STORIA DEL TUBO- 2003-RADIORAI3

PEPPINO ORTOLEVA

Una sintesi dei contenuti, puntata per puntata

1. Tre gennaio 1954. Cominciò tutto allora?
Una giornata come tante altre, o forse no. Una serata che oggi probabilmente ci sembrerebbe soporifera. Ma chi si poteva immaginare il seguito? Certo, un clima di forte attesa e anche di preoccupazione attraversava il paese, e coinvolgeva i giornali e tutti gli schieramenti politici, ma questo non permetteva di prefigurare un successo che sarebbe stato travolgente.

2. Un'invenzione attesa. Che cosa sappiamo della storia della TV?
Nell'immaginazione di letterati e giornalisti, la storia della televisione è cominciata addirittura prima dell'invenzione della radio, ma ci sono voluti cinquant'anni per arrivare ai primi veri esperimenti. E' la prima parte, la preistoria di una vicenda storica importante quanto difficile da ricostruire perché tocca tutti insieme tanti diversi aspetti della nostra vita; perché è globale fin dalle origini ma è diversa da un paese all'altro.

3. Chi ha inventato la televisione?
E' curioso, ma neppure le persone di buona cultura sanno dare un nome all'inventore della televisione. Perché si è trattato di un'innovazione complessa e con tanti padri: una storia poco nota ma appassionante. E perché la televisione è nata due volte: la prima in Europa, negli anni Trenta; la seconda negli USA dopo la seconda guerra mondiale. La TV quindi è un'invenzione americana? Solo in parte.

4. Un successo inatteso. Lancio e boom della televisione in America
Certo è che, quando è stata davvero lanciata, la TV si è rivelata il più grande success story in tutta la storia della tecnologia. Un boom che, negli USA, è stato sostenuto dalla pubblicità ma anche e soprattutto, forse, dalla nuova organizzazione domestica, basata sulla famiglia nucleare suburbana. Un boom che ha dimostrato subito effetti imprevedibili: sul piano politico, ad esempio con la caduta del senatore McCarthy.

5. Arriva Rin Tin Tin. La nascita del telefilm
Dopo essersi a lungo trattate con reciproca ostilità, Hollywood e le grandi reti televisive arrivarono a metà degli anni Cinquanta a un compromesso: nasceva così il telefilm, girato come un film ma pensato in serie e con una durata fissa per essere perfettamente inseribile nella programmazione. E' l'inizio di una lunga storia, anche industriale, che dura tuttora.

6. Il giovedì alle 21. Il mito di Lascia o raddoppia? e la formazione dell'audience in Italia
Nella memoria degli italiani, la televisione delle origini ha un nome: Lascia o raddoppia. Presa a prestito dagli USA, ma largamente adattata, la trasmissione invade il cinema: il suo immaginario nel senso che diventa oggetto di film, il suo spazio fisico nel senso che gli esercenti debbono farla vedere in sala se non vogliono perdere il pubblico. E crea un nuovo modello di divismo, basato non sul glamour ma sulla medietà.

7. Tutte le sere alle 20.30. Nascita dell'informazione televisiva
In un paese dove pochi leggono i giornali, la televisione diventò molto rapidamente la principale fonte informativa per gran parte degli italiani. Inizialmente, era un giornalismo letto più che "da vedere", e attentamente controllato sul piano politico e morale. Ma già allora i primi studi sociologici indicavano che l'informazione televisiva stava modificando la percezione diffusa della realtà…

8. Palinsesto. Il tempo degli italiani e il dibattito politico sulla TV
Palinsesto: una strana parola per designare la programmazione. Utilizzata solo in Italia ci ricorda la cultura classica di molti funzionari televisivi, un nuovo ceto emergente formato con cura dal gruppo dirigente della RAI. Ma nell'Italia a un solo canale quella programmazione così pedagogica e a volte predicatoria otteneva comunque un vastissimo consenso, e trovava i suoi divi inattesi.

9. Alle cinque e mezza del pomeriggio. La TV dei ragazzi tra preoccupazioni e speranze
Bambini e ragazzi sono da sempre un pubblico privilegiato per la TV: già negli anni Cinquanta le prime inchieste dimostravano che i pubblicitari li consideravano il migliore strumento di pressione sulle mamme. D'altra parte, le possibilità didattiche del nuovo mezzo e le preoccupazioni per suoi possibili effetti negativi sui piccoli si intrecciavano già allora in un dibattito che sarebbe continuato per cinquant'anni.

10. Un'occhiata in cucina. Lavorare alla TV negli anni Cinquanta
Quella televisiva è una delle industrie più strane e complicate che esistano, anche se spesso i telespettatori neppure si chiedono come funzioni. In Italia, dove la scelta fu fin dall'inizio di mantenere una netta separazione tra TV e cinema, venne costruito in pochi anni un sistema professionale relativamente nuovo, che sarebbe diventato presto la massima industria culturale del paese.

11. La linfa vitale. La pubblicità televisiva e la saga di "Carosello"
La televisione trionfa esattamente negli anni di affermazione del moderno sistema dei consumi. C'è un legame tra le due cose: il fatto che la TV sia probabilmente il più efficace veicolo pubblicitario finora inventato. In Italia, paese a sistema misto (canone+pubblicità) e nell'insieme diffidente verso il commercialismo troppo esplicito, questo portò alla nascita di un modello originale, quello di "Carosello".

12. Domenica e lunedì. Televisione e altre forme dello spettacolo tra concorrenza e collaborazione
Ai suoi esordi, la televisione venne vissuta dall'industria del cinema e dal mondo del calcio come una concorrenza invadente. In realtà, ben presto tra la TV e il cinema si giunse ad accordi: i film entravano nei palinsesti senza troppo danneggiare le sale. E lo sport divenne subito ingrediente-chiave dello spettacolo televisivo, con trasmissioni popolarissime come Processo alla tappa e soprattutto La domenica sportiva.

13. Il prime time degli italiani. Varietà, lotterie, giochi.
La televisione fu fin dall'inizio, ma soprattutto dal boom in poi, lo specchio e insieme il motore della strana modernizzazione italiana. Una modernizzazione a suon di musica (leggera), fatta di quiz di riconoscimento delle canzoni e di lotterie basate sempre sulle gare tra canzoni. Che crea nuovi divi come Mario Riva: il suo funerale a Roma nel 1960 fu seguito da 250.000 persone.

14. Una tribuna. Politica.
Il 1960 è anche l'anno di esordio di una nuova trasmissione, che poi diventerà Tribuna politica. In un paese diviso ideologicamente ma ancora prigioniero di forti pregiudizi ("di che cosa parlano i nostri uomini" è il titolo della rubrica politica di un noto settimanale femminile ) l'assistere a dibattiti politici era una grossa novità, che sarebbe stata comunque amministrata con prudenza dal nuovo gruppo dirigente della RAI.

15. A due canali. Finalmente una scelta?
L'avvento di Ettore Bernabei alla direzione dell'azienda coincide con la TV a due canali. All'interno della programmazione, ora, c'è spazio per esperimenti: nuovi linguaggi e nuovi personaggi. Esperimenti a volte duraturi, come il nuovo giornalismo di TV7, altre volte interrotti precipitosamente, come la Canzonissima affidata a Dario Fo. Ma è nell'insieme un progetto ambizioso: costruire per gradi un nuovo pubblico.

16. L'età d'oro dello sceneggiato. La fiction televisiva tra cinema, teatro e letteratura
Dall'America si importa il telefilm, ma da noi per ora non se ne producono, salve qualche prima serie poliziesca. Trionfa lo sceneggiato,che dà spazio a stili professionali ma relativamente arcaici come quello di A.G. Majano e anche a esperimenti di regia come quelli di G. Vaccari; e alla scrittura innovativa e dissacrante di Federico Zardi, che ricordiamo autore dei Giacobini ma anche dell'esilarante Mattatore con Gassmann.

17. La notte dei Beatles . Una televisione mondiale.
Nel 1966 con una lunga notte in diretta, che culmina nella prima mondiale di una canzone dei Beatles, debutta la Mondovisione. Si compie un progetto elaborato più di vent'anni prima da Arthur Clarke, l'autore di 2001; e la televisione si propone come medium capace di creare in simultanea una platea globale. Gli effetti saranno ancora una volta imprevisti, come dimostrano le Olimpiadi di Città del Messico nel 1968.

18. Notti di goal, giorni di ansia. Il bello e il brutto della diretta.
La globalizzazione non impedisce la preservazione, anzi il rafforzarsi , delle specificità nazionali. Gli anni Sessanta sono quelli nei quali il calcio si impone fino in fondo come lo sport italiano. Ma sono anche il momento dell'irruzione di fatti nuovi che forse senza la televisione sarebbero stati inconcepibili, a cominciare dal terrorismo. Saranno ancora le Olimpiadi, questa volta a Monaco, a segnalare il passaggio.

19. Il colore: un'innovazione tecnica, una rivoluzione culturale
L' Italia è il solo paese dove il problema della televisione a colori abbia fatto crollare un governo. La controversia tra i partiti sullo standard da scegliere e quella sull'opportunità di un'innovazione percepita come frivola in clima di austerità frenarono per anni questo inevitabile adeguamento tecnico. E il ritardo avrebbe favorito per qualche anno le TV "estere", e forse preparato la strada al nuovo sistema televisivo.

20. Libere o private? Da Telebiella alla riforma della RAI
Tra il 1972 e il 1976 si sovrappongono e si incalzano novità tecnologiche (il colore, ma anche il cavo), innovazioni legislative (la riforma della RAI), sentenze, cambiamenti di costume. Sono gli anni di Telebiella, malvista soprattutto dalle sinistre, e poi delle sentenze della Corte Costituzionale che apriranno la strada alle radio "libere" e alla fine del monopolio. La "nuova" RAI affronta una concorrenza inattesa.

21. Spogliarelli, mobilieri, cronisti. L'età d'oro delle TV locali
E' uno strano periodo quello tra il 1976 e i primi anni Ottanta. "Fare la TV" diventa d'improvviso una possibilità aperta a chi ha un po' di soldi, neppure troppi. Tanti, tantissimi i piccoli imprenditori , molto più caute le grandi imprese, preoccupate anche dell'incertezza del quadro legislativo. Film a tutte le ore (che porteranno il cinema alla crisi) ma anche spettacoli "trasgressivi" e tanta, tantissima pubblicità.

22. Targato due. Il sogno, e i risultati, di una concorrenza interna
La riforma della RAI porta con sé il sogno di una TV alternativa a se stessa, e una fase di sperimentazione a tutto campo: da L'altra domenica al telegiornale "aperto" di Andrea Barbato. Un periodo che terminerà bruscamente, tre anni dopo, con l'imporsi di un clima emergenziale nel paese nei mesi del rapimento Moro e poi con la fine del monopolio che svuota in parte di significato la stessa riforma.


23. E i ricchi? Piangono. La televisione tra mercato globale e logiche nazionali
Telenovela. Fino al 1977-78 era una parola sconosciuta, poi nell'arco di pochi anni arrivarono i prodotti brasiliani, quelli messicani, e tutti i tipi di soap esistenti. Una globalizzazione dal basso che invadeva il daytime con programmi interminabili (qualcuno cominciato prima della guerra) capaci di tenere il pubblico incollato al televisore. Programmi che in Italia si innestavano su tradizioni antiche, come il fotoromanzo.

24. La neotelevisione. Dal programma al flusso
L'idea di una "nuova televisione" nata negli anni Settanta è stata introdotta da studiosi italiani, come Umberto Eco. Ma si tratta di un fenomeno internazionale: un flusso conversativo più che narrativo, a ritmo quotidiano più che settimanale, ventiquattr'ore su ventiquattro. Fatto per il telecomando e soprattutto per una TV che "scorre come l'acqua in cucina, sta accesa come la luce in una stanza" (Orson Welles).

25. Cult TV. Portobello e Quelli della Notte
E' con due programmi RAI, Portobello e Quelli della notte che si impone in Italia il nuovo linguaggio e il nuovo mescolamento dei generi della "neotelevisione", dando luogo a una sorta di repertorio già tutto squadernato sul quale si ricamerà all'infinito. Diversissimi tra loro i due programmi hanno in comune la creazione di uno spirito di club; l'improvvisazione; il gusto del tormentone; l'onnipotenza del conduttore.

26. I grandi eventi degli anni Ottanta. Il matrimonio di Lady Diana e Vermicino
La "neotelevisione" ha il ritmo ricorrente e un po' inconcludente della vita quotidiana, ma ha anche il protagonismo del mezzo che "fa" gli eventi. Gli anni Settanta vedono la nascita di quelle che E. Katz e D. Dayan chiameranno "le grandi cerimonie dei media", dal matrimonio di Lady Diana con l'erede al trono britannico al caso tutto italiano di Vermicino. E' una TV che fa la storia riunendo tutti attorno a sé.

27. A casa vostra su Canale 5 . La nascita di un sistema privato nazionale
Nei primi anni Ottanta, l'anarchia si fa sistema. La frammentazione delle TV private non viene superata per via legislativa, ma nel mercato stesso, con l'emergere, sulle macerie di tutti i tentativi di concorrenza, di un vero e proprio impero fondato sul boom e sulla riorganizzazione del mercato pubblicitario, una televisione almeno inizialmente all'imperfetto: fiction, intrattenimento, rotocalchi non troppo di attualità.

28. Pericolo giallo? I cartoni giapponesi e il dibattito su TV e bambini
Il boom dei cartoni giapponesi non è legato solo all'importazione di alcuni personaggi e di alcune storie. E' il boom di uno stile narrativo, ma anche di un'idea di palinsesto e della pressione dei pubblicitari: un boom accompagnato da grandi paure, quelle nuove su una possibile colonizzazione straniera delle menti dei bambini e quelle più antiche che da sempre circondano il misterioso "potere" della TV sui piccoli.

29. Fagioli e divani. La TV della chiacchiera
Dagli anni Ottanta si impongono i generi di una televisione "parlata", che ha al centro un salotto del quale le case di tutti gli spettatori sono, anche attraverso il telefono, il prolungamento. Salotti nella fiction (dalle sitcom a Un posto al sole), salotti come ambienti del talk show. E' uno spazio pubblico-privato: pubblico perché seguito simultaneamente da milioni di persone; privato, però, nello stile comunicativo.

30. Chi l'ha blob? La terza rete da Rossini a Guglielmi
Per parecchi anni RAI tre stenta a trovare una fisionomia precisa, poi la troverà assai diversa da quanto si poteva immaginare. Accantonato un modello "classico " di TV culturale, punta su un mix particolare, che include colti programmi di cinema, reality show, un TG schierato e "di tendenza", Blob. E' soprattutto improntata a una ricerca sul linguaggio, addirittura un po' blasé ma sempre e sistematicamente provocatoria.

31. Veniamo tutti da Dallas. Il racconto, la vita, il mercato
Non è certo la TV ad avere inventato il meccanismo delle puntate, e neppure le vicende di amore e sangue. Ma questo genere si impose definitivamente da noi nella seconda metà degli anni Settanta. Dallas è il pettegolezzo del villaggio globale. Poi arriverà la soap nazionale radicata in realtà locali. Ma l'intreccio di racconto e vita è ormai una chiave di agganciamento del pubblico cui la televisione non saprà più rinunciare.

32. Pay o non pay? TV e nuovi media
Il nuovo quadro, tecnologico ed economico, della comunicazione elettronica sembra per un po' destinato a chiudere l'epoca della TV "generalista". In realtà quello che emerge è un sistema più diversificato che in passato. Si affermano modelli diversi da un paese all'altro, e il mercato interno italiano si stratifica, con il boom della videoregistrazione e l'offerta satellitare. Ma la TV "classica" resta una base condivisa.

33. Satelliti e salotti. Il giornalismo televisivo tra CNN e Porta a porta
In Italia, anche la TV commerciale abbandona l'imperfetto dell'intrattenimento senza notizie. La televisione è ormai lo strumento dell'informazione: sta sulla notizia ventiquattro ore su ventiquattro e la porta nelle case come un pugno nello stomaco. Il giornalista si fa commentatore di una "diretta" sempre più autonoma. O conduttore di un interminabile talk show che trasforma, a vista, la notizia in conversazione.

34. Comunicare veloci: pubblicità e videoclip
Il nuovo flusso televisivo si riorganizza attorno alla diversificazione delle lunghezze: alcuni generi riempiono intere giornate; altri invece sono segmenti brevissimi, e si prestano a un bricolage continuo; anche perché si ritiene che il tempo di attenzione del pubblico non superi i tre minuti. La canzone più o meno sceneggiata e lo spot sono antichi come la televisione, ora la loro funzione comunicativa si autonomizza.

35.Da Bongiorno a Bonolis? Il divismo nella nuova televisione
In televisione diventare divi è facile, restarlo difficilissimo. Esserlo, comunque, è condizione essenziale di visibilità in molti campi (a cominciare dalla politica), tanto più in un paese che sembra avere nella televisione il solo linguaggio e la sola cultura davvero condivisi. Se il divismo, in tutti i media, è sempre un intreccio di ammirazione e invidia, in televisione lo è ancora di più ("perché lui e non io?").

36. Fiction e realtà. Una mescolanza inestricabile?
Nel nostro sistema dei media, finzione e informazione si presentano da sempre come entità separate e necessariamente distinte, se non opposte. In realtà, l'intreccio è antico e inevitabile: un intreccio di linguaggi, di temi, di significati. Nella nuova televisione, questo intreccio viene allo scoperto più che mai in passato, suscitando preoccupazioni ma anche radicandosi nelle abitudini. Ma c'è infotainment e infotainment.

37. La grande maestra. Dal maestro Manzi alla TV educational
Informare, intrattenere, educare. Per molto tempo la televisione pubblica, ma in realtà non solo quella, ha motivato la sua stessa esistenza anche con la sua funzione educativa. A partire dagli anni Settanta, la nuova logica di concorrenza per l'audience sembra avere ridotto l'enfasi pedagogistica della televisione. Eppure il settore educativo non è sparito, anzi. E' diventato una fetta, importante, del mercato.

38. Ridere con la TV. Dallo sketch alle veline
La quotidianità della televisione si lega con la sua funzione di sottolineatura umoristica del vivere odierno. I generi comici non sono prevalenti quantitativamente, ma sono centrali nel patto che la televisione stabilisce col pubblico. Anche perché, da sempre, la televisione prende in giro soprattutto se stessa, e in questa auto-ironia sta tutta la sua timidezza e la sua potenza: non prendeteci sul serio, ma parlate solo di noi.

39. Il gigante timido. La TV nella casa, la TV nei nostri sensi
Il vecchio apparecchio ingombrante non c'è più; ce ne sono diversi, in vari spazi della casa, dotati di telecomando e connessi con varie altre macchine (videoregistratori, giochi, decoder…). Eppure la presenza della televisione non è cambiata più di tanto: anche grazie alla bassa definizione dell'immagine e del suono si presenta come una compagnia sempre disponibile e mai troppo invadente, una delle voci di casa.

40. A piacer mio
Anche la radio è un mezzo di flusso. Dopo trentanove puntate, l'équipe che ha realizzato il programma propone un momento di sintesi e di riflessione con il suo pubblico, tenendo conto delle risposte e reazioni che il programma stesso ha suscitato. A risentirci.