Cosa si nasconde

dietro la trattativa sui contratti a termine.

I fatti

L’11 gennaio scorso, col pretesto di recepire la Direttiva UE 70/1999, era stata clandestinamente raggiunta tra Confindustria e Confederali una preintesa che concedeva praticamente alle Aziende di utilizzare le assunzioni a termine senza alcun limite.

Sul numero del settimanale della Cgil "Rassegna Sindacale" del 23 gennaio, un articolo firmato dal segretario confederale Giuseppe Casadio esaltava questa preintesa. Contro questa intesa si sono "sollevate" le solite proteste della sponda sinistra dei sindacati (metalmeccanici, coordinamento Rsu, lavoro e società.. ).

Il 5 marzo la Cgil abbandonava la trattativa denunciando che l’accordo che si stava profilando era lesivo della Direttiva UE.

Cisl e Uil si sono dichiarate disponibili a proseguire le trattative e a firmare anche un accordo separato.

I punti formali di rottura della trattativa le motivazioni per accedere ai contratti a termine :

la Cgil rifiuta che le motivazioni siano quelle definite nell’ipotesi d’accordo : "ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo" e richiede che siano di volta in volta stabilite contrattualmente.

le percentuali di utilizzo (oggi tra il 10-12%) : la Confindustria accetta il criterio che la percentuale di utilizzo dei lavoratori a termine sul totale dei dipendenti sia definita in sede contrattuale, ma con l’eccezione dei contratti fino a 12 mesi, dove non vuole alcun limite. Così basterebbe fare contratti solo fino a 12 mesi ed il gioco sarebbe fatto in caso di assunzioni a tempo indeterminato i lavoratori con contratto a termine devono avere la precedenza.

L’obiettivo vero di Confindustria.

Confindustria con l’estensione dei contratti a termine mira naturalmente a ridurre ulteriormente i salari per mantenere alti i profitti, ad avere manodopera usa e getta, e, con il ricatto della sicurezza del posto di lavoro, minare alla radice la possibilità del lavoratore assunto di difendere la propria dignità e i propri diritti. Contemporaneamente però chiede di adottare leggi e accordi, per far sì che la diffusione dei vari contratti "atipici" non gonfi a dismisura il numero dei lavoratori precarizzati, con tutta una serie di conseguenze sociali sul medio/lungo periodo.

Confindustria, sindacati e governo, sanno bene che il sistema produttivo non potrebbe reggere se l’intera forza lavoro fosse precarizzata. Lo impediscono ragioni "tecniche" ( ad esempio la "mobilità" : " . ... perché per uscire di casa e cambiare residenza si ha bisogno di impegni duraturi") e ragioni di governo sociale delle condizioni di esistenza dei proletari. Dietro queste affermazioni non c’è quindi, come tentano di spacciare, un qualche interesse per le sorti dei lavoratori. L’obiettivo vero di Confindustria è quello di raggiungere "... la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, mediante l’istituzione di un nuovo tipo di contratti permanenti più flessibili, accessibili solo da chi oggi ha un contratto a termine o è senza lavoro Ciò non significa necessariamente che i rapporti tipici siano trasformati in rapporti atipici ma che, nel processo di turnover occupazionale e di ricambio generazionale, vengono creati nuovi lavori regolati sempre più da forme contrattuali non standard, mentre vengono distrutti posti di lavoro regolati in prevalenza da contratti tipici "

( Il Sole 24 Ore, 6/3/2001)

La trattativa sui contratti a termine è quindi usata come cavallo di Troia, per ottenere una generale revisione al ribasso delle regole salariali e normative di tutta la forza lavoro.

Prima si battono per l’ampliamento del "lavoro atipico" (con la scusa di incrementare l’occupazione), poi rivendicano la conversione dei neoassunti e degli "atipici" in contratti certo "permanenti" ma "più flessibili".

La vecchia contrattazione viene così lasciata morire per "esaurimento" sostituendola, gradualmente, con"la semplificazione del quadro normativo, con il passaggio da un sistema di precetti vincolanti a un insieme di poche "norme leggere con uno spazio significativo alla contrattazione collettiva e, soprattutto, individuale"(D’Amato all’Assise di Parma) ridimensionando anche il ruolo concertativo dei sindacati istituzionali.

Gli interessi sindacali.

La CGIL non ha avuto un’improvvisa conversione sul terreno della lotta di classe. Si è chiamata fuori da questa trattativa per tre ragioni:

una politico-elettorale di valorizzazione del proprio ruolo, schierato con il "centro sinistra", lanciando al prossimo eventuale governo di destra il messaggio che senza il sindacato non si va avanti e ci potrebbe essere una ripresa del "conflitto". Prospettiva che turba alcune associazioni padronali come Confcommercio, CNA (artigianato), Ania (assicurazioni), ABI (banche), Lega Coop ..... troppo ben abituate al clima distensivo di questi ultimi anni.

una di autodifesa, avendo percepito che i cardini della trattativa voluti dalla Confindustria tendono ad annullare

gli spazi per una politica concertativa, relegando il sindacato ad una funzione sempre più marginale

una gestionale, ossia trovare il modo, una volta ottenuti i "paletti" richiesti che garantiscano il ruolo contrat-tuale del sindacato, di far ingoiare senza problemi ai settori di "sinistra" della propria struttura i contenuti

di tale trattativa. .

Ma un altro pericoloso obiettivo si nasconde dietro la disponibilità a una ripresa della trattativa riaperta da

Cofferati all’assemblea della Confcommercio a Cer-nobbio il 1° di aprile.

Il segretario Cgil ha dichiarato :

" un accordo sui contratti a termine deve essere condiviso da tutti, altrimenti si va alla firma separata e, in questo caso, ci si deve contare per vedere chi rappresenta chi ".

Cofferati pone sul piatto di questa trattativa (oltre al TFR su fondi pensione) anche la richiesta di una legge

sulla rappresentanza, basata sull’articolo 39 della Costituzione.

Questo articolo, recita che i sindacati :

" Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce".

La Cgil rilancia così la richiesta di sancire per legge una rappresentanza fondata sugli iscritti e non sugli

eletti.

Una rappresentanza basata sul numero dei propri iscritti accentrerebbe ancora più di oggi il potere decisionale

nelle mani dei vertici sindacali, emarginando in modo definitivo le rappresentanze elette dai lavoratori.

E spazzando via ogni residua illusione di partecipazione attiva dei lavoratori alle scelte sindacali.

Ad essi, come avviene con i partiti, sarà lasciata solo la libertà di tesserarsi delegando poi ai "signori delle tes-sere" l’utilizzo spregiudicato e indiscutibile della delega (tessera) ottenuta.

Anche così si spiega l’orgia di tesseramenti senza pudore che i sindacati hanno in questi ultimi mesi rilanciato

utilizzando i "collettori forzati" dei patronati, dei Caaf e di quant’altro.

Questo ritorno al sindacato degli iscritti rappresenta un paurosa e storica involuzione

del modo di concepirsi del sindacato. Assolutamente alternativo è il progetto per cui noi siamo nati e per cui ci battiamo.

Slai Cobas