Il sindacato nella crisi

Gabriele Polo
C''era una volta il Veneto-locomotiva, quello dei mille capannoni che conquistano il territorio, delle mille imprese ricche di schei ed egoismi: ora i capannoni sono semivuoti, gli schei un po' sfumati e gli egoismi degenerati in impauriti rancori, gli ultimi frutti della crisi globale. Ma prima ancora, tante crisi fa, c'era il Veneto molto agricolo e un po' industriale, quello delle grandi famiglie «valligiane» che si tenevano distanti da Venezia (e da Marghera): Rossi, Marzotto, un bel pezzo del tessile italiano, il cuore del paternalismo tutto casa e azienda, quello che attorno alla fabbrica ci costruiva i «villaggi operai» per i vassalli della «moderna impresa».
Villanova, frazione di Fossalta di Portogruaro, via Ita Marzotto: partiamo da qui, dal Linificio Canapificio Nazionale, per il nostro viaggio nel congresso della Cgil. Da uno tra le migliaia di assemblee di base che - almeno sulla carta - dovrebbero coinvolgere quasi sei milioni di iscritti: metodo empirico e poco scientifico, il nostro, per capire lo stato di salute del sindacato e, soprattutto, cosa significhi «fare sindacato» nel mondo globalizzato e nel bel mezzo di una crisi economica e sociale senza precedenti.
Lo stabilimento di Fossalta - suo malgrado - ben si presta allo scopo: trent'anni fa - quando il Linificio era nel pieno della sua attività - i dipendenti del settore tessile-calzaturiero-conciario in Italia erano 1.100.000; oggi sono 600.000, un crollo sotto i colpi delle delocalizzazioni a basso costo verso l'Est, del lavoro nero e, poi, della concorrenza cinese. Così oggi il Linificio è considerata una fabbrica senza futuro e nonostante le tante promesse di rilancio su produzioni d'elite (il lino biologico), Marzotto prepara la dismissione.
Tra la trentina di iscritti alla Cgil - in maggioranza donne - che si ritrovano per il congresso si racconta la storia di uno stabilimento che doveva essere un modello di «sviluppo integrato». Gaetano Marzotto lo costruì, nel secondo dopoguerra, nel mezzo della sua grande tenuta di campagna a nord-est di Venezia, a due passi dal «villaggio vacanze marine» aziendale, seguendo l'idea del distretto agroindustriale: un luogo di trasformazione dei prodotti della terra, un contenitore unico per cotonificio, zuccherificio, linificio, vetreria, latteria e cantina. Una sorta di fabbrica globale, il principale punto di riferimento industriale della zona, al punto da soprannominarla la «Fiat di Portogruaro». Ora, dei fasti del vecchio Marzotto rimane solo il busto del conte all'ingresso di una spoglia portineria in cui passano soprattutto i dipendenti della vetreria e i pochi addetti della cantina sociale. Tutto il resto è archeologia industriale, o quasi. A partire dal Linificio, il cui declino inizia negli anni Novanta, non per una crisi di prodotto ma per le delocalizzazioni in Tunisia e in Lituania. Poi sono «arrivati i cinesi e siamo stati travolti - raccontano qui - non è bastata la fusione con la Zignago, perché Marzotto pensa solo a tagliare». Come a dire che qui la crisi è arrivata ben prima del crack finanziario americano, che è frutto di una competizione tutta fatta sul costo del lavoro.
E il sindacato? La Cgil? A resistere ci ha provato: prima due anni di contratti di solidarietà, poi due anni di Cassa integrazione straordinaria e, in mezzo, scioperi, picchetti, cortei, coinvolgimento della politica, almeno quella locale, un tempo tutta centrosinistra, ora un bel po' leghista-Pdl. «Ma, con i tempi che corrono - raccontano i delegati della Rsu - noi siamo diventati una delle tante crisi, i politici sono tutti presi da altre cose, da altre emergenze e se proprio si devono occupare di crisi industriali, guardano a Marghera... lì sono in tanti». Oppure preparano interventi di piccola assistenza alla povertà, come la locale Conferenza dei sindaci che sta mettendo in atto un pacchetto di sussidi in cui si va dal «credito per i nuovi nati» al «bonus libri di testo», ad altre agevolazioni, mettendo insieme tutto ciò che si può fare per legge (nazionale o regionale): tutto, tranne qualunque intervento per il lavoro. Quello viene lasciato al «mercato» che, di taglio in taglio, ha ridotto i lavoratori del Linifico a poco più di 200, la metà di dieci anni fa: solo per una sessantina di loro Marzotto promette un futuro. Ma in molti dubitano delle parole aziendali, mentre l'oggi fa i conti con i 750 euro della Cassa integrazione. Non che prima si navigasse nell'oro: i contratti dei tessili sono tra i più poveri dell'industria e con notturni e festivi - come si lavorava anche qui ai tempi delle «vacche grasse» - si portava a casa meno di 1.200 euro.
Tutto questo ritorna nel piccolo congresso Cgil del Linificio. Nelle parole dei due relatori - costretti a calare in una situazione così difficile l'illustrazione di due documenti contrapposti - ma anche nel silenzio che segue gli interventi di presentazione. Tiziana (mozione 1) e Gianfranco (mozione 2), prima di provare a far capire cosa le rispettive posizioni significhino qui, al Linificio, aggiornano la situazione delle trattative con l'azienda, spiegano che Marzotto è disponibile solo a incentivare l'esodo e che ipotesi di ricollocazione in altre imprese della zona non ce ne sono, per ora. Solo, come sempre, i pochi mesi di lavoro stagionale estivo sulla costa, soprattutto per le donne, soprattutto per le mansioni più umili.
Poi, sempre nel silenzio, si passa all'illustrazione dei due documenti, che tradotti in chiave locale significano «ricerca di alleanze per contrastare la crisi, più risorse agli ammortizzatori sociali e meno tasse sul lavoro» per Tiziana, «presa d'atto che la concertazione è finita, contrasto delle delocalizzazioni e degli appalti al massimo ribasso» per Gianfranco. Pochi minuti ciascuno, che «aprono e chiudono» il congresso, perché prima del voto (75 iscritti, 25 votanti, 4 nulle, 18 a 3 per il documento n.1), l'assemblea si divide in tanti pezzetti, nei capannelli per ricucire ciò che la fabbrica vuota ha separato. Almeno per un po'. Per qualche minuto, in cui - assieme alle cronache del proprio quotidiano - c'è anche il tempo per parlare comunque di un futuro. Di un sindacato che visto da queste latitudini avrebbe bisogno di un bel salto di qualità, oltre la gestione della crisi: «Noi non possiamo nemmeno salire sui tetti - si sfoga una lavoratrice con una collega -, perché tutti sanno le condizioni in cui siamo e la mancanza di prospettive. A forza d'affrontare le crisi con responsabilità e di contrattarla siamo scomparsi». «Ma a forza di batterci e urlare ci siamo sfiniti e rimasti senza voce», ribatte l'amica. Per un attimo risuonano gli echi di quando si era «di lotta e di governo», di quando conflitti e negoziati intrecciavano una narrazione comune. Ma l'ora di assemblea è finita, si torna a casa: fuori, nel deserto di un'industria che scompare, con le sue storie.
(1-continua. Le prossime puntate si potranno leggere sul "manifesto" in edicola)

 

di Adriana Pollice
NORD CHIAMA SUD. IL LAVORO FEMMINILE NELL'ITALIA DIVISA
Il posto DELLE DONNE
Gli effetti della crisi sulla bilancia dei generi. Come si complica il quadro del mercato del lavoro se si volge lo sguardo verso Sud. Un incontro a Napoli a partire dall'ultimo «Sottosopra» della Libreria delle donne di Milano
La crisi economica scoppiata nel 2009 come punto fermo da cui far ripartire un ragionamento sul mercato del lavoro. Un discorso svolto, però, a partire dall'analisi femminista del mercato, quello presentato dalla sociologa Lorenza Zanuso, venerdì scorso a Napoli. L'incontro, organizzato da Luisa Cavaliere e la fondazione Rive Mediterranee, partiva dal manifesto redatto dalla Libreria delle Donne di Milano Immagina che il lavoro ("Sottosopra", novembre 2009). La fotografia che restituisce racconta di un calo dell'occupazione che ha colpito più gli uomini che le donne (con un meno 2%, cioè un calo di 137mila unità, a fronte di un meno 0,9%, pari a 59mila unità) sia pure a partire da una situazione di forte svantaggio delle donne. Il nuovo fattore di allarme per loro, perciò, non riguarda la disoccupazione, che non ha subito scossoni, ma la fetta crescente di inattive scoraggiate, quelle cioè che un lavoro hanno smesso di cercarlo.
La crisi, secondo l'analisi della Zanuso, ha contribuito a bloccare l'accesso al mercato delle più giovani, consentendo di conservare il posto alla fascia più tutelata che va dai 35 ai 45 anni, un impiego tuttavia declinato secondo le forme classiche del posto fisso, l'unico che conserva parte delle tutele giuridiche. Un lavoro, quindi, che tende ad escludere forme autonome, flessibili, part time, producendo due fratture fondamentali, una generazionale e l'altra sociale. Un mercato sempre più vecchio e ingessato che finge di non registrare il dato di fatto che le donne svolgono un lavoro produttivo contemporaneamente alla «manutenzione dell'esistenza» propria e altrui. È su di loro che una struttura economica modellata sul modello maschile produce l'impatto più forte: «Nei paesi più ricchi - si legge nel manifesto - se si somma il lavoro in casa (non pagato) e fuori casa (pagato), la bilancia tra i generi tende ad andare in pari: donne e uomini lavorano lo stesso numero di ore, ma le donne fanno più lavoro domestico e gli uomini più lavoro pagato. Questa 'regola' ha delle eccezioni: Italia, Spagna e Francia. Qui le donne continuano a lavorare in complesso più ore degli uomini perché, pur lavorando fuori casa, non hanno ridotto le ore di lavoro domestico».
Un modello, quello elaborato dalla Libreria delle donne di Milano, che racconta molto del presente del centro e nord Italia, così come dei paesi europei, ma non sembra bastare spostando lo sguardo al sud. «Il paese si sta spaccando - spiega Luisa Cavaliere - perché con la scomparsa dei partiti di massa è venuta meno la loro funzione di collante e di integrazione, che faceva circolare istanze e conoscenze in un'Italia che imparava a riconoscersi». «Non abbiamo le sedi di partito - così la risposta del gruppo milanese con Lia Cigarini - ma abbiamo gruppi sparsi nel paese eppure della frattura nord-sud non ne abbiamo parlato, come se fosse un tabu. Non sappiamo nulla del mezzogiorno e delle sue dinamiche». La giornata di studio è servita a mettere sul piatto l'altra metà, quella non detta, del mercato del lavoro. «Il Mezzogiorno accetta come un destino la deriva alla quale la destra, ma non solo la destra, lo abbandona» spiega Luisa Cavaliere, secondo cui affrontare la micidiale frattura che nutre la differenza nord-sud significa affrontare la pervasività delle organizzazioni criminali: «Un fenomeno che da noi produce una ramificazione culturale e sociale di sostegno, una politica connivente, modelli simbolici che la diffondono incessantemente. Mafia, camorra e 'ndrangheta trasformano il diritto al lavoro, e poi le sue scansioni, in un favore, in un dono, in un'occasione di ricatto. E questo avviene perché nel Mezzogiorno le relazioni sociali invadono le relazioni di lavoro».
Allora diventa importante aggiungere un nuovo tassello al quadro complessivo, la dinamica economica e sociale innescata da una realtà come la camorra: «Si tratta di un'organizzazione presente sul territorio da duecento anni - spiega Isaia Sales - che si è evoluta con il suo contesto. La storia della camorra è una storia di relazioni con la politica e non solo, è una storia di ascesa sociale attraverso i soldi, la violenza come capitale attraverso cui realizzare l'accumulazione originaria di beni per gli investimenti». Un fenomeno urbano con delle dinamiche simili a quelle di ogni grande centro urbano occidentale, ma anche con caratteristiche proprie affrontate nel suo ultimo libro I preti e i mafiosi (Baldini Castoldi Dalai editore): «La domanda che ci ossessiona - spiega ancora Sales - è la seguente: le organizzazioni criminali di tipo mafioso avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare se, oltre alla connivenza di settori dello stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, dell'indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale della teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare». Un contesto in cui le donne, soprattutto all'interno della camorra, assumono posti di rilievo ma soprattutto trasmettono apparati e catene di comando maschili, rafforzando un sistema che nel complesso blocca, cristallizza le dinamiche sociali.
Un sistema squilibrato e di sfruttamento che si riproduce e si moltiplica anche se si sposta lo sguardo su lavoratori e lavoratrici migranti. La riflessione quindi è aperta, in via di elaborazione la pubblicazione di un Rapporto sul lavoro che metterà a confronto il nord e il sud del Mediterraneo, a cura di Alain Touraine.

 

di Gabriele Polo
INCHIESTA Seconda puntata del viaggio congressuale: i pensionati e la rappresentanza «dopo il lavoro»
La terza età del sindacato
Lo Spi è da sempre la «cassaforte» delle energie umane ed economiche di Corso d'Italia. Un «sindacato dei cittadini» che vuole far contare di più il peso dei propri iscritti dentro la Cgil. Anche a costo di riscrivere le regole a congresso già aperto. Sotto il contenzioso sui delegati che divide l'organizzazione, il problema di una sintesi confederale che diventa sempre più difficile
Tre milioni di iscritti, cinquemila «funzionari» (tra dipendenti, part-time e volontari), bilancio annuale di otto milioni di euro. E' lo Spi-Cgil, un colosso che arriva ovunque e cui è iscritto un pensionato italiano su tre. Una grande risorsa per il più grande sindacato italiano, in termini umani e materiali, politici ed economici: fondamentale «riserva» di energie militanti, una sorta di vecchia guardia napoleonica pronta a sostenere ogni campagna; ma anche la cassaforte cui attingerere per finanziare iniziative e manifestazioni, ricorrendo alla cassa più ricca della confederazione, grazie a tessere che costano pochissimo (45 euro l'una) ma che sono tantissime. Gente - quasi tutta - passata per la Cgil di Lama e Trentin, per il Pci di Longo e Berlinguer. Qualcuno ha anche memoria di Di Vittorio e di Togliatti. E quando c'è da prendere un pullman per una manifestazione, sostenere una lotta, dare una mano a raccogliere firme o a compilare una dichiarazione dei redditi, i «vecchietti» non si tirano indietro. Insomma, un vero patrimonio.
Ma anche un problema: perché un «invecchiamento» eccessivo rischia di cambiare la natura di un sindacato nato per rappresentare il lavoro e se i pensionati diventano più numerosi degli «attivi», gli equilibri finora garantiti dalla «confederalità» vanno in crisi. Come sta accadendo in questo congresso, visto che il confronto tra due documenti contrapposti ha messo a nudo una certa difficoltà a praticare il plurarismo e ha rivelato che anche le regole sono invecchiate. Inoltre c'è un nodo che travalica - ma coinvolge - la Cgil. Lo sbriciolarsi (culturale, prima di tutto) della sinistra ha eliminato il problema della «cinghia di trasmissione» - i partiti sono irrilevanti e nemmeno ci provano a dare «indicazioni» -, ma il vuoto politico ha accentuato il ruolo di supplenza del sindacato, spingendolo ad assomigliare sempre più a un soggetto politico, dimaniche interne comprese.

Paradigma politico
Non è un caso che proprio lo Spi sia diventato, nel congresso in corso, sintomo e oggetto di tutto questo. Per la storia dei suoi iscritti, perché è chiamato ad affrontare i problemi della cittadinanza, perché è anche un'organizzazione di servizi. E offrire un servizio - socialmente utile e a basso costo - in cambio di una tessera è altra cosa da rappresentare e contrattare una condizione di lavoro (categorie) o il futuro di una comunità territoriale (camere del lavoro). Nel peggiore dei casi si rischia la bulimia, come è accaduto a Piacenza la cui Camera del lavoro è stata messa «sotto tutela» dalla Cgil nazionale perché in molti si sono ritrovati iscritti allo Spi-Cgil senza saperlo, in automatico. Ma anche senza arrivare a tanto il pericolo di una mutazione di rapporto c'è e lo spirito confederale dello Spi potrebbe portarlo a comportarsi come una vera e propria confederazione.
A segnalare che una nuova fase si stava aprendo è arrivata una «rivendicazione» dello stesso Spi sull'attribuzione dei delegati per i congressi confederali, dalle Camere del lavoro al nazionale che si terrà dal 5 all'8 maggio prossimi. Il numero dei delegati è distribuito, in proporzione agli scritti, tra le categorie che compongono la Cgil. In «automatico» ne deriverebbe la maggioranza assoluta per il sindacato dei pensionati, ma fino a ieri questo peso considerato «eccessivo» veniva corretto con la cosidetta «quota di solidarietà»: lo Spi cedeva la metà dei suoi delegati alle altre categorie e al «centro confederale», seguendo sempre un criterio di proporzionalità. Insomma, nelle platee congressuali i pensionati erano circa il 25% del totale, pur avendo oltre il 50% degli iscritti. Questo fino a ieri, perché ora lo Spi ha chiesto il pieno rispetto della proporzionalità democratica, cosa che porterebbe il sindacato pensionati a determinare la maggioranza assoluta dei delegati e - in linea teorica - a decidere la linea della confederazione. Aprendo un bel problema di rappresentanza del lavoro - per un sindacato già poco radicato nella crescente quota di precari - e generando la reazione furibonda della mozione 2 - quella di «opposizione» - convinta che la «manovra» miri a penalizzarla nella conta finale. Chiamato in causa, Epifani ha promesso un intervento che riporti la situazione allo status precedente, senza offendere nessuno: sono allo studio complicatissimi meccanismi di «riequilibrio», che magari garantiranno le due mozioni, ma che rischiano di aumentare a dismisura le platee congressuali (in alcune Camere del lavoro sono preoccupatissimi per dover cercare sale più grandi e più costose del previsto) e, soprattutto, generano un numero di delegati non eletti ma «nominati» con criteri politici e non rappresentativi.

Veneto bianco, Emilia rossa
In tutti i casi la questione è stata posta, persino brutalmente, un po' da tutte le parti. Così al congresso Spi di Castello-San Marco-Sant'Elena, a Venezia (500 iscritti, 30 i presenti), il confronto tra i due documenti congressuali diventa soprattutto una discussione sul futuro dello Spi. Da un lato il segretario generale della Camera del lavoro, Sergio Chiloiro - documento n.2 - che inizia mettendo le mani avanti: «Nessuno vuole sciogliere lo Spi», risponde preventivamente alle «strumentalizzazioni di chi vuole stravolgere un problema serio, quello del rapporto tra chi va in pensione e le categorie di provenienza. Posto da noi per il bene dello Spi e della Cgil». E poi prosegue con la «necessità di cambiare passo di fronte a una fase nuova, di crisi pesante e concertazione finita», ammettendo le difficoltà di esercitare il pluralismo e i conseguenti limiti dell'azione sindacale, i rischi di rassegnazione all'esistente. Dall'altra parte, Piergiorgio Carrer della segreteria veneziana dello Spi, per il documento n.1, evita la polemica diretta ma chiede «dove erano i critici di oggi quando si votavano le scelte all'unanimità», paventa le divisioni, esalta la forza dell'unità e insiste sulla ricerca del consenso più che sulla pratica del conflitto. Nessun accenno alla grana dei «delegati», nemmeno nel dibattito che coinvolge la piccola rappresentanza dei 39.000 iscritti allo Spi veneziano (su 77.000 tesserati alla Cdl lagunare). I pochi interventi si preoccupano più dell'avvento di Brunetta a sindaco (dato quasi per scontato), di «come non limitarsi alla politica del ballo e delle tombole», del «tanto che c'è da fare sul piano dell'assistenza» e «delle tessere che vengono fatte ma non consegnate agli iscritti» (lo denuncia un arrabbiatissimo signore che si presenta come fondatore del primo sindacato dei parrucchieri, 1945). Così cresce la sensazione che il rapporto tra iscritti e partecipazione (e peso) congressuale sia perlomeno da aggiustare. Alla fine - dopo che anche un'esponente di «Lavoro e società» tira le orecchie alla mozione n.2 - spazio al seggio elettorale: rimarrà aperto per due giorni, ma voteranno solo in 26 (13 per la n.1, 9 per la n.2, 4 nulle). Pochi voti ma molto pesanti: qui si eleggono dieci delegati.
La scarsa partecipazione non è una novità - all'ultimo congresso veneziano aveva votato il 10% degli iscritti allo Spi - ed è un canovaccio che si ripete un po' dappertutto. Anche nella fedelissima Emilia lo scenario non cambia di molto. E non è solo una questione di numeri. Come esplicitamente emerge al congresso della frazione di Pegola di Malalbergo (Camera del lavoro di Bologna: quasi 100.000 pensionati su 170.000 iscritti), dove lo Spi si racconta come «sindacato dei cittadini», perché «quando uno va in pensione non c'entra più nulla con quello che era prima, con il lavoro che faceva e, quindi, con la categoria di provenienza». Una nuova identità, quindi, ovviamente separata da tutte le altre, un vero e proprio «sindacato generale dei diritti della terza età». E qui si ritorna al contenzioso sui delegati tra maggioranza e minoranza e sul rapporto Spi-Cgil. Ma il problema che si pone va ben oltre il sindacato pensionati, perché la strada delle identità separate investe anche gli «attivi» e rischia di portare al coorporativismo - soprattutto in un mercato del lavoro frantumato, in una società sempre più parcellizzata e come si è visto nell'ultima tornata contrattuale, dove alla rottura dell'accordo separato Cisl-Uil-governo ogni categoria della Cgil ha reagito in modo diverso. Cosicché la confederalità (il «sindacato generale» di Di Vittorio) si traduce in politiche generali e nelle sintesi dei diversi gruppi dirigenti. Una sorta d'incrocio tra movimento d'opinione e partito politico. Una «pericolosa mutazione», per citare due pensionati famosi, due ex leader sindacali (e non solo sindacali) che, dopo essersi divisi per anni su quasi tutto si sono ritrovati d'accordo a sostenere - da pensionati - il documento n.2: Sergio Cofferati e Fausto Bertinotti. Il «come eravamo» della Cgil.
(2-continua)