III. 3.   Filantropia o funzionalismo produttivo? 

Il titolo è preso in prestito da uno scritto di G. A. Testa[1], un autore che ha condotto numerose ricerche sul villaggio operaio Leumann.

G. A. Testa afferma che il villaggio è una struttura di consenso, e di conseguenza esiste:

 

una stretta relazione fra produttività e costo sociale, fra struttura e operazione assistenziale, tanto che possiamo considerare quest’ultima come una spesa di impianto, che garantisce con un’operazione programmata (in cui il numero di abitanti nel villaggio corrisponde alla forza lavoro necessaria per il funzionamento degli impianti), il consenso necessario allo sviluppo dell’azienda[2].

 

Il progetto del villaggio è quindi determinato dal funzionalismo produttivo, e non dalla generica filantropia o l’assistenza agli indigenti. Osserva a proposito F. Ramella che:

 

Parlare di questi imprenditori in termini riduttivi come “filantropi” è fare un torto alla storia. Erano i realtà ben di più, a giudicare dal disegno di cui si facevano portatori, che era quello di creare “l’uomo nuovo” della società industriale nascente, così come essi lo avevano “pensato” e cercavano di realizzarlo nel piccolo mondo sincronizzato alla sirena dello stabilimento che essi avevano costruito e pianificato[3].

 

Il funzionalismo è una caratteristica essenziale del paternalismo, cioè di una gestione ed organizzazione del lavoro utilizzante l’assistenza e la previdenza per la creazione del consenso e della cooperazione interclassista è il prodotto di una gestione capitalistica avanzata, alla quale possono essere ricollegate le attività sociali e culturali dei grandi gruppi industriali. 

Per questo motivo,

la casa e il suolo sono considerati come un qualsiasi mezzo in grado di generare plus valore. Da un lato si promuovono modelli di organizzazioni sociale capace di rispondere ai bisogni delle maestranze, e dall’altro si selezionano (anche grazie alla discriminazione della casa) operai fedeli, necessari al regolare funzionamento degli impianti, capi e direttori capaci di contribuire al controllo dei lavoratori[4].

 

Il tempo libero, l’abitazione, il lavoro, il servizio sociale e la fabbrica, cioè quegli aspetti della vita che sono divisi tra loro nella città industrializzata, nel villaggio operaio sono riuniti in un unico luogo, sotto la stessa autorità ed amministrazione:

Si può parlare di villaggio industriale e non di un ambiente industrializzato o adattato alle esigenze della produzione; non è la popolazione che si adatta al luogo abitativo, ma è quest’ultimo che viene progettato il funzione della fabbrica che diventa il motore di ogni aspetto della vita sociale[5].

 

In questo contesto l’industriale è il proprietario della casa, il gestore dei servizi, il programmatore dell’educazione dei minori, unico e incontrastato padrone della vita e dell’economia.

Non solo, ma:

Il carattere monopolistico della industria si estende […] a tutto il territorio circostante. L’iniziativa privata domina su quella pubblica e le amministrazioni dei paesi circonvicini delegano volentieri l’assistenza ed alcune opere pubbliche alla famiglia che rappresenta la forza economica locale più rilevante[6].

 

Nel villaggio operaio l’agente sociale è costituito dalla fabbrica:

 

Dal lavoro dipendono la casa, le istituzioni assistenziali e previdenziali, l’educazione dei giovani e il tempo libero. Nel villaggio gli spazi collettivi e privati rappresentano la nuova forma di vita della famiglia operaia che utilizza in modo funzionale la “macchina per abitare”. […] L’investimento sociale non è generico, non è rivolto a sanare gli effetti negativi dell’industrializzazione, ma è un costo di esercizio equivalente alle spese per l’ammodernamento degli impianti. Il lavoro non è imposto, ma è richiesto per il benessere della famiglia, per lo sviluppo della comunità che abita nella borgata. L’imprenditore si rende conto che la pace sociale non si realizza nella risposta generica ai bisogni della classe lavoratrice, ma nell’organizzazione delle maestranze e nella responsabilizzazione al compito produttivo all’interno della struttura capitalistica[7].

 

Si aggiunga che il costo monetario dell’investimento in tutta l’operazione di costituzione di un villaggio operaio, a ben vedere, ricade sui lavoratori; basti ricordare che, come riferisce L. Guiotto, al momento della morte di Alessandro Rossi (il fautore di Nuova Schio): 

 

Le istituzioni operaie avevano ricevuto un totale di L.1,5 milioni, mentre 42 milioni erano andati agli azionisti, 6 allo Stato e 65 in stipendi e salari. Questo per ricordare […] come la città operaia, il proclamato amore per gli operai, fossero organizzai in maniera da incidere solo minimamente sulle finanze padronali, facendo ricadere tutto l’onere sugli stessi lavoratori, costretti quindi ad assistersi da soli, ma nelle forme volute dal padrone  [8]

in  modo del tutto inconsapevole.

 


[1] TESTA G. A., Filantropia o funzionalismo produttivo?, in: AA.VV., Patrimonio edilizio esistente  - Un passato e un futuro,  Atti del convegno, a cura di A. Abriani, Torino, Designers Riuniti, 1980.

[2] Ivi, p. 278.

[3] RAMELLA F., Dall’industria rurale a domicilio alla manifattura e alla fabbrica: lavoranti ed imprenditori nel Biellese dell’800, in: AA.VV., Patrimonio edilizio esistente  - Un passato e un futuro, Atti del convegno, a cura di A. Abriani, Torino, Designers Riuniti, 1980, p. 127.

[4] TESTA G. A., Filantropia o funzionalismo produttivo?, in: AA.VV., Patrimonio edilizio esistente  - Un passato e un futuro,  Atti del convegno, a cura di A. Abriani, Torino, Designers Riuniti, 1980, p. 279.

[5] Ivi, p. 280.

[6] Ivi, p. 281.

[7] Ivi, p. 282.

[8] GUIOTTO L., La fabbrica totale, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 135.