lato vengono ritirate le denunce contro gli operai che avevano occupato l’azienda , dall’altro a metà marzo si comunica la chiusura dello stabilimento di Pralafera, con mille operai senza lavoro. Ed i calcoli per la Valle sono presto fatti:" Le maestranze degli stabilimenti Mazzonis verranno ridotti da 2600 a 1000 con un calo di ben 1600 unità. I mille lavoratori che continueranno a lavorare negli opifici Mazzonis verranno così suddivisi: 600-700 a Torre Pellice, 270-280 a Pont Canavese e qualche decina a Luserna S. Giovanni che subirà pertanto una diminuzione di un migliaio di lavoratori: una cifra impressionante se si tiene conto che Luserna S. Giovanni supera di poco i 6400 abitanti."

 

Il fallimento della Mazzonis

All’inizio dell’estate la lunga agonia della Mazzonis volge verso il suo epilogo: orma da cinque mesi gli operai sospesi non ricevono più le sovvenzioni della cassa integrazioni. Il fallimento e alle porte: il 6 agosto 1965 il tribunale di Torinoammette alla procedura di amministrazione controllata la Manifattura Mazzonis. La Val Pellice si vede costretta ad interrogarsi sul proprio futuro: a Torre Pellice ha luogo una tavola rotonda, organizzata da "L’Eco del Chisone", nella quale si cerca di comprendere "quali sono le caratteristiche, le cause, glisviluppi di questa crisi onde sia poi possibile passare ad una efficace terapia. Si dice oggi che la val Pellice è una zona depressa, sottosviluppata, che soffre di un certo isolamento."

Certamente la crisi congiuntale e la fase depressionaria ha e condizionato la vicenda Mazzonis, in un contesto di crisi strutturale del settore tessile. Tuttavia le responsabilità dei Mazzonis sono preponderanti nell’aver voluto seguire una politica di appropriazione del profitto contingente senza alcuna prospettiva di ammodernamento dell’azienda ai mutati tempi.

Il Commissario giudiziale nominato dal tribunale, dottor Piero Picatti, dopo due mesi di lavoro, giungerà alla conclusione, nel settembre, che non sussistono neppure le condizioni minime per una ripresa dell’attività produttiva, pur prevedendo una radicale ristrutturazione dell’intero apparato produttivo dei Mazzonis. E’ il fallimento dei Mazzonis e il naufragio di ogni lebile speranza, ammesso che ci fosse ancora, per i lavoratori di una parziale ripresa produttiva.

In questo senso la relazione della Commissione giudiziale inchioda senza possibilità di appello la conduzione irresponsabile dalla famiglia Mazzonis:" Le cose fin qui dette, denunciano chiaramente che la responsabilità del dissesto deve porsi a carico dei soci accomandati gerenti, Ernesto e Giovanni Mazzonis, anche se Giovanni Mazzonis rinunciò, dal 23 aprile 1964, alla carica di socio accomandatario e gerente, assumendo la veste di socio accomandante. Purtuttavia, eccezion fatta per quanto possa essere

accaduto successivamente, la responsabilità del dissesto deve essere a lui attribuita. Egli, infatti, della società, fu il reale ed effettivo gerente fino al 23 aprile 1964(_) In modo particolare, deve contestarsi al predetto socio accomandatario gerente la responsabilità di aver voluto continuare, con dimensioni e strutture immutate, la gestione delle aziende, anche quando i risultati annuali erano largamente deficitari (_) Egli non avvertì, come altri operatori del settore, che la crisi in atto, non solo aveva carattere permanente, ma addirittura era destinata ad aggravarsi con il passare degli anni, per effetto della mutata situazione dei mercati internazionali, nei quali ormai si stavano sviluppando nuove industrie tessili."

Il giudizio sull’incapacità imprenditoriale di Giovanni Mazzonis è lapidario. Sulla scena però rimasero più di un migliaio di operai senza lavoro.

Come abbiamo già avuto modo di ricordare i problemi occupazionali di questi anni devono essere inseriti in quadro di crisi e difficoltà generali sul piano economico." Nel ’64 cominciano a farsi sentire i primi effetti della recessione. La nazionalizzazione dell’industria elettrica liberò sul mercato degli investimenti somme colossali che avrebbero dovuto dare un lieve stimolo mall’economia. Invece le grandi imprese ridussero i loro investimenti. Le restrizioni creditizie imposte dalla Banca d’Italia accelerarono ilo movimento recessivo. Le condizioni economiche presupponevano a questo punto che l’iniziativa passasse nel campo dei padroni.

Segno di questa inversione di tendenza: gli scioperi si trascinano e si concludono con delle parziali sconfitte. Così quelle degli operai tessili che si conclusero in giugno con un accordo poco vantaggioso con la FIOT, con aumenti salariali inferiori a quelli ottenuti dai metalmeccanici, premi di produzione da versare solo nel ’65 e qualche diritto di contrattazione sugli impianti.

(_) Per prevenire le rivendicazioni operaie, gli industriali del vetro, delle concerie, del legno e i conservieri si dichiararono pronti a concedere la metà di quello che avevano ottenuti i metalmeccanici. La politica ormai apertamente seguita e adesso quella della compressione dei salari. Mentre Colombo proclamava la necessità di un arresto della dinamica salariale, Moro fissava un limite massimo agli aumenti. Il governo faceva appello alla comprensione da parte dei sindacati: si auspicava l’accettazione di sacrifici per rimettere in marcia l’economia.

La ‘congiuntura’ doveva rendere pesante il clima sociale. Ma, nello stesso tempo, indeboliva la combattività operaia, che si attestò a un livello difensivo cercando di mantenere le conquiste salariali acquisite l’anno precedente.

_) L’anno 1964 si rivelò dunque portatore dei primi elementi della reazione padronale. Agnelli, alla FIAT, inaugurò questa tendenza decretando la chiusura ‘tecnologica’ degli stabilimenti automobilistici, bloccando per un mese l’intero complesso industriale."

La Beloit Italia

 

In concomitanza alla crisi Mazzonis sulle scena sindacale del tempo avviene un’altra importante azione di lotta, contro la politica dei licenziamenti, quella della Beloit Italia a Pinerolo. Un’occupazione preceduta nel corso degli anni da altre numerose agitazioni.

Durante l’estate del 1960 in occasione di una vertenza sindacale due membri della C.i.. vennero licenziati com metodi spicci e sbrigativi. Decisione assunta dai dirigenti italiani della Beloit e che venne in seguito sospesa con interventi e pressioni ai vari livelli ( sindacati, sindaco di Pinerolo, il Console americano, ecc.) e il tutto demandato ad un arbitrato. Pier Carlo Pazè scrisse che " con il licenziamento di due membri della Commissione interna era stato violato quel diritto di organizzazione sindacale garantito dall’art. 39 della Costituzione italiana: è chiaro che, al momento dei fatti, i due operai licenziati erano nel pieno compito del loro mandato di membri di Commissione interna."

L’altro tradizionale strumento di potere, teso a creare il consenso, era quello del paternalismo, della grande famiglia ( il Circolo aziendale organizzava attività sportive e ricreative ) che trova la massima espressione nel giornale di fabbrica, " La voce della Beloit Italia", fondato nel gennaio del 1962.

Riportiamo alcuni passi significativi ( tratti dal numero di gennaio del 1962 ) dell’articolo di A.J. Manganaro, nei quali in modo palese emerge l’obiettivo del coinvolgimento ( attivo e passivo ) del lavoratore nell’alveolo dell’ideologia aziendalistica e neo capitalistica: " Chissà quante volte avrai letto articoli sui giornali delle più svariate tendenze ed avrai esclamato : ‘ No, questo non va! Io la penso in un altro modo; ho qualche idea io. Saprei come rispondere’.Ecco il punto: basta avere qualche idea, molta buona volontà e il coraggio della propria opinione.

Pensa che questo non è un giornale di parte o di élite: è il tuo giornale, quello sul quale potrai scrivere anche tu! Questo numero 0 è uscito un po’ di soppiatto, preparato da un gruppo di persone che aveva già un poco di dimestichezza con le redazioni e la carta stampata; ma non è un foglio amministrato da un cerchio chiuso di persone; questi primi redattori non si vogliono certo rinchiudere in una casta di inavvicinabili; al contrario, attendo la tua collaborazione.

Potrai sbizzarrirti:

sei un operaio montatore? un operatore macchina? sei un impiegato, o una signorina che incolonna vertiginosamente cifre su cifre da

mane a sera, o un operaio fonditore o un disegnatore? anche tu hai qualche idea da esprimere, qualche proposta da fare, una novella da pubblicare, un articolo tecnico, o un disegno, o qualche bella foto da mostrare a tutti.

Scrivici dipenderà da te l’uscita del prossimo numero.

Un augurio cordiale per un nuovo anno prospero e felice."

La storia della Beloit insegna che tutti coloro che hanno espresso apertamente le loro opinioni non coincidenti con quelle padronali sono state "allontanate", attraverso licenziamenti individuali o le liste di proscrizione inserite nei licenziamenti collettivi.

 

Il sindacalismo aziendalista dell’ALABI

 

Sul versante strettamente sindacale nel 1961 avviene alla Beloit un fatto significativo: la nascita del sindacato aziendale ALABI ( Associazione Lavoratori Apolitici Beloit Italia). Portavoce del programma sindacale del nuovo raggruppamento filopadronale si farà il settimanale "Il Pellice", il quale pubblicherà il manifesto tecnico-organizzativo dell’Alabi, informando che " La iniziativa ha già riscosso fra le maestranze del complesso ampi consensi." Manifesto fondato essenzialmente su tre punti: I) apoliticità; 2) autonomia finanzia; 3) contratti aziendali.

L’Alabi si caratterizzò con una polemica sulla" politicità" delle altre organizzazioni sindacali, ovvero sui collegamento tra sindacato e partito ( critica che poteva anche essere compresa) ma, più in generale, contro ogni iniziativa sindacale che si fondasse su strategie politiche generali e che esulassero dal contesto delle esigenze aziendali dei lavoratori. Ciò comportava una prospettiva sindacale tutta interna, tipicamente aziendalistica ( che in qualche modo si può richiamare a quella di Arrighi alla Fiat o quella del FALI negli stabilimenti Riv) , pragmatica e rivolta a ricomporre i bisogni operai ognuno all’interno della propria azienda.

Durante le elezioni della Commissione interna alla Beloit per l’anno 1961-62, in cui per la prima volta si presentava l’Alabi, i risultati furono i seguenti:

FONDERIA.

Voti validi: impiegati 8 operai 110.

ALABI: impiegati voti 8 operai 53

CISL: operai 22

FIOM operai 35

 

Seggi assegnati: ALABI impiegati 1 operai 1

FIOM operai 2

SEDE.

Voti validi: impiegati 253 operai 377

ALABI: impiegati 89 operai 97

CISL: impiegati 127 operai 48

FIOM: impiegati 37 operai 175

UIL: operai 57

Seggi assegnati: ALABI impiegati 1 operai 1

CISL impiegati 2

FIOM operai 2

UIL operai

I positivi risultati ottenuti dal neo-sindacato Alabi vennero percepiti non come un fatto sporadico e da sottovalutare, ma come un elemento di trasformazione della strategia padronale. Infatti questo è un fenomeno attuale che si è " già manifestato altrove, alla Fiat, alla Riv, e in modo diverso recentemente alla Mazzonis di Pralafera.

In quest’ultima azienda il fenomeno ha avuto un rilievo particolare, allorché la parte padronale nel riprendere le trattative ha voluto escludere i rappresentanti dei sindacati al fine di trattare unicamente con la Commissione interna. L’atteggiamento della Mazzonis rivela una preoccupazione costante del neocapitalismo moderno, desideroso di imprigionare entro gli schemi aziendali ogni manifestazione, sì da creare un’associazione di uomini a tipo unico, a unico indirizzo, finalizzato al solo scopo aziendale per lo più identificato colla produzione.

In realtà qual’è il discorso che ha portato buona parte del nostro mondo imprenditoriale a tale atteggiamento? Semplicemente questo: favoriamo con ogni mezzo la creazione di un sindacato d’azienda, senza legami con una qualche centrale sindacale ed allora sarà molto più comodo per moi condurre le trattative con le maestranze, dal momento che i rappresentanti operai non avranno l’appoggio di una organizzazione di tipo nazionale. I sindacati d’azienda sono in tondo la realizzazione pratica del ‘divide et impera’ applicata alle relazioni fra mondo operaio e capitalismo. naturalmente nella visione unilaterale di una parte! Nulla più.

E’ un’osservazione che facciamo, perché la storia esige sempre una spiegazione. E tale è la spiegazione più ovvia di un fenomeno che alla Beloit si chiama oggi ALABI."

I licenziamenti e l’occupazione

Nel marzo del 1963 inizia a profilarsi una situazione di crisi per lo stabilimento italo-americano. il Consiglio comunale di Pinerolo si interroga sui 90 licenziamenti paventati dalla Direzione Beloit e si sollecita il diretto intervento del Sindaco.

I licenziamenti saranno 45 e , come in altre circostanze e occasioni, viene posta la domanda se sia giusto o meno che la crisi si scarichi sempre sugli operai, perché si rifiuta " il malvezzo quanto mai crudo che hanno spesso gli industriali di ricorrere ai licenziamenti come prima valvola di sfogo non appena incontrano difficoltà di ordine produttivo, scaricando cioè sui lavoratori il peso dei periodi difficili dimenticando che, quando le cose vanno bene, non sono certo i lavoratori i primi a beneficiarne."

Ma questa politica di riduzione verrà anche usata per fare" pulizia" tra le maestranze, ovvero per allontanare dalla fabbrica gli operai sindacalmente più impegnati o, comunque, decisi a far valere i propri diritti e che si "sono sempre opposti al clima antisindacale e paternalistico". Bisogna ricordare che la politica della Beloit si è sempre caratterizzata da un lata dal paternalismo, che si espresse anche tramite il sindacato filoparonale, dall’altro da un determinato atteggiamento antisindacale rivolto a far piazza pulita di ogni ostacolo che si potesse frapporre alla politica della Direzione.

Il momento più aspro della crisi viene raggiunto nel 1964. Nel febbraio del 1964 vengono licenziati 75 impiegati: era appena trascorso un anno dai precedenti 45 licenziamenti. Diventa sempre più ferreo il controllo dell’aziende sugli operai fino a far scrive che bisogna " Impedire che la proprietà sui mezzi di produzione tenda a diventare proprietà sugli uomini e sulle loro idee, mettendo fuori chi si oppone".

Il 28 dicembre 1964 la Direzione comunica la decisione di procedere a 300 licenziamenti(200 operai e 100 impiegati), sugli attuali 1150 occupati, dopo che da oltre un anno quasi tutti i lavoratori della Beloit lavorano a orario settimanale ridotto di 24 ore.

La risposta dei lavoratori è quella di ricorrere all’arma di lotta che caratterizzo anche la Mazzonis: alle ore 14 di martedì 7 gennaio oltre settecento lavoratori occupano gli stabilimenti di via Vigone (fonderia) e quelli di via Martiri del XXI ( sede centrale). Il giorno seguente "un centinaio di dipendenti, donne della Beloit Italia, hanno sfilato in corteo per le vie della città e dopo essersi fermate di fronte al palazzo comunale hanno raggiunto le sedi dei due stabilimenti in via Martiri del '21 e in via Vigone. Portavano in testa un enorme cartellone con su scritto: ‘Le colleghe di lavoro solidarizzano con gli occupanti della Beloit Italia’. "

Prima di continuare a delineare gli sviluppi della crisi è di estremo interesse soffermarsi sulla organizzazione dell’occupazione da parte dei dirigenti della C.i.. Necessità di far conoscere questi fatti non per un senso di apologia alle lotte e alla perfezione e bontà del cipputi operaio di sessantottina memoria, ma per sottolineare il senso di responsabilità e di organizzazione avuto nel corso dell’occupazione imposta dal licenziamento di 300 lavoratori.

 

Il vademecum dell’occupante

 

Quello citato è una manoscritto di Francesco Castagno, operaio, militante della Cgil e membro di C.I_.

"Il giorno che fu occupata la fabbrica si è formato un comitato d’occupazione il quale si presentò dal dott. Manganaro per dichiarare l’occupazione della fabbrica. A tale comitato è stato fatto presente dalla direzione che la responsabilità di tutto ciò che accadrà nello stabilimento ricade sul comitato stesso, sia per i danni arrecati da tutti i dipendenti sia per qualsiasi ragione penale che può essere intraprese contro le maestranze. Purtroppo, quando il comitato si è formato, non si è potuto chiedere l’elezione degli elementi da parte delle maestranze in quanto non si è avuto assolutamente il tempo, ma si sono presentati volontari elementi responsabili e coerenti alla grave decisione presa. Ora, il comitato, vuole da parte delle maestranze mia approvazione, per avere libertà nelle decisioni di ordine interno. Se qualcuno non è d’accordo, oppure se volete proporre altri nomi graditi a tutto il comitato e disposto a dimettersi e ad assoggettarsi alle decisioni del nuovo comitato.

Bruno - Marzi - Civallero - Gritta Luigi - Cantelli-Ferrarotti - Giordano - Castagno - Fogora - Boaglio - Mag..- Bagna - Aggiunti Olivero - Giraldi - Aimone e Cultrera - Bostie_- Benedetto -Santelli Renato - Gerlero Roberto.

Ora visto che il comitato ha avuto l’approvazione di voi tutti precisa di attenersi scrupolosamente alle disposizioni che verranno date di volta in volta per non creare anomalie e confusione che verranno solo a nostro danno in quanto possono dividere l’unità ora esistente nell’interno della fabbrica.

1°) Assoggettarsi a tutti i servizi comandati (guardia, pulizia) pregando di mantenere a tutte le maestranze la pulizia negli uffici

2°) Rispetto per il materiale esistente negli uffici e officina ( disegni, sedie, tavoli, macchine, ecc., ecc..)

3°) Alla sera alle 23 tutte le luci degli uffici e nei reparti siano spente sino alle 7.Chi vuole giocare a carte vada nella sala mensa cercando quando ritorna al posto per dormire di non disturbare i compagni.

4°) Non eccedere nel bere ( in quanto non è un’osteria) espulsione per gli ubbriachi.

5°) Civiltà nel comportamento verso chi passa nella strada, non stari appesi ai cancelli durante il giorno, non urlare a coloro che passano anche se sono dipendenti fuori, ed in special modo se si presenterà qualcuno della direzione.

6°) tutta la roba che viene portata per solidarietà dall’esterno deve essere consegnata al comitato e rimane a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno. Fare presente a chi non consegna quello che riceve per solidarietà dovrà risarcire il danno e verrà espulso dallo stabilimento.

7°) Per tutte le trattative che il comitato avrà con la direzione prima di prendere decisioni interpellerà le maestranze e tutte le proposte della direzione verranno esposte in_. perciò non dare retta a qualsiasi voce che circoli nello stabili_"

Tutto quanto veniva dato in solidarietà agli occupanti veniva rilasciata una ricevuta.

FAC-SIMILE

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Il Comitato di occupazione fabbrica BELOIT ITALIA ringrazia vivamente per la Vostra solidarietà, a nome di tutto la maestranza.

IL COMITATO

Pinerolo,

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Su queste ricevute veniva riportata il tipo di oggetto, la quantità e la firma di chi lo aveva ricevuto.

Venne anche stilato un elenco di tutti i medicinali di possesso della Commissione Interna con i nomi dei farmacisti donatori. Segue un secondo elenco dei medicinali di appartenenza della Direzione e giacenti in infermeria. Di quest’ultimi ogni giorno veniva stilato la quantità dei medicinali usati, da chi erano assunti e per quali motivi ( quelli più usati: Cibalgina, Optalidon, Borocellina, Causitt, Bicarbonato).

Intanto l’occupazione continua ( durerà in tutto dieci giorni). Come la val Pellice si strinse attorno alla lotta degli operai della Mazzonis, a Pinerolo tutta la città solidarizza con gli occupanti della Beloit. Lunedì 11 gennaio molto negozi chiusero la serranda esponendo il cartello "per solidarietà con i dipendenti della Beloit Italia questo negozio rimarrà chiuso dalle ore 15 alle ore 16 di lunedì 11 corr." E’ ovvio che trecento disoccupati avrebbero inciso negativamente sulle attività commerciali della città.

La solidarietà sembra non trovare steccati ideologici e partitici: dalla DC a Pci, tutti i sindacati, le Commissioni interne di molti fabbriche di molte parti del Piemonte e dell’Italia, la Chiesa, i Consigli comunali, le diverse associazioni. I telegrammi arrivano a decine.

 

La risposta padronale: tutti al freddo

 

La prima reazione padronale all’occupazione della fabbrica non si fa attendere: " Giornata drammatica, quella di oggi, per i 700 lavoratori rinchiusi nei due stabilimenti. In mattinata sono state interrotte per ordine della proprietà tutte le linee telefoniche tranne quella della Portineria. Poco dopo è stata sospesa l’erogazione dell’energia elettrica che alimenta anche gli impianti per l’acqua e il riscaldamento. Più tardi la situazione è migliorata, ma permangono preoccupazioni per altre eventuali misure di rappresaglia. Tutto ciò, lungi dall’intimorire o sfiduciare i dimostranti, ha reso ancora più fermo il proposito di continuare la lotta con assoluta disciplina e in perfetto ordine." Solo l’intervento della Prefettura, sollecitata da più autorevoli voci, consentirà l’erogazione dell’energia elettrica, evitando che gli occupanti restassero senza riscaldamento in pieno inverno.

Nella giornata della domenica in piazza Facta a Pinerolo si svolge una manifestazione: interverranno il segretario della Fim-Cisl

Tridente, , Genisio della Cisl, Ferrari della Uilm, Garavini della Cgil. Il segretario Tridente ha invitato " i lavoratori della ‘Beloit’ a proseguire decisamente nella loro lotta sinché la direzione non accetterà di intavolare un dialogo concreto, offrendo precise proposte scritte."

Il Pci di Pinerolo chiama tutta la cittadinanza stringersi attorno ai lavorato della Beloit, appoggia incondizionatamente l’occupazione non solo per difendere l’occupazione ma anche "contro lo strapotere del padronato, per migliori condizioni di vita".

L’iniziativa degli operai Beloit si viene articolandosi su due livelli( oltre a quello di continuare l’occupazione): il primo di avanzare una serie di controproposte alla Direzione, il secondo di denunciare, in una lettera aperta ai proprietari della Beloit, le carenze e le incapacità dirigenziali che hanno condotto l’azienda alla grave crisi attuale. Le controproposte sono: I) revoca licenziamenti; 2) riesame della situazione produttiva e dei modi per garantire l’occupazione; 3) competenti del confronto saranno le organizzazioni sindacali, il Comitato per la difesa del posto di lavoro e i dirigenti responsabili dell’azienda.

Molto più dettagliata sarà la lettera aperta nel quale verranno individuate le radici della crisi della Beloit. Infatti pur riconoscendo "che l’attuale situazione aziendale è connessa alla crisi generale italiana ed alla particolare crisi periodica che colpisce il mercato della macchine da carta."

A questa presa d’atto di una crisi più generale in cui viene a situarsi anche la Beloit, segue però un preciso e articolato j’accuse dei lavoratori verso la dirigenza aziendale. La riduzione degli occupati seguita dalla Beloit diventa doppiamente colpevole dopo che questa, con il suo insediamento, mise in crisi la piccola e media industria pinerolese dalla quale assorbì a piene mani la sua manodopera qualificata, attratta dalla garanzia e della sicurezza del posto di lavoro, oltre a salari di sicuro rispetto. Inoltre i prodotti finiti presso la Beloit Italia non sono superiori a quelli della Beloit Corporation: se i costi finali dei prodotti sono superiori rispetto ad altri stabilimenti del gruppo, le cause devono essere cercate altrove. Per di più, sempre secondo la lettera aperta, l’approvvigionamento delle materie prime e di tutto quanto serve alla produzione non sempre ha seguito il criterio qualità-prezzo e a volte acquistati in eccessiva quantità per poi essere svenduti come rottame. Inoltre vi sarebbe stato uno sperpero con le enormi spese di rappresentanza.

Di fronte a queste considerazioni " appare evidente che il minacciato licenziamento di trecento unità lavorative non elimina affatto le cause che hanno provocato la presente situazione e giustifica la nostra presa di posizione verso l’attuale direzione aziendale non sufficientemente ben intenzionata a risolvere la situazione."

Una lotta che diventa leggenda

 

In tutta la città si raccolgono offerte di cibi, indumenti e altre oggetti necessario a sostenere un’occupazione di cui non si riesca a prevedere tempi e sbocchi di una situazione sempre più tesa e drammatica. Attorno all’occupazione si crea un alone di "leggenda" e di "eroismo", misto al sentimentalismo di una lotta reputata giusta fin dall’inizio: " Vi sono degli ammalati. Nel reparto fonderia qualcuno ha la febbre a 39. Si è buscato, per solidarietà di causa, una bronchite galoppante o una mezza polmonite, ma non vuole saperne di abbandonare il posto.

C’è gente che non abbandona i cancelli dello stabilimento neppure la notte. Eppure il freddo è pungente, la nebbia è fitta, si è sotto zero. Vi sono spose che offrono quotidianamente ai loro uomini il segno più vivo dell’amore attraverso le sbarre dei cancelli rimanendo per ore ed ore a parlare, ad incoraggiare, a ripetere parole di conforto."

Gli operai della fonderia espongono un cartello, citando un passo di una lettera di S.Giacomo, nel quale si legge che " La mercede di quegli operai che hanno mietuto i vostri campi e che avete loro frodato, grida, e il grido dei mietitori è giunto fino agli orecchi del Signore degli eserciti."

Si fa strada anche il timore che l’intero stabilimento possa essere smantellato. il giorno 13 gennaio, la Fiom-Cgil, la Uilm-Uil e la Fim-Cisl riuniti nella sede di quest’ultima a Pinerolo, in via Montegrappa, prospettano la possibilità di dichiarare uno sciopero generale nel pinerolese. Si esplorano le vie di un’impossibile compromesso : una prima proposta del Presidente Johnson di ridurre del cinquanta per cento i licenziamenti degli impiegati e di mettere in cassa integrazione a zero ore 200 operai viene rifiuta dal sindacato. Al fianco degli operai della Beloit scendono gli studenti del Pinerolese, con un corte che si snoda per le vie della città " ed in perfetto ordine ha offerto una chiarezza di responsabilità senza dubbio lodevole".

Anche la controproposta sindacale ( 50 impiegati che avessero offerto le dimissione volontarie, "premiati" con una cifra in denaro oltre la liquidazione e cassa integrazione, a rotazione, per 130 operai) viene respinta dalla parte padronale. La situazione precipita: il Pretore, al quale si era rivolto la Beloit Italia, ha emanato l’ingiunzione di abbandonare lo stabilimento a tutti gli occupanti. L’ingiunzione è stata appesa ai cancelli della Beloit alle ore 13 del 15 gennaio.

Nel ricorso è presentato dalla Beloit, attraverso l’avv. Franco agostini, si legge tra l’altro che "La forma di sciopero adottata ha valicato di gran lunga i limiti previsti dall’ordinamento giuridico vigente, che non consente la violazione di norme dettate a tutela di beni ed interessi primari, quali la libertà e la proprietà(_) Questo stato di cose si protrae ormai da molti giorni ed alla Società ne deriva un palese, grave danno ed un rischio, anche per quanto ha tratto alla conservazione dei materiali, dei macchinari e degli attrezzi. La situazione impedisce la direzione dell’Azienda in ogni sua attività ed iniziativa e vieta ogni libertà di lavoro."

Ovviamente il problema del licenziamento di 300 persone viene, sempre nel citato ricorso , liquidato con la necessità " per mancanza di lavoro".

In calce al ricorso viene fatto un elenco nominativo di quei operai identificati che fanno parte degli occupanti: gli identificati in tutto sono 62. Il Pretore di Pinerolo accoglierà il ricorso presentato dall’azienda in quanto " la società ricorrente — possessore legittimo — è abilitata ad esercitare la c.d. azione contro lo spoglio semplice e cioè a chiedere di essere rimessa nel possesso anche se ha subito uno spoglio non violento o clandestino (_) il provvedimento ovviamente non comporta alcun giudizio sulla legittimità o meno delle rivendicazioni avanzate dai convenuti i quali possono comunque farle valere soltanto nelle forme consentite dal vigente ordinamento giuridico, il quale, allo stato attuale della legislazione, riconosce soltanto il diritto di sciopero, esercitato nella forma di ‘astensione concertata dal lavoro’(_) mentre costantemente la Giurisprudenza ha ritenuto la illegittimità delle occupazioni delle fabbriche"

 

L’occupazione è finita: la necessità diventa virtù

 

Ovviamente il pretore Verini Angiolo si limitò all’applicazione della legge, senza poter tener conto degli aspetti sociali ed umani della decisione che coinvolgevano centinaia di lavoratori e le loro famiglie. Intanto la Beloit aveva già iniziato a suo modo a sollecitare lo sfratto dei lavoratori dai locali dell’azienda: nella notte tra il 14 e il 15 viene interrotta l’energia elettrica e di riflesso anche il riscaldamento.

Alle ore 17,30 del 16 gennaio tutto era finito: gli occupanti escono dalla fabbrica e l’occupazione è terminata. Uno sbocco inevitabile, dettato dalla forza delle cose: la decisa ostinazione del padronato Beloit a non recedere dalle proprie posizioni; il perdurare dell’occupazione avrebbe portato ad un intervento delle forze dell’ordine per eseguire l’atto di sgombero firmato dal Pretore; l’opera di convincimento da più parte fatta verso gli operai per evitare che la situazione precipitasse verso sbocchi pericolosi e controproducenti.

" Chi abbiamo visto uscire appartengono al ceto umile. I ben pagati sono rimasti nei caffè di Pinerolo, al caldo, a discutere se l’occupazione era un bene o un male, senza altri pensieri dinanzi alle carte o al televisore (_) Per strada , carichi dei loro fagotti, barbe lunghe, occhi stanchi, affrettano il passo. La gente batte le mani e grida:’Viva i dimostranti. Viva i vincitori’. Solo uno, estremamente deluso, ripete:’Dieci giorni al fresco. Ma chi ce lo ha fatto fare?’ ."

Alberto Tridente, sindacalista della Fim-Cisl, cercherà di cogliere con la fine dell’occupazione non una sconfitta, ma una tappa di una battaglia ancora tutta da combattere per una possibile vittoria ancora da conquistare:" dopo dieci giorni, che vanno al di là della semplice valutazione formale, i lavoratori della Beloit hanno vinto la loro battaglia. I lavoratori Beloit non si sono piegati: ragioni di giustizia e di equità stanno dalla loro parte. Voi avete deciso: concordiamo l’ora di uscita: Uscirete a testa alta perché avete condotto una battaglia dignitosa. Il problema rimane aperto. Continueremo a batterci finché , non sarà risolto."

Idealmente la battaglia era vinta, politicamente no in quanto i licenziamenti non erano revocati dalla Direzione. D’altro canto alternative non ce ne erano, ormai le forze dell’ordine si preparavano ad intervenire. Si trattava solo più di decidere in che modo uscirne, possibilmente in qualche modo vincitori.

Il Partito comunista di Pinerolo condanna uno sgombero che di spontaneo e volontario aveva ben poco, se non i carabinieri con gli elmetti alle porte della fabbrica. Mette anche in evidenza la contraddizione di una lotta la quale aveva avuto la totale solidarietà politica e sociale nel pinerolese e una conclusione che di fatto inficiava e annullava quel vasto fronte di solidarietà in appoggio nella difesa del posto di lavoro. Per il Pci questa ampia solidarietà era logica, nelle cose mentre ancora " una volta è il Governo contro l’ordine logico delle cose; è esso che usa unilateralmente le forze dell’ordine a garanzia del privilegio e del profitto."

Per i comunisti "nella controversia per i 300 licenziamenti la Beloit non ha vinto. Ha solo fatto cacciare i lavoratori dalla fabbrica con la forza pubblica", tuttavia si riconosce che lasituazione della Beloit è espressione di una crisi occupazionale più generale che sta investendo la Mazzonis, la Riv, la Talco Grafite e altre aziende. La gravita della situazione deve portare verso "una lotta unitaria consapevole e generale. E questo senza perdere di vista che solo una Società unitaria, costruita da tutte le forze, Cattoliche e Comuniste o comunque democratiche, può garantire la difesa e lo sviluppo dell’occupazione."

La Beloit riapre i battenti il 20 gennaio e rilancia la sua opera di propaganda inviando a tutti i suoi dipendenti una lettera. In essa si spiega i motivi che hanno portato alla decisione di ridurre il personale, auspicando che "un dialogo aperto e sereno venga ripreso tra la nostra direzione e voi attraverso la vostra commissione interna, senza riserve e reciproche diffidenze nel comune interesse." Come avremo modo di leggere in seguito la Beloit farà pagare un prezzo salato a chi ha diretto la lotta di occupazione.

La vertenza e gli scioperi si conclusero il 22 gennaio, quando nel salone della Giovane Pinerolo" la maggioranza dei lavoratori presenti accettano la bozza di compromesso raggiunta all’Amma tra sindacati e la direzione Beloit Italia: 75 impiegati licenziati, con un "premio" extracontrattuale di 1000 mila lie e 160 operai sospesi a zero ore. L’azienda si impegna a non assumere nessun procedimento disciplinare e legale per l’occupazione della fabbrica. I sindacalisti Pugno e Tridente all’assemblea di oltre mille operai e impiegati parlano chiaro: o accettare questo compromesso o riprendere e continuare la lotta fuori dai cancelli dell’azienda. La gente ha scelto, forse, il male minore.

 

Liste di proscrizione e licenziamenti

La Direzione userà la possibilità di ridurre il personale per fare" pulizia" dal suo punto di vista, attuando una discriminazione politica: i leader del comitato interno di agitazione figurano in gran numero tra i licenziarti e i sospesi. La Cisl perderà 3 attivisti, la Cgil 4 ( tra cui un membro di C.i.), la Uil 2 e perfino il filopadronale Alabi veniva mutilato di alcune figure secondarie, forse non troppo consone al modus vivendi aziendale.

Quando al capo del personale della Beloit , dott. Manganaro, venne rivolta la domanda se la Beloit non usasse la pratica del licenziamento per sfoltire l’opposizione sindacale, la risposta fu la seguenti: "Alla Beloit furono fatti dei licenziamenti in diverse riprese, sempre per esigenze tecniche. Mi risulta che per ogni gruppo di licenziati ci fu qualche persona appartenente ai vari sindacati. Se in un gruppo o nell’altro è entrato qualcuno di coloro di coloro che avevano una rappresentatività, si può dire che si tratta di fatalità. So che sono sorte delle polemiche che qualcuno, ancora oggi, quando sente il mio nome diventa verde perché vede in me il propugnatore del suo licenziamento."

La speranza del ritorno in fabbrica dei sospesi rimarrà solo una speranza. Intanto mentre gli operai in fabbrica accumulavano ore di straordinario ( il alcuni reparti passando da 44 ore settimanali a 57), nel 1966 la Beloit procede al licenziamento dei 160 operai sospesi a zero ore lo scorso anno.

Sulla correttezza e sulla serietà dei comportamenti della Beloit, ormai erano in molti a dubitarne, anche perché fino dal momento della richiesta dei 300 licenziamenti, molti dubbi erano sorti sulle capacità imprenditoriali del suo gruppo dirigente ( per esempio, oltre ciò già citato in precedenza, un numero spropositato di impiegati rispetto al numero degli operai):" Il licenziamento dei 160 lavoratori della Beloit, ed i fatti che li hanno preceduti, non rientrano piuttosto in un tatticismo predisposto da tempo, quando ci si è accorti che era stato assunto troppo personale? Più che di un licenziamento non si è trattato piuttosto di una epurazione di elementi sgraditi alla direzione?

Vorremmo, però, ora chiedere alla Beloit: invece di ‘invitare’ ( un invito, per intenderci, che sa tanto di costrizione) i lavoratori a fare gli straordinari non era più logico riprendere gli operai sospesi, tutti o in parte, e reinserirli nell’azienda?"