“Gb84” un romanzo di David Peace che riscrive la memoria di uno degli scioperi più lunghi che si ricordino. Per ben cinquantatré settimane i lavoratori ingaggiarono una lotta contro il modello neoliberista e i piani di privatizzazione
Mito Thatcher. Se a scrivere la storia fossero i minatori?
Tonino Bucci
«Mai visto niente del genere». Intere città presidiate, polizia ovunque, posti di blocco sulle strade, elicotteri e aerei da ricognizione in volo. E’ una caccia all’uomo, i minatori sono in sciopero, chiunque abbia indosso un distintivo è sospettato di far parte degli organizzatori dei picchetti davanti alle fabbriche e ai pozzi minerari. In uno scenario surreale di sirene, vetri infranti e colonne di fumo l’ultimo romanzo di David Peace, Gb84 (edizioni Marco Tropea, pp. 480, euro 16,00) ripercorre uno degli scioperi più lunghi che la storia del movimento operaio ricordi, forse l’ultimo grande episodio di lotta di classe “pura” a memoria d’oggi, quello ingaggiato a partire dall’8 marzo 1984 dai minatori inglesi per ben cinquantatré settimane, dall’8 marzo del 1984 fino al 3 marzo 1985.

Lo guida il Num, il sindacato nazionale dei minatori, alla cui testa c’è Arthur Scargill. Lo chiamano King Arthur, il re, ma c’è anche chi lo chiama lo Stalin dello Yorkshire. A lui, soprattutto, si deve l’invenzione della principale arma strategica, i flying pickets, i picchetti volanti. A sorpresa migliaia di lavoratori piombano alle porte di una miniera o di una fabbrica per bloccarne l’attività o per impedire l’ingresso dei crumiri.

I minatori scendono in lotta contro il governo thatcheriano che vuol chiudere i pozzi minerari considerati non sufficientemente redditizi. La commissione nazionale del carbone è affidata a Ian MacGregor, il “tecnico” che si è già occupato, anni prima, di liquidare l’industria siderurgica britannica. Il piano consiste nel tagliare le sovvenzioni all’industria mineraria, chiudere i pozzi che non rendono, concentrare gli investimenti verso i pozzi migliori che sarebbero poi stati svenduti alle aziende petrolifere.

Il romanzo segue l’andamento convulso degli eventi, dai primi giorni di entusiasmo al subentrare nella percezione dei minatori di un senso di impotenza e solitudine, isolati dal resto della società, dal partito laburista e dagli altri sindacati, fino alla giornata conclusiva, il 3 marzo ’85, quando un congresso straordinario del sindacato decide di interrompere lo sciopero. Con un prosa mimetica Peace dà sfogo al flusso libero di pensieri di due voci narranti, due minatori in lotta di cui lascia emergere la disperazione, la fatica, i drammi familiari, i dissidi fra marito e moglie. Protagonisti di una lotta che vede spaccarsi il paese fra due modelli opposti di società, i lavoratori diventano bersagli di accuse scontate: conservatori, sognatori, illusi, retrogradi. Contro di loro un fronte agguerrito che sventola il vessillo della modernità. La Thatcher si erge a interprete del progresso, coagula imprenditori, forze dell’ordine, ceti conservatori e folle indistinte in una battaglia furiosa contro il “socialismo” e la classe operaia, contro lo stato sociale e le regole che impediscono lo sviluppo dell’economia. Attaccati in pubblico, i minatori devono difendersi anche in privato, come Martin dalla moglie Cath: «Metto giù coltello e forchetta, non ho fame. Però che vivi fra le nuvole lo so, dice. Questo sì. Cath, per favore... Nel mondo dei sogni, tutti. Tutti quanti gli imbecilli che siete. Senti... Tu credi che lei si arrenderà, vero? Sono anni che progettano questa cosa, l’hai detto tu stesso. Anni, Martin. Dico: Possiamo vincere. Come dice Arthur, se dimostriamo la stessa risolutezza possiamo... Ma senti come parli, Martin. Arthur? Ma se non l’hai neanche mai incontrato. Sembi una ragazzina deficiente cotta del cantante di turno».

La scena, fedele all’ambientazione storica e al reale svolgimento dei fatti, si arricchisce di personaggi romanzeschi, protagonisti che iniziano nella veste di eroi per poi finire schiacciati nel meccanismo impietoso della storia. Da un lato, Terry Winters, l’uomo del sindacato, il braccio destro di Scargill sul quale vengono scaricate tutte le responsabilità; dall’altro, Stephen Sweet, detto l’“Ebreo”, manipolatore di media, uomo di fiducia della Thatcher, in contatto con ambienti neonazisti - da cui provengono gli squadroni della morte che spadroneggiano e vanno in giro a intimidire gli operai.

La lotta fra minatori e governo non è solo un passaggio della storia britannica, l’esplosione di una spaccatura politica del paese. A livello simbolico esprime addirittura la contrapposizione fra due egemonie mondiali contrapposte che si contendono la scena degli anni ’80. Da un lato c’è il movimento operaio, un movimento che conserva intatta la sua forza tanto da poter sostenere un anno di scioperi. I minatori sono la punta avanzata di un fronte che guarda a un modello di società in cui lo Stato entri direttamente in economia e produca servizi indipendentemente dalla legge del profitto. Dall’altro, si erge il conservatorismo thatcheriano, la destra neoliberista che cavalca e interpreta sapientemente un malessere diffuso contro il corporativismo, le regole, la gestione pubblica. Attorno alla Thatcher è stato costruito un mito, il suo personaggio è stato spesso utilizzato come icona sulla quale incardinare una lettura della storia che si sarebbe poi rivelata vincente per interi decenni. In nome del thatcherismo si è legittimato il trionfalismo del libero mercato, l’insofferenza imprenditoriale per i vincoli, l’apologia delle privatizzazioni. La sconfitta dei minatori viene vista - e spacciata - come la prova del declino della classe operaia e della sua incapacità a governare la società moderna. Da quel momento i lavoratori non possono più fregiarsi del titolo di classe egemone, di classe del futuro, di classe generale. Il fallimento del lungo sciopero dell’84 getta il “socialismo” nel repertorio delle parole in disuso e la classe dominante approfitta della sconfitta dell’avversario per lanciare una controffensiva in tutti i livelli della società: si smantellano i settori dell’economia controllati dallo Stato, il pubblico cade oggetto di anatema, le privatizzazioni fioccano, vengono aboliti diritti e garanzie dei lavoratori, si lancia lo slogan della flessibilità. Ben prima dell’implosione dell’Unione Sovietica sarà il trionfo del thatcherismo a mettere nell’angolo il comunismo, a farlo apparire come l’ideologia del male o, tutt’al più, come l’utopia degli sconfitti. Ironia della sorte, la stessa sinistra britannica si è lasciata sedurre dal fascino della Lady di ferro - né è un mistero che i laburisti di Tony Blair ricalchino oggi le orme di “Maggie” e ambiscano a esserne riconosciuti come gli eredi. Questa gigantesca scrittura della storia ha avuto per vittima il movimento operaio, primi fra tutti i minatori dello sciopero. Opinionisti, politologi, giornalisti, storici - le voci migliori e più tambureggianti di cui la borghesia potesse disporre - li hanno fatti passare per conservatori, per garantiti, li hanno tacciati d’essere difensori ultimi di nicchie privilegiate. Merito perciò a David Peace per aver scavato nella storia e riportato alla luce la lotta di quei minatori che si opposero alla Thatcher in nome non di un passato residuale, ma di un diverso modello di civiltà.