Predicazione di apertura del Sinodo tenuta nel tempio di Torre Pellice Domenica 26 agosto 2007. 

SERGIO RIBET

 CHIESA PER CHIAMATA DI DIO La chiesa non è chiamata a giudicare o a salvare il mondo: lo ha già fatto Gesù. Non è suo compito impartire ordini e divieti, ma indicare a donne e uomini la via per crescere nella libertà delle figlie e dei figli di Dio 

 

(2 Samuele 12, 1-13)

 

«Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: “C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero.Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa”. Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte; e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà”. Allora Natan disse a Davide: “Tu sei quell’uomo! Così   dice il Signore, il Dio d’Israele: ‘Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro.Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. 0Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita’. Così dice il Signore: ‘Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall’interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole’. Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore”. Natan rispose a Davide: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai”.

 

 

ABBIAMO ascoltato la testimonianza alla Parola di Dio che ci ha trasmesso il secondo libro di Samuele. Testimonianza di una chiarezza tale che nessuna spiegazione è necessaria. Basterebbe ascoltare. Quale sia il peccato del re Davide, narrato nei dettagli nel capitolo precedente, è noto. Mentre i suoi soldati combattono la sua guerra, Davide manda a prendere la bella moglie di uno di questi soldati, Uria l’Ittita, per possederla. Rinviata a casa, la donna, Bat-Sceba, gli invia un annuncio: «Sono incinta». Davide ha creduto di potersi permettere ogni cosa. Ora avverte che la sua vicenda privata non è sotto controllo. Rischia di diventare uno scandalo politico. Per evitarlo, Davide commette un’altra nefandezza. Fa tornare Uria dal campo di battaglia, cerca di inviarlo alla sua casa, perché si possa credere che la creatura che nascerà è sua, ma Uria rifiuta di concedersi una tregua disertando la battaglia. Con deciso cinismo il re lo rinvia allora al fronte, con un messaggio per il suo comandante, uomo di fiducia e complice di Davide, un messaggio che di fatto è una condanna a morte. Uria viene inviato sotto le mura assediate, dove più infuria la battaglia, dove ci sono i più valorosi nemici. Molti assedianti periscono, e tra loro Uria. Ora all’adulterio si accompagna l’omicidio. Fin qui l’antefatto. Dio manda Natan, il profeta, da Davide. È difficile dire «hai sbagliato» a un amico. Ancora più difficile dirlo a un superiore. Al re. Natan riesce a farlo. Lo fa con un racconto che suscita l’ira di Davide. Il re-pastore, davanti alla immagine dell’agnellina rubata e uccisa, non ha perso la cognizione del male e del bene, come può succedere quando si è ricevuto un potere immenso, quasi assoluto. Davide afferma: «Colui che ha fatto questo merita la morte». L’abilità di Natan sta nel fatto che la sentenza, dura, netta, pensata, non viene direttamente da lui, ma da Davide stesso. Il re pronuncia una sentenza di morte. Natan ora può osare ancora di più, dire una parola tagliente come una spada: ««Tu sei quell’uomo»». 

Una prima riflessione 

Avolte, nonostante la nostra mancanza di coraggio, ci è chiesta questa lucidità profetica: non possiamo tacere la verità. Questo vale per tutti e tutte noi, ma lo sottolineo soprattutto per i pastori e le pastore, e per i candidati al ministero che oggi assumono l’impegno di vivere il loro ministero con fedeltà. Non si tratta di indovinare il futuro, né di dare un giudizio che non ci compete, perché anche noi siamo nel peccato. Si tratta di dire ciò che è vero, dire (e ripetere) quello che Dio dice. Natan lo sa fare. Anzi, non può fare altrimenti. Rispondendo al re afferma: «Così dice il Signore... Io ti ho innalzato, e tu hai disprezzato la mia Parola, facendo quel che è male ai miei occhi». Dopo la condanna ampia e dura, detta in nome di Dio dal profeta, Davide deve rispondere. Potrebbe negare, fuggire, eliminare il profeta. La sua risposta 

 

sciagure sulla casa di Davide, che Natan aveva pronunciato, si compirà. E il racconto su Davide si dipanerà per capitoli e capitoli, senza che mai sia dimenticata la disobbedienza del re. 

Una secondo riflessione 

NON c’è più innocenza, non c’è più ingenuità possibile nell’esercizio del potere, da parte di Davide. Eppure, Dio lo ha scelto, e continua a proteggerlo, nonostante tutto. Anche da se stesso, quando Davide dimentica la parola di Dio. Anche qui mi rivolgo a tutte e tutti voi, ma questa volta in modo particolare ai partecipanti al Sinodo. Il Sinodo è per noi un potere: «la massima autorità umana della Chiesa in materia dottrinaria, legislativa, giurisdizionale e di governo» (27DV/1974). Ma il Sinodo «non è mai sovrano, perché soggetto alla sola sovranità dell’unico Signore della Chiesa » (12/SI/72). L’autorità del Sinodo è grande. A volte anche la sua autorevolezza. Ma non è illimitata, come non era illimitata l’autorità di Davide. Davide è una pedina, tra le più importanti, sullo scacchiere della storia del popolo di Dio, con le sue continue tensioni. Israele sarà un popolo speciale, guidato da Dio o un popolo come gli altri, che chiede un’amministrazione adeguata ai spirito. Ma il vero problema al quale dovremo dare risposte, nel Sinodo ma soprattutto nella nostra vita, è se siamo capaci di ascoltare non la realtà, non la tradizione, non altre voci, ma la parola del Dio vivente. Questa è la sfida, che raccogliamo pur nella nostra umanità e nei nostri errori. Se sbagliamo non dobbiamo cedere alla tentazione di coprire il primo errore con altri, forse anche peggiori del primo. Coprire un adulterio con un omicidio. Davide si è sentito protetto da Dio, ed è stato protetto da Dio, non per la sua grandezza, pure eccezionale, ma perché si è affidato alla volontà di Dio, al patto, alla promessa di Dio. Non è Dio che è legato alla sua promessa di amore: non ha nessun obbligo nei nostri confronti, né è soggetto ai nostri ricatti, fossero pure pii ricatti. Siamo noi che siamo incatenati dalla sua promessa d’amore. Davide pagherà cara la promessa di amore che Dio gli ha rivolto, ma vivrà. Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata. Noi potremmo pagare cara la tentazione della chiesa – delle chiese – di confondere la volontà di Dio con il proprio prestigio, la propria autorità, il proprio desiderio, pieno di peccato, di onnipotenza, di infallibilità, di perfezione, di innocenza. Se ci lasceremo afferrare dall’amore di Dio per noi, vivremo. 

Un’ultima osservazione 

CARA comunità, anzi: cara chiesa. Chiesa nel senso autentico della parola: persone convocate dalla Parola di Dio, per ascoltarla e metterla in pratica. Chiesa per chiamata di Dio, e non per l’etichetta, l’autocertificazione di denominazione di origine controllata. Cara chiesa, che cosa ci dice questa Parola? Non solo per la nostra vita privata, né solo per la chiesa, ma per l’umanità intera, per il mondo? Ai tempi di Davide c’era una quasi perfetta coincidenza tra popolo e popolo di Dio, tra comunità politica e comunità di fede. Nel corso della storia, qualche chiesa si è fatta impero; qualche impero, vorrei dire illuminato, si è fatto welfare, imitando la chiesa almeno al livello della attenzione all’essere umano. Oggi Chiesa e Stato, poteri forti e chiese, tendono a invadere il campo altrui, a volte per il «bene comune » (stabilito chissà da chi), a volte, parrebbe, per il male comune. La Chiesa non può vivere solo nel privato, né tanto meno solo per se stessa. Ha una missione. Riguardando a Davide, percepiamo la grandezza del re, grande non solo nel bene ma, se si può dire così, anche nel male. Semplice come colomba e prudente come serpente. Ha compiuto la sua missione? Forse sì. Certamente Dio ha fatto sì che la sua missione non fosse solo fallimento. Ma indubbiamente Davide non si è rinchiuso nel privato, né nella pietà personale. Ha affrontato il mondo in cui viveva, non ne è fuggito. Potremmo dire lo stesso anche di Gesù Cristo. Non si è rinchiuso nel privato, né nella sola pietà personale, ha affrontato e si è confrontato con il mondo nel quale è stato inviato, per un tempo, fra noi, non ne è fuggito. Ha compiuto fino in fondo la missione che gli era stata affidata. L’accostamento non è casuale. Chi ha seguito Gesù nella sua vita terrena lo ha acclamato come «figlio di Davide ». Sia Davide che Gesù hanno fatto i conti con la prospettiva del regno, dell’abbandonarsi a Dio, della preghiera. C’è una forte analogia, ma anche un ribaltamento totale di scenario, che possiamo sintetizzare in poche parole. «Tu sei quell’uomo» è l’accusa di Natan a Davide, e indica, consapevole o no, colui che toglie il peccato del mondo, prendendolo su di sé (Giov. 19, 5; Giov. 1, 29). La missione della chiesa oscilla tra quella di Davide e quella di Gesù. La missione della chiesa (come quella di ognuno) nasce da una vocazione. La chiesa non è chiamata a giudicare o a salvare il mondo: lo ha già fatto Gesù. Non è suo compito impartire ordini e divieti, ma indicare a donne e uomini la via per crescere nella libertà delle figlie e dei figli di Dio. La chiesa non può chiedere altro ai credenti se non di obbedire alla Parola di Dio, non al consenso del popolo, ai sondaggi di opinione, alla schiavitù della obbedienza, neppure alla obbedienza ecclesiastica, quando la chiesa guarda a sé stessa e non a chi la convoca. Per servire Dio, e per servire il mondo, non servono persone schiave, di qualsiasi idolo. Occorrono persone, salvate e liberate dal Dio vivente, con la schiena dritta, con il coraggio delle proprie opinioni e di dire la verità, quella verità che ci rende liberi. Amen.