Giorgio Di Francesco

Mutualismo, questione operaia e

pensiero protestante in Piemonte

dopo l’editto di tolleranza del

1848

 

La S.O.M.S. di Torre Pellice ed il pensiero sociale del pastore Bert

 

Piccola "minoranza religiosa" all’interno di un "piccolo Stato", i Valdesi delle vallate pinerolesi, protestanti dal "Sinodo di Chanforan", costituirono per secoli una spina nel fianco, sia per il "cattolicissimo" Re di Francia, che per il Duca di Savoia.

Ma, nel XIX secolo, mutati e tempi e le mentalità, arrivò la libertà di culto: una prima volta, sotto la Francia di Napoleone e , poi, con l’ "atto di tolleranza" firmato da Carlo Alberto di Savoia – Carignano, Re di Sardegna, il17 febbraio 1848.

Accanto al "Risorgimento" dei cattolici, quindi, vi fu, specialmente in Val Pellice, dove si trovava la capitale dei Valdesi, Torre Pellice, un "Risorgimento protestante", non meno vigoroso e decisamente pro unitario, al pari del primo.

I continui scambi di questa vallata con i Paesi nordici, anch’essi protestanti, ed, in primo luogo, con l’Inghilterra e la Prussia, favorì, anzi, lo sviluppo d’un pensiero sociale più moderno.

Nel medesimo tempo, bisogna aggiungere che proprio la presenza protestante favorì l’arrivo in vallata di investitori esteri, che impiantarono imprese economiche all’avanguardia, per l’epoca.

Ciò premesso, potrebbe, allora suonar strano il fatto che l’iniziativa della costituzione di una società operaia di mutuo soccorso in Torre Pellice, il 16 novembre 1851, si dovette a personaggi non valligiani: in primo luogo, Michele Long e Domenico Alessio, due forestieri immigrati in Val Pellice ormai adulti.

Le loro figure vennero tracciate da Emilio Eynard (1)) , nel 1901:

"nato a Pramollo, il 12 novembre 1812, da Long Davide e Long Susanna, contadini, venne assai giovane a Pinerolo, quale lavorante panettiere. Da Pinerolo, si trasferì a Torre Pellice, ove lavorò pure qualche anno come semplice operaio. Poi, si mise sù un negozio e fosse per capriccio o per circostanze speciali, cambiò sovente d’abitazione, facendosi ovunque costrurre l’indispensabile forno, cosicché quasi tutti i forni tuttora esistenti in questo capoluogo, si può dire che sieno opera sua. Attivo ed intraprendente, fu pure per alcuni anni conducente fra Torre e Torino e mugnaio a Torre ed Airali e, quindi, fabbricante di paste. Ammogliatosi con una giovane, Caterina Giaime di Torre Pellice, ebbe una numerosa famiglia, 2 figli e 6 figlie. Padre amoroso, fu sollecito del bene della famiglia. Ma non pensava solo ai suoi ed ogniqualvolta lo poteva rendeva servizi a chiunque. Fu pure soldato nella "brigata Pinerolo" e dovette ancora ripartire per la campagna del 1848; prese , infine, congedo assoluto a Susa, il 27 settembre di quell’anno, con qual soddisfazione, ognuno può immaginarselo, pensando ch’egli aveva a casa moglie e bambini ed occupazioni produttive. Per affari, si recava spesso a Pinerolo e, secondando il movimento di quegli anni, si fece iscrivere a quella Società Operaia, costituita nel 1849. Constatando i vantaggi materiali e morali che simili società potevano procurare agli operai ed anche al paese, progettò la formazione della Società che ora festeggia il suo cinquantenario. Mancano i documenti che ci parlano dei primordi della nostra Associazione…".

Grazie alla collaborazione offertaci dal pastore valdese di Pramollo, ora, possiamo affermare che Michele Long era un valdese, figlio di "David fu Michel" e di "Jeanne de Michel" e nato, in realtà, il 7 novembre 1812 , ma battezzato tre giorni dopo.

Long presiedette la S.O.M.S. di Torre dal 1851 al 1855.

"Negli anni seguenti- continua Eynard –forse vedendo la Società progredire e forse pure a cagione delle sue private occupazioni e di qualche dissenso con i colleghi, ne lasciò l’amministrazione ad altri".

Valido appoggio al Long venne offerto da Domenico Alessio:

"Egli era nato a Caramagna Piemonte il 2 dicembre 1813 ed era venuto a Torre nel 1842, quale assistente della ditta Robert ed Ingaramo, assuntrice dei lavori per la costruzione della Chiesa Mauriziana. Si stabilì, quindi, in paese quale capomastro".

E si trattava sicuramente d’un cattolico…

Da quanto emerge dalla testimonianza di Eynard, s’evince chiaramente che fu il modello pinerolese ad ispirare i fondatori della S.O.M.S. di Torre Pellice e che, essi, nel compiere tale atto, non ebbero alcun intento di natura confessionale. Lo stesso si ricava dal contributo di Enrico Arnoletto, contenuto nel e medesimo opuscolo riportante il testo di Eynard, nel quale si dice espressamente che il Regolamento interno di tale sodalizio fu espressamente fondato su quello della Società generale Operaia di Pinerolo e questo fatto dovrebbe bastarci per poter tranquillamente asserire che l’esperimento non fu del tutto originale.

E’ vero che, nel 1854, si parlò di far sorgere un "Magazzino cooperativo", ma l’ambiente non fu maturo per accettare questa proposta, così che si dovette attendere il 1869, per vederla ripresentata: fatto che favorì l’ingresso nella Società d’un gruppo di "progressisti valdesi", apripista dei quali fu il pastore Amedeo Bert.

Costui, nato nel 1809 a Torre Pellice e figlio di un "uomo di Chiesa" evangelico, seguì le orme paterne, dopo aver compiuto brillanti studi teologici all’Accademia di Ginevra. Già nel 1833, fu chiamato a Torino, in veste di "Cappellano protestante delle Ambasciate di Inghilterra, Prussia ed Olanda": le "Potenze protettrici" dei Valdesi. In tale periodo, prima dell’Editto di tolleranza, il Bert fu praticamente l’unico mediatore tra i protestanti delle vallate pinerolesi e il governo sabaudo. Nel 1843, fondò, a Torino, un piccolo "Rifugio", cioè un ospedale per i protestanti e primo nucleo dell’attuale "Ospedale Valdese". Inoltre, aprì la prima scuola della capitale sarda , che si fregiò dell’appellativo di "Protestante". Sostenitore dell’Unità d’Italia e della necessità delle riforme liberali, Bert fu anche un abile polemista sui giornali cittadini e pubblicò diverse opere, tra le quali: "I Valdesi ossia i Cristiano Cattolici secondo la Chiesa Primitiva", primo libro del genere scritto nella nostra lingua. In pensione, dopo una brutta malattia, dal 1864 egli si ritirò in Val Pellice, dove passò i restanti anni "a diffondere i sacrosanti principi di fratellanza e reciproca tolleranza", come avrebbe scritto il di lui figlio, dopo la morte.

L’incontro di Bert con la S.O.M.S. locale avvenne proprio a causa dell’impegno sociale del pastore nell’ultimo ventennio concessogli. Nel 1866, Bert tenne una serie di conferenze popolari su vari temi (dalla storia patria, alle scienze naturali), che venne dedicato agli operai di Torre e di San Giovanni. In seguito, fu nominato "Delegato Scolastico Mandamentale" e, quindi, "Giudice Conciliatore" di Torre Pellice: nella prima veste, vegliò assiduamente sull’istruzione della popolazione ed arrivò a scrivere un "Piccolo Vocabolario Italiano – Francese", ad uso della minoranza bilingue. Fu anche membro del "Comizio Agrario" di Pinerolo e Consigliere Comunale, prima a Torre Pellice, poi, a San Secondo.

L’ingresso del pastore valdese nella S.O.M.S. cittadina avvenne nell’anno 1870 (2) e subito egli lanciò l’iniziativa della fondazione di una "Biblioteca circolante". Appena due anni dopo, si sarebbe istituito anche un "Magazzino sociale per i generi di prima necessità", mediante azioni private ed un primo prestito della Cassa di lire 400 e si sarebbe approvato il Regolamento di questa nuova istituzione interna: "(…)a questo proposito- scrisse Arnoletto –due partiti si delineano spiccatamente nella Società e cioè i conservatori, capitanati dai Revel Daniele, Eynard Paolo e Alessio Domenico ed i progressisti, con alla testa i Bert cav, Amedeo, Goss Bartolomeo, Peyrot Giovanni Battista, Coïsson Giovanni ed altri, i quali, finalmente, dopo due anni di lotte, trionfano completamente sull’altra linea, dando però luogo ad aspre battaglie anche nell’anno seguente, per l’istituzione della Cassa di Riserva, a spiacevoli incidenti e ripulsa di verbali alterati dal segretario e contenenti epiteti poco parlamentari, in guisa che si dovette ricorrere ad una commissione all’uopo nominata, onde rifare i medesimi, affinché rispecchiassero il vero stato delle cose fatte".

La S.O.M.S. di Torre Pellice compì passi incredibili, nell’arco dei pochi anni successivi alla gestione dei progressisti valdesi: nel 1872, si stabilì un accordo col giovane medico valdese Appia, che, da quel momento in avanti, avrebbe fornito gratuitamente ai soci le prestazioni ambulatoriali; nel 1873, si arrivò alla formazione d’un’amministrazione separata per la "Cassa di Riserva"; nel 1875, la S.O.M.S. soccorse i malati di tifo durante l’epidemia che sconvolse la vallata; nel 1876, infine, si parlò per la prima volta di una "Banda Musicale della Società Operaia". Dietro a tutto questo fervore d’iniziative, fu, naturalmente, la mano autorevole di Bert.

L’interesse del pastore protestante per le classi meno abbienti si muoveva, naturalmente, nel solco della tradizione riformata, propugnante la necessità d’una laicizzazione della beneficenza(3) .

La Riforma, infatti, con l’affermazione del principio "il giusto vive per fede" e con il conseguente accento sulla "grazia" e sulla "fede", piuttosto che sulle "opere", si poneva totalmente all’opposto del Cattolicesimo. Nonostante tutto, ciò non significava che l’ "uomo di Chiesa" non potesse occuparsi direttamente, da "laico" (e senza che ciò costituisse una contraddizione), dei problemi dei poveri, sia come singoli, che come ceto, pur partendo da posizioni nettamente "interclassiste".

Bert sarebbe morto nel proprio studiolo, fra libri d’ogni genere, il 14 marzo 1883 e proprio mentre sarebbe stato intento a completare una lettera di raccomandazione d’un povero orfanello ad un benefattore. Il pensiero sociale ufficiale della Chiesa valdese dell’epoca e quello personale del pastore sarebbe stato espresso con vigore nella sua ultima opera, pubblicata postuma nel 1884, dal titolo "Nelle Alpi Cozie – Gite e ricordi d’un bisnonno". Peraltro, va rimarcato come la visione protestante valligiana fosse assai meno tradizionalista di quella cattolica del medesimo periodo e certo più aperta alle esperienze dei Paesi protestanti del Nord Europa e dell’America.

Una visione sostanzialmente "laica" e "positivista" (detta, altrove, del "Chi s’aiuta , il Dio l’aiuta"!), disposta ad elogiare chi abbia rischiato un capitale (non importa quanto grande), per darsi all’industria(4).

Lo stesso Bert avrebbe scritto ( nel capitolo del libro citato, che era dedicato a San Germano Chisone):

"Un grandissimo cotonificio (…) vi possiede e regge ottimamente un ricco commerciante torinese, che, tiratosi sù da sé stesso, coll’industria, la economia ed il volere, venne creato ultimamente barone con titolo ereditario ed è, in quel paesotto, utilissima alla povera gente, la quale, senza quell’egregio industriale, sarebbe costretta a soggiacere a penosissimi stenti o ad emigrare per campare la povera vita".

Nessun contrasto, quindi, col capitalismo: nessuna posizione di rottura! Piuttosto, si notano tutti i tratti caratteristici del "paternalismo borghese", studiati recentemente da Dora Marucco. L’operaio è ancora il soggetto che deve al capitalista la "riconoscenza per essere stato assunto", della quale parla Cesare Revel nel suo "Il libro dell’operaio", del 1866.

Tuttavia, la Chiesa valdese, attraverso l’insegnamento dei suoi pastori, ha già infuso alla popolazione protestante delle tre valli entro le quali gli acattolici d’Italia vennero segregati una diversa concezione del lavoratore: "Se è generale, in Piemonte e nei comuni cattolici delle Alpi Cozie, l’uso di dare del tu ai propri servitori ed alle persone di condizione inferiore, fra i Valdesi il tu si dà solo a parenti ed amici-

Scrive il pastore Bert(5)- e si crederebbe di mancare al rispetto dovuto a chiunque, usandone con un operaio, un povero, o qualunque persona di ceto inferiore".

Anche parlando dei nuovi opifici sorti a Torre, Bert ne esalta la modernità e la salubrità (pur sempre relativa), rispetto alle vecchie filande, ma, seguendo la morale della propria Chiesa, egli aggiunge alcune osservazioni sui doveri degli imprenditori fuori degli opifici stessi:

"Si dirà, forse, che gli industriali non hanno da occuparsi dei loro operai, fuori degli opifizi in cui li raccolgono, e ciò non è vero, per quanto spetta agli affari privati e particolari degli operai. Essi sono indipendenti e responsabili dei loro atti; e quindi, né servi, né schiavi, e fuori dello stabilimento, al cui regolamento interno devono ubbidire, non è più il loro padrone legale, l’industriale da cui dipendono nel suo opificio. Ma, dal lato umanitario, non istà punto la cosa in questi termini. Compongono, infatti, i padroni e gli operai, una specie di famiglia sui generis , e la famiglia impone naturalmente, ad ognuno dei suoi membri, dei doveri speciali, secondo il posto da essi occupatovi. Devono, quindi, i capi opifici, per meritarsi veramente il titolo di padri e il riconoscente rispetto dei loro dipendenti, vegliare, acciò non siano questi allogati in tuguri, e siano puliti e regolati nelle loro case e famiglie. E’ quello un vero dovere d’umanità, il cui adempimento eseguito con caritatevole prudenza, non offende il povero, anzi, lo commuove a riconoscenza, ed è, poi, ancora un dovere, in quanto che a nulla giova che non si respiri nei cameroni da lavoro il germe del colèra, del tifo, del vaiuolo, o di altro malore, se regnano o preparansi quei tremendi morbi, nelle tane umide, sudicie, anguste, e più celle, che non camere, in cui spesso pernottano le famiglie operaie, e vi marciscono di giorno le madri, colla misera prole. Il proprio interesse materiale del padrone dell’opificio, deve pure spingerlo a vegliare acché abbiano dimore sane, ariose, ben tenute, i suoi operai; ed ove anche ciò non fosse, deve spingervelo l’umanità.

Non posso, in proposito, trattenermi dall’accennare alle case operaie, che sono la gloria di alcuni industriali di, non mai abbastanza, potrassi encomiare l’alto senno e l’umanitaria carità. Esistono di tali case costrutte a bella posta per gli operai di ogni genere, in molte città, e per non accennare a quelle di Londra, di Parigi, ecc., mi piace citare quelle di Genova, cui testé vi innanlzò la ingente filantropia dell’ora defunto Duca di Galliera, Marchese Deferraris; e quelle amene casotte, con ognuna il suo giardinetto, e tre o quattro camere ad unso della famiglia operaia, nella città di Mulhouse, in Alsazia (Francia), di cui ogni onesto operaio può diventare proprietario, mediante le piccole economie realizzate ogni anno, sulla sua paga. Ma, pur troppo, sono rari i proprietari filantropi. Essi, anzi tutto, accudiscono generalmente ai proprii loro esclusivi interessi, e, per associare in parte gli operai al benessere del padrone, vi vuole, nel cuore di questi, una carità cristiana ed umanitaria, cui nessuno ha diritto di imporre ad essi, e perciò non havvi che un solo Mulhouse in Europa".

Parlare di "case operaie", nel 1883, significava porsi all’avanguardia, nella speculazione sociale, come lo era l’auspicare "una legge sul lavoro dei fanciulli":

"E anzitutto, dovrebbe essere proibito, per legge governativa, o per accordo comune, tra gli industriali tutti, che non possano i fanciulli essere accolti negli opifici, prima che abbiano raggiunto l’età di dieci anni. Gli è un atto di vera barbarie, il costringere delle creaturine tenere ed impotenti, che hanno bisogno di aria pura, di svago, e di libertà, a rinchiudersi, dal mattino alla sera, nei cameroni, ove essi lavorano, ed ove si indebolisce il loro corpo, anziché invigorirsi, e resta priva la loro mente di ogni vitto intellettuale, morale e religioso. Vero è che la miseria dei padri e delle madri, è spesso tale, da obbligarli a trar profitto dalle piccole forze dei loro figli, onde campare; ma, a qualsivoglia costo, è necessario procurare ai figli, un esercizio attivo, in aria aperta, se non si vuole che lentamente degeneri la nostra razza, e che, nel nostro paese, a poco, a poco, il cretinismo fisico ed intellettuale surroghi la robustezza del corpo e della mente, nelle classi non abbienti.

Sonvi paesi, in cui è vietato di accettare negli opifizii, dei fanciulli al di sotto dell’età di 24 (sic, ma 14) anni, e non si vede che per ciò siano più miseri, i miseri parenti.

Non dovrebbe mai, neppure, il lavoro imposto agli operai negli opifici, oltrepassare certi naturali limiti, e la legge dovrebbe provvedere in proposito, imperocché l’abuso che, talvolta, si fa, delle forze degli operai, trae dietro a sé, quale naturale conseguenza, il malcontento, l’odio, gli scioperi, e le rivoluzioni, che sono la rovina della classe agiata e dell’operaia.

Se non si vuole, dalle classi, che chiamerò deseredate, venire accusati d’ingiustizia, di despotismo, o di brutalità, si deve, in buona equità, procurare di rendere loro la vita, quanto più facile si possa, e di togliere al lavoro ad esse imposto, tutto ciò che sappia di troppo soverchio. Non sia, quindi, il lavoro un peso o una catena da galeotto, da trascinarsi sempre, quale immeritato castigo, dietro a sé; ma sia una necessità sociale e fisica, cui ognuno si sottometta coraggiosamente, pur di non esserne schiacciato, e, in ispecie, vengano, negli opifici, stabiliti gli orari, si che non siamo esauste le forze, specialmente dei fanciulli e delle donne. Il numero delle ore di lavoro imposte agli operai, è stabilito dalla stessa legge, in alcuni paesi esteri, e non dovrebbero aspettare, i nostri industriali, che da Commissione d’inchiesta, venga la stessa miglioria ordinata nei loro laboratorii".

Anche riguardo all’istruzione, il Bert non ebbe dubbi:

"Havvi, poi, una cosa che sempre mi colpì dolorosamente, in moltissimi opifici, ed è la nulla cura che vi si prende per istruire gli operai che vi intervengono. So benissimo che si accettano gli operai negli opifizii per farli lavorare, e non per istruirli, ma non si potrebbe egli combinare le due cose, e, oltre alle scuole domenicali e serali, già provvidamente istituite in vari Comuni e stabilimenti, a favore della classe operaia, non si potrebbe egli, quando lo permetta il genere di lavoro, cui essi vengono impiegati, combinare che essi si istruiscano anche mentre lavorano?

Ho visto praticare quel sistema, con frutti eccellenti, in alcune prigioni dell’estero, ove, mentre sono occupati al lavoro loro imposto, i carcerati, si fanno loro delle letture che li istruiscono e moralizzano nello stesso tempo, e spesso mi sono chiesto, perché non si farebbe lo stesso nei nostri opifici, ove tante centinaia di uomini, donne e bambini, sono occupati da mattina a sera, senza avere un momento di libertà per procurarsi un po’ di istruzione".

D’altronde, bisogna ricordare che proprio nelle vallate valdesi penetrò, per la prima volta in Italia, il metodo di insegnamento detto " di Lancaster", mentre altrove, sempre in Piemonte, si era ancora fermi alle medievali "Scuole di latinità":

"Accadde, anzi, al Pastore di Torre, nel 1826 - afferma Bert - il fatto seguente, dimostra perentoriamente, quali fossero le intenzioni del Governo di tale epoca, riguardo alla pubblica istruzione ed ai Valdesi.

Venivano di quando in quando, allora, a visitare i Valdesi, dei correligionarii loro di Svizzera, Francia e d’Inghilterra, per incoraggiarli a restare fedeli alla loro fede, malgrado lo stato di miseria in cui nuovamente erano immersi, e addimostrare loro la simpatia di tutto il mondo evangelico, pella Chiesa Valdese, madre veneranda di tutte le altre Chiese protestanti, sorte più tardi, per effetto della grande Riformazione del secolo XVI. Visitando, poi, le povere famiglie dei Valdesi, essi si meravigliarono del misero stato in cui erano ridotte, ed uno di loro, caldo apostolo del metodo educativo, detto di Lancaster, allora in auge nelle scuole inglesi, proponeva d’introdurlo pure nelle Scuole Valdesi, convinto che colla sua applicazione, l’insegnamento impartitovi ne verrebbe molto migliorato.

Volle il Pastore di Torre, provare nelle scuole della sua parrocchia quel metodo, che si può anche chiamare d’insegnamento mutuo, in quanto che vi sono gli alunni più provetti di ogni classe, incaricati di ripetere ai loro compagni le lezioni ricevute dal maestro, finché esse siano bene e chiaramente intese da tutti. Ed a tal scopo egli fece venire da Congenies, in Francia, un maestro capace ed istruito, per organizzare le sue scuole, a seconda del metodo novello. Riuscì, infatti, l’esperimento, e ben presto se ne poterono constatare gli eccellenti risultamenti, sì dal maestro Bertin, che dal Pastore stesso. Senonché questi ricevette, un giorno, l’ordine di presentarsi immediatamente a Torino, al Ministero dell’Interno, per una comunicazione ufficiale che lo riguardava personalmente. E sapete quale era quella comunicazione? Anzitutto, una buona lavata di testa al pover’uomo, per essersi permesso di introdurre e mettere in pratica, nelle Valli, il sistema scolastico del Lancaster; e, poi la proibizione, sotto le minaccie più severe, di proseguire su questa via, ed ordine d’espulsione del Bertin, ove non aderisse, immediatamente, ai comandi del Governo".

Da questo racconto, si vede come i protestanti del Pinerolese si fossero posti all’avanguardia anche sotto tale profilo, nonostante i freni utilizzati dall’Autorità centrale. A metà del secolo scorso, un operaio valdese possedeva un’istruzione superiore rispetto ad un qualsiasi compagno di lavoro cattolico, anche se lo stesso Bert ammetteva che a tutti mancasse "l’educazione dei cuori", cioè che non si sapesse "nulla o quasi nulla di vera morale e dei diritti del cittadino"…il fatto stesso della coscienza di ciò era, però, assai importante!

Allora, considerando globalmente la corrente di pensiero protestante espressa dal Bert, risulta chiaro come essa non potesse che vedere di buon occhio anche la nascita delle società operaie di mutuo soccorso nelle zone abitate dai Valdesi:

"Vorrei, quindi, vedere la vita sociale in Torre Pellice, svilupparsi più di quello che essa non fà attualmente, e non respingere dal suo seno, gli elementi innocenti e piacevoli distrazioni, che le potrebbero arrecare tanto bene.

I cenobi non sono più, infatti, cosa dei tempi nostri; e tutti i piaceri legittimi ed innocenti, come tutto ciò che può incivilirci, dilettarci ed occuparci genialmente, senza punto nuocere alla fede nostra religiosa, e alla vera cristiana morale, lungi dall’essere un peccato, è un bene individuale e sociale, che non saprei condannare giammai.

Avrei anche, in questo comune, da mentovare, un sodalizio già assai importante e che mira viemmaggiormente ad accrescersi e prosperare, dopo molte vicende contrarie; ed è la Società cosiddetta operaia, ivi costituitasi, appena se n’ebbe facoltà.

Cessarono, infatti, dopo la Rivoluzione del 89, le antiche ghilde, corporazioni e giurie degli artieri medievali, le quali vennero abolite con decreto di febbraio 1791, e a quelle sostituironsi, verso la metà del corrente secolo, le associazioni operaie di mutuo soccorso e le cooperative.

E florida assai a Torre Pellice quell’associazione maschile, come si spera lo sia, ancora, la femminile, recentemente fondatavisi. Di fatti, è, oggidì, il sodalizio degli operai e delle operaie, sparso nell’orbe incivilito intero; e, dopo aver avuto la sua origine in Inghilterra, ed in America, quel grande principio u8manitario di Unione e di fratellanza fra le classi lavoratici, si va stabilendo ed allargando viemmaggiormente, quasi dappertutto.

Invitato cortesemente a farne parte, qual membro onorario, della Società di Torre, spesso ne presenziai le interessanti adunanze ed ebbi ad encomiarne il buon andamento e la innegabile utilità.

Non trattasi punto, in quelle associazioni, di segrete mire, di misteriose aspirazioni o di cospirazioni politiche. I soci costituiscono semplicemente tra di loro, un consorzio, per il quale paga ognuno, mensilmente, la propria tangente ( che, in genere, non oltrepassa 1 lira) e , dal capitale così prodotto, dessi ad ogni associato colpito da malattia, ed incapace di lavorare, un sussidio, che dura, all’uopo, tre e più mesi continui; così che, a difetto di guadagno, e per sopperire alla spese di malattia, provvede la Società; ed è in tal guisa l’operaio colla sua famiglia, assicurato in parte, contro la fame e la miseria.

Sonvi aggiunte saggiamente, delle Casse di risparmio, onde con un piccolissimo contributo mensile per parte di ogni Associato, egli riceve pure, nella sua vecchiaia, od anche prima, se havvi qualche incapacità cronica, un sussidio regolare; e, infine, col mezzo dei magazzeni cooperativi di commestibili e combustibili, comperati all’ingrosso dall’Associazione, per gli Associati, tutti questi, a vece di andare ad acquistare gli oggetti loro necessari, dai rivenditori al minuto, se li provvedono appo la Società stessa, che ai suoi membri li cede al preszo di costo e compera fatta in tempo propizio; e in tal guisa fanno gli Associati, fortissime economie, per cui quel sistema di Assicurazione, previdenza e di riserva non potrà mai venire abbastanza encomiato".

 

Bert incarnò certamente la mentalità progressista, all’interno della borghesia valligiana valdese: dalla lettura del suo libro citato, emerge come , a seguito dell’Editto di tolleranza albertino, fosse avvenuta una sorta di cooptazione dei ceti superiori protestanti locali all’interno della borghesia sabauda.

Ma ciò non è tutto quello che può essere detto…

Infatti, in quell’epoca, la borghesia valdese si presentava assai divisa al proprio interno, tra conservatori e progressisti.

Viallet(6), forse, fu troppo deciso nell’attribuire alla medesima uno scarso spirito imprenditoriale (tranne le note, rare, eccezioni nel campo della produzione di cioccolato) e nel considerare che la mentalità valdese fosse poco favorevole allo sviluppo moderno ed all’industrialismo.

In merito alla prima accusa, importantissime sono state le reazioni di Augusto Comba(7), che ha fatto notare che "mentre in Val Pellice gli ultimi decenni dell’800 hanno visto l’élite imprenditoriale valdese dei Malan, e dei Peyrot, Pellegrin, Muston, Comba, passare la mano ai Mazzonis, in Val Chisone, gli stessi Mazzonis e i Bolmida hanno passato la mano, più o meno nella stessa epoca, ai Widemann, Bass-Jenny-Ganzoni, ai Gütermann, esponenti di una élite imprenditoriale di protestanti stranieri, che in Italia si collegarono al "mondo valdese". E ciò è avvenuto immediatamente a monte del periodo considerato da Viallet".

Altra osservazione del tutto esatta è che "gli stessi Mazzonis ebbero la tendenza ad occupare industrialmente la zona", cioè la Val Pellice.

Bisognava, poi, tenere effettivamente conto del fatto che "un piccolo gruppo di pastori" era stata "la più alta élite riconosciuta, anche in qualche maniera <civilmente> dai fedeli, durante il periodo, lungo quasi quanto l’età moderna (dal 1561 al 1848) in cui i Valdesi vissero nel <ghetto> delle Valli": il che suggeriva una centralità sociale delle Chiesa stessa e delle sue strutture e faceva sì che, per i giovani della borghesia valdese, la meta più alta fosse proprio quella di scegliere la vita del pastore e non quella dell’industriale.

Tutte le osservazioni del Comba appaiono, quindi, puntuali.

Ciò che, forse, non è stato fatto notare con la dovuta sottolineatura è il fatto che la scelta pastorale non implicasse l’automatico abbraccio di una visione sociale conservatrice: infatti, per Bert, come per altri suoi colleghi, non fu così.

Posizioni differenti esistettero anche tra pastori e trassero origine da un dibattito dottrinale antico quello sulla "vocazione". La questione riguardò quella che, attualmente, chiameremmo "mobilità sociale": sarebbe stato lecito, o meno, mutare la propria vocazione professionale (8) ?

Il testo di riferimento cruciale si trova nella Lettera di Paolo ai Corinzi 7.20 ("unusquisque in qua vocatione vocatus est et in ea permaneat"), che, mentre venne interpretato da Lutero in senso restrittivo, ispirò a Calvino la frase : "Sarebbe cosa troppo rigorosa, che ad un calzolaio non fosse lecito apprendere un altro mestiere e ad un mercante di darsi al lavoro manuale". Secondo il riformatore svizzero, infatti, quella non sarebbe stata l’intenzione dell’Apostolo, che avrebbe soltanto mirato ad invitare a non cambiar stato sociale senza giusta causa, per capriccio, e condannare questa inquietudine.

Ebbene, tutti i Valdesi erano certamente calvinisti, ma, nel corso dei secoli, il pensiero calvinista aveva subito un’evoluzione diversa, nei differenti Paesi.

A Ginevra, l’applicazione pratica del pensiero calvinista aveva condotto ad un controllo sociale e ad aspetti di collettivizzazione, riconducibili ad un rigoroso "socialismo cristiano", perché le cariche pubbliche restarono sempre in mano ai calvinisti stessi.

Dove, invece, essi furono estromessi dalle funzioni di governo e dovettero abbandonare i loro progetti di riforma istituzionale, pur permanendo un importante elemento della Nazione, come in Inghilterra ( si pensi alle divisioni interne del movimento puritano, nel corso della Rivoluzione inglese del 1640/60 ed alla susseguente Restaurazione della monarchia e della Chiesa anglicana, con l’esclusione dei puritani dalle cariche pubbliche del "Magistrate" e del "Minister"), era successo che si privilegiasse quell’aspetto del pensiero calvinista che mirava a mandar all’aria i pregiudizi nobiliari ed ascetici sull’attività economica e che apprezzava fortemente il lavoro, l’iniziativa e la responsabilità individuale, giustificando la ricchezza prodotta attraverso un impegno lavorativo diligente ed assiduo. Ecco, così, che il puritanismo inglese fu caratterizzato dall’ "individualismo proprio del mondo degli affari" (9) .

In Val Pellice, verso la metà del secolo scorso, le due opposte correnti di pensiero si scontrarono certamente: molti uomini di Chiesa, infatti, erano rimasti fedeli all’impostazione ginevrina, mentre altri avevano abbracciato quella puritana.

E la prima di queste impostazioni era quella tradizionale, perché i contatti con Ginevra erano sempre stati più immediati di quelli con l’Inghilterra, almeno fino alla riscoperta delle "Vallées" da parte degli stessi Inglesi, avvenuta nella prima metà dell’800.

"Tradizione" significò, in tal caso, "conservazione": la società valligiana proposta dai filo-ginevrini fu quella rurale, ben consolidata, a capo della quale, in un certo senso anche sotto il profilo del "potere civile" (come riconobbe Comba) erano i "pastori", circondati e sostenuti da poche famiglie di notabili, dediti alle professioni liberali.

"Progresso", invece, per i filo-puritani, fu l’apertura al mondo industriale, senza timore per le conseguenze, da affrontarsi sotto il profilo scientifico e civile: una posizione cara ai "progressiti valdesi", come Bert.

Essa, d’altronde, per il medesimo pastore, potrebbe essere giustificata dagli assidui contatti con il mondo anglo-sassone e dalla sua particolare funzione di Cappellano protestante delle Ambasciate; ruolo nel quale ebbe certamente modo di amplificare questa sua particolare sensibilità.

La differenza tra "il vecchio ed il nuovo protestantesimo" fu tracciata chiaramente da Troeltsch(10), che, essendo liberale, interpretò tale evoluzione come una forma di progresso, proprio come accennato in precedenza, una volta dato per scontato che il modello inglese avesse avuto la prevalenza sull’altro.

Ma anche questo modello ebbe dei limiti e non fu eterno…

E’ vero che, ispirandosi alla "middle - class" vittoriana ed affrontando il problema operaio con tutte le aperture ed i limiti dell’ideale puritano, i progressisti valdesi nati nella prima metà del secolo scorso in Val Pellice avrebbero voluto risolvere in modo "moderno" (attraverso adeguate riforme, la moderazione dei comportamenti imprenditoriali, la mutualità e la cooperazione, l’istruzione popolare) i problemi sociali, ma il loro fine immediato sembrava essere, in sostanza, solo quello di evitare il più possibile i conflitti tra ceti.

Il resto l’avrebbe dovuto fare "il tempo e l’evoluzione tecnica" (fattori "inevitabilmente positivi"), che avrebbe liberato sempre più l’uomo dalla fatica, rendendolo più realizzato e, quindi, permettendogli (attraverso una giusta canalizzazione delle sue energie, operata dalla Chiesa) d’accostarsi in modo più completo al mistero di Dio.

Quindi, partendo da simili premesse, anche la maggior parte dei pastori "progressisti" della seconda metà del secolo scorso mantenne un atteggiamento d’indifferenza verso le cause che produssero le condizioni di miseria della società: essi si fermarono sostanzialmente alla propagazione dei principi del "self-help" ed invocarono una generica presa di coscienza da parte dei datori di lavoro, invitandoli ad occuparsi di più del benessere materiale degli operai.

Insomma, la maggior parte dei pastori valdesi evitò accuratamente di "fare politica" e questo fu anche uno dei motivi per i quali declinarono i gruppi di "neo- evangelizzati", formatisi nella pianura padana, che non ressero di fronte alla propaganda socialista.

Infatti, secondo una certa visione elitaria dei protestanti valdesi italiani, unico modo di far politica sarebbe stato quello occulto, che si realizzava attraverso l’adesione alla Massoneria (11). A proposito, esistono due scuole di pensiero: quella di chi sostenne che si trattasse del timore di manifestare apertamente il proprio pensiero (per l’abitudine alla diffidenza, a seguito delle persecuzione e dell’intolleranza cattolica) e la corrente di chi, invece, disse che qualunque discorso anticlericale avrebbe dovuto, comunque, necessariamente condurre a quell’approdo.

Ed ecco perché, negli ultimi decenni dell’800, alcuni uomini della Chiesa valdese elaborarono una nuova dottrina, detta "cristiano - sociale", che si sviluppò possentemente, a cavallo dei due secoli, in dialettica aperta col movimento socialista scientifico (12) .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un intellettuale valdese di respiro nazionale: l’avvocato Cesare Revel ed

i suoi "modelli comportamentali diretti agli operai".

 

Una morale unica : esaltazione del lavoro e della famiglia; lotta alla cultura del gioco d’azzardo e della bettola; etica del risparmio ed educazione professionale per tutti i lavoratori, eccone le colonne.

L’avvocato Cesare Revel (13) ne fu uno dei più grandi propugnatori, immediatamente dopo l’Unità d’Italia.

Nato a Pinerolo, nel 1839, da una famiglia valdese, che, a detta di testimonianze orali, apparterrebbe al ceppo dei Revel della Val Pellice, Cesare fu coerentissimo nella propria impostazione di borghese e protestante : conseguita giovanissimo la laurea in giurisprudenza, per esercitare l’avvocatura, egli entrò in contatto col mondo dell’associazionismo operaio proprio per motivi professionali.

In seguito, sarebbe divenuto l’avvocato di fiducia delle Società Operaie locali, difendendole molte volte, nelle cause intentate loro dagli appaltatori daziari.

Avvocato stimato, a Torino, nel 1867, ebbe l’incarico di aggiunto giudiziario presso la Regia Procura del Tribunale Civile e Correzionale di Pallanza. Fu anche membro corrispondente della Accademia fisio-medico-statistica di Milano e svolse un’intensa attività pubblicistica, collaborando a "L’opinione" e dirigendo, a Genova, tra il 1863 ed il ’66, "Il Giornale degli Operai" , assieme a Mascarelli. Infine, fu direttore, a Torino, de "L’educatore del popolo"(nato in precedenza, col titolo di "Istruzione e Lavoro", pubblicato settimanalmente, ogni sabato, in fascicoli di sedici facciate), che fu, in un primo tempo, "organo ufficiale del Circolo torinese della Lega italiana dell’insegnamento" e, poi, "organo informatore delle s.o.m.s.". Nato il 16 novembre 1869, esso, dall’ ottobre 1870, assicurò anche l’informazione ufficiale dei "giardini infantili froebeliani". Questo foglio sarebbe stato diretto da Revel fino al dicembre 1872, quando, alle sue dimissioni, tornò ad essere, semplicemente, "organo ufficiale delle s.o.m.s.", fino al dicembre 1875. Dal gennaio dell’anno successivo, sarebbe diventato "L’Operaio Italiano", per, poi, cessare le pubblicazioni nel 1888, con il titolo di "Il Popolo Iitaliano", assunto nel 1883.

L’esperienza all’ "Educatore del Popolo" fu una delle più importanti, per l’intellettuale protestante, ma non esaurì certo le sue attività in campo pubblicistico: infatti, egli diede alle stampe numerose opere, tra le quali si possono ricordare "Della libertà d’insegnamento", Intra, 1867; "Il libro dell’operaio",Torino, 1866 e, nuova ed. 1867; "Il libro dell’agricoltore- manuale delle classi agricole – Torino, 1869; "Del mutuo soccorso tra le classi lavoratrici in Italia", Torino, 1876; "Il galateo popolare", Torino, 1879; "Matrimonio, Separazione personale e Divorzio", Torino, 1879.

Assai fecondo, quindi, nella produzione letteraria, Revel morì, tuttavia, ancor giovane, a 48 anni, per i postumi d’una brutta polmonite.

Il clima nel quale egli agì fu quello politico - culturale subalpino, "in cui la borghesia illuminata continuava a proporre incessantemente i principi dell’interclassismo solidarista e in cui la lacerazione del tessuto economico – sociale rendeva precarie le condizioni di vita delle classi lavoratrici"(14).

Il pensiero sociale di Revel è già stato, recentemente, analizzato da Maria Bellocchio(15), ma l’autrice in questione non ha sufficientemente messo in rilievo l’influenza della morale protestante sull’avvocato torinese.

"Ne Il Libro dell’Operaio - essa scrive – Revel approdava ad una doppia valorizzazione del lavoro, per la verità non molto originale, dati i richiami vistosi alla tradizione cattolica, ma indubbiamente lucida e risoluta nei suoi proponimenti. Partendo dalla distinzione tra il valore morale ed il valore materiale del lavoro , egli affermava che "il primo viene le molte volte ad essere superiore al secondo, ma tardo a valutarsi, mentre questo riceve subito il suo consenso"; in altre parole, il valore materiale del lavoro, che si concretizza con il percepimento di un salario, permettendo, quindi, il soddisfacimento delle necessità quotidiane, costituisce, in un certo senso, l’idea volgarizzata del valore morale del lavoro, visto, invece, come mezzo di arricchimento interiore e di elevazione sociale. Questo tipo di ideologia era costituita da un insieme di motivi in cui l’ispirazione cristiano-evangelica si mescolava con un’ispirazione morale borghese: il fatto, poi, che quest’ultima sopraffacesse la prima, svuotandola dei suoi tratti originali, è stato spiegato da Guido Verucci (L’Italia laica, prima e dopo l’Unità. 1848/1876, Bari, Laterza, 1981) con la "preoccupazione conservatrice di mantenere una certa religione per il popolo", almeno fino a quando l’etica borghese non l’avesse disgregata dal suo interno, per sostituirla. Il caso di Cesare Revel, la cui confessione evangelica ben si sposava con lo spirito borghese dei nuovi strati emergenti, costituisce un esempio, pur con toni più smorzati e spinte meno laceranti rispetto ad altri intellettuali del tempo, di come in quel periodo il pensiero cristiano, passando attraverso il filtro della laicizzazione, venisse identificato con lo sviluppo di una civiltà moderna, fondata sulla triade ideale libertà – uguaglianza – giustizia".

Ma il concetto della Bellocchio, sopra espresso, appare certamente sottoponibile a molteplici critiche, anche se, per il resto, il saggio di questa studiosa appare mirabile e fondamentale.

Innanzitutto, pare improprio il parlare dei "richiami vistosi alla tradizione cattolica", nella divisione tra valore materiale e morale del lavoro accolta da Revel. Infatti, il Cattolicesimo aveva sempre messo, piuttosto, l’accento sulla combinazione lavoro - condanna/lavoro – riscatto. Ma Revel, quando parla di lavoro, si comportata da vero "riformato" e, come tale, è libero di assumere un atteggiamento "laico", come la Riforma richiede. Il Protestantesimo sostiene che "il giusto vive per fede", mettendo perciò l’accento sulla grazia e sulla fede. E’ il Cattolicesimo, invece, che pretende d’occuparsi delle opere umane e di interpretarle in senso religioso. Quindi, il valore morale del lavoro richiamato negli scritti di Cesare Revel non è un "valore di morale religiosa", ma di "morale laica" e ciò non costituisce contraddizione, il quanto il fedele protestante può richiamarsi ai valori laici di libertà,uguaglianza, giustizia senza mettere in crisi per nulla la sua fede, al contrario del cattolico dell’Ottocento. Quindi, l’ispirazione morale borghese di Revel non sopraffaceva assolutamente l’ispirazione cristiano evangelica, in quanto le due operavano su piani differenti e, semmai, dialogavano.

Il lavoro, per Revel, era da considerarsi un dovere sociale, quindi, qualcosa che nulla aveva a che fare direttamente con la Religione. La morale dell’avvocato torinese è apertamente laica ed interclassista, ma certamente giustificatrice delle differenze di classe, sernza, con ciò risultare contraddittoria, in quanto mai Revel avrebbe mirato a svolgere una funzione rivoluzionaria. Insomma, libertà, uguaglianza e giustizia vengono interpretate non in modo radicale, ma liberale. Sia il "ricco", che il "povero" sono entrambi lavoratori: il primo deve lavorare anche per migliorare le condizioni dei suoi dipendenti; il secondo per sé stesso e per la sua famiglia, ma anche per l’intera società e, nel farlo, deve rispetto al suo datore di lavoro, senza il quale si troverebbe in mezzo ad una strada. Il lavoro è la via per arrivare alla libertà:

"chi non lavora, non è libero" e, citando Franklin, "chi non fa nulla è prossimo al malfare". <Uguaglianza> non significa livellamento: per Revel, le classi sociali sono un dato di fatto indiscutibile. I poveri si debbono istruire non per aspirare ad una mobilità sociale verso l’alto, ma per migliorare la loro abilità di operai. Ed anche la giustizia non significa, per il medesimo, che "uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla Legge", che deve essere certa ed applicata in modo imparziale nelle aule giudiziarie.

Dal 1866 al 1876, Revel vendette ben 14.000 copie del suo Libro dell’ Operaio.

Nella seconda edizione, apparsa nel 1867, egli accolse il consiglio del suo recensore Alessandro Borella, che, sulla "Gazzetta del Popolo", lo invitò a tener presente l’opera Self-help dello scrittore scozzese di credo calvinista Samuel Smiles.

Nelle tre edizioni successive alla prima, quindi, il Revel avrebbe introdotto larghi brani dell’opera inglese (pubblicata, ormai, in traduzione, anche in Italia, a Milano, nel 1865, col titolo Chi s’aiuta, Dio l’aiuta, ovvero storia degli uomini che dal nulla seppero innalzarsi ai più alti gradi in tutti i rami dell’umana attività).

Lo scopo fu quello di favorire chiaramente le società di previdenza ed abituare gli operai all’idea della mutua solidarietà, all’economia ed alla saggia amministrazione delle proprie finanze.

E, proprio per dare una maggiore diffusione al suo credo, Revel arrivò a vendere lo scritto ad un prezzo assai ridotto: due lire (che restavano pur sempre il salario giornaliero di molti lavoratori manuali maschi adulti!) (16).

Il messaggio di Smiles(17), che ruotava intorno all’asse ideologico in cui netta era la corrispondenza tra status sociale e meriti personali, venne accolto da Revel, che apparteneva al medesimo filone culturale, con entusiasmo. Così, esso venne completamente infuso nel successivo libro "Del mutuo soccorso tra le classi lavoratrici in Italia", in cui Revel parlò a lungo dell’esperienza inglese ed anglo-sassone in genere. Passi specifici di tale testo dimostrano che l’Autore ebbe una diretta corrispondenza con inglesi, operanti all’interno del settore mutualistico di quel Paese : contatti innegabilmente favoriti dal personale credo religioso!

La volgarizzazione del messaggio di Smiles, attraverso l’uso d’una lingiua comprensibile agli umili e di veicoli espressivi semplici, da memorizzare, come i proverbi, fu una scelta di Revel, dettata, non dalla volontà di depurare le componenti etico-religiose originarie del messaggio stesso, come vorrebbe Sobrero(18), ma dalla necessità di far comprendere il medesimo ad una classe sociale priva di strumenti culturali raffinati ed appena sufficientemente alfabetizzata.

Il non antagonismo tra pensiero religioso e laico nel mondo protestante, che accetta di situare i due su piani differenti, non contrapposti, si vede anche nel modo di affrontare il problema della salute e dell’igiene.

Per accentuare l’idea che la salute dipende dall’uomo e non da Dio, il cattolico deve mettere in crisi la propria dottrina, ma non il protestante: ecco, perché la nascita della medicina scientifica e dell’igienismo provocò una vera e propria crisi del pensiero italiano, accentuando un fenomeno di laicizzazione, che contrappose, necessariamente, il laico battezzato cattolico alla Chiesa di Roma. Tale crisi, invece, non venne vissuta, invece, da Revel, proprio in quanto protestante, pur vivendo in una Italia ancora fortemente pervasa dallo spirito cattolico. Egli, partendo dal presupposto che "nulla affatica il corpo più del soverchio riposo", affermava con certezza che "con la moderata fatica" l’uomo può esercitare un maggiore controllo sulle proprie condizioni di salute. I pericoli che derivavano dall’inerzia vennero affrontati, addirittura, in un’apposita rubrica del giornale "L’Educatore del Popolo", intitolata "Igiene popolare", nella quale si tentava d’attribuire alle ipotesi una dignità medica. Nel "Libro dell’Operaio", Revel ricordava, poi, ai propri lettori che l’ozio (ed <il pericolo dello "spleen", cioè il tedio della vita>) poteva condurre al suicidio e lo stesso "Educatore" tenne sempre contro l’ozio toni da battage pubblicitario, per favorire l’adesione delle masse ad una morale di chiaro stampo borghese.

L’operaio modello di Revel è quello che lavora e si istruisce, ai fini di migliorare la propria opera; che non ozia, non beve, ma risparmia e non si lascia attirare dalla trappola del gioco d’azzardo e del lotto, ma, al contrario, s’associa ad altri operai, per costituire delle associazioni di mutuo soccorso, nelle quali s’esalti il principio del self-help.

Secondo l’Autore, funzione precipua dello Stato borghese avrebbe dovuto essere quella d’aiutare l’operaio modello a realizzare questo progetto civile, ad esempio, trasformando i botteghini del lotto in altrettante Casse di Risparmio Postali.

Sempre a detta di Revel, funzione dell’associazionismo operaio (e non solo del mutuo soccorso) sarebbe stata, in via sussidiaria, quella di combattere la piaga dell’alcoolismo, attraverso conferenze di propaganda contro gli abusi e di istituire corsi di insegnamento e biblioteche popolari, per far aumentare il grado di cultura dell’operaio medio.

Nella concezione dell’avvocato valdese di Torino, ciò che avrebbe dovuto essere assolutamente da evitare, sempre, sarebbe stato "il disordine sociale" e, quindi, "L’Educatore" citò un autore anonimo, per sostenere che "il risparmio dei piccoli quattrini porta seco il risparmio di grandi disordini".

D’altronde, il pensiero sul risparmio che fu sostenuto in quella sede fu volutamente semplicistico: si mirò a far credere agli operai che i capitalisti fossero divenuti tali risparmiando, mentre nella realtà, il parallelismo tra la figura del capitalista e quella del risparmiatore non fu mai così immediato. Inutile dire che, per l’operaio dell’epoca, il risparmio era una fatto impossibile, a causa dell’esiguità della busta paga, sufficiente appena per i bisogni essenziali della vita. Eppure, sia per Smiles, che per il suo allievo Revel, il risparmio sarebbe stata anche una azione morale: quindi, in tale ottica, il capitalista acquistò una dignità morale, in quanto persona che non spendeva tutto il guadagno, ma , invece di goderselo, realizzava un progetto di pubblica utilità.

E’ lo stesso concetto già visto, analizzando il pensiero del pastore Amedeo Bert…

Alla base di questo discorso, non poté che esserci l’effettiva lontananza di questi Autori dai veri problemi delle classi lavoratrici, tenute dai datori di lavoro ai livelli minimi della sussistenza. Per parlare di risparmio, si sarebbe dovuto parlare di aumenti degli stipendi, ma questi sarebbero stati esclusi dalla logica del padronato dell’epoca. Solo i vertici dell’egoismo di questi "padroni" vennero scalfiti dai pensieri di questi "progressisti borghesi", ma, in generale, la sussistenza della classe superiore ne uscì giustificata e moralmente esaltata. "Il capitale - soleva dire Revel – altro non è che una ricchezza risparmiata, destinata a produrre altre ricchezze". Naturalmente, la conclusione ideale d’un simile pensiero non poté che essere la autogiustificazione della borghesia e della detenzione borghese del potere politico.

Ma come si sarebbe autodefinito, politicamente, Revel? Nel numero del 4 febbraio 1871 de "L’Educatore del Popolo", egli si descrisse così: "repubblicano di principi, ma monarchico finché il popolo non sarà convenientemente educato per quella forma libera di governo". Ecco spiegati molti temi mazziniani che si possono leggere su quelle stesse pagine. Ed ancora così si può spiegare il motivo che spinse il foglio diretto dall’avvocato a pronunciarsi apertamente contro la partecipazione degli operai alle elezioni politiche.

Cesare Revel fu sempre un convinto antirivoluzionario: nel suo articolo "Dei scioperi e del socialismo", pubblicato sul medesimo giornale, sul numero del 21 febbraio 1874, egli identificò in Marx la base della rottura di ogni spirito nazionale e la causa degli eccessi della Comune di Parigi, anche se finì per accogliere molte critiche rivolte da Marx stesso al rivoluzionarismo astratto di taluni ex comunardi. Insomma, Revel scoprì nell’autore del Capitale l’anima dell’ Internazionale, anche se non arrivò a distinguere tra il programma di questa, quello degli anarchici e le concezioni degli antiautoritari (19) .

Proprio nell’articolo citato, scrisse: "Scioperi su tutta la linea e questi sono incoraggiati dagli organi cosiddetti ufficiali del socialismo, che vogliono la liquidazione sociale (…)e quanti hanno vita disgraziatamente in tutte le parti del mondo, che riconoscono per il loro capo e duce il rinomato Karl Marx, esule tedesco, che cercò asilo e ricovero in Inghilterra e fondatore dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, scatenandosi coll’ingegno di cui fu dotato, per farne sì poco uso nel suo libro Das Kapital, contro il capitale".

Eppure ciò non significa che Revel fosse contrario, per principio, all’uso dell’arma dello sciopero. Sappiamo che, nel 1871, le condizioni di vita degli operai si fecero assai più precarie che in tempi normali, tanto che la stessa Associazione Generale degli Operai di Torino, chiedendo provvedimenti per sollevare la classe operaia dalla "desolante condizione di povertà e bisogno" in cui essa giaceva "per le ognor crescenti gravezze pubbliche(…), per il crescente aumento dei viveri ed il poco e mal retribuito lavoro".

Tale petizione venne integralmente pubblicata, sul numero del 23 novembre 1871, da "L’Educatore del Popolo", anche se il giornale ebbe tra i finanziatori l’industriale torinese Mazzonis : in essa, si propose, tra l’altro, la riduzione del dazio sui generi alimentari di maggior consumo, onde rendere il salario "sufficiente a soddisfare i più elementari bisogni ed evitare i deplorabili disordini ai quali l’operaio potrebbe essere indotto".

Le autorità si dimostrarono sorde ed, in breve, il prezzo del pane stesso salì a 60 centesimi al chilogrammo: una cifra spropositata. Nel luglio, quindi, i muratori furono i primi a scendere in agitazione, mentre molte altre categorie si accinsero a seguirli sulla via dello sciopero. A questo punto, intervennero i capi di due associazioni, che, normalmente, ma che, in simile frangente, si trovarono unite nella lotta: l’ "Emancipazione del proletario", la prima sezione internazionalista, che si schierò su posizioni filo-bakuniniste , a favore della "circolare di Sonvillier" e la "Federazione Operaia", nella quale erano presenti due schieramenti, uno dei quali certamente internazionalista e l’altro ancora legato al pensiero mazziniano. Esse costituirono un comitato unitario per elaborare le richieste da avanzare ai datori di lavoro, che sortì una circolare, che parlava di necessità d’ottenere aumenti del salario in ragione del 25%. La reazione del Potere costituito fu durissima: molti membri delle due associazioni vennero arrestati e ciò causò una estensione improvvisa dello sciopero, al quale parteciparono più di 5000 operai, destinati ad aumentare ancora in pochi giorni. Il Governo rispose con l’uso della forza, aumentando improvvisamente la guarnigione cittadina e decretando la proibizione del diritto di riunirsi ed assembrarsi. Ma la fine dello sciopero era, ormai, vicina: i primi a cedere furono proprio i muratori, ai quali gli impresari garantirono un aumento di paga, di fronte al Sindaco ed ai Consiglieri municipali…promessa che si rimangiarono. Il 2 agosto, lo sciopero poté dirsi completamente rientrato.

Restarono da farsi i processi contro gli istigatori, che sarebbero stati, in seguito, condannati ad un mese di reclusione. Ebbene, proprio Cesare Revel, durante lo sciopero stesso, scrisse, il 3 agosto, un commosso articolo a difesa degli scioperanti e della legittimità delle loro richieste, offrendo il proprio gratuito patrocinio agli arrestati. L’arringa di Revel a difesa di uno di loro, tale Scozia, venne, quindi, pubblicata integralmente nei numeri del 2 e 9 novembre dal giornale del quale l’avvocato valdese era direttore.

Quest’ultimo atteggiamento, dimostra la complessità della figura del personaggio in questione, che meriterebbe, quindi, un esame più approfondito, prima di venire liquidata come quella d’uno dei tanti intellettuali borghesi della seconda metà del secolo scorso.

Note:

  1. Le seguenti notizie sono tratte dal volumetto: "Ricordo del cinquantenario della Società Generale Operaia di Torre Pellice", conservato presso la Biblioteca della Società Mutua Pinerolese.
  2. Interessante notare come, prima di tale data, la maggior parte dei valdesi influenti della piccola capitale protestante italiana si fosse tenuta ben lontana dalla locale S.O.M.S.: Bert rappresentò, quindi, una scuola di pensiero meno tradizionalista, in seno alla cultura ufficiale valdese.
  3. Cfr. Bruno D. , Mutualismo ed evangelizzazione, in "La Beidana", n. 9, gennaio 1989: dove, però, si ammette candidamente che nulla è mai stato scritto, a proposito e ci si limita ad evidenziare la necessità di studiare il problema.
  4. La presenza d’una tale posizione, tuttavia, coesisteva ancora in parallelismo con una visione arcaica protestante e più strettamente valligiana, che era apertamente mitizzatrice delle "origini contadine" del "popolo valdese" e, quindi, vedeva con diffidenza l’industrializzazione e le sue conseguenze (emigrazione di poveri cattolici in vallata).
  5. Op. cit. , p.200.
  6. cfr. Viallet, Les Vaudois d’Italie de Giolitti à Mussolini (1911/1945), Thése du troisième cicle, Université d’Aix – Marseille, 1970.
  7. Cfr. Comba A., Mondo valdese, èlites e industria fra secondo ‘800 e primo ‘900, in "Le pouvoir regional dans les regions alpines françaises et italiennes", actes du IX colloque franco-italien d’histoire alpine- Chambéry, 3/5 ottobre 1983, edito dal "Centre de Recherche de l’Histoire de l’Italie et des Pays Alpins" dell’Université des Sciences Sociales de Grénoble.
  8. Cfr. Miegge M. , Sulla politica riformata: "vocazione" e "foedus", in AA.VV., "Modernità, politica e protestantesimo", Torino, 1994, p. 149 e ss. .
  9. Cfr. Miegge M., Vocation et travail, Essai sur l’éthique puritaine, Gèneve, 1989 e Tawney R. H. , Religion and the Rise of Capitalism, Holland Memorial Lectures, 1926.
  10. Cfr. Troeltsch E. , Il protestantesimo nella formazione del mondo moderno, Firenze, 1974 (ma il testo originario apparve nel 1906).
  11. Le posizioni dei massoni valdesi sono oggi ben individuate da Augusto COMBA, nel suo recentissimo: Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto, Claudiana, Torino 2000. In tale libro, si analizza anche la figura di Bert e, in particolare, il suo libro Gite e ricordi di un bisnonno, nel quale "si infittiscono le formule massoniche, e la sua conclusione è costituita dalla versione metrica della poesia Excelsior di Henry Wadsworth Longfellow, un componimento di ispirazione massonica, pubblicato nel 1841 e oggi regolarmente citato nei siti internet della massoneria americana". Tali conclusioni non divergono da quelle alle quali era giunto in precedenza il sottoscritto. Il fatto che massoneria e società operaie siano andate a braccetto nell’intero Pinerolese, è ormai fatto più che certo ed assodato.
  12. Cfr. Ruben VINTI, Uomini ed idee cristiano-sociali nella Chiesa Valdese (1893/1915) – Tesi di laurea, Facoltà Valdese di Teologia di Roma, a.a. 1989/1990.
  13. La pronuncia esatta del cognome appare essere "Revél" e non quella anglizzante, oggi di moda, "Rèvel"!
  14. Bellocchio Maria, Anticlericalismo ed emancipazione femminile sulle pagine del periodico torinese "L’Educatore del Popolo", in "Studi Piemontesi", XX, 1 (1991).
  15. Bellocchio Maria, " <Il lavoro trova il suo contrario nell’ozio>: la proposta di un modello comportamentale dell’operaio", in "Studi Piemontesi", vol. XXIII, fasc. 2, novembre 1994.
  16. Cfr. Marucco Dora, Come il paternalismo borghese cerca di formare il buon operaio, in "Ideologia borghese, scuola e biblioteche popolari nella formazione della cultura popolare in Italia, fino alla prima guerra mondiale", Relazione tenuta a Linz, in occasione della XVII Conferenza Internazionale di Storia del Movimento Operaio, nel settembre 1981, "Rivista di storia contemporanea", 2 (1982).
  17. Per quanto concerne gli studi italiani relativi all’etica smilesiana, cfr. : Chemello A. ,La biblioteca del buon operaio. Romanzi e precetti per il popolo nell’Italia unita. Milano, 1991.
  18. Sobrero A.M. , Problemi di ricostruzione della mentalità subalterna: letteratura e circolazione culturale alla fine dell’800, "Problemi del Socialismo", 16 (1979).
  19. Cfr. Bravo G.M. , La prima conoscenza di Marx ed Engels in Piemonte, dalla metà dell’Ottocento, al 1883, in "Storia