I MINATORI E IL LORO LAVORO

di Enrica Rochon

 

La fase arcaica: fine ‘800- 1920

Il periodo fascista e il primo dopoguerra: 1925-1955

La fase dei miglioramenti: 1955-1975

La fase più recente: dal 1975 ai giorni nostri

i proprietari della Talco&Grafite

ADA PREVER in VILLA ('Madama Villa')

il fratello ARTURO PREVER

premessa

Descrivere e comunicare cosa ha rappresentato per alcune migliaia di persone lavorare nelle miniere di talco della Val Germanasca, provando a delineare una storia di questo lavoro, non è cosa semplice.

Può forse essere utile presentare alcune parole che aiutino ad inquadrare i nodi che attraversano la storia di tutto il secolo: rischio, solidarietà, comunità, sindacato e mestiere.

Il punto da cui partire forse è proprio quello del rischio; l’ambiente di lavoro nel sottosuolo presenta oggettivamente dei fattori di rischio per la salute e la vita stessa di chi vi opera: il buio, la ristrettezza degli spazi, l’amplificazione dei rumori delle pareti, l’artificiosità dell’aria pompata dai ventilatori, la presenza della polvere di talco o di roccia, e la costante presenza di pericoli più o meno prevedibili che vanno dai crolli alle frane alle esplosioni.

L’ansia per l’insicurezza e l’imminenza del pericolo è inevitabilmente diffusa e marcata:

" Stare sotto fa una paura inconscia. Ci sono dei momenti in cui cade qualcosa e ti spaventi, scappi via, impressionato o no...; magari dentro sei più impressionato di quello che vuoi far vedere." (nota n. 1)

"Sottoterra c’è sempre l’incognita: quando si è ai primi tempi si ha paura dei rumori perché non si è capito ancora dove può essere il pericolo, e quale rumore lo indica , quando bisogna far presto e quando bisogna scappare. " (int. n. 2 ).

La convivenza col pericolo cui si associa la fatica, fa dunque parte del mestiere. Tuttavia i minatori del talco sono anche, generalmente, montanari, e l’ambiente montano può costituire il contesto in cui matura la capacità di mettere alla prova la forza ed il coraggio, rispondendo al bisogno di ‘superare delle sfide’ (nota n. 3)

La probabilità con cui il pericolo diventa infortunio o tragedia varia nel tempo di pari passo con le trasformazioni tecnologiche ed organizzative, e di questo parleremo più avanti.

  • Legata al rischio vi è un’altra parola chiave e si chiama solidarietà: la solidarietà, la coesione di gruppo, le relazioni umane intense, come elementi intrinsechi alla definizione del mestiere del minatore:
  • "Il brutto del lavoro in miniera è compensato dal rapporto umano che si crea tra la gente." ( nota n. 4)

    " ....Si deve lavorare in condizioni di fiducia con un altro. Io voglio sapere di lavorare con una persona intelligente e capace, che mi dà una garanzia anche rispetto al padrone. Da lì viene il rapporto di solidarietà che c’è tra noi, nella maggior parte dei casi. Quando uno va in pensione facciamo un festicciola (nota n. 5)

    " Si andava d’accordo, il lavoro era già triste, ci mancava ancora di litigare!". (nota n. 6)

    Il rischio e la solidarietà che ne deriva stimolano la costituzione di una vera e propria "comunità"; una "comunità operaia" che si esprime:

    - nell’attaccamento al proprio cantiere: " Nel cantiere in cui lavori c’è il piccolo gruppo di amici, il tuo adattamento al lavoro, al luogo, agli attrezzi...; si crea un clima." (nota n.7)

    - nell’invenzione creativa e collettiva di forme di lotta:" Quando volevamo tener giù la produzione sapevamo farlo tutti insieme." (nota n. 8)

    - nella coesione mostrata dai minatori nelle lotte del secondo dopoguerra:

    ".... Si spiega forse la facilità della lotta nella miniera se si pensa che il lavoro era scabroso, mentre negli stabilimenti la differenza di paga era cosa di poco conto rispetto alla durezza del lavoro... penso che la differenza principale stesse appunto lì, altrimenti non mi spiego perché avremmo dovuto scendere noi dalle miniere." (nota n. 9)

    " L’Azienda, quando vedeva che si preparava battaglia, immagazzinava talco nei due stabilimenti di macinazione, e si preparava a resistere. Così noi minatori, oltre a scioperare, dovevamo scendere a Malanaggio a fermarli, perché continuavano a far partire camion carichi di talco.....(nota n. 10).

    Questa comune appartenenza si esprime anche nell’adesione al sindacato, quarta parola singnificativa del nostro percorso. Sindacato inteso come elemento di tutela mutualistica - a partire dalle pratiche per il riconoscimento della silicosi - come organizzatore delle lotte, come elemento di comune rappresentanza degli interessi. E’ una caratteristica comune a molti minatori il fatto di avere in tasca una tessera sindacale.(nota n. 11)

    Le diverse ragioni dell’appartenenza al sindacato sono ben espresse da queste interviste fatte a minatori:

    " In passato il sindacato era visto come l’organizzazione che appoggiava, seguiva e spingeva le domande di pensione per silicosi... C’era anche il riconoscimento della necessità del sindacato per altre cose, ma la molla è stata la protezione e l’assistenza in caso di silicosi" (nota n. 12)

    " Il lavoro accomuna, non puoi essere solo amico nel lavoro, vuoi esserlo anche nell’iscrizione all’uno o all’altro sindacato.... Non si resiste senza una tessera.... Non si può convivere in miniera senza pagare la propria quota, cosa possibile in una fabbrica dove ciascuno pensa per sé." ( nota n. 13)

    L’elevata conflittualità che corrisponde ad un elevato grado di sindacalizzazione è un tratto distintivo che accomuna i minatori del talco a tutti i minatori del mondo che insieme ai portuali e ai forestali sono stati i più propensi a scioperare. Non è un caso che durante gli scioperi più duri i minatori non fossero (in passato) sempre sostenuti dagli operai della macinazione.

    Ci si iscrive dunque ad un sindacato (CGIL o CISL, perché la UIL è praticamente inesistente) e la scelta tra le due organizzazioni rispecchiava -almeno fino a 20 anni fa - le diverse appartenenze religiose: i valdesi in CGIL e i cattolici in CISL. Interessante che sul terreno dell’appartenenza sindacale - che rappresenta il massimo livello di unità dei minatori - trovino il modo di esprimersi le diverse appartenenze "esterne" che attraversano il corpo dei minatori:

    " Nei più vecchi c’era la divisione tra Pralini e Rodorini, tipo clan, perché dietro c’era la storia della religione. Oggi le cose sono più mescolate. (nota n.14)

    o come un’altro minatore dice riguardo agli anni recenti

    " Il sindacato che ho sperimentato io in miniera è un sindacato di uomini, più che di strutture. Non si presenta in assemblea durante le lotte con volantini che facciano il punto della situazione, ma si affida al carisma di particolari persone. In una miniera di montagna non è possibile pensare ad un lavoro esteso di sindacalizzazione come viene fatto nelle grandi fabbriche. E’ un lavoro di contatti personali, in cui parli un attimino della famiglia,, un attimo della pesca, un attimo del lavoro, poi dici qualche battuta sul sindacato." (nota n. 15)

    Queste parole, questi nodi, si presentano in modi molti diversi nel corso di questo secolo di vita delle miniere e si modificano in relazione alle tecnologie, all’organizzazione del lavoro, all’efficacia della lotta, all’ambiente esterno, ecc.

    La storia del lavoro nelle miniere di talco è quindi tutt’altro che lineare; conosce fasi e periodi assai diversi, in larga parte scanditi dai tempi e dai modi delle ristrutturazioni industriali. Sono i salti tecnologici e le conseguenti modifiche dell’organizzazione del lavoro che hanno determinato il terreno di gioco su cui i lavoratori si sono trovati ad operare ed hanno saputo muoversi più o meno efficacemente.

    Per questo motivo, nel tentativo di tracciare una storia del lavoro nelle miniere seguiremo le diverse fasi scandite dall’innovazione tecnologica. A questo riguardo è bene notare come fino ad anni recentissimi la tecnologia usata nelle miniere del talco della Val Germanasca, era arretrata rispetto a quella utilizzata in altre miniere.( nota n. 16). Questa arretratezza è stata determinata da almeno due elementi:

    Da un lato il basso costo del lavoro che si è avuto in miniera almeno fino alla metà degli anni ‘60 non ha certo incentivato la sostituzione del lavoro umano con le macchine.

    In secondo luogo, il fatto che il talco da estrarre è concentrato in filoni discontinui e a volte relativamente sottili, e la necessità di garantire la purezza del talco stesso sin dalla sua estrazione, non hanno permesso la meccanizzazione di consistenti fasi del ciclo lavorativo. Non a caso, l’enorme aumento della produttività ottenuto negli ultimi anni con l’adozione di tecnologie "da cava" ha come contropartita l’abbandono dei filoni più piccoli di talco. Ci si occupa solo del talco che può essere estratto rapidamente con l’ausilio dei mezzi meccanici e si abbandona nel sottosuolo tutto il resto.

    In questo modo dagli anni ottanta/novanta l’arretratezza tecnologica delle miniere della Val Germanasca si è fortemente ridotta; una modifica profonda che mette in discussione la figura stessa del minatore così come l’abbiamo conosciuto nel corso di questo secolo. In tutti questi anni infatti, la miniera si è retta fondamentalmente sulle spalle della professionalità dei minatori, del loro mestiere. Mestiere, questa è la quinta parola che vogliamo sottolineare perchè sono i minatori che accumulando negli anni esperienza e professionalità, garantivano nei fatti il funzionamento del ciclo produttivo. Il principio organizzatore della produzione in miniera era dato dalle scelte e dalla capacità dei minatori riuniti in quel nucleo organizzativo elementare che era "la coppia", la quale univa mansioni di ideazione e di esecuzione. Abbiamo avuto per decenni un’organizzazione industriale pretaylorista (dove le mansioni non sono parcellizzate) e prefordista (dove il ciclo produttivo non è determinato da un sistema di macchine) in cui il lavoro dei minatori era caratterizzato da:

    •  
    • la possibilità di scegliere tra un arco di alternative rispetto ai gesti, ai metodi ai tempi e agli attrezzi . In sostanza un lavoro complesso.

    "C’è una certa soddisfazione perché non è come stare davanti a una macchina che va sempre allo stesso ritmo. Poi c’è sempre un po’ di diversivo perché non comporta sempre lo stesso lavoro" (nota n. 17)

    •  
    • la relativa autonomia nell’organizzare e programmare il proprio lavoro:

    " Si fa quello che si pensa sia giusto, e ciò varia di giorno in giorno a seconda di cosa succede." (nota n. 18)

    •  
    • l’ esperienza come fondamento della professionalità, il saper fare come valore superiore alle conoscenze acquisite mediante la formazione scolastica.:
    •  
    • "In miniera non si smette mai d’imparare, anche dopo anni e anni si scopre di avere ancora da capire qualcosa. Avere esperienza vuol dire conoscere molti particolari che possono anche sembrare banali o insignificanti (per es. distinguere se il fronte è compatto, sapere quanti colpi mettere in una volata ecc..) che invece sono fondamentali per il rendimento e la sicurezza. Sono tutte cose che s’imparano con gli anni." (nota n. 19)

    Anche di questa ristrutturazione ci occuperemo in modo più approfondito in seguito. Passiamo ora ad individuare le 4 grandi fasi storiche in cui cercheremo di organizzare questa esposizione osservando congiuntamente, nel loro intrecciarsi, l’evoluzione tecnologica, la modifica dell’organizzazione del lavoro, i rapporti sociali nell’azienda, le condizioni ambientali in miniera e le questioni relative alla salute:

  • 1) La fase arcaica: fine ‘800 - primi del ‘900

    2) Il periodo fascista e i primi anni del dopo-guerra ( 1925- 1955)

    3) La fase dei miglioramenti: 1955- 1975

    4) La fase recente: dal 1975 ai giorni nostri

  • La fase arcaica: fine ‘800- 1920

    - Tecnologia

    Tralasciamo la fase originaria che risale a tempi ancor più antichi, in cui si scavava il talco a cielo aperto, ed allora erano sufficienti pochi, rudimentali strumenti.

    L’inizio dell’estrazione in galleria comportò la pratica del minaggio e la necessità dell’armatura, ovvero la costruzione di quadri di sostegno del terreno sovrastante, in legno, nei primi tempi estremamente precaria e carente, infatti il sistema di coltivazione era in discenderia, senza ripiena, per cui i crolli erano all’ordine del giorno: quando s’intuiva il pericolo si abbandonava una galleria e se ne costruiva un’altra. Alla fine del secolo scorso ebbe inizio il sistema di estrazione conosciuto con il termine "montante", ovvero dal basso verso l’alto. In altre parole quando una fetta di coltivazione era terminata, si ripienava con lo sterile e si saliva poi al piano superiore tramite una rimonta per ricominciare da capo la coltivazione, avendo come pavimento la ripiena sottostante. Per praticare i fori dell’esplosivo al fronte si utilizzavano il punteruolo e la mazzetta; una vera e propria arte era l’esecuzione di questi fori della profondità giusta, con distanze adeguate tra i fori e per la quale ci voleva una giornata di lavoro. Come esplosivo si usava la chedite, poi sostituita dalla dinamite. Il quadro aveva dimensioni ridotte: due metri di larghezza al piede, un metro e venti centimetri di larghezza al cappello, alto un metro e novanta, circa. Per costruirlo occorrevano: l’accetta, la sega, il filo a piombo, il metro, scalpelli, la mazza, la "raminetto" (un’ascia usata per i lavori di incastro). Per lo sgombero non c’erano altri attrezzi che picconi (con manici di varie lunghezze), mazze, badili, carriole, palanchini, vagoncini. La ripiena si eseguiva a mano con lo sterile.

    I lumi ad olio, unica forma originaria di illuminazione furono soppiantati ai primi del ‘900 dalle lampade a carburo che rappresentarono un miglioramento, tuttavia producevano un gas dal pessimo odore che impregnava gli abiti dei minatori.

    La ventilazione era inesistente o assai scarsa. Si ricorda il congegno della ‘troumbo’, azionata a mano, mediante la quale si convogliava un po’ d’aria nelle trance in cui si lavorava.

    Essendo le gallerie del talco situate a livelli altimetrici notevoli, lontano dalle abitazioni, il tragitto casa - miniera era un lungo e faticoso viaggio: specialmente in inverno, con la neve ed il ghiaccio, si doveva ricorrere a sci e ramponi e raggiungere gli imbocchi con gli abiti già completamente bagnati :

    " Negli strapiombi di Punta Croc la neve arrivava fino al petto, quello di testa faceva pochi metri, poi passava in coda, e avanti così. Alle volte occorreva strisciare pancia a terra, ricoperti di neve e di ghiaccio ." ( nota n. 20)

    Si costruirono delle baracche adiacenti agli imbocchi: altro non erano che un precario, affollato, antigienico riparo notturno. I minatori più distanti vi soggiornavano durante i sei giorni lavorativi di dodici ore, tornando a casa la domenica.

    Alla fine dell’ 800 erano alcune centinaia i montanari che, data la povertà del momento, scelsero il duro lavoro in miniera piuttosto che essere, molto probabilmente, costretti ad emigrare.

    " Lo sviluppo dell’attività estrattiva è stato consentito dall’offerta di lavoro della gente della valle che viveva di un’economia di autosufficenza, e che conduceva una vita di una durezza incredibile. Ad un certo punto hanno cercato un miglioramento col lavoro in miniera anche a costo di gravi sacrifici. Se i contadini avessero continuato a fare solo i contadini, i minatori si sarebbero dovuti cercare tra gli schiavi. D’altra parte è successo così in tutte le miniere del mondo: i minatori son gente abituata a grandi sforzi fisici." (nota n. 21)

    Legato all’estrazione del talco era nato il mestiere del portatore, riservato sopratutto a donne e bambini. Infatti in un primo momento il talco si trasportava a valle in sacchi di juta o sulle spalle o tramite slitta. Si partiva alle tre del mattino, si rincasava in tarda serata. In caso di ritardo non si trovava più talco da trasportare e la giornata era perduta.

    " Avevo 18 anni portavo giù il talco da ‘La brouo à la Mait e dalla Traverso. Ne portavo 4 quintali e mezzo. Era molto pericoloso, dovevo mettere "li courdelh", ma quando non bastava mettevo le catene, e quando tirava vento caldo non era sufficiente, allora prendevo dei rami di larice e li attorcigliavo intorno alle catene. I quattro quintali che venivano caricati erano in tre sacchi, non era facile metterli sulla slitta e scaricarli all’arrivo. Il carico sulle spalle era assai gravoso." (nota n. 22)

    I portatori a spalle venivano pagati 10 centesimi al miriagrammo, quelli coi carrettini solo 8 centesimi al miriagrammo; i due centesimi in meno servivano per pagare gli uomini che aggiustavano le strade rovinate dalle ruote dei carretti.

    Seppur malpagati i portatori erano costosi, pertanto una ditta, la "Anglo-Italian and Plumbago", con il conte Brayda ed il genio militare costruirono la grande funicolare e la décauville che collegavano le gallerie di talco di Sapatlé e Malzas con i magazzini di fondovalle. Inaugurata il 23 ottobre del 1893 fu una costruzione avveniristica per quei tempi, in quanto permetteva di effettuare 140 viaggi al giorno per un totale di 560 quintali, funzionando 6 mesi l’anno. Nei decenni successivi seguì la costruzione di altri tratti di funivia. (nota n. 23)

    Il trasporto con le slitte venne così abbandonato, intorno agli anni ‘20, determinando una prima crisi occupazionale, solo in parte risolta dall’assorbimento in miniera dei portatori disoccupati..

    - Rischi, pericoli

    Accanto alle frequenti ed incontrollabili frane, all’umidità delle gallerie, alle condizioni di vita malsane sia all’interno che all’esterno delle gallerie, uno dei maggiori pericoli per la salute dei lavoratori era costituito dal "poulhan", un gas tossico di anidride carbonica che soggiornava nel sottosuolo a causa della ventilazione pressochè nulla: causava mal di testa, vomito e svenimento.

    Conflittualità, Sindacato

    Fino al secondo dopoguerra non esisteva una forma organizzata dei minatori; restano tuttavia delle tracce di conflittualità. Una di queste, molto colorita, risale al 1906, anno in cui una ditta, precedente alla T&G volle costruire un troncone di teleferica alla Roussa , fino a Balma. I portatori temevano la disoccupazione e, con la solidarietà dei minatori, la ostacolarono in ogni modo, fino ad arrivare al tentato omicidio del direttore dei lavori, Carlo Salton. Alla fine dell’anno rientrò il licenziamento di un ‘indiziato’ e ci fu un aumento di paga, ma la funivia venne costruita , e i portatori persero il lavoro .( nota n. 24)

    La paga di un minatore nel 1936 era di 1,60 lire al giorno, aumentata a 2,40 lire quattro anni dopo.

     

    Il periodo fascista e il primo dopoguerra: 1925-1955

    - Evoluzione della tecnologia

    Mediante la gestione di alcune aziende idroelettriche da parte della "Talco & Grafite", l’energia elettrica divenne forza motrice di alcuni nuovi macchinari in miniera (in nota : la costruzione dei canali di alimentazione delle centrali, per es. 1927 il canale Perrero-Chiotti). L’innovazione tecnologica più significativa di questo periodo fu il sistema per preparare la volata: a sostituire punteruolo e mazzetta giunsero, alla fine degli anni ‘20, le perforatrici ad aria compressa, a secco. La polvere prodotta da queste nuove macchine si volatilizzava negli angusti spazi delle gallerie ed i minatori erano costretti a respirarla. La ventilazione era ancora insufficiente, le maschere scarse ed inadeguate . La preparazione della volata richiedeva non più una giornata ma un’ora di lavoro. Tutto questo aumentò significativamente la produttività, ridusse l’occupazione e peggiorò pesantemente le condizioni di lavoro .

    Il sistema di esplosione della volata era a miccia, esse potevano essere di lunghezza diversa o venire accese con uno scarto di pochi secondi. Gli attrezzi della volata: la "sguretto" un cucchiaio di rame piegato all’insù col manico lungo quanto il foro, che serviva a svuotarlo completamente dal talco; "lou bourou", un bastone dalla punta piatta impiegato per schiacciare le cartucce collocate nei fori. Anche nel trasporto ci furono dei cambiamenti: nel 1932 arrivarono alla Gianna i primi camion per il trasporto del talco; nel 1949 si provvide anche al trasporto dei minatori tramite autobus nel tratto Perosa-Gianna. La decauville dal 1300 alla Carla fu costruita negli anni ‘50.

    - Ruoli lavorativi e rapporti sociali

    All’epoca del fascismo e fino a tutti gli anni ‘50 l’organizzazione del lavoro in miniera, si associava ad una visione gerarchica dei rapporti sociali, e prevedeva: il manovale, l’apprendista, il minatore di seconda , il minatore di prima (categoria), il caposquadra, il sorvegliante.

    Il manovale spingeva i vagoni dalle tramogge fino all’esterno. Qualche volta sostituiva un assente o veniva chiamato a fare un lavoro più difficile come prova di iniziazione al cantiere. Era giudicato sia dal capo che dai minatori.

    L’apprendista minatore e il minatore di seconda avevano compiti simili che andavano dal caricare i vagoni (smarinare) e versarli nelle tramogge al fare le ripiene con lo sterile, a coadiuvare il minatore di prima in ogni operazione.

    Il minatore di prima categoria eseguiva i fori per il minaggio e i quadri di sostegno delle gallerie di coltivazione.

    Il caposquadra coordinava il lavoro dei vari cantieri di cui era responsabile, controllava il lavoro dei suoi sottoposti e la sicurezza, si occupava delle sostituzioni; infine forniva l’esplosivo al fronte. Registrava quotidianamente le quantità di materiali e di esplosivo utilizzate e la fase del ciclo estrattivo raggiunta in ogni cantiere

    Il sorvegliante dirigeva i capisquadra. Era responsabile dell’andamento dei lavori e di eventuali infortuni; indicava la direzione delle gallerie. All’inizio di ogni turno raccoglieva i rapportini dei capi e compilava un rapporto unico raggruppando i dati in base a: presenze, assenze, produzione, consumo ( di legname, ferro, esplosivo). Il rapporto numerico tecnici/minatori era molto elevato. L’avanzamento di carriera da manovale a capo o sorvegliante era possibile e frequente.

    L’estrazione si svolgeva nell’ottica del massimo sfruttamento dei filoni:

    "Nelle gallerie in quota ripulivano il talco finchè il letto e il tetto si congiungevano.Il direttore veniva su ogni tanto, andava nelle discariche con un secchio, e raccoglieva i più piccoli sassolini di talco finiti nello sterile. Diceva:’ questi son tutti granellini d’oro!’. Allora si raccoglieva tutto, si andava dietro al filone finchè ce n’era." (nota n. 25)

    Il clima sociale era intimidatorio: fioccavano multe, rimproveri, decurtazioni di salario per minimi scarti dalla norma.

    "Nel 1936 quello che non si sono dimenticati è stato il libretto disciplinare corredato di 25 articoli, e un altro del 1928 di 33 articoli. Niente funzionava bene, il lavoro era disorganizzato, i servizi igienico-sanitari inadeguati,le paghe da fame. L’unica cosa che funzionava al massimo erano gli organi disciplinari. Davanti alla Direzione la parola dei minatori non valeva niente, anzi, non li lasciavano nemmeno parlare. Contava solo la parola del sorvegliante" (nota n. 26).

    "Se qualcuno arrivava un po’ in ritardo a causa della neve non gli pagavano giornata e gli davano la multa, oppure quel giorno non gli dicevano niente, e il giorno dopo gli dicevano:’ieri hai perso giornata per conto tuo, oggi la perdi per conto nostro’, e per quel giorno lo rimandavano a casa.. La multa era scritta su un foglio che appendevano nelle bacheche di tutte le sezioni, e tutti lo venivano sapere" (nota n. 27)

    Tutto ciò era in linea con l’adesione al fascismo dei maggiori azionisti della Società, che modificarono in seguito il loro atteggiamento, appoggiando pienamente la lotta partigiana : i partigiani trovarono rifugio nei cunicoli abbandonati delle miniere più in quota, aiutati con cibo ed altre forniture dagli stessi capi e sorveglianti.

    - Rischi, pericoli

    Il pericolo di frequanti crolli e frane si sommava alla fatica e a condizioni ambientali - ristrettezza dei cunicoli, scarsità di illuminazione, mancata eduzione dell’acqua, difficili:

    " Ho lavorato tre mesi in un cunicolo per fare la ripiena, da solo. L’altezza era di 1,30 metri, il cunicolo era tutto tortuoso, un vero labirinto. I sostegni delle armature tutti rotti, era uno scoppiettio continuo.. Dovevo scendere per un buco a picco, da quello stesso buco buttavano giù il materiale, tutte le volte che versavano il vagone si tappava il buco, io di sotto caricavo il materiale sulla carretta, stando tutto piegato: non c’era un angolo più alto di quel metro e trenta. Poi mi avviavo lungo il labirinto con la mia carretta carica, la lampada appesa ad un fianco della carretta: Arrivato in fondo la scaricavo con la pala del mezzo manico, perché il cunicolo era talmente basso e stretto che non potevo ribaltarla. Tutto il giorno così, avanti e indietro, ascoltando continuamente quei rumori di spaccature da tutte le parti. Me ne facevano buttare giù più di 60 quintali al giorno, e io dovevo per forza sbaraccare tutto se volevo, al termine della giornata, poter uscire dal buco. Un giorno mandarono con me un novellino di Pramollo. Appena sceso nel buco non ha più parlato. Appena hanno rovesciato un vagone, ahimé, credevo prendesse un infarto; ho gridato a quelli che buttavano giù il materiale di smetterla. Ho liberato il buco più velocemente che potevo; appena ha potuto ha tirato dritto fuori, è andato dal sorvegliante e si è licenziato. " (nota n. 28)

    Un altro ingrediente del mestiere, era la capacità di prestare soccorso in caso di infortunio: indubbiamente è uno dei compiti più raccapriccianti:

    " E’ una paura indescrivibile perché devi soccorrere un compagno che sta morendo e potresti lasciarci la vita. Ma nessuno si tira indietro. Tutti smettono di lavorare, si pensa solo più alla salvezza dell’infortunato, e questo da parte di tutti, anche di chi comanda:" (nota n.29)

  • Fin verso gli anni ‘50 le lavorazioni più accidentate e pericolose erano:
    •  
    • la costruzione di fornelli a piombo o pozzi per collegare i diversi livelli delle gallerie;
    •  
    • l’impiego di esplosivi per le volate.

    Ecco un esempio relativo alla della costruzione di un fornello a piombo, denominato "fornello della morte":

    " Una notte il tetto del fornello franò furiosamente, per fortuna non con massi troppo grossi. Ebbe appena il tempo di mettersi al riparo dell’asse che gli serviva da ponticello. La sua lampada a carburo fu travolta, e lui rimase in quella posizione per tre quarti d’ora, finché la frana cessò. Il suo compagno dal basso continuava a chiamarlo, finché dall’alto sentì un grido:’ sono ancora vivo!’. Ma la discesa era tappata; dal piano sottostante fecero accorre minatori e manovali con vagoni a caricare per liberare il passaggio. Dopo tre ore di duro lavoro riuscirono a fare il buco, tanto da mandare su un po’ di luce con le lampade e farlo uscire, dopo aver asportato 550 quintali di materiale franato"

    " Alla Fracio sono stato travolto da una frana di terriccio e acqua, giù al fondo del fornello. Per fortuna era tutto ‘mantecca’ (fango), non ho riportato ferite gravi. Alla Gianna ho perforato un altro fornello a piombo di 18 metri, da solo, anche lì ci fu una frana, " (nota n. 30)

    I pericoli connessi all’impiego di esplosivo sono confinati nella sfera dei ricordi più drammatici della storia della miniera. Col sistema a miccia potevano restare inesplose delle cartucce difettose, che, sfiorate con picconi e pale esplodevano di fronte ai lavoratori. Col sistema delle cartucce ‘ a tempo’ ( con micce di diversa lunghezza)il rischio era l’errato calcolo dei tempi.

    " (...) com’era successo a un minatore di Pomeifré , all’inizio della galleria di Malzas, a causa di un residuo di dinamite inesploso: il poveretto, mentre faceva lo sgombero, urtò la dinamite con la punta del piccone, così ricevette l’esplosione nel petto. Il suo compagno fu scaraventato su un mucchio di sassi, un addetto al trasporto finì a ridosso del vagone. Tutti all’oscuro, non trovavano più le lampade. Grida di disperazione. Il posto era solitario e nessuno li poteva sentire . I due più sani tirarono fuori il poveretto con un occhio fuori dall’orbita. Fuori era ancora giorno. Lo trascinarono su per il sentiero gridando aiuto. .... Tra il costruire la barella e portarlo a spalle di notte, arrivarono all’Ospedale di Pomaretto all’una di notte (l’incidente era successo alle 17,45), dopo otto ore di grida e lamenti. Il medico Coucourde di Perrero, per ripulirlo dalle centinaia di schegge di roccia, lavorò tre lunghe ore ." (nota n. 31)

    " Alla Gianna, negli anni ‘40, erano tre e durante la perforazione successiva alla volata il fioretto fece esplodere un colpo inesploso. Uno è morto sul colpo, l’altro è accecato, l’altro ancora ci vede pochissimo." (nota n. 32)

    - Malattie professionali: la silicosi

    La silicosi fece la sua comparsa proprio negli anni trenta con l’avvento delle già citate perforatrici a secco.

    " Arrivò l’aria compressa, iniziò la distruzione umana. Le barre-mina erano perforate perché asportassero la polvere di roccia man mano che il ferro penetrava.... All’inizio davano rudimentali maschere, ma la polvere passava ugualmente dalla valvola laterale e il filtro dopo due respiri era intasato, non si respirava più. C’erano le stesse maschere per i due turni, non c’erano neppure i filtri di ricambio. Niente maschere per i manovali che caricavano con la pala in una fitta nebbia di polvere di roccia. Dopo due o tre anni di questo abominevole trattamento iniziavano i primi sintomi di malattia." (nota n. 33)

    " Si facevano perforazioni a secco, per cui, proprio allora la silicosi ha danneggiato molto. Si lavorava in coltivazione e quando si usciva si era bianchi come ad essere stati in un mulino; si andava a mangiare un pezzo di pane e si sentiva ‘crc crc’ sotto i denti. La maschera non era sufficiente. " (nota n. 34)

    Il termine silicosi deriva dal nome di una sostanza, il biossido di silicio (SiO2), che in natura si trova puro o in associazione ad altri minerali. La silicosi è una malattia polmonare che dipende dalla quantità di polvere inalata, dal tasso di silice libera, e dalla durata della permanenza nell’ambiente polveroso.( nota n.35 )

    La malattia ha un andamento evolutivo e si aggrava pertanto anche in anni successivi all’allontanamento dall’ambiente nocivo. La morte è spesso causata da complicazioni polmonari e da insufficienza cardiaca. Il decorso medio della silicosi è di quindici- trent’anni, con un quadro clinico estremamente sfumato, fino alle fasi più avanzate del processo.(nota n. 36).

    I lavoratori addetti alla perforazione in roccia erano più esposti al rischio di silicosi dei lavoratori addetti alle coltivazioni che inalavano proporzionalmente meno particelle di silice (nota n.2 del testo). Micidiale fu l’esecuzione di alcuni trafori in roccia utilizzati come gallerie di servizio o come canali idrici; essi (traforo idrico delle Longe a Chiotti di Perrero, costruito nel 1926-27 e il traforo Malaura per raggiungere la funicolare che scendeva a Pomeifré) sono ben presenti nella memoria dei valligiani per i morti per silicosi che hanno causato.

    -Assistenza

    I controlli medici per accertare la presenza della silicosi iniziarono nell’immediato dopoguerra a cura dell’ENPI. In un primo tempo il minimo riconosciuto per l’indennizzo era del 45%, poi del 34%, poi del 21% negli anni ‘60, per arrivare all’11% negli anni ‘80. Ci furono divergenze e dissidi sulle modalità in cui le visite di controllo erano effettuate . Per molti al timore della malattia si sommava quello di non ottenere l’indennizzo; diventò comune la pratica, non da tutti accettata, dell’esumazione dei cadaveri, anche a mesi di distanza dalla morte per sottoporli ad autopsia, per constatare se il decesso fosse avvenuto per silicosi. La scarsa fiducia nei confronti delle visite dell’ENPI emerge dal racconto che segue:

    " Verso la fine degli anni ‘40 saliva una macchina con raggi X alla Gianna, mandata dall’Istituto Infortuni: era solo una farsa. Li facevano salire sulla pedana dei raggi, poi comunicavano il reperto: ‘non hai niente, puoi andare a lavorare’. Pochi mesi dopo entravano in Ospedale per uscirne morti. Nessuna autopsia, e l’infortunio non pagava niente ai superstiti. Più tardi, dietro le spinte dei sindacati, sono riusciti ad ottenere qualcosa, ma non tutti accettavano il disseppellimento dei loro cari; a chi non accettava non dovevano dare nulla. (nota n. 37)

    - Conflittualità

    Si avvertì la presenza sindacale ed un conflitto organizzato solo, com’è ovvio, a partire dalla fine degli anni quaranta. In quel primo decennio del dopoguerra si registrarono lunghi e ripetuti conflitti determinati da richieste di aumenti salariali (mensilmente un minatore percepiva poco più di 30.000 lire) e dal mancato rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti dalla direzione.

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    • Settembre ‘49: sciopero di un mese al termine del quale i minatori ottennero un aumento di 50 lire giornaliere del premio di produzione (che passò da 80 a 130 lire);
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    • maggio-luglio 1954: in seguito alla sostanziale disdetta del premio di produzione da parte dell’azienda, prese il via lo sciopero, che durò tre mesi ottenendo un risultato molto deludente per i lavoratori: 1000 lire al mese a fronte delle 4000 che vi sarebbero state con vecchio premio di produzione. Durante la lotta erano stati licenziati per rappresaglia 17 minatori della Commissione Interna, l’accordo sancì il ritiro dei licenziamenti;
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    • settembre ‘57: Tentativo della Direzione di aumentare la produzione: due operai si rifiutarono e vennero licenziati. La sospensione dal lavoro iniziò col turno successivo e durò 17 giorni; si rivendicava il ritiro dei licenziamenti e un aumento del 2,5%. Il primo obiettivo fu raggiunto, l’aumento invece fu dell’1,5%.
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    • settembre-ottobre ‘59: 50 giorni di sciopero. Soliti licenziamenti di rappresaglia. Difficoltà nella conduzione delle lotte anche a causa della non-partecipazione al conflitto degli operai della macinazione. I licenziamenti furono ritirati e furono introdotte migliorie nell’ambiente di lavoro: ventilatori nelle gallerie principali, docce, aerosol.. Ma l’aumento promesso si rivelò fasullo .)

    Il sindacato pure presente nelle miniere, era però molto debole; c’erano fenomeni di repressione anti-operaia, acutizzate da un padronato piuttosto ferreo, e soprattutto perdurarono condizioni contrattuali precarie e inaffidabili. I nodi rivendicativi degli anni ‘50 riguardavano sostanzialmente gli aumenti salariali, in particolare la questione del premio di produzione e il rispetto degli accordi. Il salario di un minatore nel 1949 andava dalle trenta alle trentasettemila lire mensili: molto meno di quello che guadagnava un operaio del fondovalle. I salari furono mantenuti costantemente bassi fino a tutti gli anni ‘50 perchè da un lato la T&G aveva il monopolio dell’occupazione in Valle, dall’altro il lavoro in miniera fu, fin dal suo esordio un’integrazione al lavoro agricolo, e dunque, non costituiva l’unica fonte di reddito, per quanto quello agricolo fosse un reddito di sopravvivenza o poco più.

    " Succedeva di uscire dalla miniera a mezzanotte e di salire direttamente alla miando per dormire. L’indomani mattina si falciava il fieno fino a mezzogiorno. Un anziano minatore aveva portato in una settimana tredici ‘carichi’ di fieno dalla miando a casa sua, pur avendo dovuto lavorare nel turno di notte in miniera." (nota n.38)

    Per quanto riguarda la sicurezza del lavoro, resa possibile da una legge dello stato nasceva nel ‘59 la Commissione di Polizia Mineraria composta da un tecnico aziendale, un impiegato e un operaio eletto dai compagni di lavoro. Quest’ultimo aveva per la prima volta il potere di far sentire la propria voce, potendo redigere un suo verbale in caso di dissenso dagli altri membri.

     

    La fase dei miglioramenti: 1955-1975

    -Evoluzione tecnologica

    Furono questi anni di grandi rivolgimenti, fortunatamente alcuni di essi erano tesi al miglioramento delle condizioni ambientali e di lavoro.

    Venne inserito il casco protettivo dotato di l’illuminazione individuale (1955), il sistema di ventilazione fu rinnovato mediante la costruzione della galleria Gianna-Salza (1956), che serviva altresì come via di comunicazione.

    Alla fine degli anni ‘50 giunsero le prime perforatrici con sostegno ed iniezione ad acqua: esse salvarono molte vite umane, poiché l’acqua impediva, almeno parzialmente, che la polvere si volatilizzasse. Il sistema a miccia per fare le volate fu abbandonato e sostituito col detonatore .

    Ad accelerare i tempi di estrazione e a contenere la fatica degli uomini provvidero invece le pale meccaniche per lo sgombero, montate su rotaie, che furono inserite nel 1959.

    Anche la ripiena con l’impiego dell’aria compressa fu accelerata, "sparando" la ghiaia nelle trance appena coltivate. Va osservato che non sempre i nuovi macchinari hanno soppiantato del tutto quelli vecchi, a volte vi si sono associati poichè gli attrezzi tradizionali -un badile, un palanchino- servivano e servono tutt’oggi in svariate occasioni.In questi anni inoltre, tutta una fase del ciclo - l’armatura- restava invariata, pertanto gli attrezzi erano identici a quelli del periodo fascista.

    Negli anni ‘60 dal 1440 alla Carla vennero installate una seggiovia per il personale e una teleferica per portare il talco alla stazione di cernita.

    Furono aperti nuovi imbocchi (Fontane- Gianna), e si chiusero, dai primi anni ‘60 le miniere più antiche, considerate meno produttive dalla Società, situate per lo più sulla destra orografica del Germanasca :Malzas, Sapatlé, Envie, , più quelle del Vallone di Maniglia e della Val Chisone -La Roussa. (Pleinet e Coumbo la Fracio erano già state chiuse negli anni ‘30). Si smantellarono funicolari e decauvilles, ci furono molti licenziamenti.

    Alcuni investimenti furono destinati alla ricerca di nuovi impieghi del talco (1973).

  • -Ruoli di lavoro, rapporti sociali
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    • Dagli anni ‘60 l’ organizzazione del lavoro gradualmente si semplificò: eliminate le figure del manovale e dell’apprendista minatore, restarono invariate quelle del caposquadra e del sorvegliante, mentre nel sottosuolo l’unità di lavoro divenne la coppia.; nella "coppia" confluirono i compiti un tempo riservati a manovali ed apprendisti, e questi si sommarono alle loro tradizionali funzioni.. La coppia era formata da un minatore di prima e uno di seconda categoria, con lievi differenze salariali , il passaggio da seconda a prima categoria avveniva per anzianità. (nota n.39)

    La scelta della coppia era legata al concetto del mutuo soccorso in caso di difficoltà o di infortunio; era meno gravoso affrontare la fatica e la complessità dividendosi i compiti secondo criteri di equità: l’autoresponsabilizzazione, inoltre, ne risultava incentivata..

    "Io sono stato 9 anni e 8 giorni col medesimo socio. Io di prima, lui di seconda. Non ci siamo mai lasciati un giorno. Eravamo la coppia che ha oltrepassato tutti a stare insieme. Andavamo d’accordo: si capisce, era svelto, facevamo in fretta a fare i nostri lavori" (nota n. 40)

    Il rapporto minatori/capi era complessivamente abbastanza confidenziale, essendo i capi ex-minatori che conoscevano a fondo tutti i particolari del lavoro che i loro sottoposti dovevano eseguire.

    "I capi sono compagni passati capi, allora si hanno dei rapporti normali, come compagni di lavoro." (nota n. 41)

    "Ci davamo del tu, non c’era nessuna differenza, nessuno che avesse soggezione di qualcun altro. Succedeva che quando arrivava il capo ci si fermava un momento a fare una chiacchierata, oppure a fumare una sigaretta... C’era molto affiatamento tra capisquadra ed operai." (nota n. 42)

  • E’ sempre stata più formale, invece, l’interazione operai/sorveglianti, attenuata leggermente, fino agli anni ‘80 dal fatto che il sorvegliante proveniva dal sottosuolo.

    -Rischi, pericoli

    La pericolosità di certe lavorazioni diminuì; il brillamento elettrico delle mine, per citare un esempio, garantiva, e garantisce, più sicurezza perchè agiscono controlli preventivi che impediscono l’accensione di tutta la carica se anche soltanto una cartuccia risulta difettosa. L’imprevedibilità delle frane restava immutata, ciò che cambiò fu l’atteggiamento dell’Azienda nel suo complesso verso la salvaguardia della sicurezza dei lavoratori:

    " L’Azienda non risparmiava sulla sicurezza. I capi lo dicevano sempre: ‘ armate, armate finché è necessario" (nota n. 43)

    - Malattie professionali

    La tecnologia questa volta ebbe un risvolto positivo sulla salute. Se nel 1961 la media ufficiale dei colpiti da silicosi era del 60-70%, nel 1967 scese al 20%, e continuò a calare negli anni successivi.

    -Conflittualità, sindacato

  • Per alcuni dei più giovani la miniera poteva essere diventata l’unica occupazione, di qui l’esigenza di avere i salari aumentati. Ma, per raggiungere un risultato favorevole dal punto di vista salariale occorrerà arrivare agli anni ‘60 e precisamente al 1962; dopo tre mesi di sciopero,che, nel ricordo dei protagonisti fu esemplare per coesione interna e unità dei lavoratori, lo sbocco fu: 4000 lire per i minatori e 3000 per gli operai della macinazione. La Commissione Interna diventò più abile, il Sindacato a livello generale acquistava via via più forza. Su quest’onda positiva s’inserì la riduzione d’orario a 40 ore per i minatori approvata dal Parlamento nel 1962 e da un nuovo contratto nel 1963 che stabilì alcuni punti fermi di grande portata, tra cui un nuovo mansionario (e l’abolizione della figura del manovale) e la contrattazione aziendale del premio di produzione.

    Negli anni ‘60 crebbe l’organizzazione dei lavoratori, mentre la loro forza contrattuale, soprattutto in tema di difesa dei posti di lavoro, restò bassa.

    La Val Germanasca fu teatro di lunghe lotte per il rispetto dei contratti e la difesa dei posti di lavoro, intorno ad esse si formarono schieramenti, si sviluppò solidarietà, ed il tutto ebbe una grande risonanza sui giornali locali.

    Si cominciò nel ‘1966: l’agitazione prese le mosse dalla mancata assegnazione del premio di produzione. La prima risposta dei minatori fu una lotta articolata: due ore per turno di astensione dal lavoro, in attesa di un incontro al Ministero del Lavoro in cui i Sindacati chiedevano la revoca della concessione della Miniera alla Società T&G. Era il 13 gennaio 1966: l’incontro fallì e i minatori occuparono la miniera. La Direzione spense il sistema di ventilazione e interruppe l’energia elettrica. La commissione Interna organizzò i due turni del presidio, uno di giorno e uno di notte:

    " ... Stavamo senz’aria dalle 19 alle 7 e dalle 7 alle 19; uscivamo bianchi come stracci, mezzi morti. I turni li facevano tutti, in assoluto. Lo prendevamo come un lavoro: alla sera partivamo col nostro sacco e una bottiglia di vino, giocavamo a carte tutta la notte" (nota n. 44)

    Resistettero, e non solo in miniera: infatti scesero, a fine gennaio, a presidiare anche il Malanaggio e S.Sebastiano. Si accamparono di fronte agli autotreni inviati a prelevare il talco, ci furono alcuni arresti . Seguì una marcia dimostrativa e silenziosa il 9 febbraio 1966: i minatori trovarono la sede chiusa e i Carabinieri ad aspettarli. Essi non erano però soli; molte forze sociali, politiche ed ecclesiastiche appoggiarono la lotta: Parlamentari , Consiglio di Valle, Chiesa Cattolica e Valdese espressero la loro solidarietà. Il 17 febbraio 1966 fu siglato l’accordo: riproporzionamento del premio di produzione, rivalutazione dell’incentivo giornaliero, definizione del premio derivante dall’accordo del 1962 e pagamento degli arretrati. "Quell’anno i soldi ce li hanno dati" ha detto un protagonista, ma... non trascorse neppure un anno che la lotta ricominciò: questa volta erano in gioco 280 posti di lavoro (in un primo momento la Direzione propose di scambiare il licenziamento in massa con la non-applicazione dell’accordo del 1966!) Partirono le prime 100 lettere di licenziamento ai primi di marzo ed iniziò così una nuova occupazione che durò quasi due mesi. La situazione era difficile (era passato a malapena un anno dall’ultima occupazione) e la tensione calò nel momento in cui furono resi noti i nomi dei licenziati . Dopo due mesi di occupazione la vertenza si chiuse tragicamente il 24 aprile 1967 con 140 licenziati.

    Furono dunque anni di grandi conflitti, con esiti di accordi contrastanti: positivo quello del 1963, negativo quello del ‘67. Questi avvenimenti possono essere spiegati, ancora una volta, con l’intervento della variabile tecnologica:; infatti la ristrutturazione tecnologica avviata alla fine degli anni ‘50 provocò un aumento di produzione e contemporaneamente l’esubero della forza-lavoro. Così nel ‘63 gli aumenti furono concessi anche perché la produzione era raddoppiata, ma subito dopo arrivò lo spettro dei licenziamenti. Il 1967 è l’altra faccia della medaglia della ristrutturazione tecnologica: pale meccaniche, perforatrici con sostegni, chiusura degli imbocchi meno produttivi avevano di nuovo reso superflui molti minatori, come d’altronde era avvenuto in una fase precedente, in seguito all’introduzione delle perforatrici a secco.

  • Seguì un periodo di relativa calma, di contratti nazionali buoni e di accordi aziendali ancor più favorevoli in cui si effettuarono forme di lotta articolata, di breve durata.

    La fase più recente: dal 1975 ai giorni nostri

    -Evoluzione tecnologica

  • Sono considerevoli le innovazioni tecnologiche dell’ultimo periodo. La loro portata è tale da modificare in profondità il concetto artigianale del lavoro minerario.

    La prima variazione riguardava il sistema di coltivazione e di ripiena: in alcuni imbocchi dal 1975 circa, la coltivazione che fino ad allora era stata montante diventava discendente. Per far ciò si rese necessario ripienare le trance con ghiaia e cemento, in modo da creare un soffitto solido, sotto al quale si andava a coltivare un nuova trancia.. Man mano che si scendeva diminuiva il pericolo di crolli, di conseguenza si riduceva la necessità di armare fittamente. Non sempre il materiale utilizzato era il legno, poteva trattarsi di puntelli o lastre di ferro. Questo tipo di coltivazione permetteva di ingrandire cospicuamente le gallerie ( tanto che attualmente superano i tre metri di altezza), e di inserire mezzi più grandi. Infatti negli anni ottanta arrivarono i primi mezzi gommati elettrici di maggior portata e non più vincolati alle rotaie. Negli ultimi anni sono stati sperimentati diversi tipi di pale: dopo le gommate elettriche giunsero quelle diesel nel 1991 (in nota accettate malvolentieri dai minatori per l’inquinamento dell’aria), poi le pale Jumbo col fioretto e la pala Wagner ST2 del 1994.

    Infine nel 1996 compare il mezzo cingolato Shaeff, per abbattere e caricare in modo continuo il talco. Iniziano nel 1994 i lavori per lo scavo di un uovo imbocco che da Pomeifré entra nella montagna in direzione di Rodoretto per un paio di chilometri. Sono stati dati in appalto ad una ditta bergamasca ( la Negroni). Le dimensioni della galleria raggiungono quasi i 5 metri per permettere l’ingresso diretto degli autocarri .

    Con ripiena cementata, coltivazione in discendente e mezzi più grandi che svolgono quasi tutte le operazioni al fronte, la produttività raddoppia (nota n. 45)

    l’organizzazione del lavoro è rimaneggiata (c’è il turno di notte, le squadre al posto delle "coppie"), e l’occupazione, che dagli anni sessanta è sempre andata diminuendo, subisce un ulteriore e netto calo: i minatori occupati direttamente al fronte sono una trentina su 141 occupati in tutta l’Azienda nel 1996.

    •  
    • -Ruoli lavorativi, rapporti sociali

    Dalla metà degli anni ottanta nei cantieri in cui erano state introdotte le innovazioni tecnologiche più significative, la coppia venne sostituita dalla squadra, composta da tre-cinque persone che lavorano contemporaneamente su più cantieri. (nota n. 46)

    Poiché il numero degli occupati è sensibilmente diminuito, anche il rapporto operai-tecnici si è ridotto. La figura del caposquadra è sostanzialmente simile a quella di un tempo, mentre i sorveglianti sono stati sostituiti da tecnici diplomati. Le loro mansioni sono molto meno relative al controllo e molto più schiettamente tecniche. La provenienza scolastica dei tecnici privi di esperienza lavorativa accentuava la distanza con gli operai. Nella fase più recente si è torrnati al sorvegliante preso dalla miniera.

    " Una volta anche il sorvegliante proveniva da sotto, adesso hanno assunto dei periti per fare i sorveglianti; allora rimane il distacco tra operaio e sorvegliante. Abbiamo meno fiducia nei nuovi sorveglianti perché manca l’esperienza: tecnicamente sono molto più avanti, ma l’esperienza non c’è" (nota n. 47)

    In quest’ultima fase (anni novanta) emerge il ritorno alla piccola squadra che, accanto ad una spinta notevole al rinnovamento tecnologico, fa sì che la nostra miniera abbia raggiunto livelli di meccanizzazione inediti per la Valle. Ci si potrebbe chiedere, allora, se è ancora valida l’analogia che associa il lavoro minerario ad un mestiere. Certo è richiesta oggi maggiore flessibilità e capacità di condurre molteplici mezzi meccanici. Lasciamo tuttavia aperto l’interrogativo, citando soltanto due opinioni diverse:

    " Nel vecchio modo di coltivare c’era il minatore ‘capace’, , ora, sotto il cemento son tutti capaci.. Oggi il minatore sparisce. L’esperienza, però è ancora quella che conta: s’impara sempre qualche cosa, se non altro per faticare di meno." (nota n. 48)

    "Qualsiasi innovazione tecnologica non potrà mai fare a meno della professionalità del minatore, perché ci sono ancora situazioni in cui bisogna armare come i vecchi. L’arte del minatore, una volta, era un modo di lavorare, oggi è un modo di lavorare insieme a tanti altri. Si potrebbe vedere come un aumento di professionalità, cioè un allargamento di abilità" (nota n.49)

    -Rischi, pericoli, assistenza

    Gli impianti di aspirazione e ventilazione sono relativamente efficaci, anche se necessitano continui controlli sulla presenza di polveri e gas nocivi, tra cui gli scarichi delle nuove pale gommate diesel. Insomma , la tecnologia ha portato più benessere, eppure ogni fase tecnologica risolve problemi del passato, ma ne incontra e ne apre anche sempre di nuovi. Esemplare è il confronto tra il materiale tradizionale delle coltivazioni in rimonta e il ferro che viene spesso impiegato nelle coltivazioni. in discendente: il legno è un materiale che generalmente fornisce dei segnali (scricchiolii, abbassamento o spostamento del quadro), avvertendo i quali i minatori possono correre ai ripari. Nei cantieri in discendente con ripiena cementata sembra che il pericolo di crolli si riduca notevolmente man mano che si scende, tanto da ridurre la quantità dell’armatura; tuttavia il ferro, generalmente usato in questi cantieri non dà dei segnali come il legno, quando si piega è troppo tardi, e se la ripiena non è fatta a regola d’arte è già avvenuto il distacco di pezzi di cemento.

    Recentemente gli infortuni più gravi sono avvenuti all’esterno. Nel 1991 s’infortunava un meccanico che lavorava all’esterno ad una tubatura dell’aria compressa, restava invalido; nel 1994 , all’imbocco della Paola moriva sul colpo un giovane tecnico che uscendo col locomotore urtava contro le tramogge della ghiaia. (nota n. 50)

    Il numero degli infortuni in miniera resta alto rispetto ad altre aziende della zona. Tra le lesioni prevalgono le fratture e le ferite da taglio o da punta ; le operazioni più pericolose sono le manovre dei vagoni le armature, gli spostamenti di legname o altro materiale; tra le azioni che scatenano gli incidenti predomina lo scivolamento e ciò è purtroppo ovvio e ineliminabile essendo il contatto con un minerale ,come il talco, che è, appunto, molto scivoloso.(nota n. 51)

    -Malattie professionali

    Dal 1977, in conformità all CCNL dell’anno precedente, a livello aziendale si stabilì un accordo con il locale Ospedale di Pomaretto per la diagnosi e la cura della silicosi, tramite la programmazione di visite periodiche. Ultimamente l’ospedale di Pomaretto garantisce soltanto le schermografie e le spirometrie (prove di capacità respiratoria), mentre le visite sono effettuate da un medico di fabbrica.

    Con la legge n. 780 del 27/12/75 è stata abolita la definizione di silicosi assicurata di cui si parla va nel 1965. Essa da un lato ha assicurato, indennizzandoli tutti i casi di silicosi associata ad altre forme patologiche dell’apparato respiratorio e cardiocircolatorio, dall’altro ha comportato un certo dirottamento di casi di silicosi verso queste nuove malattie riconosciute che hanno un trattamento meno favorevole .

    Il fantasma della silicosi è meno spaventoso di un tempo, mentre sono presenti altri fattori nocivi, quali: il rumore, l’umidità e le temperature elevate specialmente in alcuni cantieri.

    L’umidità tende ad aumentare con la nebulizzazione dell’acqua che accompagna la perforazione in roccia le operazioni di sgombero, e la ripiena cementata ( a proposito di silicosi va notato che le particelle di silice a livello di micron esistono sempre nelle bollicine di acqua).

    L’opinione dei minatori è che le nuove pale diesel siano inquinanti; essi hanno infatti ottenuto una rotazione del personale nei cantieri in cui queste pale sono attive.La Medicina del Lavoro di Siena smentisce questa ipotesi ma l’interrogativo non può che restare aperto.

    La temperatura varia tra i 18 e i 22,5 gradi centigradi, tende a diminuire nella coltivazione discendente con ripiena cementata , perché il ferro e il cemento una volta essiccato non causano la formazione di gas che invece si producono durante la decomposizione del legno.

    Il rumore causato dall’uso di svariati macchinari, dalle perforatrici alle pale meccaniche è un fattore non ancora quantificato, eppure dannoso: sono molti i minatori che accusano problemi di udito. Dal 1991 durante le visite periodiche si esamina pure l’udito. ( in nota:La ditta è sotto accusa dall’INAIL per decine di lesioni all’udito). Attualmente si effettuano con una certa frequenza controlli interni sulla polverosità, il rumore e l’inquinamento dei mezzi diesel.

    -Conflittualità, sindacato

    Negli anni ‘70-‘80 gli obiettivi riguardavano tanto l’ambiente e le qualifiche, quanto la solidarietà con altri lavoratori e la dimensione salariale. Infatti, fin dal 1977 ci furono buoni risultati sul fronte dell’ambiente di lavoro: Enti specializzati potevano rilevare dati ambientali in miniera, il sistema di ventilazione e tutte le attrezzature furono revisionate. Grandi discussioni si svilupparono nel ‘79 intorno alla ‘ripiena cementata’, ritenuta nociva dai minatori nella fase di essiccatura del cemento. Essi chiedevano l’attesa di otto giorni nei cantieri adiacenti alle ripiene appena effettuate.

    Trentasei giorni di sciopero articolato furono il prezzo di una vertenza aziendale dell’aprile 1980 che aveva come obiettivi( raggiunti) lo slittamento in avanti di una categoria per tutti i minatori, e l’istituzione della mensa. Si trattò di due conquiste significative.

    La solidarietà con altri lavoratori si manifestò in concomitanza con la chiusura dell’Isolantite (1984).

    La formula delle lotte articolate risultò valida solo fino alla metà degli anni ottanta quando l’Azienda poté mettere in libertà i lavoratori che partecipavano a questo tipo di sciopero. Fu un trauma per il sindacato e per i minatori non si sono ancora trovate forme di lotta altrettanto valide. Sempre più forti diventarono invece tre parole d’ordine aziendali: produttività, ristrutturazione e mobilità. Il 1360, l’imbocco che si aprì nel 1984 fu la rappresentazione emblematica di queste tre parole d’ordine. A qualche mese dall’inizio della galleria di accesso l’Azienda diede in appalto i lavori di minaggio in roccia ad una Ditta esterna, avanzando presso il Consiglio di Fabbrica e i Sindacati, ragioni legate al mancato rispetto dei tempi e dei costi previsti. La Ditta appaltatrice usava tecnologie nuove ( pale più grandi ed una diversa organizzazione del lavoro ( tre turni ); in seguito tali modifiche sono state applicate anche dall’Azienda in parecchi altri cantieri.

    Il sistema dell’appalto sarà ripetuto per tutte le gallerie di accesso al 1360: la rampa del 1440 (terminata nel ‘94) e la galleria che da Pomeifré entra per due chilometri nella montagna verso Rodoretto in direzione dei fori sonda (iniziata nel 1995).

    Relativamente agli anni ‘80 possiamo ancora citare l’accordo sulla mobilità che risaliva al ‘77 e riguardava in un primo momento soprattutto gli stabilimenti, ma venne ad un certo punto applicato anche al sottosuolo. Gli effetti della mobilità sono magistralmente descritti da un minatore:

    " Lo spostamento di minatori attivi e svegli creava scompenso nell’organizzazione delle lotte; poi non era mai facile riadattarsi in un cantiere nuovo. La miniera è un luogo affettivo; essere spostati è una tragedia, perché cambi amicizie e sistema di lavoro" (nota n. 52)

    Finiti gli scioperi orari, fin dai primi anni novanta si ripresero gli scioperi per l’intera giornata. Gli obiettivi perseguiti erano in parte generali ( per esempio gli scioperi contro la riforma delle pensioni) ed in parte aziendali. Quelli aziendali erano di vari tipi:

    •  
    • salariale , come lo sciopero del 1991 relativo alle tariffe del turno di notte, in cui l’Azienda stabilì un rimborso, o quelli del ‘94 sulla vertenza aziendale che si concluse in dicembre con con un aumento fisso del premio mensile, un anticipo sul contratto nazionale ed una cifra "una tantum;
    •  
    • sull’orario di lavoro come la lotta contro i sabati obbligatori richiesti dall’Azienda nel ‘95: dopo alcuni giorni di sciopero e manifestazione davanti alla sede Pinerolese si torna ai sabati volontari, senza recupero e pagati 50.000 lire in più;
    •  
    • sulle condizioni ambientali. Infuocato, al riguardo, fu il 1991, anno in cui furono introdotti i nuovi mezzi meccanici diesel: i minatori, a più riprese, scioperarono contro i nuovi mezzi sottolineando che oltre alla nocività, la piena mobilità fornita da questi macchinari rispetto a quelli elettrici avrebbe favorito la riduzione dell’occupazione. Su proposta del Sindacato la Medicina del Lavoro di Siena fu chiamata per valutare la nocività dei nuovi mezzi; dai risultati delle loro analisi risultò invece che la nocività dei diesel fosse contenuta in standard normali.

    Recente (aprile ‘96)la firma del contratto nazionale (dopo 8 anni)(nota n.53)

    Cresceva intanto la crisi di rappresentanza del sindacato, in special modo in concomitanza con l’accordo sulle pensioni nel ‘95: i minatori scioperarono e scesero a Pinerolo in manifestazione, fischiando sotto le sedi sindacali (il voto sull’accordo delle pensioni diede in miniera i seguenti risultati: 63 no, 4 si). Una delle conseguenze fu l’adesione di una quindicina di minatori alla nuova associazione ALP ( Associazione Lavoratori Pinerolesi).

    Conclusioni

    E’ molto probabile che le ristrutturazioni degli anni ‘80 e ‘90 abbiano determinato un salto di qualità nell’organizzazione del lavoro della miniera tale da modificare sostanzialmente il principio organizzativo dell’estrazione del talco e messo in discussione la centralità della figura del "minatore di mestiere". Questa ristrutturazione ha agito in profondità perchè ha operato contemporaneamente su tutti i versanti che caratterizzano il lavoro in miniera:

    •  
    • sul talco che non viene più estratto tutto ma solo quello che si presenta in filoni così consistenti da poter essere estratto rapidamente e con l’ausilio di mezzi meccanici (e quindi con grandi risparmi).

    · sui macchinari utilizzati che tendono a trasformare sempre più la miniera in una cava

    •  
    • sull’organizzazione del lavoro; dopo aver spezzato l’unificazione delle mansioni che era rappresentata dalla coppia redistribuisce responsabilità e compiti frammentandoli tra diverse figure operaie (i minatori addetti all’ estrazione, quelli addetti alla ripiena, ecc.), ponendo la professionalità operaia in una posizione assai più marginale dentro il ciclo produttivo.
    •  
    • sul numero degli occupati: 68, di cui 30 impegnati direttamente al fronte, su 141 occupati in tutta l’Azienda. Negli anni ‘40 i minatori erano circa un migliaio. Questi numeri, da soli indicano quanto all’uomo siano state sostituite le macchine.( in nota: tabella di pag 137 bis)

    NOTE

    Quasi tutti i dati riportati in questo testo provengono dalla mia tesi di laurea-"Lavoro minerario e rapporti sociali in una comunità della Val Germanasca", anno acc. 1985-86, relatore Angelo Pichierri. Pertanto per le fonti si fa riferimento ad essa.

    1) Intervista n. 15.

    2) " n. 2

    3)STRASSOLDO Raimondo, Il futuro economico e sociale del territorio montano, in (a cura di ) DEMARCHI FRANCO, L’uomo e l’alta montagna, Milano, Angeli, 1979, pag. 138-139

    4) Intervista n. 2.

    5) " n. 15

    6) " n. 13

    7) " n. 2

    8) " n. 2

    9) " n. 2

    10) " n. 2

    11) Non ci sono dati precisi fino agli anni ‘70, in quel periodo la sindacalizzazione è superiore al 55%; nel 1986 è del 90%.

    12) Intervista n. 17

    13) " n. 15.

    14) Intervista n. 15

    15) " n. 1.

    16) Lo scarto rispetto alle miniere di carbone inglesi era di 20-30 anni.

    17) Intervista n. 4

    18) " n. 1

    19) " n. 2

    20) " n. 20

    21) " del 21/12/1985

    22) " n. 20

    23) Un di queste fu la Fontane-Reiso.

    24) Vedi FERRERO Carlo, La Storia delle miniere, Quaderni di Documentazione della Cominità Montana Valli Chisone e Germanasca., 1988, pag.19-21.

    25) Intervista n. 6.

    26) " n. 6

    27) " n. 20

    28) " n. 20

    29) " n. 2

    30) " n. 20

    31) " n. 20

    32) " n. 6

    33) " n. 20

    34) " n. 18

    35) Le particelle di silice respirate e giunte negli alveoli polmonari vengono divorate da speciali cellule ‘spazzine’, che hanno il compito di pulire i polmoni dalla polvere. Se captano le particelle di silice, vengono da queste rese irriconoscibili, e condotte ben presto alla morte. L’organismo, di conseguenza reagisce contro i loro cadaveri producendo anticorpi. Questa auto-aggressione suicida riempie la trama spugnosa del polmone di sostanze che trasformano il normale tessuto spugnoso, in un tessuto fibroso, come una cicatrice. Attraverso gli anni questo fenomeno si estende, provoca una progressiva insufficienza respiratoria, e un conseguente danno cardiaco.

    36) Il primo sintomo è la dispnea da affanno, dapprima da sforzo, poi anche a accompagnaa da dolori toracici. Tosse ed espettorazione compaiono quando, come di solito accade, alla silicosi si accompagna una bronchite cronica che periodicamente si riacutizza. (Perchè non metti questo pezzo nel testo?)

    37) Intervista n. 20

    38) Intervista n.8

  • 39) In coltivazione montante i compiti della coppia erano:
    •  
    • cernita, smarino, caricamento sui vagoni
    •  
    • trasporto dei vagoni prelevamento del legname adatto e infilaggio dei marci-avanti
    •  
    • caricamento del talco rimanente e predisposizione del "posto" per il nuovo quadro
    •  
    • collocamento dei fianchi laterali
    •  
    • preparazione e collocazione del quadro
    •  
    • esecuzione dei fori da mina
    •  
    • definizione delle cariche e brillamento delle mine.

    Al termine di una trancia di coltivazione:

    •  
    • asportazione di alcuni quadri, longarine, puntelli
    •  
    • ripiena (con lo sterile, manualmente , poi con la ghiaia mediante la spinta dell’aria compressa.)

    40) Intervista n. 21

    41) Intervista n. 4

    42) Intervista n. 8

    43) Intervista n.2

    44) Intervista n.2

    45) La produttività media di cantiere dal 1990 al 1993 varia in questo modo:

    1990: 3,36 tonnellate di talco per giornata lavorativa

    1991. 5,57 " " " "

    1992: 6,46 " " " "

    1993: 7,13 " " " "

    1994: 11 " " " "

    1995: 8,38 " " " "

    46) Nella coltivazione in discendente con ripiena cementata le operazioni attribuite alla coppia sono molto più rapide:

    • caricamento e trasporto
    • preparazione del "posto"
    • collocamento dei puntelli e dei fianchi di ferro
    • esecuzione di fori e brillamento delle mine
    • asportazione dei puntellied eventuali quadri
    • sistemazione dell’impianto del cemento
    • esecuzione della ripiena cementata mediante il controllo dell’impianto: due persone stanno presso la trancia in cui arriva il getto del cemento, altre 2 all’esterno in prossimità dei miscelatori.
    • nelle gallerie di servizio in roccia le operazione sono ridotte al minaggio e allo sgombero dal momento che non è necessaria l’armatura tranne che in poche eccezioni.

    47) Intervista n.4

    48) Intervista n.10

    49) Intervista n. 11

    50) Intervista n. 2

    51) Da un’indagine del Servizio di Igiene Pubblica dell’USSL n.42 relativa agli anni 1982 - 1985.

    52) Intervista n. 2

    53) L’aumento salariale fu di 178.000 lire medie mensili di aumento in tre rate e di 1500 lire al giorno in più di sottosuolo (in parte già anticipate dall’azienda). (dall’intervista n.1)