APPUNTI SULLA MANIFATTURA

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La Manifattura di Perosa fa parte del gruppo Roncoroni, con sede a Legnano. Sono passati 15 anni da quando, nel 1983, con un accordo con le tre organizzazioni sindacali si è introdotto il part-time : 25 ore la settimana delle quali 21 nel fine settimana con due turni di 10 ore e mezza e le altre 4 da recuperare ogni due settimane con una giornata di 8 ore. In cambio 120 assunzioni. In questo modo un centinaio di lavoratrici sono state separate nettamente dal resto della produzione, con una divisione che dura tuttora. Poche decine sono state passate sui turni normali. Gli oltre trecento dipendenti della Manifattura sono progressivamente sottoposti a limitazioni sulle ferie, per questo c’è stato anche uno sciopero organizzato da Democrazia Proletaria ( che segue la fabbrica e continuerà a farlo con per vari anni con Rifondazione Comunista) il 17 febbraio 1989 allorché la direzione non volle concedere ferie a una gruppo di lavoratrici. Dieci ore di sciopero nell’arco di una settimana, al 100% con i sindacati e i delegati che invitavano a riprendere il lavoro. Un’altra costante è il lamento della direzione sull’assenteismo, con frequenti lettere disciplinari. A settembre del 1989 c’è cassa integrazione ma si continua a fare straordinario. A marzo 1990 c’è sciopero interno un’ora al giorno contro i ritmi di lavoro e i rapporti interni divenuti insostenibili e la direzione ferma alcuni reparti di preparazione. IL 30 marzo del 1992 la Manifattura mette in CIG 118 persone per ridurre, dice, del 30% la produzione. Questo provvedimento è attuato anche in alcuni degli altri 6 stabilimenti della società.

Una caratteristica della Manifattura è l’uso di una cinquantina i dipendenti delle ditte esterne impiegati ai lati e dentro la produzione ma fuori di ogni regola sindacale.

Il 18 agosto del ‘92 la direzione comunica di voler licenziare 131 dipendenti su 430. Il sindacato propone un anno di cassa integrazione straordinaria. Seguono prese di posizione del consiglio comunale di Perosa e della C.Montana. Ci si incontra all’Unione Industriale, diserta le riunioni il direttore generale tecnico Giudici.

Poi la situazione si sblocca con l’incredibile referendum sulla proposta dell’azienda di congelare una parte del salario mensile (il 61% dei lavoratori è disposto a trattare su questa base). L’accordo viene siglato il 3 ottobre: abolizione del servizio mensa, eliminate le spese per il trasporto lavoratori e l’indennità per il lavoro a gruppo. Inoltre una somma viene congelata per 12 mesi sul salario - da restituire al 50% nel 1994. L’azienda in cambio ritira i licenziamenti, investe 4 miliardi per il reparto roccatura, si prevede un’eccedenza di 40 persone in parte in CIG speciale per due anni, altre in pensione. Di fatto si tratta di un prestito all’azienda da parte di lavoratori di circa un milione a testa ( metà sarà restituito). Contro l’accordo si schierano la Filtea regionale piemontese e lombarda: denunciano il ricatto che ha costretto ad approvare l’accordo (75% dei dipendenti).

Rifondazione Comunista contesta e commenta l’accordo facendo la cifra di tagli per 150.000 mensili per un anno. (vedi articolo)

A maggio del 93 arriva la vertenza sul calendario annuo: l’azienda vuole 331 giornate lavorative , il sindacato 10 ore di meno...! Sembra strano ma il pretesto è questo, dietro ci sta il ruolo e il riconoscimento del consiglio di fabbrica.

Sciopero all’inizio di un’ora, poi di otto dopo una messa in libertà di alcune decine di operaie. Durante lo sciopero diverbio fra due operaie: vengono sospese per cinque giorni. Una è delegata, pare una provocazione ben riuscita. Dopo che continualo sciopero la direzione licenzia le due operaie e messo in libertà sempre più dipendenti. L’11 maggio tutti a casa. Allora è cominciato il presidio dello stabilimento 24 ore su 24.

L’azienda fa sapere che i licenziamenti rientrano se il gruppo dei dissidenti, sono 85, appoggiati da Rifondazione Comunista, ritira la causa contro l’accordo di novembre sul taglio del salario,. Assemblee cittadine stracolme, dichiarazione del sindacato che impugnerà l’art.28, lettera di 70 dipendenti all’ECO contro lo sciopero. Infine si dimette la direzione e si raggiunge con la nuova l’accordo con il ritiro dei licenziamenti, il pagamento dei contributi per il periodo dello sciopero, il riconoscimento del consiglio di fabbrica.

Tre mesi dopo l’accordo la direzione apre una trattativa con gli stabilimenti lombardi di Legnano e Cerro con lo stesso stile...

Intanto la causa sull’accordo di novembre ‘92 va avanti e in Pretura si trovano una quarantina di dipendenti a seguire le udienze. A metà ottobre ‘93 il pretore Patrizia Visaggi respinge le loro richieste, imponendo solo all’azienda di restituire a suo tempo gli interessi sul ‘prestito forzoso’. (vedi articoli)

Nell’autunno del ‘94, governo Berlusconi si sciopera nel Pinerolese contro la finanziaria e l’attacco alle pensioni (sarà poi Dini l’anno successivo a riuscire nell’operazione), sciopera anche la Manifattura e la Cascami Seta.

A inizio ‘95 inizia in fabbrica la rilevazione dei tempi e metodi. In primavera c’è l’elezione delle RSU (tre della UIL, due della CISL e uno della CGIL). Partecipa solo metà dei lavoratori.

Si fa la consultazione sulla riforma delle pensioni e nel Pinerolese il 63% dei votanti dice no (tessili NO 83%). Comincia un’autorganizzazione di delegati che si trovano a Pinerolo diffondendo volantini. Organizza uno sciopero nel Pinerolese autoconvocato che vede in sciopero 1500 lavoratori, con corteo a Pinerolo davanti alle sedi sindacali. A fine luglio nasce ALP ( Associazione Lavoratori Pinerolesi) che comincia a prendere subito contatti col sindacalismo di base. Nell’autunno si fa il primo tesseramento in zona, ovviamente senza trattenuta in busta paga. Una settantina della Manifattura aderiscono. Poi col tempo si ridurranno di moltissimo perché non si riesce a costituire un collettivo interno alla fabbrica e per la mancanza di Rsu di ALP ( non si è nemmeno provato - ma in altre aziende ci si è trovati di fronte a un muro padronale e confederale).

In marzo del ‘96 si fa un’assemblea dei tessili di ALP a Perosa, si continuerà nel tempo con i minatori. I sindacati confederali fan sapere il risultato del referendum per preparare la vertenza aziendale: maggiori preferenze agli aumenti salariali. Si esce con un volantino di protesta sulla fretta di concludere l’integrativo e su punti non concordati coi lavoratori. Alla fine di ottobre prolungandosi la trattativa per il contratto aziendale viene firmato un accordo per una unatantum per l’anno 1996 che prevede 300.000 lorde per tutte e 100.000 legate alla presenza (bimestre novembre-dicembre). Con più di 50 ore di assenza sul Parttime e più di 80 sul tempo pieno non si prende niente.

il 26 settembre 96 ALP organizza un convegno sulla democrazia nei luoghi di lavoro, con settanta persone.

A inizio di febbraio i confederali distribuiscono l’ipotesi di verbale di accordo aziendale. L’azienda ha investito 3 miliardi nei Reparti Apertura-Preparazione-Filatura-Binatura ( altri si prevedono in Preparazione _Filatura-Gasatura) Viene istituito un premio di assiduità (85.000 lorde) e un premio di produttività qualità su varie voci(produttività, segnalazioni clienti, pneumafil filatura, andamenti tagli stribbia, assenza mescolanza filato, costanza raggiungimento obiettivi). Vengono istituite due commissioni (professionalità e produttività/qualità - paritetiche lavoratori/azienda). Inoltre sperimentazione per un nuovo modello di parttime e ripristino della mensa con un contributo aziendale di 2000 lire pasto + attrezzature. Dopo i referendum interni viene firmato a marzo.

A maggio ‘97 in un’assemblea si comincia a parlare di cassa integrazione in arrivo.

Comincia a fine maggio. A fine settembre sono in CIG 34 lavoratrici, la richiesta era per 60.

In ottobre assemblee, ALP volantina chiedendo la rotazione della CIG. Nelle assemblee i confederali dicono che nel ‘98 ci sarà CIG straordinaria e poi la mobilità.

A metà novembre assemblea sull’accordo per le pensioni. Non si vota. Continua la CIG e sovente si tengono ferme delle macchine per mancanza di personale.

A inizio ‘98 continua la CIG ma l’azienda fa lavorare personale del parttime in straordinario durante la settimana. Per le ferie individuali possono assentarsi solo più 4 per turno (invece di 5) e solo due per reparto.

Ad aprile inizia il nuovo orario Part-time (33 ore per 25 addetti : 6 ore +6 al sabato Domenica ed altre sui tre turni nella settimana). p.b.

ALCUNI COMMENTI

Quale insegnamento possiamo trarre dalla situazione della Manifattura, fabbrica tra le più presenti nella fase della nascita dell’ALP, nelle lotte che l’hanno preceduta ed ora con una presenza ridotta ad alcune unità e nessuna partecipazione alla vita della nostra Associazione?

1) Certamente la divisione e la disgregazione delle lavoratrici e lavoratori che avviene dall’instaurazione del lavoro Part Time al Sabato e Domenica, che non si è ricomposta ma al contrario si è appesantita.

2) Certamente le brutte sconfitte e la pesante situazione sindacale nel settore tessile nel quale la globalizzazione ha già fatto sentire da tempo gli effetti negativi.

3)Ma anche la nostra incapacità di collegarci, ricostruire agganci, crescere militanti, cioè dare degli elementi di speranza più forti della depressione generalizzata, della sfiducia, della sindrome della sconfitta che si respira in questi anni.

4) La mancanza di rappresentanti interni ed esterni pesa molto. Alcune iscritte si sono rivolte alla Cgil non tanto perchè ritenevano le difendesse meglio, ma solo per poter avere ‘un operatore sindacale che venisse a fare loro le assemblee’, sentirsi per così dire più coperte, più rassicurate da un sindacato che non piace più ma è certamente più potente ed istituzionale ( proprio quello che si contestava quando è nata ALP ma che poi - in mancanza di un’alternativa toccabile con mano - si ritorna ad accettare).

Che fare allora?

* Non lasciare troppo tempo scoperta una fabbrica ma continuare a dire delle cose, a mantenere il dialogo aperto.

* Ripensare a dei momenti di incontro tra tutte le realtà dell’ALP in Valle ( Cascami, Luzenac, SKF, Sachs Boge, Scuola, Ospedale Valdese, Pubblico Impiego ecc) come scambio di esperienze , nel sentirsi un gruppo e legare maggiormente i problemi di fabbrica con le problematiche del territorio.

* Infine continuare nelle nostre iniziative con gli altri sindacati di base per l’attuazione della Legge sulla Rappresentanza che sicuramente ci può offrire spazi per mantenere dei collegamenti più stretti a partire dalla possibilità di partecipare alle elezioni delle RSU.

Enrico Lanza

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1) I PADRONI DEL TEMPO

(Primo Piano 8.5.1989)

<< Dieci ore di sciopero nell’arco di una settimana, fatto al 100%, con il sindacato e i delegati che invitavano le lavoratrici, con modi più o meno gentili, a riprendere il lavoro". Quella che avete appena letto non è la cronaca di una lotta del ‘69, bensì quanto è accaduto nella Manifattura di Perosa alla fine del mese di febbraio di quest’anno. Questa filatura di cotone (300 dipendenti al 90% donne) è relativamente famosa nel mondo sindacale. Lì è stata avviata una sperimentazione sugli orari di lavoro che hanno portato ad un utilizzo degli impianti 7 giorni su 7 e ad una singolare divisione tra chi lavora i 5 giorni normali durante la settimana ( più il sabato mattina) e chi lavora il Sabato e la Domenica, a turni di 10 ore e mezza.

La causa scatenante dello sciopero è stata la minaccia - apparentemente assurda - di prendere un provvedimento disciplinare contro una lavoratrice rea di aver partecipato ad un funerale senza aver chiesto il permesso con un anticipo di 48 ore e senza aver portato la giustificazione scritta. In realtà l’oggetto del contendere di questa lotta è stata ( in una situazione di lavoro faticoso e stressante) la pretesa dell’azienda di programmare rigidamente e con un congruo anticipo le ferie individuali a cui hanno diritto le lavoratrici ( una decina di giorni l’anno). La direzione di questa azienda - che non si ferma mai salvo che per Natale e Pasqua e per le ferie vuole infatti avere le macchine che girano con l’organico minimo possibile. per questo tutto deve essere programmato in funzione delle macchine: dalle pause di pranzo che sono a scorrimento, alle ferie e ai permessi individuali.

Alcuni mesi prima degli scioperi il sindacato aveva effettuato un referendum in azienda in cui i lavoratori dovevano pronunciarsi proprio a riguardo delle ferie individuali; le proposte in ballo erano tre: padrone, sindacato ( che proponeva in modi diversi una regolamentazione delle ferie) e lavoratrici ( che proponevano di lasciare tutto com’era). Inutile dire che vinse la terza anche se va notato che le lavoratrici non erano per nulla contente della situazione precedente, fortemente segnata dagli arbitri di capi, capetti e direttori.

Questa lotta ha avuto alcune caratteristiche interessanti da sottolineare: innanzitutto è nata ed è stata gestita fuori e per certi versi contro il sindacato. Il sindacato è intervenuto nel corso della lotta in funzione moderatrice ( invitando le lavoratrici a riprendere il lavoro) e al termine, siglando un accordo che ha spaccato il fronte dei lavoratori. Una situazione molto simile a quelle che si sono verificate in questi anni nel pubblico impiego con la differenza che in questo caso, il livello di autorganizzazione dei lavoratori ( il Cobas) è stato molto basso e non è riuscito ad intervenire sulla trattativa e a gestire al parte finale della lotta.

"In assemblea ci hanno fregato, proponendoci o di accettare l’accordo così com’era o di occupare la fabbrica" dicono le donne che hanno tirato gli scioperi. "Non abbiamo saputo cosa proporre e così la gente si è divisa e scoraggiata ed è finito tutto".

Un altro elemento interessante è stata la relativa coincidenza dei punti di vista padronale e sindacale ( l’uno giustificato dalla produzione e l’altro dall’occupazione) sulla necessità di pianificare, di programmare l’uso dei permessi individuali, contrapposta alla volontà delle lavoratrici, disponibili anche a subire dei ricatti individuali, nella contrattazione col capo del singolo permesso, pur di non avere una regolamentazione rigida e penalizzante dei permessi stessi. Evidentemente quando la contrattazione collettiva diventa puro recepimento delle ragioni dell’azienda, i lavoratori si ritraggono e preferiscono il rapporto personale con l’azienda, magari senza garanzie, ma decisamente più controllabile.

Da questa vicenda credo si possa trarre un’ultima riflessione: venuto meno il dato unificante della fatica fisica, probabilmente è il sequestro del tempo il vero dato unificante del lavoro salariato quale si presenta oggi. La forza lavoro che il capitale chiede ai lavoratori di erogare è sempre meno fatica e sempre più presenza, disponibilità. Allora, un conflitto sul dominio del tempo emerge in forma direttamente politica: evidenziando il carattere dispotico della produzione capitalistica, diventa immediatamente un conflitto di potere, in cui i rapporti di forza tra capitale e lavoro si misurano in termini limpidi. Diventa cioè un conflitto altamente identificante, intriso di valori e di prospettive da entrambe le parti.

Sgomenta allora verificare come su questo terreno le posizioni sindacali siano oggettivamente in sintonia con quelle padronali, aprendo così la strada a divisioni e sconfitte, oltre che a dislocare il sindacato sempre più come un pezzo dell’apparato allargato dello stato, strumento di controllo e disciplinamento della forza lavoro.>>

-Paolo Ferrero / Democrazia Proletaria

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2) Perché il taglio salariale alla Manifattura?

lettera all’Eco del Chisone

<<Alla Manifattura di Perosa è stato firmato un accordo che diminuisce il salario dei lavoratori di oltre 150.000 lire su stipendi operai di 1milione 300.000 al mese. Il taglio del salario è stato concesso dopo che la ditta ha minacciato la mobilità esterna per 131 lavoratrici. Questo accordo ha visto la decisa opposizione di Rifondazione Comunista e di un centinaio di dipendenti che hanno inviato al sindacato una lettera in cui lo diffidavano dal trattare a nome loro sulla diminuzione dei salari. Vorrei qui di seguito fare alcune considerazioni sulla vicenda :

1) Questo accordo aprirà una guerra tra poveri nel gruppo di cui fa parte la Manifattura; gli stipendi della Manifattura erano già i più bassi del gruppo (200.000 in meno); adesso la ditta avrà gioco facile a ricattare i lavoratori degli altri stabilimenti.

2) Questo accordo aprirà la strada affinché altri padroni, in zona ma non solo, minaccino licenziamenti per ottenere la riduzione dei salari. perché il sindacato non ha allargato il fronte invece di tenere nell’isolamento la vicenda di Perosa?

3) Questo accordo prevede comunque 40/50 esuberi da mettere in CIG, lasciando indeterminati i livelli occupazionali alla fine della ristrutturazione.

4) Il rapporto con le lavoratrici da parte del sindacato è stato terribile. Invece di cercare le soluzioni costruendo coscienza, lotta, alleanze, vi è stato un atteggiamento terroristico, in cui il sindacato e la gerarchia di fabbrica hanno fatto di tutto per spaventare la gente, arrivando sino agli insulti in assemblea. Addirittura la lettera inviata al sindacato dalle 100 lavoratrici dopo due giorni era sulle scrivanie di tutti i capi.

5) Questo non è il primo accordo ‘strano’ che si fa alla Manifattura per salvare l’occupazione. prima si è accettato il lavoro fisso al Sabato, poi le squadrette al Sabato e Domenica ( che poi la SKF ha copiato), poi le ferie individuali programmate, adesso il taglio salariale. ma ci vuole tanto a capire che questi accordi non risolvono i problemi ma distruggono solo ogni forma di unità dei lavoratori a vantaggio dei padroni?

6)I responsabili degli Enti Locali della zona si sono schierati a fianco della proposta sindacale, considerando ‘ideologica’ la posizione di Rifondazione Comunista. Ma perché questi amministratori, invece di lavorare seriamente sul problema dello sviluppo delle nostre vallate ( che non può essere affidato al solo turismo), si limitano a gestire il degrado, con un po’ di soldi dati a pioggia per garantire i voti a se stessi e ai propri partiti?

7) Per la prima volta in questi anni una fetta considerevole di dipendenti della Manifattura ha detto no q questo stato di cose. Come Rifondazione Comunista speriamo che il sindacato, o almeno una sua parte ( visti i grossi contrasti che in casa CGIL e CISL ha creato questo accordo), voglia dare una risposta positiva a queste lavoratrici che hanno scelto di non piegare la testa, ritirando la firma dell’accordo e riaprendo la vertenza. da parte nostra le sosterremo sino in fondo, anche con le vertenze legali.>>

-Paolo Ferrero/segreteria prov.le Rifondazione Comunista

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3)Manifattura: sul salario la parola al pretore

Eco del Chisone- 1993

<< Nell’aula della Pretura al pianterreno del Palazzo di giustizia, Venerdì scorso, una quarantina di dipendenti della Manifattura di Perosa ha seguito con attenzione l’udienza del giudice del lavoro. Al centro della controversia, l’accordo sulla riduzione del salario contro il quale 85 lavoratori dell’azienda hanno presentato ricorso. Quell’accordo -- hanno spiegato i testimoni al Pretore Patrizia Visaggi - era stato siglato il 9 ottobre del ‘92 e prevedeva, per la durata di un anno il taglio della retribuzione di poco superiore a 100 mila lire; in cambio la direzione della società si era impegnata a ritirare 130 licenziamenti ( per i quali era già stata avviata la procedura di mobilità) e a investire negli impianti circa 5 miliardi.

Il documento era poi stato sotto posto al voto delle maestranze, che l’avevano approvato a larga maggioranza (72%). ma dopo quel voto, cento dipendenti avevano inviato alle organizzazioni sindacali una lettera con la quale contestavano l’accordo; 85 di questi erano andati oltre, presentando il ricorso al giudice del lavoro. Venerdì, il pretore Visaggi ha proseguito - la prima udienza era stata tenuta un mese fa - l’esame dei testimoni; sono stati convocati i rappresentanti dell’Unione Industriale, della direzione Manifattura, di CGIL, CISL UIL, i quali, terminata la deposizione di alcuni dipendenti, hanno ricostruito le fasi che hanno preceduto la firma di quell’accordo. Il processo è stato rinviato a Venerdì 16. >> (a.n.)

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4) Manifattura - Lavoratori sconfitti

Eco del Chisone -13/10/93

<< Il giudice ha detto no ai lavoratori della Manifattura di Perosa Argentina che si erano visti ridurre parte dello stipendio per garantire il futuro dell’azienda e che avevano impugnato il provvedimento con una causa civile.

Il Pretore di Pinerolo, Patrizia Visaggi, ha respinto le loro richieste di invalidare gli accordi stipulati lo scorso ottobre, a seguito di una delicata vertenza che aveva visto coinvolti 450 dipendenti della Manifattura. Una causa del lavoro che ha soprattutto messo in dubbio il ruolo del sindacato.

Spiega l’avvocato Nicola Durazzo che assiste i ricorrenti: "Si sono trovati a raccogliere una proposta formulata in una scheda sulla quale non vi era il minimo spazio di discussione. In pratica si chiedeva ai lavoratori di accettare l’autoriduzione o, in alternativa, la fabbrica avrebbe chiuso i battenti".

E’ stata una azione sindacale che ha però dato i suoi risultati: ha portato al rientro di 180 lavoratori in mobilità e all’investimento di 4 miliardi da parte dell’azienda.

"Non è stata in alcun modo carpita la buona fede dei lavoratori", ribatte Enrico De La Forest, avvocato dell’azienda.

Durante i periodi di agitazione sindacale, vi sono stati dei referendum nei quali il 71 per cento dei lavoratori ha accolto la proposta sindacale.>>