Uno sciopero in fondo al pozzo batte il gigante dell'alluminio russo
100 minatori obbligano RusAl a trattare sul 50% di aumenti salariali. E mettono in crisi la legge federale sugli scioperi
Astrit Dakli -5.4.08

La storia non è ancora finita, ma almeno per ora la Russia degli oligarchi e delle multinazionali registra un nuovo successo di uno sciopero-simbolo, dopo quello registrato nei mesi scorsi alla Ford di San Pietroburgo, che travolge le procedure previste dal Codice del lavoro russo. La potentissima compagnia RusAl, numero 1 mondiale dell'alluminio, ha accettato di trattare con i minatori che da dieci giorni avevano incrociato le braccia barricandosi in fondo a una miniera di bauxite per chiedere aumenti salariali del 50 per cento e migliori condizioni di lavoro. Dopo l'annuncio della compagnia, i 96 scioperanti sono risaliti ieri alla superficie e un negoziato ha avuto inizio.
La vicenda ha molte particolarità, a partire dall'improbabile nome - «Cappuccetto Rosso» - che porta la miniera in questione, situata insieme ad altre nella sperduta località di Severouralsk, 450 chilometri a nord di Ekaterinburg lungo la catena degli Urali. La United Company RusAl, proprietaria delle miniere della zona, è il maggior produttore mondiale di alluminio, presente in 17 paesi in tutti i continenti e occupa oltre centomila persone; proprietario ne è Oleg Deripaska, il più ricco e potente fra i ricchi e potenti oligarchi russi.
Finora RusAl era riuscita a ricattare i minatori e a tenerne basse le paghe (in media 28.000 rubli al mese, circa 750 euro, secondo i dati della compagnia) con due argomenti principali: 1) la scarsa produttività delle miniere di Severouralsk a confronto delle miniere di bauxite che la compagnia possiede in Africa (Guinea, Nigeria) e in Sud America (Guyana); e 2) il fatto che un'eventuale chiusura delle miniere di Severouralsk metterebbe totalmente in ginocchio questa città di 33.000 abitanti, dove in pratica non esiste altra possibilità di lavoro. Il che ovviamente fa sì che le autorità cittadine siano totalmente schierate dalla parte dell'azienda.
Forte di questi atout e appoggiandosi a quanto previsto dal Codice del lavoro, RusAl aveva rifiutato ogni contatto con il Sindacato indipendente dei minatori Npg (nato spontaneamente nei grandi scioperi minerari del 1989 e rimasto più o meno vicino ai lavoratori, almeno in alcune delle regioni dove è presente), sostenendo di voler negoziare solo con l'ufficiale Federazione dei sindacati indipendenti - in realtà un'organizzazione erede dei vecchi sindacati sovietici e funzionante come una sorta di «ufficio affari sociali», spesso diretto da un funzionario dell'azienda.
Il risultato è stato che non potendo contare su una rappresentanza sindacale «vera», i lavoratori hanno finito per avviare una lotta spontanea, molto più dura e determinata, e l'azienda ha perso il controllo della situazione. Dopo un inizio in cui gruppi di lavoratori hanno provato a chiedere un incontro alla direzione - solo per farsi minacciare di licenziamento immediato - un'intera squadra di minatori, alla fine del turno, si è rifiutata di risalire in superficie chiedendo il 50 per cento di aumento, l'abolizione del turno del sabato e la messa in attività di una vicina miniera, lasciata ferma dall'azienda.
Con gli scioperanti, un centinaio, anche la maggior parte degli altri lavoratori ha subito solidarizzato. All'inizio c'è stata qualche incertezza, perché la direzione ha immediatamente agitato la minaccia di una chiusura di tutte le miniere dell'area «per garantire la sicurezza dei minatori»; dopo un paio di giorni la minaccia è stata effettivamente messa in pratica ma subito dopo ritirata: le miniere chiuse sono state riaperte, anche per il timore che tutte quante venissero occupate e la vicenda diventasse uno scandalo nazionale.
Così il braccio di ferro è andato avanti per oltre una settimana, con l'azienda che rifiutava di riconoscere ogni legittimità allo sciopero aspettando il pronunciamento del tribunale di Ekaterinburg sulla sua legalità - pronunciamento che però è stato rimandato al 10 aprile - i minatori che nel frattempo iniziavano anche uno sciopero della fame e la vicenda che andava sempre più crescendo di rilievo sui giornali nazionali. Il tutto, senza che ci fosse nessuna vera mediazione tra le parti, data l'assenza di un sindacato riconosciuto: la Federazione dei sindacati indipendenti riusciva solo a farsi portavoce dell'azienda, «offrendo» agli scioperanti, in cambio della fine dell'agitazione, la garanzia di non subire rappresaglie.
Ora un dialogo si è avviato - secondo alcune fonti anche con la partecipazione di alcuni deputati federali - e probabilmente i minatori di Severouralsk otterranno che almeno una parte delle loro richieste sia soddisfatta. Ma quel che più conta è che l'assurdità di un codice del lavoro che rende difficilissimo il confronto fra aziende e lavoratori comincia ad essere sotto gli occhi di tutti. Grandi aziende comprese.