articoli sul settimanale  'riforma'- 13-5-05

Tutti vendono nessuno produce

Piervaldo rostan

Il nostro territorio, non diversamente da altre aree d’Italia, sta assistendo a un fenomeno per certi versi inquietante. Vaste aree fino a pochi anni or sono a destinazione agricola, vengono occupate da grandi costruzioni, capannoni; sarebbe uno scenario da Anni 60 se si trattasse di nuovi laboratori artigianali o piccole fabbriche ma così non è: sono gli «ennesimi» centri commerciali. Così Pinerolo, che oltre a numerosi supermercati ha già un megacentro in zona Abbadia, ne vedrà sorgere un altro dal lato opposto della città.
Perosa Argentina sembra puntare molto sulla sua Coop proprio dove arriverà la nuova «23», Bricherasio ha varato in Consiglio comunale poche settimane fa un nuovo centro commerciale all’altezza della deviazione verso San Secondo; senza dimenticare che poco più a valle esiste da anni un supermercato e che in mezzo, al posto del vecchio mulino della Bima, sorgerà ancora una volta un centro commerciale. Nella vicina provincia di Cuneo sta accadendo un fenomeno analogo, coinvolgendo terreni di splendide cascine.
Si obbietterà che così si creano nuovi posti di lavoro. Mi pare però che, al di là delle giuste sollevazioni dei piccoli commercianti di paese che subiscono ogni giorno le difficoltà di una concorrenza insostenibile, stia cambiando in modo radicale la cultura del lavoro. Da un lato chiudono le fabbriche: centinaia di persone si trovano senza il posto di lavoro e con grandi difficoltà a ritrovare una occupazione che tenga conto della loro formazione mentre dall’altro si cancellano centinaia di ettari di fertile terreno per far posto a grandi magazzini e alla relativa viabilità.
Ma in questo modo viene meno la cultura del produrre, del mettersi al lavoro pensando anche al fine della propria occupazione, a quello che si fa e a quello che servirà ciò che stiamo producendo. Viene meno anche quel senso di imprenditorialità che per anni ha caratterizzato le zone di provincia, pur già «minato» nella nostra provincia dalla cultura Fiat che proponeva, ormai decenni or sono il classico «posto sicuro».
Si sta perdendo, con i posti di lavoro, anche la cultura della produzione; si stanno creando tanti posti di lavoro subalterno alla cassa o nei magazzini di grandi supermercati dove vendono comunque le stesse cose prodotte altrove, senza anima e purtroppo spesso anche senza diritti per chi vi lavora. E sono posti di lavoro comunque precari (quanti centri aperti, dopo qualche tempo chiudono?). Ma forse era proprio questa la filosofia che stava dietro a uno degli slogan governativi di qualche tempo fa trasmesso su tutte le televisioni: solo consumando e comprando si mette in marcia l’economia.