foto Rio Tinto Minerals autori Massimo Martelli e Paolo Jannin

concesse da

SCOPRIMINIERA - Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca
LA TUNO Srl
Loc Paola - 10060 Prali (TO)
Tel/Fax. 0121.806987
scopriminiera@scopriminiera.it
www.scopriminiera.it

 

gli impianti di Pomeifrè

 

imbocco

 

galleria principale

 

aerazione lungo galleria principale

 

interno cantieri

 

cantiere, a lato la ripiena

 

 

 

il fronte del talco

 

in cantiere, pala diesel

foto satellitare

 

            

Eco del chisone-  22-9-04

 

Dopo 25 anni "L'Eco del Chisone" torna in galleria per capire com'è cambiata la vita nel sottosuolo

Talco made in Prali: il mondo ce lo invidia

Trentamila tonnellate l'anno estratte dall'unica miniera oggi attiva (la Rodoretto di Pomeifrè) - Tra Malanaggio e la Val Germanasca i dipendenti Luzenac sono un centinaio: tra loro, 21 sono polacchi e un rumeno

 

Bianchissimo e lamellare, come si conviene al talco migliore. “Il nostro è uno dei più pregiati al mondo. In Europa siamo al top, e solo alcuni giacimenti indiani e cinesi possono farci concorrenza”. Alexander Kristen, austriaco nativo di Klagenfurt, da febbraio è il nuovo direttore generale della Luzenac Val Chisone al posto di Cesare Salina, che se ne andò nel luglio 2003. Classe '69, Kristen è un ingegnere minerario che sa il fatto suo e che alla Luzenac val Chisone sta regalando stimoli, competenza e grande disponibilità al dialogo.

La "peiro douço" made in Prali è un pezzo forte della cosmetica, trova impiego nell'industria farmaceutica e automobilistica  (ogni auto contiene circa sei chili di talco), nelle vernici e nella carta. Per citare qualche esempio.

Trentamila tonnellate annue (contro le 42mila dell'88). Tutte estratte nell'unica miniera oggi in funzione: quella di Rodoretto a Pomeifrè ("Nuova Fontane" per la concessione mineraria).

“I giacimenti della Gianna si esaurirono nel '95, Crosetto due anni fa”, interviene il direttore della miniera, Franco Monticelli (geologo). Il primo accesso della "Rodoretto 2000" è del marzo '99, dopo quattro anni di lavori della ditta bergamasca Negroni e 13mila metri di sondaggi (sopra e sottoterra). Due le zone di cantiere per 400 metri totali, dove si alternano al massimo 26 persone a turno ad una profondità di 350 metri e temperatura costante sui 12-15°. “Qui c'è talco per i prossimi dieci anni - aggiunge Monticelli -: dal 2005 esploreremo le ali nord e sud del cantiere attuale per cercare di prolungare la vita della miniera”. E portare, in due-tre anni, la produzione a 33-34mila tonnellate l'anno.  

Centotrenta i dipendenti della Luzenac (che appartiene al colosso Rio Tinto): 99 tra Malanaggio e la Val Germanasca, gli altri in Sardegna, ad Orani, dove sorgono uno stabilimento ed una cava a cielo aperto. Negli Anni '40 i minatori alle dipendenze dell'allora Talco & Grafite erano oltre un migliaio. Nel '78 260, 125 nel '92, 66 nel '95. Oggi sono 33, di cui un rumeno e 21 polacchi.

Molto è cambiato là sotto, nel cuore della terra. Soprattutto dal punto di vista della sicurezza e delle condizioni ambientali: tuta fluorescente, radio, elmetto, cuffie, guanti, occhiali e autorespiratore sono diventati strumenti quotidiani. Il lavoro però resta di quelli duri, "sporchi", poco appetibili e mal pagati (oggi un minatore guadagna 1.200-1.500 euro netti al mese). Anche se qualcuno, come il sorvegliante Ezio Sanmartino, pur dopo 25 anni di quella vita, non la cambierebbe. “Ne avrei avuto la possibilità, ma ho preferito restare qui”. Forse perché nonostante il fango, il buio, la roccia che trasuda umidità, lo scricchiolare delle armature in legno e i rischi delle volate con la dinamite, la miniera resta un luogo affettivo. Che salda i destini, cementa amicizie e riesce a mantenere ritmi pacati. Mai frenetici. 

“Le condizioni di lavoro? Migliorate, certo, anche se i problemi non mancano. La miniera non è un ambiente sano: si lavora in 30 centimetri di fango, spesso tra infiltrazioni d’acqua”. Gualtiero Sanmartino ci è entrato nel luglio '74, a 17 anni: matricola 1109. Oggi è rappresentante sindacale della Cgil e responsabile della cernita.

I fumi del diesel restano una spina nel fianco. Introdotti nel '91, quei mezzi scatenarono subito un'infuocata ma vana battaglia. “Allora emerse che le emissioni rispettavano i valori di legge. Nonostante tutto siamo ancora preoccupati. Solo in futuro si saprà se veramente non ci sono problemi”. E oggi? “Utilizziamo gorgogliatori per purificare gli scarichi delle macchine. È necessario controllare ogni ora il livello dell’acqua, ma non è sempre facile convincere gli stranieri a compiere questa operazione”.

Da qui l'altro tema: i rapporti (peraltro buoni e solidali) con i colleghi polacchi, da sempre molto poco sindacalizzati. “Negli ultimi anni l’attività sindacale si è ridotta parecchio”, avverte Sanmartino.

Eppure la Val Germanasca fu teatro di lunghe e dolorose lotte per il rispetto dei contratti e la difesa dei posti di lavoro. Scioperi che duravano mesi. Roba d'altri tempi.

Silicosi a parte, debellata da decenni, anche gli infortuni sono diminuiti: due lievi lo scorso anno, nessuno da gennaio a oggi. Però mai abbassare le guardia, perché non si ripeta una tragedia come quella del giovane Marco Bugiafreddo. Morto il 26 ottobre di 10 anni fa. In miniera.

   

Gino Ilario: 37 anni sotto terra

Geometra e caposervizio, racconta un mestiere duro e pieno di insidie

Una passione ereditata dal padre, che cercava oro in Sud Africa e in Arizona

 

Trentasette anni in miniera. La prima volta a libro paga Gino Ilario ne aveva 14, e frequentava il "Buniva" a Pinerolo. Ma in quei primi incarichi, d’estate, faceva solo l’aiuto d’ufficio, con la paga da manovale semplice, a 300 lire al mese. Non ne uscì più, fino al giorno della pensione, nel 1982.

Le miniere della Val Germanasca erano la sua casa. E non è retorica, per un ragazzo del 1928 che dal 1942 abitava proprio nella palazzina della Gianna, dove oggi è allestito il museo. “Ho continuato a usarla come base per molti anni, anche da sposato, e ci salivo in estate con tutta la famiglia”. Del resto per lui non era altro che la casa paterna. La famiglia Ilario si era stabilita lì dal Canavese, Gino era il figlio del capo sorvegliante. L’abitudine alle gallerie l’aveva ereditata dal padre, un uomo che in miniera c'era stato per 50 anni, prima a Brosso (pirite) e Traversella (ferro), poi anche a cavare l’oro in Sud Africa (a Johannesburg) e in Arizona, vicino ad una riserva indiana ai confini con il New Mexico.

Diplomato geometra, prima vice, più avanti caposervizio. Con Gino entravano in miniera (ne era l’epoca), anche grosse innovazioni tecniche: “Con l’arrivo della Luzenac ho visto le prime perforatrici ad acqua (quelle moderne montate su carri gommati- ndr.) e i grossi diesel”. Una rivoluzione per ritmi e produttività. Oggi sono superate da macchinari molto più grandi, e anche il popolo dei minatori si è fatalmente ridotto: nel 1983 erano 180 operai, a oggi superano di poco la cinquantina. Ma per allora, quei diesel, cambiavano tutto. Certo però che qualche fumo lo facevano, “e la miniera capta tutto. Ma nemmeno si poteva esagerare con le ventilazioni forzate, con tutta quell’aria nella schiena di chi lavora”.

Gino Ilario racconta un mestiere pieno di insidie per la salute: “In miniera c’è sempre pericolo”, ma lo dice col tono di chi, tutto sommato, i minatori li considera un po’ manovali dei più umili, e un po’ piccoli eroi. Come quando racconta di quei minatori che “con la grafite si vedeva solo il bianco degli occhi; certo che di sapone se ne faceva andare tanto!”. E di quando le volate portavano via i picchetti di direzione e si doveva rimetterli in mezzo al fumo: “Erano gli anni più belli, ho un bel ricordo ma ho anche preso un po’ di silicosi”.

Insidiosa, la silice, che si diffondeva in particelle finissime insieme alle polveri, “che si alzavano anche se bagnate, con la fretta del carica-scarica”. Poi ci sono le emulsioni dell’olio delle perforatrici, e in miniera non c’è scampo, “anche con la mascherina si respira tutto”. Un lavoro duro, che richiede anni di perforazioni nelle quarziti prima di trovare il banco di talco. Per poi non essere sicuri nemmeno di fronte alla sua morbidezza, perché “è un minerale untuoso ed esercita una grande pressione sulle pareti e sui montanti di larice della galleria”, e perché nel mezzo di un banco si possono nascondere grosse pietre calcaree, ed è successo che crollando all’improvviso uccidessero delle persone.

Si avanzava a due a due, e c’era fratellanza, tra i minatori, anche per la consapevolezza del pericolo”.

Il gruppo era unito “e lo è sempre stato, anche per le rivendicazioni per il salario e per la sicurezza”. La crisi più grande Ilario la ricorda nel ’67, “a causa della concorrenza asiatica e mondiale: i dipendenti della Talco e Grafite da 500 erano scesi a 280, poi nel ’67 un taglio netto fino a 110”. Le prime miniere a svuotarsi furono col tempo le più alte e antiche, come la Gianfranco, la Maniglia, il Corsetto… Sono in gran parte esaurite.

Nel 1940 uno stipendio arrivava a 500-550 lire al mese. Un paio di scarponi ne costavano 95. “Eravamo indietro di 50 anni rispetto agli svedesi. Prendi i primi fioretti, che si dissaldavano dopo 30 centimetri di foro nella roccia. Con quelli svedesi, quando arrivarono, si andava avanti per 300 metri”. Ma ciononostante erano decenni d’oro per le miniere. “Gli operai vivevano nella casa grande, con i dormitori sopra e la mensa sotto, e c’era un bar per il dopolavoro per giocare a carte e prendere il caffé, o mezzo litro di vino”. Quella casa non è più simmetrica da quando “i partigiani distrussero i ponti a Pomeifré, e l’autoblindo tedesco sparò da lì”.

C’era anche la scuola elementare, e “la maestra viveva lì”.

Negli Anni ’70, fino al 1983-84, c’erano 12 polacchi a Malanaggio. Lavoravano dove c’è la torretta. Erano grandi lavoratori, poi il sabato tutti a casa a bere vodka”.

 

 

I polacchi: una comunità piccola e appartata

Dalla Slesia a Rodoretto

 

Dalla Polonia alla Val Germanasca. Come già era successo, parecchi anni fa, a molti loro connazionali, poi precipitosamente rientrati in patria nell'89, con la fine del regime comunista. Negli Anni '70-80 erano 12 (più l'ingegnere responsabile della squadra): estraevano la grafite all'Icla-Brutta Comba di S. Germano e abitavano nella palazzina di Malanaggio (attuale sede degli uffici Luzenac). Oggi sono 21, lavorano il  talco e hanno eletto la Gianna a loro casa.

“Una piccola comunità che vive abbastanza isolata e non cerca più di tanto l’integrazione”. Pawel Gajeski, polacco, pastore valdese da tre anni a Perrero, aiuta i minatori adoperandosi come traduttore e interprete: “La loro vita in Italia è il lavoro e i più considerano la loro presenza qui come una tappa”.

Provengono dalla Slesia, Sud-ovest della Polonia: soprattutto da Katowice e Bielsko-Biala, città ricche di miniere di carbone. “I primi di noi sono arrivati a gennaio 2000. Ne sono seguiti altri due gruppi, uno a ottobre del 2002 e l’ultimo a marzo dello scorso anno”, ricostruiscono Ryszard Drzystek, Jan Tokarczyk e Grzegorz Cupek. “Una ditta polacca si è occupata della mediazione: in Polonia molte miniere sono state chiuse e mancano posti di lavoro. In Italia c’è richiesta di personale, si guadagna 2-3 volte di più e anche la sicurezza è molto migliore” aggiunge Bronislaw Kwiatecki.

La maggior parte ha intenzione di tornare a casa e non di stabilirsi definitivamente in Italia. “Non è pensabile trasferirci: le nostre mogli hanno un lavoro in Polonia e i nostri figli studiano. Ci vediamo durante le ferie, oppure ogni 4-5 mesi”.

Tokarczyk ha 45 anni e tre figli: “Ho lavorato per 13 anni nelle miniere di carbone polacche, poi nelle cave in Sardegna. Mi fermerò ancora 2-3 anni, quando potrò andare in pensione e tornare in Polonia. Allora sistemerò la mia casa”. Futuro diverso quello di Drzystek (48 anni e due figli) e Cupek (34 anni, con tre figli), che hanno al loro attivo rispettivamente 22 e 4 anni di lavoro nelle miniere polacche. “Dovremmo restare a Prali ancora almeno 5 anni”, prevedono.

Tutti (tranne uno sposato a Perrero con un'italiana) alloggiano nella struttura della Gianna che un tempo ospitava gli uffici dell’amministrazione. Camere singole, una sala ricreativa e la mensa. “Si sta bene”, assicurano. Per i pasti l’azienda fornisce il pranzo dal lunedì al venerdì. “Diversamente cuciniamo noi”.

Lavorano 8 ore al giorno, su tre turni. Nel tempo libero studiano italiano. Poi, tv e giornali. “Abbiamo sei auto: il sabato e domenica andiamo in montagna e al mare”.

   

Kristen, direttore generale della Luzenac

“Il nostro must è la sicurezza”

 

“La sicurezza: è un discorso che ci sta molto a cuore e per il quale stiamo facendo grossi sforzi. Tutta l’azienda dipende dalla miniera ed è importante garantirle le migliori condizioni”, comincia così il direttore generale Alexander Kristen. 

Ogni mese si riunisce un comitato, formato da dirigenti e dipendenti, dove i minatori possono chiedere migliorie specifiche e si risponde alle nuove disposizioni in materia di sicurezza. “Così si può verificare se sono stati raggiunti gli obiettivi posti” precisa Kristen. “Quando un’area non viene più utilizzata per la coltivazione del talco, al suo interno viene inserita una ripiena di cemento per evitare crolli e poter scavare nuove gallerie in discendente. Inoltre, da alcuni mesi, le armature in legno sono state integrate con puntelli idraulici, che permettono di migliorare la sicurezza e la produttività”.

Fiore all'occhiello della sicurezza è senz'altro il pozzo costruito nella miniera di Rodoretto (Nuova Fontane): “Profondo 270 m, serve per la ventilazione e come via di fuga in caso di emergenza. Dal 2003 nel pozzo abbiamo realizzato pure un ascensore da ... posti (o due più barella): un investimento da 500mila euro”, continua. Tra i progetti si sta mettendo a punto una macchina che aiuti i minatori a sistemare i puntelli di legno per realizzare le gallerie.

Quanto ai mezzi diesel, Kristen aggiunge: “Abbiamo ridotto al minimo le emissioni realizzando una buona ventilazione e dotando di filtri tutti i mezzi: tecnologie indispensabili”.

Oggi in miniera non lavora più alcuna ditta esterna: “La produzione è migliorata e la tendenza della Luzenac è di riprendere le mansioni (anche molto specialistiche, ndr) prima date in appalto”. Tornati a casa i bergamaschi della Negroni, oggi restano 21 polacchi e un rumeno. Tutti dipendenti.

A fine Anni ’90 cercavamo personale, preferibilmente della zona, ma il lavoro nel sottosuolo è duro”. E poco appetibile. Non però per i tanti polacchi lasciati a casa dopo la chiusura di molti siti minerari (nel '90 erano 72 le miniere aperte in Polonia, oggi 35). Grande esperienza e altrettanta necessità di lavorare. “Per superare le iniziali difficoltà di comunicazione, l’azienda ha organizzato corsi di italiano per i primi 3-4 mesi di permanenza. Inoltre - conclude Kristen - tutti i documenti interni sono tradotti in polacco”.