numero 3 febbraio 2000  

Sinistra e immigrati

UN'ANTICA DIFFIDENZA
Enrico Pugliese

Il dibattito attuale della sinistra sull'immigrazione, e le iniziative corrispondenti, negli ultimi anni si sono focalizzate essenzialmente su un aspetto: la protezione degli immigrati, cioè la lotta contro la discriminazione, la battaglia culturale contro gli stereotipi del razzismo, la lotta contro la rigida chiusura delle frontiere, l'impegno per un accesso sempre più largo ai benefici delle politiche sociali nei paesi di arrivo. Molto meno forte invece è stato l'interesse per la situazione nelle aree di partenza, vale a dire per i fattori sociali (e soprattutto economici) che sono alla base della spinta a emigrare e per gli effetti sociali ed economici che l'immigrazione ha sulle aree di partenza.
Ciò è comprensibile per diversi ordini di motivi. In primo luogo l'analisi dei rapporti tra nord e sud del mondo, di quello che una volta si chiamava l'imperialismo, ha perso alcuni elementi di forza politica: l'esito della lotta anticolonialista ha dato dei risultati ultimi molto deludenti rispetto alle grandi aspettative del passato.
Lo stesso dibattito sulla globalizzazione, che pure risulta capace di mettere in luce le nuove forme di oppressione dei popoli del sud del mondo, presenta enormi elementi di confusione e non ha certo la carica politica e ideologica delle analisi sull'imperialismo e sulla questione coloniale.
Il segnale lanciato da Seattle è senza dubbio importante e forse indica una inversione di tendenza, ma siamo ancora agli inizi.
L'altro motivo, molto più pratico, è la difficoltà di proporre qualcosa di serio come alternativa all'emigrazione dai paesi poveri, non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo.
Anche coloro i quali non hanno dubbi sul fatto che l'emigrazione non risolve i problemi dei paesi del sud del mondo, e che nella migliore delle ipotesi li allevia marginalmente, non mostrano un atteggiamento di chiusura nei confronti degli immigrati: di coloro che sono qui ora, o che stanno arrivando.
C'è insomma un cambiamento nella sinistra e nelle forze politiche che si richiamano alla tradizione del movimento operaio - o forse di una parte di essa - in direzione di una maggior apertura nei confronti dell'immigrazione: per necessità e per virtù. Eppure restano ancora in piedi molte incomprensioni, frutto spesso dei residui di antichi convincimenti e antiche tradizioni.
Cominciamo con un po' di storia. Il movimento operaio organizzato, in generale, non ha visto di buon grado l'immigrazione e - detto francamente - neanche gli immigrati. La tanto conclamata solidarietà internazionale non sempre si è espressa nei confronti degli immigrati in carne e ossa. D'altronde il ruolo della forza lavoro d'immigrazione nella compressione del salario degli operai è cosa nota e largamente teorizzata dalla sinistra, anche se con grande schematismo e spesso ben al di là di quanto le concrete condizioni storiche richiedessero. Si pensi appunto all'America e al contributo dell'immigrazione alla crescita economica e al benessere di tutti, classe operaia compresa. Ma anche nella "Nazione di emigranti" le simpatie del movimento operaio organizzato per gli immigrati storicamente sono state scarse. Samuel Gompers, presidente dell'American Federation of Labour, in una lettera del 1896 al segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Francesco Merlino, spiegava l'atteggiamento anti-immigrati della sua organizzazione in base ai motivi seguenti: a) in primo luogo i lavoratori americani sono impegnati in una lotta per un più alto tenore di vita e questo viene ostacolato dalla immigrazione che determina una eccessiva offerta di lavoro; b) in secondo luogo è difficile organizzare sindacalmente i lavoratori italiani che non conoscono la solidarietà richiesta dal sindacato americano; c) in terzo luogo - e questo è l'aspetto più equivoco e anche un po' odioso - l'emigrazione è negativa anche per i lavoratori dei paesi di provenienza: infatti, se fossero rimasti in Italia gli immigrati avrebbero esercitato una forte pressione sociale e politica costringendo il governo a migliorare le condizioni di lavoro. Si potrà obiettare che Gompers non era proprio di sinistra, ma l'orientamento da lui espresso è stato spesso prevalente nel movimento operaio.
E non sono mancati seri conflitti a questo riguardo. Tuttavia gli immigrati sono in generale riusciti a lungo andare a imporre la loro presenza, il loro diritto a esserci. D'altronde la classe operaia, fin dalle sue origini, è stata costituita da immigrati. Nella Inghilterra delle enclousures e della prima rivoluzione industriale le manifatture assorbirono i nuovi proletari espulsi dalle campagne.
Nell'Ottocento il fenomeno divenne di massa, l'emigrazione si realizzò su scala mondiale e gli ex contadini divennero i nuovi proletari, prima disprezzati e discriminati poi parte organica della classe operaia nazionale dei paesi di immigrazione.
Alla fine - e questo, ad esempio, è il caso dell'America - essi hanno spesso preso la leadership del movimento operaio e delle organizzazioni sindacali: processo che è avvenuto contestualmente al cambiamento nell'organizzazione sindacale e nelle forme di rappresentanza. Sempre restando nel caso dell'America, il passaggio alla organizzazione del lavoro del tipo fordista-taylorista ha dato spazio nella composizione della classe operaia e nella leadership del movimento operaio a quelli di più recente immigrazione: irlandesi, italiani, ebrei dell'Est. Ma c'è stato sempre chi ha spiegato a queste masse di lavoratori che era meglio per tutti se se ne stavano a casa loro.


L'avversionedel movimento operaio
L'opposizione all'emigrazione da parte del movimento operaio e della sinistra non si è espressa solo nei paesi di arrivo, ma spesso anche nei paesi di provenienza. Per inciso va detto che ciò non è più vero ora. È difficile trovare nella tragica situazione economica e del mercato del lavoro dei paesi del Terzo Mondo un qualche intellettuale o studioso di sinistra che abbia il coraggio di raccomandare di non emigrare. La gente rivendica il diritto di andarsi a cercare altrove i mezzi per sopravvivere e nessuno osa opporvisi. Solo da chi sta nei paesi di immigrazione arrivano raccomandazioni sulle "alternative all'emigrazione" e sui costi della emigrazione per le aree di partenza.
In ogni caso è sempre bene guardare ai movimenti migratori, tanto dal punto di vista dei paesi di partenza, quanto dal punto di vista dei paesi d'arrivo. I modi di porsi non sono gli stessi, la conoscenza del fenomeno non è uguale, e la stessa responsabilità (o solidarietà) nei confronti degli immigrati non si esprime allo stesso modo. Da questo punto di vista l'Italia rappresenta un caso di estremo interesse, essendo un paese di emigrazione che, insieme agli altri paesi della sponda nord del Mediterraneo, è divenuto anche paese di immigrazione. E proprio in Italia la questione si pose seriamente nel dopoguerra, come problema scottante per la sinistra.
Il movimento contadino e le organizzazioni sindacali in quegli anni erano impegnati nella lotta per la terra, per la riforma agraria generale, e poi per la "rinascita". Alla base delle mobilitazioni c'era il diritto dei lavoratori - dei contadini, dei braccianti, degli operai - ad avere un reddito e una occupazione in loco. La prospettiva dello sviluppo del Mezzogiorno legata al Piano del lavoro - uno dei momenti più significativi di forza e di capacità di programmazione del sindacato CGIL - si presentava come alternativa alla necessità di emigrare. L'alleggerimento della pressione demografica sulla terra, ereditata dal fascismo, doveva realizzarsi grazie allo sviluppo, non all'emigrazione.
Tutto questo è storia nota. Così come è nota la sciagurata esortazione di quegli anni ai lavoratori italiani da parte di Alcide De Gasperi a imparare le lingue per preparasi a emigrare. E fa bene mezzo secolo dopo Vittorio Foa (in Questo Novecento) a ricordare che De Gasperi mostrava di ignorare "che ai tempi delle grandi emigrazioni milioni di Italiani erano andati oltre le Alpi e il mare parlando solo il loro dialetto di origine".
Alla sconfitta sul terreno della riforma agraria generale e del Piano del lavoro nel Mezzogiorno seguì l'emigrazione. Si trattò di un fenomeno nella sostanza spontaneo, di scelte individuali compiute a livello di massa: di una somma infinita di esperienze individuali senza la solidarietà delle organizzazioni di classe. Le condizioni dell' emigrazione all'inizio furono molto difficili e spesso fallimentari (come l'emigrazione in Sud America di "Vite vendute" o quella verso il Belgio culminata nella tragedia di Marcinelle).
L'emigrazione sancì la sconfitta della lotta per la terra e per il lavoro, e la sinistra risultò impreparata ad affrontare strade alternative. L'opposizione di principio della sinistra non aiutò gli emigranti. L'emigrazione - tematica fondamentale di agitazione e propaganda - non fu però un effettivo argomento di contrattazione politica né un significativo settore di intervento. E se le condizioni dell'emigrazione furono per molti anni difficili, ciò avvenne anche per una insufficiente presenza della sinistra e del movimento operaio in questo campo.
La cultura della sinistra italiana restò fortemente condizionata dagli eventi del dopoguerra e dalla ripresa dell'emigrazione come effetto della sconfitta. E forse per questo non riuscì neanche a comprendere ciò che nell'emigrazione e nell'esodo agricolo c'era di ineludibile, di ovvio e di già avvenuto, e forse anche di positivo. Guido Crainz nel suo libro Padania illustra come alla prima fase di "espulsione dei braccianti agricoli" in Val Padana nel dopoguerra, per effetto della meccanizzazione, seguì una fase di "fuga dalle campagne", di esodo agricolo come risultato dell'attrazione da parte dell'industria. La riduzione dell'offerta di lavoro delle mondine, ad esempio, avvenne con un ritmo più veloce dello sviluppo tecnologico nella risicoltura padana. Insomma la gente se andò, anche quando la partenza non era più una scelta disperata. E dal Mezzogiorno la gente se andò al Nord ma anche all'estero. Il paradosso è che l'ideologia anti-immigrazione proseguì anche quando l'impegno e l'intervento della sinistra verso gli immigrati crebbe. La Filef, l'organizzazione degli emigranti legata al Partito Comunista e alla CGIL, che ebbe un ruolo attivo e positivo nella politica per gli immigrati a partire dalla seconda metà degli anni settanta, nel suo statuto parlava ancora di ritorno degli emigranti nella prospettiva della riforma agraria generale. Gli emigrati nei paesi d'Europa in larga parte tornarono. Ma non per la riforma agraria generale: il paese era cresciuto e si era modernizzato, e a quella ormai non credeva più nessuno.


L'emigrazione e il depauperamentodei paesi di partenza
Ma entriamo ora nel merito dei motivi della critica della sinistra all'emigrazione. Un argomento serio è quello del trasferimento di capitale umano dai paesi poveri verso i paesi ricchi. È vero che in tutte le grandi esperienze migratorie la composizione dei flussi iniziali si è sempre caratterizzata per la presenza delle forze di lavoro più competitive e dei soggetti più intraprendenti, e che in questo senso l'emigrazione ha sempre rappresentato una fonte di arricchimento per i paesi di immigrazione. Nelle attuali migrazioni internazionali, costituite prevalentemente da lavoratori provenienti da paesi del Terzo Mondo, la ricchezza di capitale umano è inoltre spesso più alta che in passato. Il grado di scolarità all'interno della popolazione immigrata è in generale piuttosto elevato (comunque molto più elevato che in passato); e questo non solo a causa dell'emigrazione intellettuale, che sta diventando un fenomeno di sempre maggior rilievo. Non esiste documentazione statistica al riguardo, ma si sa ad esempio che negli Stati Uniti l'immigrazione di persone con elevato titolo di studio per lavori corrispondenti - di ingegneri, programmatori e altri specialisti - sta diventando sempre più di massa. Questo è uno degli aspetti della internazionalizzazione del mercato del lavoro al quale i paesi ricchi non pongono solitamente un freno.
Uno degli aspetti di spreco del capitale umano collegato all'emigrazione è il sottoutilizzo della qualificazione e della formazione professionale degli immigrati. Di nuovo il caso italiano è significativo da questo punto di vista. La prima immigrazione verso il nostro paese, quella a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, aveva visto, soprattutto tra le impiegate nel lavoro domestico, una presenza di ragazze con titolo di studio molto alto. Anche tra i giovani immigrati africani impiegati in lavori dequalificati, non era eccezionale la presenza di diplomati o laureati. E questa fu senz'altro una grande novità. A Roma non era difficile trovare, già all'inizio dell'immigrazione italiana, un perito agrario egiziano occupato in una pizzeria nel quartiere San Lorenzo.
Il fenomeno diventò poi più massiccio su scala internazionale dopo la caduta del Muro di Berlino , ma soprattutto dopo la disastrosa esperienza economica e sociale della Russia post-comunista. In tutta l'America per molti anni era frequente trovare al volante di taxi, o macchine da noleggio con autista, immigrati russi laureati. Di nuovo non mi risulta che esista una documentazione statistica, ma "il volante" è l'esito della mobilità sociale discendente dell'immigrato russo in USA, come può leggersi in qualche romanzo.
Dunque i processi di internazionalizzazione del mercato del lavoro sono ora anche accompagnati da un grande spreco di capitale umano. Proprio come in passato: una volta erano gli abili potatori e innestatori, gli stagnari, i sarti, falegnami dei paesi del sud d'Europa a essere inseriti nella manovalanza dei paesi di immigrazione (per le ferrovie e l'edilizia) e poi nel lavoro dequalificato nella fabbrica taylorista. Ora sono i giovani scolarizzati che si arrangiano in mille mestieri.
Ma essi si arrangiano in mille mestieri certamente più retribuiti o migliori di quelli che troverebbero nei paesi di provenienza (o che potranno avere in prospettiva come effetto di interventi che arriveranno chi sa quando). Che il perito agrario del Cairo abbia un lavoro in una pizzeria - dequalificato quanto si vuole, ma capace di farlo sopravvivere e di inviare rimesse a casa - è una fortuna per lui e per la sua famiglia. Ripeto: è una fortuna rispetto alle alternative locali di breve e medio periodo.
Certo, quell'immigrato non ha studiato agronomia, entomologia, botanica ed enologia per impastare pizze. Ma non ha studiato neanche per restare disoccupato e fare la fame nera al paese suo. Lo spreco di risorse intellettuali, l'investimento a vuoto nella scuola, la disoccupazione dei giovani scolarizzati (che si somma a quella ben più nera dei non-scolarizzati sono tra i problemi attuali più gravi dei paesi del sud del mondo. Ma questo spreco di risorse non è l'effetto dell'emigrazione: questa è la ratifica di ciò che già è avvenuto, degli effetti depauperanti di ciò che ora si chiama globalizzazione e una volta si chiamava imperialismo.
Va anche detto, a parziale correzione di quanto sopra, che non sempre c'è sottoutilizzazione del capitale umano. Il caso non meno frequente è che - come sempre - gli immigrati entrino a far parte della classe operaia dei paesi di arrivo: cioè che non ci sia dequalificazione. L'immigrazione in questo senso è sempre un arricchimento ulteriore per i paesi ricchi, ma non c'è spreco di risorse in senso stretto.
Certamente i paesi di provenienza affrontano i costi della riproduzione della forza lavoro destinata a emigrare, ma questo non è un buon motivo per spiegare l'inopportunità dell'emigrazione. Ricordo che negli anni Sessanta, nella denuncia dei costi dell'emigrazione, da parte della sinistra si sottolineava meglio questo aspetto. Paolo Cinanni, presidente della Filef e autore di ottimi lavori sull'emigrazione, aveva calcolato in un suo libro quanto era costato al paese produrre un emigrante.
A mio avviso quel tipo di calcolo è sempre inopportuno perché non considera poi l'esito di quella emigrazione, in termini di rimesse e di situazione in occasione di un eventuale ritorno. E soprattutto è pericoloso il messaggio politico che da esso può derivare. Ma per fortuna, in alternativa alla proposta reazionaria della non emigrazione, Cinanni (nel libro Emigrazione e Unità Operaia) proponeva ormai a metà degli anni '70 quella, molta più adeguata, della unità operaia.
Insomma l'emigrazione non è causa dei processi di impoverimento. Non risolve i problemi dei paesi del Terzo Mondo ma neanche li aggrava. Così come fu per l'Italia del dopoguerra, i movimenti migratori attuali rappresentano una somma di soluzioni individuali a un problema di portata generale. Ma non sono il problema. Essi comportano anche il beneficio delle rimesse, essenziali per i parenti e per la comunità locale e, ovviamente, essenziali anche per i governi dei paesi di provenienza (e per le classi più o meno sfruttatrici e parassitarie che questi governi esprimono). I governi dei paesi del sud del mondo - di destra o di sinistra che siano - sono sempre pro-emigrazione. Se essi firmano protocolli o intese per frenare ( per altro vanamente) la loro emigrazione, lo fanno solo ed esclusivamente per compiacenza, o meglio per obbligo, nei confronti dei confinanti paesi di immigrazione: e' il caso dell'Albania verso l'Italia.
L'emigrazione non è causa di depauperamento del capitale umano dei paesi di provenienza perché avviene a cose fatte, quando la situazione è già degradata per altri motivi. Con i processi di globalizzazione attualmente in corso le economie periferiche si impoveriscono progressivamente. Ed è difficile, a meno di una radicale modifica del modello di sviluppo e dei rapporti di scambio, vedere un'alternativa. Studiare le cause dell'emigrazione significa studiare, in maniera adeguata alle nuove circostanze, questo nuovo modello di sviluppo mondiale.


Il mito delle alternativeall'emigrazione
La globalizzazione a volte si esprime anche attraverso accordi commerciali e di integrazione economica che rafforzano gli scambi e che hanno per effetto un'accelerazione della crisi delle strutture produttive tradizionali. Un caso significativo da questo punto di vista è l'accordo NAFTA tra i paesi del Nord America e il Messico. Ci saranno anche dei vantaggi in questo processo di integrazione, ma è innegabile che esso ha indotto un ulteriore incremento della pressione migratoria. Eppure in quell'accordo alla libera circolazione delle merci non corrisponde in alcun modo una libera circolazione delle persone. Per quanto inefficacemente, le frontiere tra Messico e Stati Uniti sono chiuse. Così come sono chiuse quelle europee. Così come sono chiuse le porte italiane a chi volesse entrare dai paesi della sponda sud del Mediterraneo o da una altra parte del mondo.
La grande contraddizione dei movimenti migratori di questi ultimi decenni è che a un'accresciuta pressione migratoria dai paesi poveri, quale effetto dello squilibrio tra popolazione e risorse, corrisponde un sempre più netto orientamento, e una sempre più netta pratica, di chiusura da parte dei paesi del nord del Mondo. La cosa va ormai avanti da tempo.
A partire dalla prima crisi petrolifera i paesi di immigrazione, come ad esempio la Germania, hanno attivato politiche volte a incoraggiare i ritorni. A livello di Unione Europea è ormai stabilito esplicitamente che non si vuole nuova immigrazione, tranne che nei pochi specifici casi che le politiche di ogni governo contempla: ricongiungimenti familiari, asilo politico (divenuto per altro sempre più difficile), etc..
Gli organismi internazionali si affannano ora a proporre strade alternative all'emigrazione. I progetti più volentieri finanziati da questi organismi sono appunto quelli riguardanti le "alternative all'emigrazione". Le posizioni ufficiali dei paesi ricchi sono ormai tutte contro l'immigrazione, sono volte cioè a ridurre gli ingressi, a scoraggiare i soggiorni, a favorire i rientri.
Nella misura in cui il senso comune prevalente è che gli immigrati qui non servono più (con il corollario gratuito che anch'essi stanno male) si propone la mancata emigrazione o il ritorno in una prospettiva di sviluppo delle regioni di partenza. E questo argomento è usato altrettanto frequentemente da chi si oppone all'emigrazione per razzismo o pregiudizio eurocentrico (da chi non vuole gli stranieri in casa) e anche da chi, ritenendo inaccettabili le attuali condizioni degli immigrati, cerca una via di uscita a un livello più generale, cerca appunto alternative all'emigrazione (o, meglio, all'immigrazione).
Non sempre questi atteggiamenti hanno una esplicita connotazione razzista, come nel caso della Lega Nord. Soprattutto nella sinistra, questa opposizione all'immigrazione si giustifica con lo scarso vantaggio, anche con la perdita di energie vitali di cui i paesi di emigrazione soffrirebbero. Il ragionamento che ho ascoltato qualche volta è il seguente: il numero di persone che possono trovare uno sbocco occupazionale e un reddito nei paesi di immigrazione è ormai modestissimo, specialmente in considerazione della chiusura delle frontiere; la soluzione del caso individuale di costoro e gli stessi introiti delle loro rimesse sono una goccia nel mare rispetto ai problemi di disoccupazione e di povertà di questi paesi; l'immigrazione, peraltro in presenza di disoccupazione nei paesi del nord del mondo, non risolve né i nostri né i loro problemi; perciò se si vuol fare qualcosa bisogna intervenire nei paesi di partenza. Ora, a parte il fatto che i due interventi - quello pro-immigrati e quello di aiuto internazionale ai paesi poveri - potrebbero essere contestuali e non alternativi, la contrapposizione appare strumentale e a volte nasconde il sentimento anti-immigrati, che è alla base della politica contro l'immigrazione.
Non so se per malafede o per ingenuità, ma questa posizione la si sente sempre più frequentemente esprimere in ambienti della sinistra moderata, con l'aggravante che è considerata anche originale: noi non siamo per l'immigrazione incondizionata - si sente dire - ma per gli aiuti ai paesi poveri che rendano non necessaria l'emigrazione. E in questo - come per altro su molti altri aspetti riguardanti l'immigrazione - si insegue la destra sul suo stesso terreno. Ne ebbi un chiarissimo sentore analizzando per l'allora "Manifesto mese" i programmi elettorali dei partiti di destra e di sinistra in occasione delle elezioni del 1994. Le differenze erano modestissime ed è interessante riferire, nel campo delle alternative all'emigrazione, la posizione di Alleanza Nazionale : "Abbiamo da anni proposto - poteva leggersi nel programma elettorale di quel partito - un piano europeo di investimenti trentennali nel nord Africa per creare 20 milioni di posti di lavoro per africani in Africa; con un ritorno economico per la stessa Europa e per sviluppare in quei paesi le condizioni sufficienti di una proficua economia che impedisca l'emorragia del lavoro da quelle terre verso l'Europa. Solo così si affronta, in termini di solidarietà sociale e produttiva, il problema a tutt'oggi rimasto irrisolto degli extra-comunitari in Italia e in Europa". Certo, una posizione diversa da quella di Gompers, ma altrettanto ipocrita. Non si chiede più ai potenziali emigranti di lottare per il miglioramento delle proprie condizioni anziché emigrare, ma gli si offrono - anzi, si finge di offrire loro - investimenti, lavoro, sviluppo.
La verità è che si ha poco da promettere al Terzo Mondo, da destra (ma questo non mi pare sia un problema) come da sinistra. E allora - pur tenendo sempre presente la questione di base che è all'origine dell'emigrazione, cioè la crescente povertà dei paesi poveri come conseguenza iniqua della globalizzazione, che è solo lenita, e per pochi, dall'emigrazione stessa - è forse bene occuparsi innanzitutto degli immigrati qui e ora. La denuncia dell'uso strumentale della contrapposizione tra apertura agli immigrati e aiuto ai paesi di provenienza non deve portare a perdere di vista la situazione di questi paesi. E tuttavia, noi qui ed ora dobbiamo capire gli immigrati, il loro ruolo nel mercato del lavoro, i processi di inserimento nella società, il modo in cui si pongono le istituzioni nei loro confronti, i possibili processi di unità di classe o di solidarietà sociale (che forse è un termine più adeguato alle circostanze). Difendo insomma un orientamento, per così dire, minimalista che cerca di dare in primo luogo risposte alle urgenze che i nuovi movimenti migratori comportano.
L'immigrazione attuale avviene in condizioni più difficili delle grandi migrazioni intraeuropee dei decenni dell'espansione economica post-bellica non solo perché è determinata da un fenomenale "effetto di spinta", né solo perché avviene a frontiere chiuse - il che implica la crescita della clandestinità - ma anche perché è tramontato il ruolo di uno dei principali canali di inserimento che era rappresentato dal lavoro dipendente e stabile, nel quadro di istituzioni sociali corrispondenti, che permettevano lo sviluppo di forme di solidarietà orizzontale (di classe, forse sarebbe giusto dire). I giovani scolarizzati del Bangla Desh sono qui a vendere rose ai tavoli dei ristoranti di Roma. E questo ci può irritare. Ma - a parte che non è questo l'unico sbocco, come mostrano i dati sulla stabilizzazione degli immigrati nelle regioni del centro-nord - il loro problema va affrontato qui e ora.
Negli Stati Uniti il dibattito degli ultimi anni sul tema dell'immigrazione ha, come spesso capita, diviso gli schieramenti. Si è determinata quella che è stata definita una unholy alliance (l'opposto di santa alleanza, o forse, meglio ancora, un'alleanza sacrilega) tra gruppi di origine sociale e culturale e di orientamento politico molto diverso tra di loro: il Wall Sreeet Journal, da sempre aperto all'immigrazione e alla libera circolazione della manodopera, si è trovato insieme con settori di sinistra del sindacato o del partito Democratico o con gruppi di base progressisti e radicali. Neanche le chiese hanno avuto un orientamento omogeneo: i settori protestanti fondamentalisti, base elettorale di candidati reazionari e razzisti come Pat Buchanan, si sono trovati in opposizione a vasti settori protestanti delle chiese evangeliche o alla chiesa cattolica favorevole agli immigrati.
Per molti versi avviene qualcosa del genere anche in Italia. Il mondo cattolico - spesso quello stesso che è contro acquisizioni di civiltà fondamentali come la legge sull'aborto o il dettato costituzionale di difesa della pubblicità, laicità e gratuità della scuola - è pronto non solo a dare un sostegno agli immigrati, ma anche ad appoggiare provvedimenti di difesa elementare dei loro diritti. Penso ad esempio alla sanatoria verso la quale, per crudeltà o ignoranza (o più frequentemente per entrambe), spesso anche da sinistra vengono le obiezioni. C'è da dire poi che questi provvedimenti di civiltà passano grazie al voto della sinistra. E per questo bisogna benedire l'italica incoerenza.
Ma tutto questo mostra come sia difficile lavorare politicamente nel campo dell'immigrazione. Si tratta di un campo nel quale in primo luogo è assolutamente necessario evitare di pensare alla grande. Partendo da un osservazione dettagliata della realtà degli immigrati bisogna proporre soluzioni realistiche, con la piena consapevolezza del carattere contingente e non ideale delle scelte che di volta in volta si propongono. La coerenza con princìpi assoluti (tranne quello della massima solidarietà concretamente possibile) rischia di essere dannosa. Bisogna inoltre capire che non ci sono scelte corrette e definitive, valide per sempre.
Sono rimasto molto colpito dall'affermazione di uno dei maggiori studiosi contemporanei dei movimenti e delle politiche migratorie, Ari Zolberg: "per le migrazioni internazionali non esiste la soluzione finale". La vado sempre ripetendo perché mi sembra molto saggia e perché riporta la questione nei suoi termini effettivi. Per risolvere la questione dell'immigrazione qui (o dell'emigrazione da parte dei paesi poveri) sarebbe necessario, come ho tentato di dire, risolvere il problema dei rapporti tra Nord e Sud del Mondo. E questo - come diceva il signor Briest - è davvero un campo troppo vasto.