IV. 2. La Riv (Alessandra Godino)

(dall'originale sono state tolte alcune foto)

IV. 2. 1. Localizzazione delle industrie in Val Chisone

IV. 2. 2. Nascita e sviluppo della Riv

IV. 2. 3. Il taylorismo

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IV. 2. 1. Localizzazione delle industrie in Val Chisone

Nell’Italia nord-occidentale negli anni a cavallo dei due ultimi secoli si assiste al decollo industriale che porterà ad una struttura territoriale polarizzata con le città come elementi motori, insieme ad una precedente configurazione territoriale, legata ad uno sviluppo industriale basato sull’utilizzazione di risorse naturali e umane diffuse su vaste zone geograficamente omogenee.

La manifattura e ancor più la grande industria, accanto alla divisione del lavoro in generale, introducono la divisione del lavoro su base territoriale. Questo è vero in modo particolare per i piccoli e medi centri sparsi nelle valli. Si ritrovano così intere province caratterizzate da una o due lavorazioni e interi paesi legati ad un tipo di fabbrica che impiega operai per tutto l’anno e per molte ore diurne e notturne unitamente ad un numero fluttuante di abitanti della zona legati anch’essi in vari modi alla produzione principale.

Nel caso del Pinerolese si arriva a metà ‘900 alla preponderanza dell’industria meccanica, con in primo piano la Riv di Villar Perosa.

La nascita della fabbrica di cuscinetti a Villar Perosa è testimoniata in un articolo un articolo de L’eco del Chisone, settimanale cattolico del pinerolese, del 5 gennaio 1907:

Chi ha percorso la val Chisone in questi ultimi mesi non ha potuto fare a meno di notare come all’ingresso di Villar Perosa, proprio lungo la strada, centinaia di muratori ed operai attendessero alacremente alla costruzione di caseggiati e sia dall’ubicazione che dall’estensione, avrà potuto facilmente arguire, che una qualche fabbrica stava sorgendo [1].

G. V. Avondo e V. Bruno, citando lo stesso articolo, giustificano lo stupore del giornalista che" si stupiva del fatto che proprio lì potesse nascere una fabbrica di cuscinetti"[2].

Villar Perosa ad inizio secolo era una piccolo paese rurale, quali potevano essere i motivi che spingevano un imprenditore ad avviarvi un’industria?

Per rispondere a questa domanda verranno riassunte di seguito le notizie riguardanti l’attestarsi delle industrie nel Pinerolese, distinguendo lo sviluppo industriale in tre fasi, preindustriale, paleotecnica e neotecnica[3].

Fase preindustriale

Nel pinerolese tra il XVIII e il XIX secolo ha inizio il graduale progresso delle attività artigianali e industriali. In questa fase, osserva P. A. Alberto:

l’occupazione extragricola non supera nel complesso il 15% del totale[4], […] le attività manifatturiere […] presentano caratteristiche quali la scarsa meccanizzazione, organizzazione prevalentemente artigianale o domestica, il ricorso a mano d’opera stagionale o a domicilio e la dipendenza da materie prime locali. Dal punto di vista geografico emergono due tendenze nella localizzazione industriale. La prima porta le attività manifatturiere a localizzarsi nelle aree agricole, dato che in questa fase tali attività si presentano come un prolungamento delle attività primarie coesistenti. Infatti, l’organizzazione produttiva è basata essenzialmente su imprenditori e capitali locali[5] […]. La seconda tendenza spinge l’industria alla localizzazione urbana, concentrandosi in Pinerolo il 53% degli addetti.[6] Si vanno delineando tre diversi tipi di attività, e cioè un artigianato al servizio del mercato locale, […] localizzato nei centri cittadini […]; una serie di piccole attività di dimensione artigiana, […] [che] si riassumono nella tessitura domestica della lana, della canapa e del lino, […] nell’attività molitoria e in quella conciaria; infine, troviamo quelle attività che danno luogo ad imprese di tipo capitalistico [7] […]. In questa fase, dunque, le attività manifatturiere iniziano a sostituire la rigida struttura agraria tradizionale nella funzione di motrice dello sviluppo economico della zona[8].

Nel Pinerolese l’industrializzazione non si presentò "per lo meno nella fase iniziale, come capovolgimento dei modi di produzione né tantomeno come mutamento tecnologico con tutte le conseguenze che esso implica, ma piuttosto come semplice addizione di situazioni immutate"[9].

Fase paleotecnica

Con l’impianto delle prime industrie tessili intorno al 1840 il Pinerolese percepisce l’influsso della prima rivoluzione industriale.

In val Chisone la comparsa dell’industria propriamente detta risale al 1835, anno in cui i baroni Bolmida, provenienti dall’alessandrino, decidono di impiantare uno stabilimento per la lavorazione della seta in Perosa Argentina.[10] Essi, insieme agli altri industriali tessili, per lo più di provenienza straniera, che fonderanno le successive industrie in valle, forniscono per primi agli operai alcune agevolazioni di tipo paternalistico[11].

Un commentatore dell’epoca elogia l’attività dei Bolmida, tesa a:

far scomparire que’ laboratori oscuri, umidi, succidi senz’aria e senza luce, come era sinallora costumanza a danno della salute e della moralità degli operai, [per […] laboratori ampi, ariosi […] [dove si scorge] […] un ordine ammirabile, ciocché influisce cotanto sul morale degli operai alleviandogli il peso del lavoro […]. Se lo stesso spirito di filantropia animasse sempre i capitalisti, non si vedrebbero […] quelle sommosse d’operai le quali sconvolgono talvolta le basi della società. Carità del capitalista, moralità dell’operaio, poste sotto la doppia salvaguardia della religione e dell’amore al lavoro, tale si è una delle condizioni più indispensabili alla esistenza delle moderne società[12].

In questa fase definita paleotecnica emerge, accanto all’industria cotoniera, quella mineraria (talco e grafite), lasciando spazio ad alcune attività proto-industriali in declino gestite da imprenditori locali. Per P. A. Alberto:

Il nuovo tipo di industria si differenzia da quello precedente per l’elevato grado di meccanizzazione, che consente una maggiore produttività del lavoro. […] Tali attività vengono […] per lo più avviate con capitale straniero, soprattutto svizzero, tedesco ed inglese, a cui subentra in un secondo tempo quello locale [13].

Se le attività preindustriali erano essenzialmente urbane,

all’inizio del ‘900 lo sviluppo centrifugo dell’industria paleotecnica raggiunge la sua massima espansione territoriale […]. L’industria tende a rifuggire dalla città per distribuirsi nella zona pedemontana e nelle valli inferiori della zona montana[14], e in questa tendenza è seguita dall’industria idroelettrica. Nelle vallate alpine, autonomamente, le industrie trovano l’ottimizzazione delle opportunità localizzative che sono elencate da B. Malvicino e P. E. Peirano:

- Le risorse idriche. [con l’introduzione dei "mule-jenny" e in seguito dei telai meccanici, erano necessari salti d’acqua naturali capaci di fornire l’energia per il loro movimento, poiché non esistendo ancora macchine elettriche, introdotte solo alla fine del secolo XIX, gli alberi di trasmissione erano mossi da lunghi cavi di canapa azionati da turbine] […];

- lo sviluppo della infrastruttura ferroviaria, e secondariamente, di quella viaria;

- la politica di incentivazione a livello comunale (sussidi ed agevolazioni concessi dai comuni agli imprenditori);

- il regime daziario comunale in relazione alla legislazione vigente all’epoca […]. La legge daziaria n. 1827 del 1864 fissava la distinzione tra comune aperto e comune chiuso in rapporto al numero di abitanti. I comuni con popolazione superiore a 8001 abitanti erano considerati chiusi ai fini del dazio; i comuni con popolazione inferiore […] aperti, […] la differenza tra comune aperto e comune chiuso consisteva nelle modalità di riscossione del dazio. Nel comune aperto, il dazio veniva pagato alla vendita al minuto dei prodotti all’interno del comune stesso […]. Nel comune chiuso, il dazio veniva pagato al momento dell’introduzione delle merci all’interno della cinta daziaria […]. Di conseguenza, in un comune chiuso, sia le materie prime che i prodotti finiti venivano tassati, nonostante qualche forma di esenzione per le materie prime. […] Una industria localizzatesi in un comune aperto di una vallata poteva associare al risparmio del carbone un indubbio vantaggio nei costi di produzione e non era inoltre, in un buon numero di casi, esclusivamente finalizzata ad una produzione da destinarsi ad un mercato relativamente prossimo, […] quanto ad un mercato più vasto, a livello nazionale […];

- la possibilità per l’industria di intraprendere relazioni esclusive e privilegiate con i piccoli comuni;

- la particolare morfologia dei siti in relazione ai singoli settori merceologici industriali;

- manodopera particolarmente abbondante e a basso costo, pur tenendo conto della non specializzazione. [Nel caso di industrie tessili, si tratta di manodopera, anche solo stagionale, già pratica della filatura domestica];

- minore incidenza dell’onere fondiario sui costi d’insediamento[15].

 

Inoltre ci sono fattori economici-politici generali che contribuiscono alla localizzazione industriale:

fattori generali indiretti di fine Ottocento sono la crisi agraria, e la crisi dell’industria serica, che ingenerano un diverso orientamento del capitale; fattore generale diretto è il predominante orientamento protezionistico in politica economica […] che, se da un lato incrementa lo sviluppo dell’industria interna, induce una notevole quota di quella straniera, in parte già presente sul mercato italiano, a produrre in Italia[16].

Nei casi di industrie attestatisi in bassa valle, la convergenza ottimale tra i fattori di localizzazione considerati e l’insediamento all’interno di un centro abitato coincidevano molto raramente.

Nel caso della val Chisone le condizioni favorevoli erano la presenza di acqua e di mano d’opera sotto occupata nell’agricoltura e preparata al lavoro in fabbrica grazie all’esperienza accumulata nella fase proto-industriale; la strada "regia" per il Forte di Fenestrelle e l’apertura della ferrovia Pinerolo-Torino (1854).

Inoltre con l’emancipazione dei Valdesi avvenuta nel 1848 si ebbe, grazie ai loro rapporti con i Paesi protestanti d’oltralpe (Inghilterra, Germania e Svizzera), un deciso afflusso di imprenditori e capitali stranieri, attratti dalla prospettiva umanitaria di aiutare i fratelli di fede e nello stesso tempo, trovare mano d’opera efficiente, laboriosa e remissiva[17].

Fase neotecnica

Dall’inizio del ‘900 si assiste alla rapida espansione dell’industria meccanica e al lento declino dell’industria paleotecnica.

Si assiste a "un’accentuazione della meccanizzazione e il ricorso a nuove forme di energia, in questo caso elettrica. Aumentano i salari e la produttività del lavoro; si raggiunge l’80% di mano d’opera maschile, con un maggior grado di specializzazione, occupata in stabilimenti aventi dimensioni ragguardevoli […]. Le nuove attività vengono ad integrarsi […] prevalentemente con l’industria automobilistica torinese"[18].

Dal 1907 la storia dell’industria meccanica nel Pinerolese si identifica con quella della Riv di Villar Perosa, specializzata nella produzione del cuscinetto a sfere.

E’ stato dunque l’impianto di uno stabilimento come la Riv, direttamente connesso con la grande industria motrice di questo secolo, che ha permesso nel Pinerolese il passaggio dalla fase paleo-tecnica a quella neotecnica[19].

Così si accentua la tendenza di privilegiare la zona pedemontana e valliva, ma ora le attività tendono a concentrarsi in aree più ristrette.

Per G. Dematteis:

Il fattore determinante diventa la posizione relativa dei vari luoghi e in particolare la prossimità spaziale ai centri metropolitani in formazione […] Si assiste così al paradosso che i progressi tecnici nel trasporto dell’energia, delle merci e nelle comunicazioni, che caratterizzano questo periodo e che tendono a liberare l’industria dalle costrizioni geo-ecologiche della fase precedente, non si traducono in una diffusione omogenea degli impianti sul territorio, ma al contrario portano ad un restringimento dello spazio interessato dalla nuova industrializzazione, rispetto a quello della vecchia industria tessile[20].

Con lo sviluppo dei trasporti si incrementa anche il pendolarismo, cosicché insieme alla contrazione dell’area sede di insediamenti industriali si ha la dilatazione dell’area di residenza degli addetti.

Le condizioni ambientali ideali vengono trovate nelle basse valli ricche di acqua e spazi liberi con mano d’opera preparata al lavoro industriale dalle precedenti esperienze stagionali negli opifici locali. La perificità degli stabilimenti permette di dare retribuzioni molto basse, che anche nel nostro secolo rimangono inferiori alle medie nazionali del settore. Nelle valli alpine, infatti, il grado di sindacalizzazione è minimo, l’incidenza delle manifatture sul tessuto economico rende agevole il controllo sociale delle maestranze. Spesso l’influenza dei padroni sugli operai si estende oltre la soglia della fabbrica, con una fitta rete di informazioni su attività e comportamenti, e talvolta anche con alcuni uomini nelle amministrazioni locali.

Di fronte a questi vantaggi restano i problemi connessi alla lontananza dai centri di approvvigionamento di materie prime e di sbocco delle merci, che però sono ridotti grazie al miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie[21].

In val Chisone, già favorita dal buono stato della strada per Fenestrelle, gli impianti industriali non risalgono la valle oltre Perosa, punto di arrivo della tramvia Pinerolo - Perosa, raccordata fin dal 1882 alla ferrovia Pinerolo - Torino esistente dal 1854[22].

"Nel periodo che intercorre tra i due conflitti mondiali si viene così formando un’unica area industriale da Pinerolo a Perosa Argentina, nella quale si diffonde l’industria meccanica controllata dall’esterno, mentre l’industria tessile e quella estrattiva iniziano il loro declino"[23].

Quando, nel torinese, lo sviluppo industriale in generale è concentrato su Torino, a scapito del resto della regione, Villar Perosa rappresenta, insieme ad Ivrea, un’eccezione[24].

Perché scegliere Villar Perosa per dislocare una nuova fabbrica?

M. Bernardi, ripercorrendo la storia dello stabilimento in occasione del primo cinquantenario Riv, scrive riguardo alla scelta del luogo di insediamento:

 

Anche nel freddo calcolo delle opportunità produttive, entrava in gioco un fattore sentimentale: collegare idealmente e praticamente il fervore della già trionfante industria torinese con le possibilità felicissime che offriva il luogo natio. Lassù la valle si apriva serena, ricca d’acque produttrici di forza, di uomini onesti e attivi che chiedevano di lavorare per dar benessere alle loro famiglie, propizia per la sua salubrità a una pacifica vita operosa; e dall’alto dominava l’antica dimora dei Piccone di Perosa, che ricordava a Giovanni Agnelli le sue esperienze agricole, La scelta del luogo dove dar largo respiro alla nuova importantissima produzione fu spontanea[25].

 

Per A. Biancotti:

La RIV era una cosa sua, sua direttamente, era giusto che sorgesse dove c’era la casa paterna e le memorie più care della sua vita. Lassù la valle si apriva serena, ricca d’acque produttrici di forza, uomini solidi chiedevano di lavorare per il benessere delle loro famiglie, una pacifica vita operosa poteva svolgersi in un ambiente salubre, collegando idealmente e praticamente il fervore della già trionfante industria torinese con le possibilità felicissime offerte dal luogo natio […]. Un fondo di poesia c’è in quest’opera "provinciale", in questa creazione che in un altro tempo avrebbe assunto il carattere di una creazione a tipo feudale e, nella nostra, mirava semplicemente a un’ordinata e intensa produttività, ad una prospera convivenza, identificandosi con la religione del lavoro intesa come giustificazione dell’esistenza[26].

Nella realtà, i veri motivi sono altri. Se nella scelta di Villar Perosa per localizzarvi la Riv hanno contribuito motivi psicologici, in quanto sia l’Incerti che l’Agnelli erano legati in qualche modo al Pinerolese, Giovanni Agnelli, "si allinea […] tardivamente alla tendenza che dalla metà dell’800 aveva spinto l’industria nelle valli"[27]; tanto che quando nel 1925 la Riv deve ampliare i suoi impianti, e il progresso tecnologico ha ormai reso la localizzazione industriale indipendente dalle fonti di energia, il nuovo stabilimento viene costruito a Torino.

Anche nel caso di Villar Perosa deve avere giocato una buona conoscenza delle condizioni locali favorevoli al nuovo insediamento industriale e la facilità di utilizzarle e dominarle ai fini imprenditoriali[28]. Per R. Prinzio le motivazioni della scelta:

sono tendenti a sfruttare condizioni ecologiche tipiche della prima fase dello sviluppo in zona: cioè notevoli risorse idriche [e] ampia disponibilità di manodopera sottoccupata in agricoltura [29], oppure, se già abituata al lavoro dei fabbrica, priva di un’organizzazione sindacale combattiva.

Inoltre l’ampia conca pianeggiante del vicino paese di Pinasca offriva spazi liberi facilmente acquistabili, più che sufficienti per lo stabilimento e le comunicazioni con Torino erano agevoli[30].

Villar Perosa beneficia di una buona rete stradale; dal 1882 fino a Perosa Argentina il traffico merci e passeggeri avviene con la linea tranviaria, e dal 1911, per volere di Agnelli, viene creato l’autoservizio da Perosa a Pragelato e a Perrero, per dare continuità al trasporto pubblico verso le alte valli Chisone e Germanasca.

V. Morero aggiunge altri fattori più generali:

La politica protezionistica, di entità sufficiente a fare del mercato interno una riserva dell’industria nazionale, […] [e] la nascita della Banca Commerciale nel 1894 [che apre agenzie a Pinerolo] e che si presentò subito come una sicura centrale di collegamento, di ispirazione e di guida per l’industria italiana[31].

Dunque non si tratta di un caso di decentramento industriale ante litteram, con il quale il caso della Riv ha in comune solo lo stretto legame con l’industria motrice metropolitana e il tipo di produzione molto specializzata e con elevato valore aggiunto tale da potersi svolgere lontano dai grandi centri[32].

E. All’asino osserva come un modello di rapporto con la società locale analogo a quello di Villar Perosa continuò ad essere adottato negli anni del "miracolo economico", quando la Riv localizzò i due nuovi stabilimenti a Pinerolo e ad Airasca (1960-1963), dove:

alla facilità di comunicazione con Torino si univano la disponibilità di manodopera e un ambiente non congestionato […]: si assunse soprattutto manodopera locale di origine contadina, che conservò la residenza nelle borgate e continuò in parte a dedicarsi alle attività agricole. Inoltre questi ex contadini non avevano alle spalle alcuna esperienza sindacale e politica e la lunga abitudine alla conduzione di piccole proprietà li rendeva alieni dalle azioni collettive di lotta. Il risultato fu che i tassi di conflittualità e di sindacalizzazione in questi stabilimenti si mantenevano a livelli molto bassi e i costi dello sviluppo industriale furono scaricati sulle famiglie e sulle aziende agricole, evitando che la classe operaia locale adottasse strategie basate sulla istituzionalizzazione di rivendicazioni collettive in luogo della mobilitazione individualistica[33].

 

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IV. 2. 2. Nascita e sviluppo della Riv

Nel primo decennio del XX secolo si assiste al sorgere ed al rapido sviluppo dell’industria automobilistica a Torino, con in prima linea la Fiat, che si afferma sempre di più anche sul mercato internazionale[34].

V. Castronovo osserva come Agnelli avesse all’epoca:

già percepito quale strumento di diffusione e di pubblicità rappresentassero le competizioni automobilistiche, e quale contributo potessero fornire alla maturazione di sviluppi innovativi, alla sperimentazione tecnica e all’avvio verso la produzione in serie di modelli già noti e collaudati. Onde egli non aveva lesinato a spese, pur di assicurare la presenza della sua casa nelle successive esposizioni internazionali e alle principali riunioni automobilistiche[35].

Nel 1906 Agnelli era stato in America per osservare i sistemi dell’industria automobilistica statunitense[36], e il principio della "razionalizzazione" della produzione, da lui sostenuto al ritorno a Torino, aveva cominciato a tradursi in applicazioni pratiche.

La politica di assorbimento e di promozione di nuove imprese collaterali o affini aveva consentito di garantirsi a minor costo servizi e produzioni ausiliarie e terminali.

La "leggenda" vuole che nel 1905 si svolgesse un premio automobilistico a Berlino riservato esclusivamente ad autovetture interamente fabbricate in Italia.

Agnelli era intenzionato a parteciparvi e a questo scopo riuscì ad accaparrarsi la proprietà della Roberto Incerti & C., una piccola fabbrica di cuscinetti a sfere, gli unici componenti dell’auto che ancora occorreva importare dalla Francia[37]. Questa fabbrichetta era il nucleo costitutivo di quella che sarà la Riv dalle iniziali del fondatore (Roberto Incerti Villar) e che, riporta G. Coriasco:

arrecò fastidi giudiziari ad Agnelli in seguito ad accusa di irregolare appropriazione di brevetti. Roberto Incerti fu l’ideatore geniale di alcuni metodi perfezionati di lavorazione per i cuscinetti a sfere utilizzati dalla Riv; morì il 13 novembre 1952 lasciando i famigliari in precarie condizioni finanziarie. Ai funerali, molto modesti, non prese parte alcuna rappresentanza ufficiale della Riv, suscitando scalpore tra quei dipendenti che ancora ricordavano con grande simpatia il primo costruttore italiano del cuscinetto a sfere[38].

Afferma a riguardo V. Morero:

Sull’origine della Riv di Villar Perosa i documenti ufficiali sono alquanto reticenti. In genere Giovanni Agnelli appare come l’unico titolare della ditta fin dal 1908, ma ciò non spiega la denominazione della sigla RIV […]. In un documento del tribunale di Pinerolo in data 18-6-1909 risulta che la ditta Off. di Villar Perosa Agnelli e C. nominò a suoi mandatari commerciali i sigg. Vinçon ing. Gustavo, e Follis Aristide, in un altro documento alla stessa data si certifica la costituzione di una officina meccanica fra Roberto Incerti e Luigi del Bosco con capitale di L. 16.000 per sette anni. E’ probabile dunque che Giovanni Agnelli abbia acquistato la compartecipazione dell’Incerti diventando così l’unico proprietario delle Officine di Villar pur col concorso di altri azionisti minori. L’Incerti comunque non volle cedere a Giovanni Agnelli il brevetto che fu registrato con la sigla RIV [39].

 

Un atto del tribunale di Pinerolo del 23/09/1909 custodito nell’Archivio Storico Comunale di Villar Perosa testimonia che di certo in quell’anno la società Officine di Villar Perosa – Agnelli e C passò interamente nelle mani di Agnelli e della società Fiat. [40]

Le fonti scritte affermano che la Riv nacque "in poche stanzucce a terreno; in via Marrocchetti, a pochi passi dal primo stabilimento Fiat di corso Dante, che allora era quasi in campagna, ed aveva 23 operai"[41].

In un catalogo di cuscinetti Riv di quegli anni si legge che:

Le officine di Villar Perosa incominciarono la costruzione dei cuscinetti a sfere nel 1903, in una modesta officina in Via Marocchetti a Torino, officina che però in breve non bastò più per sopperire alle numerose richieste dei clienti, sia Italiani, sia Forestieri. Si rese dunque necessaria la costruzione di uno stabilimento più importante, e fu scelto come sede […] a causa dei numerosi vantaggi che presentava, il comune di Villar Perosa. Le prime officine costruite a Villar Perosa, occupavano uno spazio coperto di circa 8000 metri quadrati[42].

Per la costruzione dello stabilimento necessario acquistare dei lotti, diversamente dal successivo villaggio operaio edificato interamente su terreni dell’Agnelli [43].

I motivi dell’insediamento erano gli stessi che già avevano portato in val Chisone le manifatture tessili nel secolo precedente, ma in più, in questo caso, fin da subito si prevedeva la costruzione di case operaie e palazzina per impiegati:

L’officina, quando sia terminata occuperà un’area di ben 20.000 mq. sarà dotata di tutte le comodità e munita di un macchinario automatico americano […]. Molti dei lettori avran visto il lungo canale che viene a sboccare dietro la fabbrica; per questo nuovo letto di circa un km il Chisone verrà a cadere in un poderoso salto, dando così moto alle turbine, […] e […] [per] azionare tutte le macchine dello stabilimento. Vicino sorgono due vasti caseggiati che verranno adibiti ad abitazione degli operai addetti alla fabbrica, nella costruzione dei quali si sono osservati tutti i moderni dettami dell’igiene; ed infine vi è una palazzina che nei piani inferiori è destinata ai vari uffici tecnici ed amministrativi, e nei piani superiori agli alloggi per gli impiegati[44].

Dal 1908 al 1927 fu direttore ed Amministratore Delegato della Riv l’ing. G. Vinçon, (futuro podestà del vicino paese di San Germano Chisone), mentre la moglie, Ida Vinçon viene proposta cassiera da Giovanni Agnelli[45].

Nel 1908 la produzione raggiunse la cifra di 20.000 cuscinetti a sfera e di 200.000 pezzi nel 1911, anno in cui entrò in funzione il reparto per la costruzione delle sfere, "a quell’epoca gli operai erano già 300 e 40 gli impiegati, mentre nel 1915 si arriva a 898 unità, salite a 1930 nel ‘17, a seguito del primo conflitto mondiale, che aprì ampi spazi per nuovi profitti"[46].

Le notevoli dimensioni dello stabilimento appaiono meglio se confrontate con i dati del censimento industriale del 1911, ordinato il 10/06/1911 unitamente al V censimento generale della popolazione, dove appare nel territorio di Torino una diffusione di lavoro parcellizzato in massima parte costituito da piccole unità che risultavano impiegare in media quattro addetti, e solamente in città un quinto delle attività censite occupava 64 addetti per industria[47].

Se già precedentemente in Riv si producevano anche bossoli di ottone, la produzione militare divenne preponderante dopo che nel 1915 si riversò sulle aziende controllate dalla Fiat una massa di ordinazioni militari.

Sembra tuttavia che Agnelli fosse stato, almeno inizialmente, neutralista. A tal proposito viene spesso citato l’episodio narrato da Gramsci sull’Avanti: il Consiglio Comunale di Villar Perosa aveva intitolato la piazza principale di fronte al municipio a Giovanni Agnelli, il quali ordinò immediatamente di far scrivere "Piazza della Pace" in luogo di "Piazza Agnelli".

Agnelli si fregò le mani soddisfatto di aver dimostrato che il suo neutralismo non piega, perché se lo Stato italiano paga bene i cannoni, i proiettili, gli automobili forniti, gli altri Stati, in guerra tra loro, li avrebbero ceto pagati ancor meglio[48].

 

Già prima dell’entrata in guerra le industrie che più si erano sviluppate furono la meccanica, la laniera e la cotoniera, opportunamente favorite da larghe eccezioni ai divieti di esportazione formulati col decreto 1° agosto 1914, e ben presto sollecitate dalle ingenti ordinazioni di prodotti rese necessarie dalla preparazione alla guerra.

Con il decreto della "mobilitazione industriale" 26 giugno e 26 agosto 1915, dei sette comitati regionali delegati all’esecuzione di tale programma, quello di Torino, che aveva come capogruppo il vicepresidente della Fiat Dante Ferraris, con ampi poteri discrezionali nella ripartizione delle forniture, assume subito primaria importanza per il numero e l’entità degli stabilimenti "ausiliari" sorti per la produzione delle munizioni.

Il 31 dicembre 1917 la Fiat raggiungeva il 96% della produzione automobilistica italiana[49], ed univa a sé imprese ausiliarie di ogni specie, "fra cui emerge per genialità di creazione la fabbrica di cuscinetti a sfere di Villar Perosa, che emancipò la produzione italiana dalla dipendenza estera per un accessorio indispensabile"[50].

Le officine meccaniche di Villar Perosa allo scoppiare del primo conflitto mondiale vennero riorganizzate. Agnelli riuscì ad ottenere dal governo che la fabbrica fosse inserita fra le imprese incaricate di trattare affari all’estero per conto dell’Amministrazione militare; nel settembre 1914 la Riv ebbe un appalto per la fornitura di uno stock di 55.000 bossoli, e tra il 1915 e il 1916, stipulò otto contratti per la fornitura all’esercito italiano di 6250 mitragliatrici con relative parti di ricambio ed ancora di 1.350.000 bossoli. Così, grazie alle commesse belliche, la manodopera che all’inizio del 1915 era di 898 operai, nel 1917 era salita a 1927[51].

Scrive V. Castronovo:

La produzione di mitragliatrici e di munizioni si prestava […] alla introduzione della produzione in serie, tanto più che le economie realizzabili in questo campo, nei costi di gestione, offrivano crescenti margini di profitto. […] Agnelli era riuscito a riordinare i reparti di Villar Perosa in funzione di una lavorazione in serie molto maggiore, elevando in misura cospicua la produzione e abbassando altrettanto i costi[52].

 

"Nel 1920 gli operai della Riv di Villar Perosa erano già 1151 e 117 gli impiegati, mentre l’area coperta cresceva a 18.000 m. quadrati, con tre centrali elettriche autonome"[53].

Nel primo dopoguerra Agnelli trafficò ancora con il governo per ottenere facilitazioni ed aiuti per le proprie aziende, premendo sul governo per un ritocco dei dazi sui cuscinetti a sfere onde rilanciare su una più vasta scala l’attività della Riv. "Il decreto del 19 ottobre 1922 [...] consentì [...] di contare su un’ulteriore margine di protezione [...] per i dazi relativi ai cuscinetti a sfere e ai rulli radiali ed assiali e di porre la Riv [...] a riparo da ogni concorrenza sia interna che esterna"[54].

"Tornata la pace, lo stabilimento di Villar si era dimostrato insufficiente a soddisfare le richieste. Perciò acquistata nel 1922 la fabbrica di automobili ‘Rapid’ di Torino, su quell’area si era innalzata nel 1925 la costruzione di un moderno e razionale stabilimento. Sette anni dopo gli operai salivano a 4400 unità […] Contemporaneamente la sigla aveva aperto una succursale a Chambéry per soddisfare il mercato francese"[55].

 

La grande crisi economica del 1929 colpì anche l’Italia fascista, tanto che nel 1930 la Riv occupa 350 operai, per 5 giorni la settimana, quando prima ne lavoravano 1300[56]. Intanto veniva introdotto il sistema "Bedaux", un sistema di supersfruttamento del lavoratore, in alcuni reparti del Lingotto, della Riv e della sezione Aeronautica. In quegli anni di crisi solo il mercato verso l’Urss dimostrò una progressiva capacità di assorbimento, tanto che a dicembre 1929 il 60 per cento della produzione totale di cuscinetti a sfera della Riv era destinato alle commesse Urss.

"Una nuova fase di espansione si registrò ancora nel 1938, coll’apertura di un nuovo complesso nella zona di Massa [Carrara] detta allora Apuana, e con successivi ampliamenti a Torino e a Villar. Proprio in quell’anno lo stabilimento della Val Chisone raggiunse la cifra record di 2500 operai di cui un migliaio proveniente dalla vicina Pinerolo"[57].

Nel periodo della dittatura, e poi della guerra la Riv si sviluppò notevolmente, anche in questo caso grazie alle commesse militari, riguardo le quali, afferma G. Galli:

Per gli intimi Valletta [Vittorio Valletta, dal 1928 amministratore delegato e direttore generale e dal 1946 direttore della Fiat] conia lo slogan "collaborare con l’inevitabile", e subito passa a chiedere che le autorità militari collaborino al mantenimento della "disciplina più ferrea" nelle fabbriche, traendone grandi ed inquantificabili profitti[58].

Durante la seconda guerra mondiale la Riv divenne un obiettivo primario per gli alleati.

Nonostante che i tetti di fabbrica e villaggio fossero stati dipinti di verde rame per mimetizzarli, il 3 gennaio 1944 Villar Perosa fu bombardata e subì gravi danni, tanto che "La Fiat richiese 17 miliardi di danni di guerra per la Riv di Villar Perosa e 12 miliardi per le fabbriche torinesi"[59].

Le officine furono ricostruite al termine del conflitto[60], e la Riv continuò il proprio sviluppo; nel 1948 il personale dello stabilimento di Villar Perosa era di 4002 operai e 366 impiegati e nel 1951 aveva 4576 addetti[61].

Negli anni successivi furono costruiti i nuovi stabilimenti: nel 1956 a Cassino, raddoppiato nel 1968, nel 1959 a Pinerolo, nel 1961 ad Airasca, nel 1971 a Bari, nel 1972 la sezione Avio a Villar Perosa.

Nel 1965 il pacchetto di maggioranza del gruppo Agnelli è stato ceduto alla Svedish Kullagen Fabriken e la Riv ha assunto la denominazione di "Riv-Skf officine di Villar Perosa".

Nel 1979 la SKF è diventata unica proprietaria acquisendo le restanti azioni Riv.

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IV. 2. 3. Il taylorismo

L’organizzazione scientifica del lavoro come lo stesso F. W. Taylor (1856-1915) la battezzò, costituisce il tentativo di dare una risposta organica ai numerosi e nuovi problemi produttivi che lo sviluppo industriale aveva posto a cavallo tra il XIX e il XX secolo alle direzioni aziendali. La meta da raggiungere era l’aumento di produzione ad ogni costo. Occorreva costruire una più ampia struttura gerarchico - organizzativa ispirata alla medesima logica delle nuove macchine, quella cioè di eliminare qualsiasi discrezionalità nel comportamento dei subordinati, imponendo procedure predeterminate ripetitive e semplicissime da apprendere. A tal fine Taylor propose "di studiare ogni prestazione lavorativa per accertare scientificamente il "modo migliore e unico" per compiere ogni mansione e tradusse i risultati di questa ricerca in una serie di norme che ogni operaio doveva seguire alla lettera se voleva guadagnare il premio offerto per l’aumento del rendimento"[62].

Il corpo umano venne esplorato tanto nella sua capacità di essere trasformato in un meccanismo che nei suoi limiti che non era possibile trascurare.

I movimenti dell’uomo vennero analizzati scientificamente al fine di semplificarli, comporli nelle loro parti, "razionalizzarli", tendendo all’ideale formula finale di un solo movimento per operatore ed aumentare la produttività uomo – ora.

La rigida divisione tra progettazione ed esecuzione del lavoro diventò così un cardine del taylorismo. I lavoratori dovevano pertanto eseguire scrupolosamente ogni indicazione impartita e rispettare i tempi precalcolati riposando unicamente negli intervalli programmati.

Il compito della direzione diventò piazzare in ogni posto di lavoro l’operaio più adatto, promuovendo la formazione professionale e il perfezionamento di ognuno dei dipendenti dell’impresa, "I datori di lavoro tradizionali avevano penalizzato gli operai che non rendevano, Taylor proponeva invece che i datori di lavoro impedissero all’operaio di fare meno della ‘sua produzione giornaliera massima’"[63]. G. Baglioni rileva come nel taylorismo:

I soggetti non sono presentati come costruttori del proprio status sociale e professionale, bensì in quanto occupanti determinati ruoli, dai quali non sembrano avere possibilità di evadere; l’insieme dei ruoli, nell’impresa, sono ordinati in modo gerarchico e non possono essere alterati perché […] si basano […] su criteri scientifici […] tutto devono dare un apporto positivo, non ci devono essere falliti ed esclusi, c’è un posto dignitoso anche per i più modesti e, comunque, c’è la possibilità di soddisfare le esigenze profonde di ogni uomo, quello del bisogno economico[64].

Un altro principio del taylorismo era la collaborazione che ci doveva essere tra dirigenti e manodopera, ponendo l’accento sul consenso operaio. Il meccanismo principale per ottenerlo era innanzitutto la ricompensa economica, insieme ad un sistema di relazioni informali abbondantemente intriso di paternalismo. Si rendeva necessaria infine la ristrutturazione dell’apparato direttivo, con una rigida divisione tra programmazione ed esecuzione dei lavori. La conseguenza più importante è che gli operai non avevano più contatti con un solo capo diretto, ma con diversi superiori, ciascuno per un aspetto particolare del lavoro.

La struttura generale di comando della fabbrica taylorizzata appare così come un meccanismo che determina da un lato il progressivo alleggerimento dei problemi connessi alla routine, via via che si sale lungo la scala gerarchica; e dall’altro la progressiva specializzazione settoriale, via via che scendendo lungo la scala, più fitte e pesanti diventano le operazioni di routine. L’applicazione completa del taylorismo conduce perciò ad una radicale separazione fra tre livelli: quello delle azioni materiali (livello operaio, parcellizzato e routinizzato); quello della razione tecnica (livello intermedio) e quello della ragione strategica o manageriale[65]. Se al livello più basso troviamo gli operai pagati per eseguire senza pensare, a quello più alto troviamo i dirigenti remunerati per pensare senza eseguire[66].

In america Henry Ford adottò i metodi di Taylor nelle sue fabbriche con lo scopo di diminuire, possibilmente, il tempo dedicato al lavoro e aumentare i salari, perché, mentre Taylor pensava soltanto all’aumento della produzione nell’ambito dell’azienda, Ford vedeva i lavoratori anche nella veste di potenziali consumatori. La sua politica dell’alto salario e del controllo assistenziale erano finalizzati alla disciplina, al rendimento e alla riproduzione dell’energia lavorativa spesa quotidianamente dall’operaio.

Ford consacrò il successo della linea di montaggio, che raggiunge il pieno sviluppo quando Taylor morì, nel 1915. "Ford utilizza i mezzi e le idee che il suo tempo gli pone a disposizione per mettere in pratica le sue convinzioni: l’automobile deve trasformarsi in un mezzo di trasporto popolare, in un articolo della produzione di massa. La linea di montaggio rimpiazza gli studi sul movimento di Taylor"[67], ma sopravvivono i controlli al secondo dei procedimenti operativi introdotti da quest’ultimo. Racconta S. Musso che:

Nel 1913 Ford aveva messo in funzione la catena di montaggio semovente dopo un accurato studio dei tempi di ogni operazione. […] Ad ogni mansione corrispondeva una paga oraria […]. Oltre al salario orario l’operaio riceveva un supplemento [solo se in base alla sua condotta di vita privata veniva riconosciuto meritevole] […] di entità variabile ma inversamente proporzionale alla paga oraria così che per ogni categoria il salario minimo non risultasse inferiore a cinque dollari [five-dollar-day]. Il supplemento variava però più in generale in base a tre categorie di operai: 1) uomini sposati che vivevano in famiglia e la mantenevano; 2) uomini celibi sopra i 22 anni […] ;3) giovani sotto i 22 anni [esclusi da ogni supplemento] e donne che fossero l’unico sostegno di qualche familiare [se il marito risultava occupato venivano licenziate]. […] Alti salari per l’operaio dunque, ma a condizione che lo si controllasse e lo si spingesse a spenderli nel modo giusto, cioè proficuo per lo sforzo produttivo da compiere in fabbrica per guadagnare l’alto salario: una vita domestica regolare, con un nucleo famigliare coeso […] una casa decorosa curata dalla moglie non costretta al lavoro extradomestico, una condotta moralmente irreprensibile, l’eliminazione dell’abuso di alcolici[68].

 

Il fordismo si caratterizza come un paternalismo al massimo grado autoritario, che tuttavia suscitò ampi consensi; la fama della politica degli alti salari di Ford, circoscrivibile concretamente nel periodo 1914-1918, si era diffusa in USA e in Europa insieme all’ammirazione per l’enorme crescita commerciale.

 

A Torino il sistema economico era mutato radicalmente dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, passando da una situazione tradizionale ad una tipicamente capitalistica. Per G. Baglioni:

In particolare il ritmo di crescita diventa spiccatissimo dal 1905 al 1911, al punto che in questo periodo gli addetti del settore passano da 63 000 a 151 000 nella provincia di Torino, da 153 000 a 310 000 nell’intera Regione. […] Comunque la trasformazione industriale più significativa è data dal grande rilievo assunto dalle industrie metalmeccaniche: per limitarci all’occupazione […] fra il 1905 e il 1911, la manodopera del settore risulta quadruplicata[69].

 

Il processo di affermazione, economica e politica, della nuova borghesia imprenditoriale risulta, per Baglioni, favorito dalla provenienza sociale degli imprenditori:

essi, a cominciare da Giovanni Agnelli, appartengono normalmente alla affermata borghesia torinese e piemontese, hanno numerosi rapporti familiari con le vecchie classi dirigenti e, in pratica non hanno bisogno di compiere […] un lungo periodo di "apprendistato" per essere accettati socialmente e per venire riconosciuti appartenenti a pieno titolo alla classe dirigente[70].

 

Nel 1906 alcuni dei principali esponenti dell’industria torinese, tra cui G. Agnelli, per poter rispondere in modo organizzato alle controversie sindacali, danno vita alla Lega industriale. Sempre a Torino, nel marzo del 1910, nasce la Confederazione italiana dell’industria.

Per la Lega tempi nuovi ed impegni collettivi esigono una nuova figura di imprenditore:

Alla figura tradizionale dell’industriale italiano - laborioso, tenace ed abile ma isolato nei rapporti sociali, con nessuna influenza nella vita politica, convinto di mantenere relazioni quasi famigliari con i propri dipendenti - deve sostituirsi un attore che allarga i suoi orizzonti e i suoi interessi al di là del confine aziendale, consapevole della sua funzione non soltanto economica ma eminentemente sociale[71].

 

Di conseguenza, diventano rapidamente oggetto di trattazione, nelle pubblicazioni e nei documenti della Lega, i metodi di Taylor.

L’organizzazione scientifica del lavoro, infatti, consente di sostenere che lo sforzo degli industriali per utilizzare in modo sempre più proficuo impianti e lavoro va egualmente a vantaggio del capitale e della maestranza; conseguentemente, diventa normale e necessaria la collaborazione delle due parti perché essa non implica il sacrificio degli interessi di nessuna delle due. […] Livelli più elevati di produzione e produttività si conseguono con la ricerca dei mezzi e dei modo più economici e più rapidi, per eseguire un determinato lavoro e per far adottare tali mezzi e modi da parte degli operai. L’applicazione dei metodi tayloristici accresce l’importanza della funzione direttiva nel processo produttivo ma risulta sfavorevole alla mentalità dell’imprenditore improvvisato e spregiudicato. Essa, infatti presuppone studio attento dei criteri di impiego del lavoro e una elevata organizzazione delle unità produttive […] che risulta vantaggiosa agli stessi operai. Ciò è possibile selezionando e utilizzando i lavoratori in base alle loro attitudini ed alle loro capacità […]. Inoltre, i nuovi metodi permettono una più elevata remunerazione del lavoro - conseguenza dell’accresciuto rendimento - […] attraverso una migliore utilizzazione qualitativa del lavoro stesso[72].

Nel 1926 viene fondato l’Enios (Ente Nazionale Italiano per l’Organizzazione Scientifica del lavoro) e varato il periodico "L’organizzazione scientifica del lavoro" diretto da Francesco Mauro e Gino Olivetti.

A differenza della Lega torinese, "in Taylor e nel suo ‘sistema’ medici e psicologi italiani videro un’imperdonabile ferocia selettiva, che avrebbe annientato i più deboli e condotto i prescelti a rapida usura. Ciò non impedì il dispiegarsi di sempre maggiori curiosità -un misto di ammirazione, deplorazione, sgomento - verso le novità introdotte da Henry Ford nei suoi stabilimenti"[73].

Dopo i primi successi immediati, e dopo le speculazioni di borsa nel 1917[74], V. Castronovo rileva come in Giovanni Agnelli era emerso:

il segno di un’indole costruttiva e realizzatrice [...] in questo processo di maturazione da outsider di provincia a uomo in grado di saper usare con scaltrezza le arti della finanza e della politica, lo avevano aiutato sia la vicinanza della Banca Commerciale, [...] portatrice [...] di nuovi metodi di organizzazione provenienti dal [...] mondo industriale tedesco, sia l’inserimento nel sistema giolittiano, la famigliarità con uomini che univano a un esercizio spregiudicato degli strumenti di potere nuovi orientamenti in fatto di rapporti sociali e di lavoro. Ma tra il 1906 e il 1912, le date dei suoi primi viaggi di lavoro negli Stati Uniti, un’altra direttrice aveva preso posto nella visione di Agnelli: "fare come Ford". E dal 1912, e ancor più durante la guerra, la trasposizione in Italia del fordismo, la produzione in serie, l’estensione di procedimenti di lavoro tayloristici, avevano impresso alla Fiat connotati [...] peculiari[75].

 

Agnelli divenne un convinto sostenitore dei sistemi tayloristici. Fin dal 1908 alla Fiat venne programmata una vettura utilitaria costruita in serie, immessa sul mercato nel 1912: la tipo "zero", "la produzione in grande serie era [...] estesa, fra il 1911 e il 1913, agli omnibus leggeri e pesanti e agli autocarri [con] […] notevoli cambiamenti nell’organizzazione degli impianti e dei servizi",[76] ed aumentò sempre di più negli anni successivi, grazie anche alla produzione di munizioni.

La Fiat non attivò, a differenza di Ford, una politica degli alti salari. Nella seconda metà degli anni ‘20, si ebbe un salto di qualità nella razionalizzazione con l’introduzione della catena di montaggio e col sistema Bedaux, grazie anche alla soppressione delle libertà sindacali attuata dal fascismo che garantì dai rischi di reazione operaia.

Il 25 marzo 1927 veniva costituita a Torino (poi trasferita a Milano nel 1933) la società italiana Bedaux (sfruttamento del sistema Bedaux per la misurazione dell’energia umana) promossa tra gli altri da Agnelli, che ne assunse la presidenza, e Pirelli, contemporaneamente ad una delle prime applicazioni del sistema, alle Officine di Villar Perosa.

Attraverso il Bedaux (dal nome di un ingegnere francese emigrato in America) si diffuse in Italia l’analisi tempi e metodi, pensata per cronometrare in maniera scientifica la quantità di lavoro di ogni operaio e per intensificarlo, non compensandolo con adeguati aumenti dei salari, che vengono maggiormente differenziati.

Senza la tutela fascista, tuttavia, la applicazione dei metodi tayloristici da molti auspicata non avrebbe trovato facile cammino. C. Pogliano riporta che:

 

In Campidoglio fu Mussolini stesso, nel settembre 1927, a chiudere il III Congresso internazionale di organizzazione scientifica del lavoro […] "io sono un pioniere in questa materia. Difatti ho cercato di applicare in tutti i rami dell’amministrazione dello stato i metodi del lavoro scientifico, precisamente: unità di comando e di direzione, divieto della dispersione degli sforzi e delle energie"[77].

La razionalizzazione divenne, con il fascismo,

parola magica, associata a settori di realtà i più diversi: non soltanto l’officina e la scuola, ma anche l’agricoltura […] l’economia domestica […] la circolazione stradale e l’esercito, il governo stesso degli uomini - consistente nell’evitare le reazioni non necessarie e nel far credere quelle comandate buone e utili[78].

La produzione ripetitiva non avrebbe comunque abbruttito né il corpo né lo spirito del lavoratore, grazie agli adeguati compensi psicofisici offerti dal "dopolavoro", un’organizzazione specificamente fondata per la gestione del tempo libero. Con il dopolavoro trovò la sua espressione più chiara ed esemplare la trasformazione delle tecniche di manipolazione manageriale in strumenti di controllo autoritario precedentemente elaborati per l’applicazione nell’industria da ideologi nazionalisti e da tecnocrati.

L’istituzione "dopolavoro" era una rielaborazione fascista dello schema tecnocratico di M. Giani, un ingegnere industriale torinese, che si era proposto di far conoscere agli imprenditori italiani le soluzioni che al problema del tempo libero dei lavoratori erano state date nei paesi industriali più avanzati. Egli, afferma V. Castronovo, era convinto che:

"l’assistenza sociale" nell’industria […] avrebbe potuto sia promuovere la concordia tra i lavoratori e direzione all’interno della fabbrica, sia legittimare il potere aziendale nella comunità fuori del posto di lavoro. Inspirandosi a una secolare esperienza di paternalismo aziendale, [da Owen a Ford] elaborò un modello per l’organizzazione dei servizi sociali nell’industria, […] [che] avrebbe abituato i lavoratori alla disciplina dell’industria di massa, cementando nel contempo la loro lealtà all’azienda[79].

 

Fu Giani a coniare il neologismo "dopolavoro" per indicare il tempo libero creato dalla riduzione della giornata lavorativa ed insieme i mezzi con cui utilizzarlo in maniera socialmente utile.

I sindacalisti fascisti, interessati a costruirsi un seguito fra gli operai e insieme a conquistarsi le simpatie degli industriali, svilupparono per primi le idee di Giani, dopo il 1923, "essi crearono una rete di circoli ricreativi, o ‘dopolavoro’, soprattutto nelle zone rurali dove approfittarono del fatto che gli squadristi fascisti avevano devastato le case del popolo, le cooperative e le società di mutuo soccorso socialiste"[80].

Nel maggio 1925 le organizzazioni locali vennero riunite nell’Opera nazionale dopolavoro (Ond), ente controllato dall’aprile 1927 dal partito fascista, ed estese gradualmente la sua rete organizzativa fino ad includere i gruppi ricreativi sovvenzionati dai datori di lavoro e i circoli sociali sorti direttamente sotto gli auspici della Ond nella pubblica amministrazione, nei quartieri urbani e nelle zone rurali.

 

Il dopolavoro doveva essere per il tempo libero quel che il taylorismo era per il lavoro; l’uno e l’altro miravano alla massimizzazione della produttività, il primo fuori del lavoro, il secondo sul posto di lavoro. […] Lo scopo era esattamente lo stesso, la differenza esclusivamente nei metodi usati[81].

Il comune bisogno di stabilità sociale indusse man mano la classe industriale e il governo a collaborare per la formazione non solo di organismi per la pianificazione economica, ma anche di istituzioni per l’organizzazione sociale.

 

Un capitalista intelligente - sottolineava Mussolini, emulando il linguaggio dei riformatori paternalisti - non può sperare nulla dalla miseria; ecco perché i capitalisti intelligenti non si occupano soltanto di salari, ma anche di case, scuole, ospedali, campi sportivi per i loro operai[82].

 

Compito del dopolavoro fascista era di persuadere gli industriali che un maggior benessere del personale avrebbe aumentato il rendimento.

Nonostante questo, nei primi due anni di esistenza dell’Ond, gli industriali continuarono ad essere diffidenti rispetto all’ingerenza dello Stato.

Alla Fiat, per esempio, Agnelli si oppose strenuamente alle infiltrazioni fasciste nel suo impero industriale. Ci vollero parecchi mesi di trattative […] per convincere la direzione nel marzo 1928 ad affiliare all’Ond le sue associazioni "indirettamente" educative[83].

A partire dal 1927 con l’introduzione di metodi di lavoro razionalizzati nelle grandi aziende e il contemporaneo mutamento dell’organizzazione del lavoro, le direzioni furono costrette dunque ad ampliare il proprio ruolo di controllo nei confronti delle maestranze, "non solo per far fronte alla fatica e alla monotonia che ritmi di lavoro estenuanti e ripetitivi producevano e alle tensioni causate dalla improvvisa trasformazione dei metodi di lavoro, ma anche per contenere la demoralizzazione causata dagli inevitabili licenziamenti"[84].

Questo perché, a differenza dell’America, in Italia "c’era scarsità di capitali, i macchinari erano costosi, il mercato interno era limitato e il mercato internazionale altamente competitivo, e, soprattutto, la manodopera era abbondante e a buon mercato"[85], non si poteva pensare a salari più alti, mentre il complesso dei servizi sociali che accompagnava il fordismo poteva essere preso in considerazione. Le reclamizzazioni che del dopolavoro faceva la Confindustria erano, per V. De Grazia:

 

prive di ogni tentativo di copertura paternalistica, dimostravano che i dirigenti stessi credevano che il dopolavoro stesse veramente diventando una mezzo per facilitare la razionalizzazione.

Fissando i termini della collaborazione tra industria e regime, si convenne tacitamente che i funzionari del partito non avrebbero interferito nelle vita dell’azienda. I servizi sociali […] non avrebbero dovuto essere in nessun caso standardizzati […]. La mancanza di una sorveglianza e di un coordinamento sistematico delle iniziative private provocò una considerevole variazione dei servizi assistenziali e ricreativi offerti dalle aziende ai loro dipendenti[86].

 

Questi ultimi rimangono abbastanza costanti negli specifici settori dell’industria:

In un’industria di produzione di massa come la Fiat, ad esempio, l’istituzione del dopolavoro rafforzò la naturale tendenza della direzione ad una disciplina di tipo militare; nelle nuove industrie ad alta densità di capitale come le imprese di pubblica utilità e l’industria elettrica, […] il dopolavoro assunse un carattere fortemente cooperativistico; nelle aziende più tradizionali, ad alta densità di manodopera, come quelle tessili ed alimentari, l’organizzazione del dopolavoro era generalmente considerata come un’estensione del paternalismo aziendale di vecchio tipo[87].

 

Di conseguenza, alla fine degli anni trenta la Fiat era l’impresa privata italiana con il più grande dopolavoro e i più articolati servizi sociali concepiti come parte integrante, e così strettamente legati allo sviluppo del processo di produzione:

I primi servizi furono introdotti nel 1920-22, con l’estensione della produzione alla catena di montaggio, mentre l’inaugurazione del nuovo centro del dopolavoro del 1928[88] coincise con l’adozione del sistema Bedeaux. Nel 1932 le attività del dopolavoro furono notevolmente ampliate, ancora una volta in seguito alla decisione di Agnelli di calmare il malcontento dei lavoratori a causa della depressione senza far ricorso ne ad esplosive epurazioni politiche ne alla mediazione dei sindacati fascisti il cui intervento negli affari dell’azienda egli era riuscito finora a contenere.

[…] Nel 1935 la direzione dell’azienda chiese ed ottenne dall’Ond una speciale dispensa che le permise di imporre l’iscrizione al dopolavoro. Nel novembre 1933, la Fiat annunciò che l’adesione al dopolavoro doveva essere da allora in poi "totalitaria"; in altri termini, tutti i lavoratori dovevano iscriversi, e la relativa quota di una lira al mese sarebbe stata trattenuta sulla busta paga[89].

 

Attraverso tutte le svariate attività dopolavoristiche e l’assistenza sociale si tende a rafforzare il senso di identificazione aziendale come partecipazione ad una comunità privilegiata e solidale, e ad alimentare illusioni e motivazioni individualistiche alla carriera interna all’azienda, insieme all’accettazione di una gerarchia giustificata dalla competenza tecnica necessaria in una fabbrica altamente specializzata.

In Fiat, come alla Riv di Villar Perosa, gli impianti ricreativi erano di gran lunga superiori a quelli messi a disposizione dalle altre fabbriche italiane, con sport che, "a differenza di quelli organizzati nella maggior parte di dopolavoro, erano altamente competitivi"[90], e le svariate attività culturali servirono ad alimentare costantemente la mistica dei lavoratori Fiat, e Riv, come élite culturale. Oltre alle numerose manifestazioni culturali, la Fiat offriva ai suoi dipendenti una biblioteca, e un giornale mensile, Bianco e Rosso, mentre a Villar Perosa c’era la biblioteca Riv[91], e il semestrale Notiziario Riv, inviato a tutti i dipendenti ed ex dipendenti.

Il fascismo fu insomma organizzato, afferma V. De Grazia:

 

in modo da non ostacolare ma da rafforzare il processo produttivo, […] compatibile con un sistema di direzione delle maestranze che da tempo aveva cessato di ispirarsi alle tecniche di direzione "liberali" del fordismo, abbracciando invece un sistema amministrativo particolarmente autoritario, basti su una catena di comando militaresca, una rigida gerarchia e una stretta disciplina"[92].

La Fiat fece relativamente poco per gli alloggi dei lavoratori, e fu solo nel comune di Villar Perosa che Giovanni Agnelli fondò veramente un villaggio industriale di vecchio stile, con lo stesso Agnelli come podestà e tutti i servizi dalla culla alla tomba, a disposizione dei lavoratori. Il villaggio di Villar Perosa, in questo periodo, può essere assimilato a quello di Valdagno del Lanificio Marzotto, dove il paternalismo aziendale vecchio stile era mescolato alla sistematica direzione del personale: case e servizi gestiti dall’azienda: spacci, scuola, chiesa, banda ed attrezzature ricreative.

Il paternalismo, aggiornato con la politica fascista, serviva egualmente a sancire le autorità della direzione e a rafforzare la disciplina in fabbrica, ecco allora che, come ricorda V. De Grazia, i contributi delle aziende costituirono il maggior finanziamento delle opere assistenziali del partito:

La Fiat […] oltre ad aver dato 50.000 lire per la costruzione della casa del balilla di Torino nel 1929, donò mezzo milione per l’Eoa nel 1930, sottoscrisse una campagna del partito per finanziare una colonia per le vacanze dei figli dei lavoratori nel 1932, continuando nel contempo a fare grosse donazioni annuali alle opere assistenziali e per la celebrazione della Befana fascista. Lo stesso Agnelli fece […] "un dono personale" di tre milioni a Mussolini in occasione della proclamazione dell’impero[93].

 

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[1] BALL-BEARING, La fabbrica dei cuscinetti, "L’eco del Chisone", Pinerolo, 5 gennaio 1907.

[2] AVONDO G.V., BRUNO V., TIBALDO L., RIV Storia dello stabilimento di Villar Perosa, Pinerolo, Alzani, 1999, p. 11.

[3] Si veda: ALBERTO P.A., Lo stabilimento FIAT di Villar Perosa: un caso di studio, Università degli studi di Torino, tesi di laurea, facoltà di scienze politiche, anno accademico 1989 -’90, relatore Gino Lusso. L’autore fa diretto riferimento, e riassume a sua volta, quanto scritto da DEMATTEIS G., L’eredità storica nella formazione della regione pinerolese, in: Ricerche sulla regione metropolitana di Torino: il Pinerolese, Torino, Arti Grafiche P. Conti & C., 1971.

In altri studi non si tiene conto della fase preindustriale, si veda ad esempio: PRINZIO R., Un ‘integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987.

[4] A metà 800 "l’universo economico della vallata […] accoglieva, all’interno della prevalente attività rurale, le magre risorse domestiche tradizionali: la tessitura, l’agricoltura, l’emigrazione stagionale e la pastorizia" [ CORTI P., LONNI A., Da contadini ad operai, in: AA.VV., La cassetta degli strumenti. Ideologie e modelli sociali nell’industrialismo italiano, a cura di V. Castonovo, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 203. Gli autori descrivono condizioni economiche e sociali delle valli Chisone e Germanasca all’avvento delle prime industrie.]

[5] Le prime industrie manifatturiere, della seta della lana e della carta, presenti fin dal 1700, con un numero di addetti che andava da alcune decine ad alcune centinaia, erano state richiamate dalla presenza di corsi d’acqua per la forza idraulica, e si erano distribuite per linee nel contado o annucleate sui margini urbani. Si veda: PALMUCCI L., Gli insediamenti proto-industriali in Piemonte tra 6 e 700. Aspetti di localizzazione e scelte tipologiche, "Storia urbana", n. 20, Milano, 1982.

[6] Si veda: GIOLITO G., Sviluppo industriale e forme di associazione operaia in Pinerolo nella prima metà dell’Ottocento, "Movimento operaio", n. 1, Milano, Feltrinelli, genn. - febb. 1953.

[7] Tra gli opifici del periodo, viene spesso citato il setificio del signor Michele Bravo, il quale provvede con "attive e continue sue cure per il ben essere morale e materiale de ‘suoi operai […] cosicchè il signor Bravo in mezzo a’ suoi operai non è l’egoista capitalista, […] ma è l’amico, il confidente, il padre di tutti coloro a’ quali somministra il pane col lavoro"[CROSET-MOUCHET G., Pinerolo antico e moderno e i suoi dintorni, Pinerolo, Tipografia G. Chiantore, 20 luglio 1854, p. 121]. Egli offre loro alloggio, assistenza medica, mutuo soccorso, un asilo infantile (1839), e un "incumabulo per lattanti" (1846): "una serie si culle mosse lentamente da un ingegnoso meccanismo in cui le giovani mamme potevano lasciare durante il lavoro i loro piccoli" [AA.VV. Come vivevano…Pinerolo, val Chisone e Germanasca fin de siècle (1880 - 1920), Torino, Claudiana, 1981, p. 21]

[8] ALBERTO P. A., op. cit., pp. 32 - 35.

[9] CORTI P., LONNI A., Da contadini ad operai, in: AA.VV., La cassetta degli strumenti. Ideologie e modelli sociali nell’industrialismo italiano, a cura di V. Castonovo, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 220.

[10] Si veda: AA.VV., Archeologia industriale in Val Chisone - la trasformazione del territorio: dall’archivio al survey, supplemento al "Bollettino del centro studi e Museo d’Arte preistorica di Pinerolo", Pinerolo, 1994.

Per una descrizione delle industrie presenti nel pinerolese a metà 800 si vedano:

CROSET-MOUCHET G., Pinerolo antico e moderno e i suoi dintorni, Pinerolo, Tipografia G. Chiantore, 20 luglio 1854.

CASTAGNOLI A., L’industria manifatturiera in Piemonte dal 1870 al 1914 negli "opuscoli minori" della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, "Le culture della tecnica", archivio storico AMMA, semestrale, ed. Samma s.r.l., giugno 1996.

[11] Si vedano:

CORTI P., LONNI A., Da contadini ad operai, in: AA.VV., La cassetta degli strumenti. Ideologie e modelli sociali nell’industrialismo italiano, a cura di V. Castonovo, Milano, Franco Angeli, 1986. [Si tratta di uno studio sulla manodopera del setificio Gütermann di Perosa Argentina negli anni 1888 - 1904]

BOTTAZZI A., BOUNOUS C., Quando la sirena suonava. Il cotonificio di S. Germano Chisone in un secolo di storia, Pinerolo, Alzani, 1994, p. 79.

[12] CROSET-MOUCHET G., Pinerolo antico e moderno e i suoi dintorni, Pinerolo, Tipografia G. Chiantore, 20 luglio 1854, pp. 138 - 139.

[13] ALBERTO P. A., op. cit., pp. 35 - 36.

[14] ALBERTO P. A., op. cit., pp. 39 - 40.

[15] MALVICINO B., PEIRANO P. E., La Bassa val di Susa industriale: 1870 - 1918. Lineamenti storici per l’analisi di un territorio, in: AA.VV., Patrimonio edilizio esistente - Un passato e un futuro, Atti del convegno, a cura di A. Abriani, Torino, Designers Riuniti, 1980, pp. 43 - 99.

[16] Ibidem.

[17] Riguardo i rapporti intercorrenti tra imprenditoria estera e presenza valdese si veda:

BOTTAZZI A., BOUNOUS C., Quando la sirena suonava. Il cotonificio di S. Germano Chisone in un secolo di storia, Pinerolo, Alzani, 1994.

[18] ALBERTO P. A., op. cit. pp. 40 - 41.

[19] Si veda: DEMATTEIS G., L’eredità storica nella formazione della regione pinerolese, in: Ricerche sulla regione metropolitana di Torino: il Pinerolese, Torino, Arti Grafiche P. Conti & C., 1971.

[20] DEMATTEIS G., LUSSO G., DI MEGLIO G., La distribuzione territoriale dell’industria dell’Italia nord- occidentale 1887-1927, "Storia Urbana", n. 8, Milano, Franco Angeli, 1979, p. 155.

[21] Si veda: BOTTAZZI A., Un’industria cotoniera nel Pinerolese: la filatura Mazzonis/Widemann di San Germano Chisone, tesi di laurea, facoltà di economia e commercio della università di Torino, anno accademico 1987 – ‘88, relatore R. Allio.

[22] "Tale linea tranviaria nel 1920 entrò a far parte del gruppo RIV pur conservando una gestione autonoma, fu elettrizzata nel 1921, poi trasformata, sempre all’interno del gruppo RIV, in una nuova società, la S.A.F.F.T.A. (Società Anonima, Funivie, Ferrovie, Tramvie, Automobile). Essa rappresenta l’inizio […] [della] tendenza monopolistica […] del gruppo RIV" [MORERO V., La società pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 -1950), Pinerolo, Alzani, 1964, p. 17].

[23] ALBERTO P. A., op. cit. p. 44.

[24] Per un’evoluzione dei sistemi industriali tra i due secoli si veda: DEMATTEIS G., LUSSO G., DI MEGLIO G., La distribuzione territoriale dell’industria dell’Italia nord - occidentale 1887 -1927, "Storia Urbana", n. 8, Milano, Franco Angeli, 1979.

[25] BERNARDI M., I cinquant’anni della Riv 1906 - 1956. Storia di una valle, di un uomo, di un’industria, Milano, Tip. Pizzi, 1956, p. 79.

[26] BIANCOTTI A., Giovanni Agnelli, Torino, Aldo Spinardi, 1957, pp. 130 - 131

[27] AA.VV., Archeologia industriale in Val Chisone - la trasformazione del territorio: dall’archivio al survey, supplemento al "Bollettino del centro studi e Museo d’Arte preistorica di Pinerolo", Pinerolo, 1994, p. 18.

[28] Si veda: DEMATTEIS G., L’eredità storica nella formazione della regione pinerolese, in: Ricerche sulla regione metropolitana di Torino: il Pinerolese, Torino, Arti Grafiche P. Conti & C., 1971.

[29] PRINZIO R., Un’integrazione perfetta: grande azienda e comunità locale in val Chisone, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 126.

[30] Si veda: DEMATTEIS G., L’eredità storica nella formazione della regione pinerolese, in: Ricerche sulla regione metropolitana di Torino: il Pinerolese, Torino, Arti Grafiche P. Conti & C., 1971.

[31] MORERO V., La società pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 - 1950), Pinerolo, Alzani, 1964, pp. 22 - 23.

[32] Si veda: DEMATTEIS G., L’eredità storica nella formazione della regione pinerolese, in: Ricerche sulla regione metropolitana di Torino: il Pinerolese,Torino, Arti Grafiche P. Conti & C., 1971.

[33] ALLASINO E., Protestanti, occitani, contadini e operai nel pinerolese: subculture politiche di lunga durata in un modello di sviluppo di grande impresa, in: Modernizzazione ed eterogeneità sociale - Il caso piemontese, a cura di S. Scamuzzi, Milano, Franco Angeli, 1987, p. 53.

[34] Per un’analisi delle industrie del periodo si veda: PRATO G., Il Piemonte e gli effetti della guerra nella sua vita economica e sociale, Bari, Laterza, 1925.

[35] CASTRONOVO V., Giovanni Agnelli - La Fiat dal 1899 al 1945, Torino, Einaudi, 1971, p. 13.

[36] Si veda: CASTRONOVO V., op. cit.

[37] Il cuscinetto è un elemento meccanico atto a sostituire l’attrito di strisciamento con quello, più vantaggioso, di rotolamento, il primo cuscinetto a rulli conici fu dell’ing. francese Cardinet, che lo applicò al velocipede.

[38]CORIASCO G., Storia operaia della Riv, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 26.

[39] MORERO V., La società pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 - 1950), Pinerolo, Alzani, 1964, p. 15.

si veda dello stesso autore: La politica di Giovanni Agnelli a Pinerolo e nelle sue valli, "L’Eco del Chisone", Pinerolo, 1 settembre 1966.

[40] ASCVP, faldone 333, fascicolo 9, Disposizioni e documenti relativi all’industria.

[41] BIANCOTTI A., Giovanni Agnelli, Torino, Aldo Spinardi, 1957, p. 107.

[42] Officine di Villar Perosa – Villar Perosa (Pinerolo), Milano, ed. officina Bertieri e Vanzetti, [catalogo di cuscinetti Riv, s.a. ma 1914]; nel catalogo vengono aumentate le dimensioni iniziali dello stabilimento, che risultano essere, per le altre fonti, di 6250 metri quadrati, con 180 operai, e una centrale elettrica propria.

[43] Come risulta da un elenco delle domande di voltura dell’anno 1907: dal 13 febbraio al 1 maggio vengono venduti alla ditta Roberto Incerti & C., terreni appartenenti , oltre che a Giovanni Agnelli, a Bruno Margherita, Bertrand sorelle, Rostagno Giovanni, Pellandino sorelle, Cordiero Maddalena, Maurino Giuseppe, Vittone Giuseppe, Ughetto Cesare, Michellonet Ferdinando, Rostagno Caterina, Franza Severino, e Merlat Rosa; ASCVP, faldone 296, Catasto.

[44] BALL-BEARING, La fabbrica dei cuscinetti, "L’eco del Chisone", Pinerolo, 5 gennaio 1907.

[45] Si veda: MORERO V., La società pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 - 1950), Pinerolo, Alzani, 1964.

[46] AA.VV., Archeologia industriale in Val Chisone - la trasformazione del territorio: dall’archivio al survey, supplemento al "Bollettino del centro studi e Museo d’Arte preistorica di Pinerolo", Pinerolo, 1994, p. 18.

[47] Fonte: CAPPELLATO V., L’industria torinese tra il 1911 e il 1940 - Identità storica e funzione degli spazi industriali dismessi nell’area metropolitana torinese, tesi di laurea, Politecnico di Torino, facoltà di architettura, anno accademico 1984 -’85, relatore Carlo Olmo.

[48] GRAMSCI A., Piazza della pace, "Avanti", cronache torinesi, 8 maggio 1916, ora in: Scritti giovanili; citato da SPRIANO P., Storia di Torino operaia e socialista - da De Amicis a Gramsci, Torino, Einaudi, 1958.

[49] Si veda: PRATO G., Il Piemonte e gli effetti della guerra nella sua vita economica e sociale, Bari, Laterza, 1925.

[50] Ivi, p. 75.

La Fiat alla conclusione della guerra era balzata dal trentesimo posto della graduatoria delle industrie nazionali al terzo ed aveva moltiplicato di oltre sette volte il capitale sociale, mentre la manodopera era cresciuta di 10 volte. Inoltre la crescente richiesta italiana non aveva impedito alla Fiat di lavorare anche per gli eserciti alleati, tanto che l’esportazione assorbiva quasi la metà della sua produzione.

[51] Si vedano i dati risultanti dal prospetto " Notizie sugli stabilimenti industriali e sulla popolazione operaia", 9.9.1917, in: ASCVP, faldone 333, fascicolo 9, Disposizioni e documenti relativi all’industria.

[52] CASTRONOVO V., Giovanni Agnelli - La Fiat dal 1899 al 1945, Torino, Einaudi, 1971, p. 81.

[53] MORERO V., La società pinerolese in cinquant’anni di storia (1900 - 1950), Pinerolo, Alzani, 1964, p. 16.

La concentrazione di mano d’opera a Villar Perosa e nelle miniere di grafite negli anni del primo dopoguerra venne inoltre favorita da alcuni fattori: i rientri di molti immigrati da Francia e Germania già dal 1914, la depressione del mercato cotoniero, la presenza di un forte contingente di profughi veneti, e la requisizione di aziende pinerolesi a prevalente capitale tedesco da parte del governo.

[54] CASTRONOVO V., Giovanni Agnelli - La Fiat dal 1899 al 1945, Torino, Einaudi, 1971, pp. 232 - 233.

[55] MORERO V., op. cit., p. 213.

"In via Nizza quasi all’altezza di piazza Carducci, allora lì c’era lo stabilimento che poi è venuto la Riv, ma prima si chiamava Rapid, stabilimento Rapid" [dall’intervista ad un’ex operaio, classe 1904; JALLA D., Sviluppo urbano, quartieri operai e senso di appartenenza territoriale: Lingotto e barriera di Nizza, in: JALLA D., MUSSO S., Territorio, fabbrica e cultura operaia a Torino 1900 - 1940, Cuneo, L’Arciere, 1981, p. 210].

[56] Non sono dati ufficiali, ma date dagli stessi operai, approssimative ma indicativamente esatte, desunti dal "rapporto su Torino", archivio del Partito Comunista presso l’istituto Gramsci di Roma, 1 - 12 - 1929, riportati in: SAPELLI G., Partecipazione politica e coscienza di classe nel movimento operaio torinese durante il fascismo, in: Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. III, Bari, De Donato, 1979.

[57] MORERO V., op. cit., p. 213.

[58] GALLI G., Gli Agnelli. Una dinastia un impero 1899 - 1998, Milano, Mondadori, 1997, p. 97.

[59] Ivi, nota a p. 319.

[60] "A forma di aereo per ricordare Edoardo Agnelli, morto in un incidente stradale" [La Draja, a cura della Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca, Pinerolo , Alzani, 1998, p. 110].

[61] Su 4867 addetti comprendenti tutte le aziende villaresi; fonte: ASCVP, faldone 364, fascicolo 9, IX censimento della popolazione e III censimento industriale.

[62] BENDIX R., Lavoro e autorità nell’industria, Milano Etas Kompass, 1973, p. 268.

[63] Ivi, pp. 270 - 272.

[64] BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, p. 72.

[65] "L’ordine gerarchico dal direttore generale (general superintendent ) fino all’operaio, la disciplina militare per ottenere una capacità produttiva più alta (efficiency) senza alcun dubbio inducono a stabilire un parallelo tra l’organismo dell’esercito e quello dell’industria, [ma] taylorismo e servizio militare differiscono nei loro principi essenziali. Anche il soldato deve ubbidire. Ma proprio nei momenti più difficili egli deve affrontare doveri che esigono da lui iniziativa personale […] il taylorismo pretende dagli operai non iniziativa, ma automatizzazione, i movimenti umani si trasformano in leve della macchina" [GIEDION S., L’era della meccanizzazione, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 102 – 103].

S. Acquaviva [ACQUAVIVA S., Automazione e nuova classe, Bologna, Il Mulino, 1958], utilizzando la terminologia americana, distingue, nell’organizzazione burocratica all’interno di una azienda uno staff direttivo, o gerarchia ed una line. La gerarchia è formata dagli individui che concorrono a dare all’azienda l’indirizzo generale ed a curare l’andamento produttivo: il presidente, l’amministratore delegato, i direttori generali e subordinati, i direttori generali di produzione, i dirigenti della produzione, ecc . La line è formata da tutti gli elementi che hanno poca o nessuna parte nelle decisioni o nella programmazione della produzione. L’autorità, di fatto, è per lo più concentrata nell’amministratore delegato, il quale la delega in misura sempre minore ai direttori generali, e via via ai diversi componenti la gerarchia. Chi fa parte della gerarchia può attendersi notevoli miglioramenti relativi a salario, potere e prestigio. Il lavoratore della line può al massimo prevedere di passare da uno ad un altro lavoro specializzato, rimanendo sempre nell’ambito di talune ben determinate attività subordinate.

Diversa è anche la preparazione intellettuale: eclettica quella dei membri della gerarchia, molto più limitata e specializzata quella del lavoratore subordinato.

Le differenze, affinché ogni elemento della struttura industriale ne prenda coscienza, sono "visualizzate" attraverso norme, ritualismi comportamenti psicologici che portano il subordinato a riconoscere l’autorità, legittimandola. tale legittimazione avviene quando i sottoposti trovano che la loro subordinazione deriva o da una obbligazione o ad un obbligo morale.

L’organizzazione burocratica dell’industria è creata funzionale all’offerta alle sfere direttive dei mezzi più razionali e sicuri per organizzare al meglio la produzione. Agli elementi direttivi viene così data la possibilità di fare sentire la loro posizione il più possibile agli altri, perché siano portati con più facilità ad obbedire.

[66] Si veda: BONAZZI G., Organizzazione del lavoro, "Politica e società", n. 2, Firenze, La Nuova Italia, 1979.

[67] GABETTI R., Architettura Industria Piemonte negli ultimi 50 anni, Torino, ed. a cura della Cassa di Risparmio, 1977, p. 117.

[68] MUSSO S., La gestione della forza lavoro sotto il fascismo - Razionalizzazione e contrattazione collettiva nell’industria metallurgica torinese (1910 - 1940), Milano, Franco Angeli, 1981, pp. 89 - 91.

[69] BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, pp. 495 - 496.

[70] Ivi, pp. 497 - 498.

[71] Conflitti del lavoro e Legislazione sociale (Relazione della presidenza della Confederazione italiana dell’industria all’Assemblea dei delegati del 13 febbraio 1914), Eredi Botta, Torino, s.d., pp. 19 e sgg.; citato in: BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, p. 513.

[72] La coincidenza degli interessi degli industriali e degli operai nell’ordinamento scientifico del lavoro, "Bollettino della Lega Industriale", VII, 1 – 2 gennaio – febbraio 1914, pp. 9 – 14; citato in: BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, p. 534.

[73] POGLIANO C., Il "fattore umano"- Psicologia e scienza del lavoro (1890-1940), in: AA.VV., La cassetta degli strumenti. Ideologie e modelli sociali dell’industrialismo italiano, a cura di V. Castronovo, Milano, Franco Angeli, 1986, p. 277.

[74] Si veda: CASTRONOVO V., Giovanni Agnelli - La Fiat dal 1899 al 1945, Torino, Einaudi, 1971.

[75] Ivi, pp. 113 - 114. Anche G. Galli afferma che Giovanni Agnelli, già nel 1906, compì un viaggio negli Stati Uniti; sicuramente ci andò nel 1912 in visita alla Ford di Detroit.

Si veda: GALLI G., Gli Agnelli. Una dinastia un impero 1899 - 1998, Milano, Mondadori, 1997, p. 30.

[76] CASTRONOVO V., op. cit., p. 47.

[77] POGLIANO C., op. cit., p. 278.

[78] Ivi, p. 279.

[79] DE GRAZIA V., La taylorizzazione del tempo libero operaio nel regime fascista, "Studi storici", n. 1, Istituto Gramsci, Roma, Editori Riuniti, genn.-febb. 1978, p. 331.

[80] Ivi, p. 333.

[81] Ivi, p. 334.

[82] Ivi, p. 335.

[83] Ivi, nota a p. 336.

[84] Ivi, p. 338.

[85] Ivi, p. 340.

[86] Ivi, pp. 343 – 345.

[87] Ivi, p. 364.

[88] "Nel 1928 il dopolavoro diventò un organismo a sé stante con un suo presidente, nominato dalla direzione della Fiat, a capo di un segreteria che si occupava dei problemi della propaganda e degli iscritti, e di un direttorio composto dai rappresentanti delle undici ‘sezioni’ della Fiat e di altre società a sue consociate in città e nei dintorni"[ DE GRAZIA V., op. cit., p. 347].

[89] DE GRAZIA V., op. cit. , pp. 346 - 347.

[90] Ivi, p. 360.

[91] Le biblioteche operaie erano già state istituite dagli industriali paternalisti nel secolo precedente. Si veda a proposito: GERA B., Buon senso e buon cuore: un titolo di libro, un progetto educativo delle biblioteche delle società operaie, in: Il tempo del riposo - Squarci di vita sociale del proletariato torinese di fine secolo, Milano, Feltrinelli, 1991.

[92] Ivi, p. 354.

[93] Ivi, pp. 363 - 364.