IL CONFLITTO E LA DENTIERA

Questo libro con cui Gianpaolo Fissore entra "dentro la Fiat" – quasi come a voler andare in profondità dove altri sono rimasti a galleggiare in superficie – è piaciuto a troppa gente e l’unanimità dei consensi è sempre sospetta.

E’ piaciuto a Giuseppe Berta, che su "La Stampa" del 26 settembre, gli riconosce il pregio di aver rifiutato ogni soggezione "agli stereotipi e agli schemi ideologici". Con "una rilettura laica della vicenda del sindacato dell’auto", Fissore è approdato a una persuasione inquietante ma coraggiosa: il Sida fu una risposta – magari sgradita ai sindacati dalle belle bandiere – a chi chiedeva tutela individuale e non caratterizzazioni politiche. E anche per Stefano Musso, su "Conquiste del lavoro" del 15 settembre, "il Sida non fu una creatura di Valletta" o "un sindacato giallo", ma "il prodotto di un irrigidimento e di una chiusura nella dimensione dell’azienda di una linea politica e ideale" fondata "sull’attrazione individualistica (non scevra da favoritismi)" e su un "riferimento identitario alla comunità aziendale".

E’ stato apprezzato da Cesare Annibaldi, negli anni ’70 e oltre protagonista per la Fiat al tavolo delle trattative con il sindacato dei consigli. "Abbiamo fatto sperimentazioni raffinate e mi ci sono pure dedicato con entusiasmo – ha detto Annibaldi – ma senza la svolta dell’Ottanta, la Fiat oggi non sarebbe come la troviamo". Annibaldi ha ragione, ma non ha ancora detto come avrebbe trattato gli operai di troppo se il loro sindacato fosse stato più collaborativo e più responsabile.

E’ piaciuto, naturalmente, al suo prefatore Bruno Manghi, il quale scrive che la vicenda del Sida interessa alla Fim e alla Cisl perché "ha praticato la tutela del singolo" e costituisce, con la sua persistente vitalità a dispetto delle avverse stagioni politiche, la prova vivente di un "lavoro sindacale che noi abbiamo trascurato".

E’ piaciuto anche a Gad Lerner ("Corriere della sera", 14 aprile) al quale si è presentata un ghiotta occasione per aprire porte sfondate: "la grande fabbrica è un universo più complesso di quanto non la si immagini", il Sida fu il sindacato dei lavoratori moderati e collaborò organicamente con l’impresa, ma dimostrò una sua dignità quando nell’ottobre del 1980 rifiutò di mescolarsi con la marcia dei capi. Perciò molti suoi attivisti dovettero subire con la cassa integrazione la stessa sorte degli antagonisti, dei ribelli e degli indesiderati. Ma Lerner non si è accontentato di appagare il suo brillante gusto blasfemo e non ha esitato ad adombrare la possibilità che "la rivalutazione inaspettata della vicenda di un leader e di un’organizzazione etichettati come strumento padronale" costituisca un suggestivo modello per la Cisl dei nostri giorni. Giovanni Avonto, che per la Fondazione "Vera Nocentini" di Torino ha sostenuto la fatica di Fissore e curato la presentazione del volume il 22 novembre, respinge tale eventualità come una indebita forzatura e come una disinvolta "gestione" del libro da allontanare come il fumo negli occhi.

Ma è proprio vero che la Cisl va da altre parti? E’ proprio vero che Lerner ha torto, con la sua dispettosa furia iconoclasta della lotta di classe in via di ingloriosa rottamazione?

Salvatore Vasta, esponente del Fismic intervenuto al dibattito, ha salutato il volume come un seppur tardivo risarcimento che "fa giustizia di troppe rappresentazioni caricaturali". E Cosmano Spagnolo, segretario nazionale della Fim-Cisl, si è rammaricato per gli esiti ancora avari del "lungo fidanzamento", fatto di appostamenti, trattative, offerte generose, "corteggiamenti" non sboccati nel matrimonio di una storica riconciliazione organizzativa. E’ stato proprio Spagnolo a chiarire che il punto di convergenza con il Fismic è il rifiuto del modello antagonistico costruito sul "conflitto per il conflitto". Il Sida-Fismic di sempre e la Cisl di oggi avrebbero in comune la preferenza per un "modello partecipativo". Esso non esclude il conflitto, ma – dice Spagnolo - lo intende come extrema ratio cui ricorrere se serve ad affermare relazioni industriali più solidamente partecipative.

"Farinel", direbbero a Torino: se si osservano le vicende del contratto nazionale dei metalmeccanici e della sua firma separata, si è costretti a prendere atto che il rifiuto dell’antagonismo ha trascinato con sé il seppellimento con funerali di terza classe del conflitto, in nome dell’acquisita persuasione che una migliore ripartizione degli incrementi di produttività sul salario è traguardo irraggiungibile. Una manciata di soldi in più in busta paga – si pensa più o meno - non ti fanno più ricco o più povero. Al contrario, investire in scioperi come ai vecchi tempi ti esporrebbe alla repressione nascosta nella minaccia di dosi sempre più massicce di precarietà. E’ chiaro che se il ragionamento è questo, meglio le case Fiat, le colonie estive, il pacco Natale per i figli, le gite domenicali per la famiglia e la dentiera per te.

E "farinel" un’altra volta: l’archiviazione del conflitto in chiave antagonista spiega, caso mai, l’avvicinamento odierno, ma non spiega perché avvenne la rottura del 1958. Appare un po’ difficile presentare come alfieri dell’antagonismo Giulio Pastore e Luigi Macario (il primo, regista dell’espulsione dei 104 commissari cislini fedeli ad Arrighi, il secondo segretario nazionale della Fim dal 1962 al 1970). Se si vuol proprio riabilitare l’esperienza del Sida, occorrerebbe lanciarsi alla ricerca, nella sua storia, delle tracce di quello che Cosmano Spagnolo ha chiamato "aziendalismo nobile". Un aziendalismo che finì quando alla fine degli anni Cinquanta Arrighi propose alla Fiat un accordo riservato ai lavoratori dell’auto che scavalcasse il contratto nazionale. Valletta rifiutò perché non voleva disturbare la gestazione del centrosinistra. Arrighi incassò il diniego, ma se ne andò dalla Fiat e dal sindacato. Quella successiva è un’altra storia e per farla bisogna fare i conti onestamente con la generazione dei militanti cislini che non nacquero anticapitalisti. Alcuni lo diventarono, ma di sicuro in molti restarono antipadronali. Di lì non si scappa. Oggi Bruno Manghi le chiama tutele individuali, ma quella generazione ( i fratelli Franco e Mario Gheddo, Leo Spiccia, Alberto Tridente, Adriano Serafino) costruì l’avanzata sindacale rifiutando quelli che allora (si pensi ai premi detti di collaborazione poi battezzati premi antisciopero dagli operai bresciani di Franco Castrezzati) erano strumenti clientelari con cui si pagava la rinuncia del movimento sindacale a chiedere di poter contare e di poter trattare alla pari con l’impresa.

Mario Dellacqua

G. FISSORE, Dentro la Fiat Il Sida-Fismic Un sindacato aziendale, Edizioni Lavoro, Roma 2001