Alla ricerca di un “nuovo” paradigma: l’azione sindacale tra Stato e Mercato

 

di Domenico Argirò

 

 

Le organizzazioni sindacali confederali di maggiore consistenza numerica (Cgil, Cisl, Uil) sono da gran tempo associate, nel quadro istituzionale italiano, alla gestione di poteri fondamentali per la conservazione dei rapporti di forza esistenti e per la riproduzione sociale così come si è configurata negli ultimi decenni.

La gestione delle relazioni industriali si è sviluppata, nella pratica, alla rincorsa di esigenze di conservazione dei rapporti di produzione esistenti.

Non che ciò possa destare eccessiva meraviglia nel quadro di riferimento neocapitalistico o, come si usava dire tempo fa, nel quadro istituzionale della cosiddetta economia sociale di mercato.

Se è vero che le esigenze dell’accumulazione capitalistica hanno dovuto necessariamente tener conto della stratificazione di relazioni solidali costruite all’interno di un riferimento istituzionale statalista, bisogna pur sempre riconoscere che ciò cambia ben poco della materialità dei rapporti di classe.

Tuttavia la costruzione di ideologie neocorporative di varia origine e natura appare comunque necessaria, per lo meno per giustificare a posteriori gli assetti effettivi dei rapporti di forza che si vanno configurando nelle istituzioni statali e nelle istituzioni dei mercati interni ed internazionali.

Necessaria è dunque l’esistenza, nonché l’indefesso operare, di una schiera di chierici, inseriti organicamente negli apparati di potere dominante, che, partendo da una posizione genericamente ed ambiguamente prolabour (in senso blairiano, ovviamente), si adoperano alacremente alla costruzione di modelli di riferimento utili a indirizzare l’azione dei sindacati “ufficiali”.

Sarebbe molto utile un’indagine sociologica che chiarisse i meccanismi di reclutamento di intellettuali piccolo e medio borghesi che si pongono al servizio del sindacalismo di Stato: dirigenti operativi reclutati direttamente tra gli studenti universitari in procinto di terminare il loro corso di studi, tecnici e operai specializzati formati sul campo della fabbrica e poi cooptati nelle strutture organizzative, intellettuali di vaglia (cattedratici più o meno baronali o umili travet degli istituti di ricerca pubblici e privati), burocrati ministeriali e parastatali anelanti a distacchi che possano variare un po’ la monotonia della loro esistenza.

Qui ci limiteremo a considerare il pensiero teorico ed i suggerimenti operativi di due intellettuali che da sempre si sono occupati di relazioni industriali. I due ai quali ci riferiamo, Pietro Ichino e Guido Baglioni, pur avendo punti di partenza differenti, appaiono ultimamente abbastanza convergenti su una serie di posizioni che tendono a strutturarsi quale nuovo modello di riferimento per l’azione sindacale nel nostro paese.

Sociologo cattolico organico alla Cisl Baglioni, giuslavorista laico (non laicista) ed ex fiommino un po’ pentito, ma ancora con tessera Cgil in tasca, Ichino: i due possono essere assunti quale emblema della convergenza di due culture parallele che si sono rincorse, dagli anni ’50 del secolo scorso, alternando fasi di conflitto anche duro a fasi di collaborazione intensa.

Può essere utile un esame parallelo di due testi dei succitati studiosi[1], in quanto ci possono fornire un’idea abbastanza precisa di quale sia, in tema di relazioni industriali, il mainstream ideologico in via di costituzione.

Baglioni enuncia apertamente i fondamenti della sua formazione teorica: i suoi riferimenti sono soprattutto autori, in gran parte anglosassoni, come i Webb, Perlman, Tannenbaum, Dahrendorf, Kerr, Dunlop, Flanders, Clegg, Kahn-Freund, Weitzman, Meade[2]. Né dimentica di citare i padri nobili del sindacalismo cislino: Giulio Pastore e Mario Romani[3].

Ichino invece, almeno nel testo in esame, non ci riferisce esplicitamente quali siano i suoi numi tutelari; si limita ad un elegiaco autobiografismo, citando i suoi trascorsi in Fiom e la sua attuale, disincantata e disillusa, ostinazione di tesserato Cgil[4].

Entrambi tuttavia concordano su alcune posizioni di partenza, che servono a fornire il quadro di riferimento operativo nella gestione delle relazioni industriali. L’azione sindacale non deve essere antagonista, deve tener conto delle compatibilità del sistema economico, deve tendere alla cooperazione con la controparte e con i poteri pubblici (o addirittura impegnarsi in pratiche di partecipazione e di cogestione delle imprese), non deve puntare alla trasformazione dei rapporti di produzione esistenti, deve accettare gli assetti attuali del sistema capitalista. Ciò pure in relazione alla triste situazione in cui si trova attualmente il sistema Italia[5], che deve confrontarsi con altri Paesi sicuramente più avanzati[6].

L’opzione è netta: il sindacato deve farsi carico delle richieste provenienti dalle imprese riguardo ad una maggiore efficienza ed una più elevata produttività del lavoro. In un sistema di scambi globale c’è poco da scherzare: bisogna essere competitivi e cooperare attivamente al successo del sistema produttivo del proprio paese. Ci sono sindacati che hanno sempre capito una tale esigenza; altri invece ci sono arrivati dopo, un po’ tardi, forse, e purtuttavia non si fa mai abbastanza per sostenere le ragioni di un sistema, certo perfettibile, ma pur sempre il migliore esistente sulla piazza, il sistema delle “libertà” occidentali[7]. Vi è quindi un a priori valoriale alla base dell’analisi dei due autori in esame: una netta opzione ideologica in favore di un sistema politico-economico ben definito.

L’azione sindacale deve adattarsi alle condizioni date e non deve avere velleità di trasformazione del quadro di riferimento e dei rapporti di forza esistenti. “Normalità vuol dire, fra l’altro, azione sindacale sensibile all’andamento dell’impresa e del mercato oppure una regolamentazione nell’impiego del lavoro non dominata dalla rigidità ma da reciproche concessioni”[8]: questa la chiara affermazione di Baglioni contenuta in un saggio di rievocazione storico-politica sull’autunno caldo.

E Ichino gli fa eco citando ad esempio le buone pratiche di relazioni sindacali condotte in due fabbriche automobilistiche: una a Sunderland, in Inghilterra, l’altra a Spring Hill, negli USA. Si loda la consistenza di un “equo gioco cooperativo tra lavoratori, imprenditori e amministrazione pubblica”[9], si glorifica la flessibilità nell’organizzazione del lavoro e il fatto che si accetti di buon grado che “le retribuzioni possano variare sensibilmente con la produttività aziendale e gli utili”[10]. L’accettazione del legame tra salario e produttività è del resto inevitabile, se si vuole avere una qualche speranza di aumenti retributivi significativi, dal momento che, nella situazione attuale, non è assolutamente immaginabile che si possa ridistribuire la torta del reddito nazionale a favore dei salari[11].

Del resto, addirittura sul foglio ufficiale dei poteri forti italiani, il «Corriere della Sera», si riconosce che, negli ultimi trent’anni, la quota di reddito nazionale destinata al monte salari è scesa dal 70 al 48 per cento[12]. Ci sarebbe da dire: se lotta di classe c’è stata, allora è stata la lotta efficace e vincente degli azionisti contro la working class.

La moderazione salariale, ad ogni modo, è uno dei punti cardine attorno al quale girano le politiche concertative, nei confronti delle quali sia Baglioni sia Ichino mantengono un atteggiamento ambivalente.

Da un lato è inevitabile, da parte dei nostri due, considerare la concertazione come sfondo reale di ogni azione sindacale. Il patto del ’93 sta ancora qui a dare forma all’insieme delle procedure contrattuali, inserisce le organizzazioni sindacali in modo formale nel gioco della definizione delle politiche economiche, specie in relazione a questioni fiscali, previdenziali ed assistenziali. Le organizzazioni sindacali espandono formalmente il loro raggio d’azione in ambiti nei quali si giocano i destini extracontrattuali dei lavoratori. Le pratiche concertative sono molto utili a stabilizzare situazioni a rischio di crisi; si rivelano tuttavia piuttosto insoddisfacenti in situazioni dinamiche, in relazione all’esigenza di conseguire riforme strutturali per l’innovazione ed il miglioramento delle qualità competitive del sistema.

Pur riconoscendo l’utilità della pratica di controllo al ribasso dei livelli salariali, i nostri autori, innamorati dell’idea anglosassone di relazioni industriali, sembra a volte che quasi si vergognino dello sfondo neocorporativo nel quale è stata incastonata l’azione dei sindacati italiani maggiori negli ultimi decenni e sognano un non ben definito ribaltamento delle priorità che possa riportare al centro del sistema le relazioni sindacali sul posto di lavoro. Il tutto ovviamente nell’ottica della già menzionata corresponsabilizzazione del sindacato relativamente ai risultati dell’attività delle imprese[13].

E tuttavia, come è ovvio, i nostri autori mai si definiscono nemici del neocorporativismo e della concertazione. Al limite si pongono il problema di una revisione del sistema, tale da aggiornare le modalità di partecipazione sindacale alla gestione della politica economica statale. In questa direzione si sono pure mossi recentemente alcuni illustri protagonisti della scena istituzionale italiana: si pensi ai recenti interventi di TPS (così ormai viene individuato amichevolmente il ministro dell’economia), di LCDM (il fascinoso capo di Confindustria), del grigio e duro Bombassei (con le sue allettanti proposte per i sindacati responsabili)[14].

Si tratterebbe in definitiva di rivedere l’accordo del ’93, soprattutto in relazione alla revisione della struttura della contrattazione collettiva, in modo da dare maggior rilievo alla contrattazione decentrata, territoriale o d’azienda che sia. È qui che si giocherebbe lo scambio tra le parti sociali, che assumerebbero una posizione di ben diverso rilievo nei confronti delle istituzioni statali.

La contrattazione d’azienda diffusa e felicemente operante è il sogno sia di Ichino che di Baglioni, che in essa vedono la soluzione di molti problemi legati al deficit di competitività del nostro sistema di imprese. Intanto contrattare in azienda non darebbe alcun pericolo di rincorsa inflazionistica, poiché a tale livello non entrerebbero in gioco meri rapporti di forza, bensì si considererebbero per lo più parametri oggettivi e perciò stesso neutri. Un piccolo sogno tecnocratico incanta i nostri autori: il fantasma della “one best way” riprende a svolazzare davanti al nostro sguardo perplesso.

Ma la ragione ultima di tutto l’affanno nel conferire una posizione centrale alla contrattazione decentrata sta in una semplice, e terribile, ipotesi: la derogabilità del contratto di livello superiore da parte di quello di livello inferiore. È proprio un’idea fissa, che si ripete qua e là negli ultimi testi di Ichino e di Baglioni[15]. Insomma tutto l’affanno sta nel tentativo di riuscire a pagare salari inferiori al minimo fissato nel contratto collettivo nazionale. Ovviamente nella prospettiva di un ipotetico miglioramento delle condizioni competitive dell’impresa che, di successo in successo, riuscirebbe in seguito ad innalzare i salari dei lavoratori a vette oggi inimmaginabili.

Ma i nostri eroi sono abbastanza democratici e sanno bene che ciò si potrebbe ottenere soltanto con il consenso della maggioranza (non diciamo dei lavoratori, che sarebbe forse eccessivo) dei rappresentanti dei lavoratori. A questo scopo Ichino propone (formalmente, in appendice al suo testo) nuove regole per la formazione delle rappresentanze sindacali aziendali e per la presa di decisione durante le contrattazioni decentrate. A questo scopo Baglioni torna a ribadire il vecchio concetto cislino di rappresentanza qualitativa, che sta in definitiva a significare che chi vuole accordarsi col padrone lo può fare tranquillamente: chi vede oltre l’apparenza, anche se rappresenta una minoranza di lavoratori, avrebbe il diritto di forzare la situazione e di impegnare tutti sulla strada della vera “innovazione”. Ed in questa questione, invero, i due divergono un po’; ma si tratta di divergenza meramente procedurale, dal momento che gli obiettivi sono comunque i medesimi: controllare il costo del lavoro al livello d’azienda e controllare l’espressione della volontà dei lavoratori imbrigliandola entro le strette maglie delle organizzazioni sindacali prevalenti.

A tale proposito è molto utile vedere quale sia l’idea di democrazia sindacale propugnata dal prof. Ichino. In un brano del suo ultimo testo non è affatto oscuro o ambiguo, anzi è molto chiaro nel rivelare il suo pensiero: “In particolare, deve poter rientrare nella dialettica tra associazione e base anche l’eventuale revoca da parte dell’associazione stessa dell’investitura al rappresentante la cui azione – ancorché contingentemente sorretta dal consenso della base aziendale – si riveli incompatibile con le azioni strategiche generali. Possibilità di revoca che presuppone logicamente il mantenimento esplicito del rapporto organico tra rappresentanza aziendale e associazione sindacale esterna e del vincolo di mandato”[16]. Insomma, se i lavoratori la pensano diversamente dalle organizzazioni sindacali di Stato, è solo perché non hanno una percezione chiara dei loro veri interessi: meno male che c’è la Struttura Suprema che, nella sua onniveggenza, riesce a porre rimedio e a bloccare l’azione sconclusionata e devastante di poveri selvaggi che non possono mai essere lasciati a briglia sciolta.

È l’ossessione per l’ordine a prendere alla gola i nostri cari vecchi studiosi: il conflitto viene visto come assolutamente dannoso e quindi assolutamente da evitare[17]. Ogni cambiamento, se proprio deve esserci, ha da accadere nella calma piatta di una bonaccia sociale che tutto appiattisce e addormenta. Nessuno deve osare increspare di poco le acque del sistema produttivo.

I cattivi sono dunque i sindacati non concertativi, di base e antagonisti, che adoperano forme di lotta improprie e cercano di attizzare il fuoco ad ogni costo. Baglioni ci ricorda che non è compito di nessun sindacato agitarsi contro la guerra. Ichino addita, ad esempio da esecrare, l’azione di Slai-Cobas e di Flmu-Cub (dimostrando, tra l’altro, di avere le idee un po’ confuse, dal momento che, in nota, ci spiega che la sigla Cub significa Comitati Unitari di Base)[18].

Quando le organizzazioni sindacali alternative non vengono accusate di voler distruggere il nostro sistema economico (e forse anche l’intero sistema solare), vengono dileggiate con tono sarcastico malamente impostato. Per esempio, a proposito delle lotte del sindacalismo di base riguardo alle vicende dell’Alfa di Arese, il sempre caro prof. Ichino così si esprime: “Quanto all’argomento ecologico, colpisce positivamente l’impegno titanico della Flmu-Cub di Arese per la difesa dell’intera Lombardia nord-occidentale contro l’inquinamento atmosferico”[19]. In effetti Flmu-Cub si è dimenticata che un’organizzazione sindacale seria non può preoccuparsi di dettagli irrilevanti come la difesa delle condizioni di vita e dell’ambiente: dovrebbe infatti concentrarsi unicamente sulla questione della compatibilità economica, della produttività e della valorizzazione del capitale.

Il prof. Ichino riesce tuttavia a superare se stesso quando ci riferisce della sua esperienza personale di negoziatore, dalla parte dell’impresa, in una vertenza riguardante i controllori di volo: “Dall’altro lato del lungo tavolo mi sento scrutato come un corpo estraneo da una quarantina di occhi: sono i rappresentanti aziendali delle tredici organizzazioni sindacali dei 3187 dipendenti dell’Enav. Fra di me penso che doveva essersi sentito guardato così anche Massimo D’Antona, lui pure chiamato qui nel ’97 dallo stesso ministro dei Trasporti per cercare di mettere ordine in un sistema di relazioni sindacali impazzito (altro genere di pazzia, due anni dopo, animò gli assassini delle Brigate Rosse che in questa stessa via Salaria posero fine a quello che Massimo chiamava il mio servizio civile)”[20]. Che dire di un simile modo di argomentare? Si tratta della conseguenza di un insuccesso professionale mal digerito oppure di una deliberata provocazione?

Non è forse una provocazione, poco abile a dire il vero, la criminalizzazione dell’intero insieme dei lavoratori dei trasporti, dai ferrovieri agli autoferrotranviari, dai controllori di volo agli aeroportuali al personale di volo, colpevoli di non adeguarsi ad una pace sociale imposta a vantaggio di non si sa chi?

Il fatto è, ci spiegano amabilmente i due professori, che molti lavoratori non hanno le idee chiare: infatti pensano di avere dei diritti irrinunciabili. Ma non è cosa. Lo sciopero non è un diritto, né lo è il reintegro previsto dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: si tratta di semplici “tutele” suscettibili di diversa definizione a seconda delle diverse opportunità[21]. Bisogna dunque considerare tali diritti (pardon, tutele) come variabile dipendente dalle condizioni economiche del sistema, che, in molti casi, non può sopportare un’eccessiva protezione delle condizioni dei lavoratori. Chi sia poi a dover stabilire che cosa il sistema può sopportare è cosa non ben chiarita.

I nostri autori ci fanno inoltre notare come la difesa dei diritti sia possibile, nelle attuali condizioni materiali ed istituzionali, solo per circa la metà dei lavoratori dipendenti. Gli altri sono privi di ogni protezione e permangono in tale condizione di disagio proprio a causa della rigidità del mercato del lavoro derivante dalla iperprotezione di alcuni[22]. I precari e gli sfruttati restano tali non a causa delle pretese degli imprenditori sostenute dall’attuale sistema normativo, ma per colpa dei lavoratori garantiti che sono dei veri egoisti e che pretendono di conservare assolutamente le garanzie conquistate con decenni di lotte.

Ed è proprio questo il punto. Non bisogna restare attaccati alle poche garanzie di cui si gode, bisogna essere mobili (sia dal punto di vista spaziale che da quello esistenziale), bisogna dimenticare il conflitto ed operare uniti (con chi?) allo scopo di costruire un sistema economico solido e capace di competere sulla scena internazionale.

Detto ciò, sembrerebbe che il sindacato italiano si debba rassegnare ad una totale liberalizzazione del mercato nel quale si trova inserito. Sarebbe dunque il momento non solo della revisione delle regole sulla rappresentanza generale e sul posto di lavoro (come afferma non solo Ichino, ma pure un semiguru come Aris Accornero[23]), bensì anche di rivedere il catalogo dei privilegi acquisiti dalle grandi centrali confederali che operano di fatto in supplenza delle istituzioni pubbliche (si vedano i casi dei patronati e dei caf)[24]. Ma di tutto ciò si fatica davvero a parlare.

Sia Ichino che Baglioni non hanno davvero nulla a che ridire sul fatto che parte notevole delle risorse economiche che tengono in piedi i grandi apparati dei sindacati di Stato provengano da un assetto dei rapporti con le istituzioni che somiglia non poco alle relazioni di carattere feudale.

L’amministrazione del welfare viene in gran parte cogestita da sindacati e Stato. E tale cogestione feudal-corporativa non fa venire il mal di pancia quasi a nessuno. Anzi la partecipazione al buon funzionamento del sistema economico ed istituzionale è considerata un dovere assoluto per organizzazioni sindacali che si pongano responsabilmente di fronte ai problemi del paese.

Allora si richiede al massimo una piccola riforma che riguardi, per così dire, la regolazione del traffico, cioè le regole per la competizione tra gli stessi sindacati di Stato sul mercato della rappresentanza di categoria: direttamente lo Stato, o al limite le parti sociali con accordi interconfederali assistiti dalle istituzioni pubbliche, dovrebbe fornire nuove regole per il fair play tra le grandi centrali confederali[25]. Mentre appare ovvio e fuori da ogni discussione critica che i sindacati di Stato continuino ad avvalersi di risorse pubbliche per l’espansione dei propri apparati e per l’efficacia dell’azione di proselitismo. Come al solito il liberismo e la dura struggle for life valgono sempre per gli altri, per i nemici.

I sindacati di Stato restino dunque amorevolmente abbracciati alle istituzioni statali: per la gestione del welfare, certo, ma pure per la creazione di un nuovo sistema di workfare e di flexicurity e per la gestione della formazione dei lavoratori e dei futuri lavoratori[26]. In pratica si tende a scaricare sulla fiscalità generale ogni costo relativo all’accumulazione del capitale umano: ciò non suona del tutto nuovo a chi si è dilettato ad inseguire i vari dibattiti degli ultimi anni sulle riforme della scuola pubblica.

La stella polare dell’azione sindacale futura deve comunque essere il recupero della centralità delle relazioni industriali e della contrattazione, soprattutto in azienda e sul territorio: ciò viene affermato con forza e determinazione, sull’onda di influenze dei vecchi pensatori anglosassoni sopra citati ed in armonia con le nuove compatibilità di sistema.

E tuttavia si resta ancorati ad una visione tradizionale e decisamente corporativa: il sindacato non deve smettere di interagire con il sistema politico-istituzionale, deve continuare ad intromettersi nell’elaborazione della politica economica e sociale. Diversamente dal passato deve però porsi come agente “autonomo”, svincolato da legami eccessivi con le forze partitiche. Baglioni incita la Cisl a seguire decisa la sua strada e a non correre il rischio, che spesso a suo dire correrebbe Cgil, di appiattirsi sulle posizioni di una ben definita coalizione di partiti politici[27]. E tuttavia non si tacciono (come si potrebbe?) i legami naturali con le diverse possibili coalizioni di centro-sinistra.

In definitiva, il sindacato “moderno” dovrebbe porsi sulla scena istituzionale come una lobby matura e consapevole, al modo in cui si atteggia prevalentemente ogni struttura di rappresentanza delle controparti imprenditoriali. Di tutta la storica diatriba tra sindacato di classe e movimentista e sindacato associazione occidentalista resta solo questo debole residuo. Come permane l’ovvia competizione nella raccolta di iscritti d’ogni genere e tipo.

Nei prossimi tempi assisteremo probabilmente ad un’ulteriore specificazione dell’azione del sindacalismo di Stato che si porrà, da un lato, come stampella di istituzioni statali in crisi profonda e dall’altro come supporto tecnico alla gestione di imprese sempre più in affanno nella competizione sui mercati globali. Un sindacato di “bravi ragazzi” sinceramente preoccupati che tutto il sistema si regga bene in piedi. Un sindacato che attinga sempre di più a risorse pubbliche per giocarle nel sostegno dell’accumulazione di capitale. Un sindacato apparentemente deideologizzato, ma in realtà al servizio di una sorta di metaideologia tecnocratica sempre più protagonista sulla scena economica internazionale.

Resta da vedere se le megastrutture dei sindacati di Stato riusciranno a convivere con la contraddizione insita nel loro doppio gioco tra sistema pluralista delle relazioni industriali e corporativismo statalista. Resta da vedere se ci sarà dato di assistere alla lenta morte per elefantiasi di megastrutture polivalenti o ad una più rapida (e tragica) perdita di rilevanza della forma-sindacato novecentesca.

 



[1] Pietro Ichino, "A che cosa serve il sindacato? Le follie di un sistema bloccato e la scommessa contro il declino", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005; Guido Baglioni, "Fare sindacato oggi. La regolamentazione delle diversità", Edizioni Lavoro, Roma 2004 (N.B.: quest’ultimo testo è la raccolta di alcuni saggi scritti in tempi diversi; nel riportare nelle note successive i riferimenti necessari a rintracciare i punti interessanti del testo medesimo, si è preferito evitare di citare i titoli dei singoli saggi, in modo da non appesantire eccessivamente la lettura con una pedanteria filologica degna di miglior causa).

[2] G. Baglioni, op. cit., p.13 e p.220.

[3] G. Baglioni, op. cit., p.239.

[4] P. Ichino, op. cit., p.23.

[5] G. Baglioni, op. cit., p.107.

[6] P. Ichino, op. cit., p.4.

[7] G. Baglioni, op. cit., pp.15-27-132-242-271.

[8] Ivi, pp.185-186.

[9] P. Ichino, op. cit., p.83.

[10] Ivi, p.92.

[11] G. Baglioni, op. cit., p.68.

[12] Massimo Mucchetti, "Il capitale? Si è preso la rivincita sul lavoro", in Corriereconomia del 4 settembre 2006.

[13] Cfr. G. Baglioni, pp.32-50-87-116.

[14] Cfr. Enrico Marro, "Nuovo patto sociale, riscrivere l’accordo del ’93", «Corriere della Sera», 15 settembre 2006; Antonio Sciotto, "Padoa Schioppa ora ce l’ha con i salari", «Il Manifesto», 15 settembre 2006; Dino Pesole, "Riscrivere l’accordo del ’93", «Il Sole 24 Ore», 15 settembre 2006; Alberto Orioli, "Da rifare le regole sui salari", «Il Sole 24 Ore», 21 settembre 2006; Massimo Mascini, "Un patto per la produttività", «Il Sole 24 Ore», 23 settembre 2006.

[15] G. Baglioni, op. cit. p.64; P. Ichino, op. cit., pp.129 e p.150.

[16] P. Ichino, op. cit., pp.151-152.

[17] G. Baglioni, op. cit. pp.76-77; P. Ichino, op.cit., p.16.

[18] P. Ichino, op. cit., pp.31 e 44.

[19] Ivi p.51.

[20] Ivi p.177.

[21] Ivi pp.205 e 208; G. Baglioni, op. cit., p.118.

[22] Ivi pp.59 e 105; P. Ichino, op. cit., p.3.

[23] Enrico Marro, "Accornero: ripartiamo dall’art.39", Corriereconomia, 11 settembre 2006.

[24] Enrico Marro, "Sindacati, monopolio di lotta e di governo", Corriereconomia, 11 settembre 2006.

[25] P. Ichino, op. cit., pp.23 e 111.

[26] Ivi p.26; G. Baglioni, op. cit., pp.122 e 126; G. Baglioni, "La posizione della Cisl", in Aa. Vv., "La questione sindacale. Sei voci a confronto", Edizioni Lavoro, Roma 2005, pp.21/46.

[27] Cfr. ancora G. Baglioni, La posizione della Cisl.