UNA CITTÀ n. 28 / Dicembre 1993
MARCO REVELLI

LA FINE DI MIRAFIORI

Partito, sindacato generale, stato sociale: i pilastri della sinistra novecentesca crollati sotto i colpi della globalizzazione dell’economia. La perdita di significato dell’unità nazionale. La fine del modello fordista e dell’idea di una produzione che producesse la società. Il monismo egemonico del toyotismo. Il ritorno al mutualismo delle origini come terza via fra difesa del vecchio e apologia del nuovo. Intervista a Marco Revelli.

Marco Revelli, storico, da sempre impegnato nel movimento operaio torinese, lavora al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Alessandria ed è redattore della rivista l’Indice.

Parliamo di sinistra e di movimento operaio. Come vedi la situazione?
Sono convinto che in questa fine secolo una serie di grandi pilastri culturali e istituzionali su cui si era formata la sinistra novecentesca, stiano crollando e con essi una serie di tabù o di luoghi comuni: il primato dello stato rispetto a ogni altra forma di socialità; la dimensione generale dell’organizzazione da preferirsi alle dimensioni particolari; l’assistenza pubblica anziché forme di solidarismo che non passino attraverso la mediazione dello stato; l’unità nazionale come valore all’interno del quale il movimento operaio può costruire una politica molto più adeguata che su una base di tipo localista. Questi punti fermi sono stati erosi da una serie di processi che stanno segnando la fine del novecento e che costituiscono una sfida molto alta, che richiede fantasia, che richiede la capacità di tenere molto fermi i principi, ma molto flessibili le strategie e gli obiettivi. Occorre una capacità di inventare forme nuove, diverse, di stare insieme, di far politica, per rompere frontalmente con i tre elementi che costituiscono la tradizione consolidata della sinistra del novecento, più o meno dagli anni venti in poi, in tutte le sue varianti, dal leninismo al laburismo, all’S.P.D., all’eurocomunismo: il sindacato generale, il partito di massa e lo stato sociale. Questa triade -la crucialità della rappresentanza degli interessi da parte del sindacato generale, il significato del partito come contenitore esclusivo dell’azione politica e lo stato sociale come garante del solidarismo e dell’universalismo dei principi- è scardinata da due elementi: uno è la fine del fordismo taylorista, cioè la fine di un modello di organizzazione del lavoro e della produzione basato sulla produzione di massa e sulla razionalizzazione del lavoro di grande fabbrica; l’altro è il venir meno del modello keinesiano di rapporto tra politica ed economia, un modello basato sulla coincidenza fra spazio della politica e spazio dell’economia, fra stato nazionale e mercato nazionale. E a provocare la fine di questi due modelli sono i processi di globalizzazione dell’economia. Questo forse è l’elemento nuovo, radicale, che sta segnando la svolta. E il processo di globalizzazione non è semplicemente il commercio internazionale, non è l’economia capitalista che spazia in tutto il mondo nello scambio delle merci. E’ che tutto il mondo oggi è diventato disponibile alle attività produttive in termini istantanei, che oggi è possibile comunicare in tempo reale con qualsiasi punto del pianeta e non solo dal punto di vista delle telecomunicazioni, ma anche del trasferimento delle merci. Spostare un semilavorato dall’Europa all’Australia richiede al massimo diciotto ore. Questo significa che tutto il mondo può diventare un segmento di un processo di produzione globale. Il tele-lavoro è l’esempio classico.
Se pensiamo che le grandi softer-house americane, produttrici di programmi per computer, impiegano nel loro ciclo lavorativo ingegneri indiani che, costando da sette a dieci volte di meno, producono i loro pezzi di programma collegati via modem con gli elaboratori centrali della casa madre negli Stati Uniti, via satellite, in tempo reale, utilizzando, grazie ai fusi orari, gli impianti che sono lasciati liberi dai lavoratori americani che a quell’ora stanno dormendo, ci accorgiamo di aver di fronte un processo lavorativo in tempo reale ai due estremi del mondo.
La transnazionalizzazione dell’economia e l’acquisizione di una formidabile mobilità del capitale che può spostarsi in tempi straordinariamente rapidi in ogni parte del mondo, fa sì che possa scegliersi quelle localizzazioni che gli danno maggiori garanzie dal punto di vista delle condizioni delle forze lavoro, delle infrastrutture, delle politiche dei servizi che gli stati possono mettere a disposizione. Cipputi è rimasto inchiodato al suo territorio di fabbrica e non può prescinderne, ma Agnelli ha acquisito una mobilità straordinaria.
Questo significa che le politiche economiche nazionali, che lo stato nazionale che, attraverso la leva fiscale e l’erogazione del reddito ridisegnava i rapporti tra le classi, è totalmente saltato, lo spazio dell’economia è diventato il mondo mentre lo spazio della politica è rimasto quello del territorio nazionale. E alla fine lo stato si riduce a praticare nei confronti del capitale quello che il capitale pratica nei confronti del cliente, tenta di interpretare i bisogni dei vari capitali e di offrire servizi e condizioni tali da attirare gli investimenti. Ci saranno anche funzioni di coordinamento dell’economia, normative, ma questa funzione la svolgono già i grandi organismi sovranazionali, la banca mondiale, il fondo monetario internazionale, la CEE, eccetera. Nel competere per le localizzazioni avranno addirittura maggiori chance singole regioni che non i mastodontici stati nazionali fra l’altro molto differenziati al loro interno. Microregioni o macroregioni che potranno anche attraversare i confini degli stati, ridisegnare aree, Torino potrebbe avere delle sinergie più forti con Lione che con Milano o con Venezia. Questa è la dimensione.
E se questo da una parte ha messo in crisi il modello di stato keinesiano, dall’altra parte ha fatto saltare il modello fordista-taylorista. Cioè un modello che era fondato sull’idea del carattere relativamente illimitato della domanda di beni di consumo durevole, di una domanda, estendibile a tutta l’umanità, di tutti i prodotti dell’industria elettromeccanica, prodotti nuovi, prodotti legati alla modernità avanzata. L’idea, cioè, del primato del produttore sul consumatore, che chi decide i volumi produttivi e la qualità del prodotto ha mano libera, è in grado di imporre queste scelte al mercato. Si credeva, in fondo, che la produzione producesse la società, che il relativo disordine incontrollabile della società potesse essere razionalizzato a partire dalla produzione di fabbrica. Il modello gramsciano era questo: conquistando il potere nella produzione costruivi la società nuova, diversa, razionale.
Ma nel momento in cui il mercato diventa globale e la produzione anche, nel momento in cui ha conquistato l’intero globo, paradossalmente, ha misurato i propri confini. Ha verificato che la domanda è un’entità finita, non infinita. Il mercato non assorbe tutto il prodotto, il mercato non può coincidere con tutta l’umanità. Ci sono dei vincoli, non solo di saturazione del mercato, ma ecologici, dei vincoli determinati dall’eco-sistema, dei limiti di sopportabilità che non possono essere rotti. Se solo il 7% della popolazione mondiale possiede l’auto, il produttore fordista pensava all’altro 93%. Ma questo 7% di consumatori di auto sta rendendo invivibile il pianeta. Figuriamoci se a questo 7% si aggiungesse anche solo una parte del restante 93%. Il genere di consumi che il ‘900 ha trasformato in way of life per se stesso, e che immaginava generalizzabile, non è tale, è un way of life per privilegiati che tale deve rimanere, altrimenti sarebbe una catastrofe.
Lazlo ha calcolato quante tonnellate di rifiuti produrrà nella propria vita un bambino nato oggi negli Stati Uniti e quanti alberi si sarà costretti ad abbattere per soddisfare i suoi bisogni e quanti milioni di litri di acqua consumerà... Sono cifre spaventose che se dovessero essere estese al resto dell’umanità farebbero immediatamente saltare tutte le soglie di pericolo su tutti i campi. Quindi il mercato globale è anche un mercato che misura i propri limiti strutturali.
Allora, in questo mercato, non più infinito ma finito, la competitività globale impone ad ogni produttore di ridurre al minimo i propri costi, di pensare a un mercato non più prodotto dal produttore ma che produce il produttore o che, comunque, retroagisce sul produttore in una misura così forte e impegnativa da mettere in discussione le logiche produttive, a cominciare da quello che ha caratterizzato la produzione di massa che è l’economia di scala. La produzione di massa finora aveva risolto tutti i propri problemi con dei salti di scala, il problema dei costi, soprattutto dei costi fissi, era stato risolto aumentando il numero di pezzi su cui ripartirli. Questa è stata la logica della produzione di massa. La fine del 900 ci dice che è finita.
Se noi andiamo a vedere il modello Toyota, il modello della qualità totale, il modello della fabbrica integrata -esce adesso da Einaudi “Lo spirito Toyota” di Taiichi Ohno- cogliamo subito questo carattere che se, per molti aspetti, radicalizza e completa il modello fordista-taylorista nella sua ossessione di sincronismo produttivo, di gestione scientifica del tempo di lavoro, di massimizzazione del rendimento del lavoro, su un punto è rivoluzionario: nel rapporto tra produttore e mercato, tra produttore e cliente. In questa filosofia il rapporto è esattamente rovesciato. La fabbrica non deve imporre la propria razionalità alla società, deve essere un organismo, non più un meccanismo, in presa diretta con la società e in grado continuamente di assorbirne il disordine e di adattarsi a questo disordine, perché il disordine della società non è riducibile. E deve farlo eliminando al proprio interno tutte “le sacche di grasso”, tutti gli sprechi di spazio, di tempo, di risorse, soprattutto sprechi di personale, che la produzione di massa caricava nell’economia di scala. Ora la fabbrica deve diventare snella, addestrata al “just in time”, a rispondere al momento giusto offrendo la quantità e la qualità richiesta in quell’istante, non prima e non dopo, da quel determinato cliente, adattandosi e allenandosi, ristrutturandosi per essere costantemente in grado di rispondere ai salti, ai soprassalti, alle cadute o alle riprese di un mercato che non è prevedibile, non è programmabile. Così l’idea della programmazione salta e si passa all’idea dell’occasionalismo. Tutto questo ha conseguenze straordinarie nella gestione della forza-lavoro. La forza-lavoro non può più essere, come nel fordismo-taylorismo, quella alterità incorporata nella fabbrica con cui il padrone deve fare i conti, che conosce, che deve continuamente dominare e contrastare perché la soggettività operaia se si esprime è antagonismo. Questa idea del fordismo diventa un lusso che il toyotismo non può permettersi. Nella nuova fabbrica si deve costituire una comunità organica di produttori, in cui non ci si può permettere né il conflitto, né la meccanizzazione pura e semplice delle mansioni, ma in cui ai lavoratori si chiede di identificarsi nei fini aziendali, di mobilitarsi per raggiungerli, di spendere la propria soggettività. Meno soggettività esprimeva il lavoratore di Taylor meglio era, nella fabbrica di Ohno invece la soggettività è una risorsa. Nel modello taylorista l’informalità era un disturbo, il lavoratore che inventava un espediente o un piccolo attrezzo per facilitarsi il lavoro e farlo in meno tempo di quello previsto dal cronometrista, commetteva un reato; nella fabbrica di Ohno è un dono che il lavoratore fa all’impresa, perché la comunità di fabbrica deve essere una comunità totale di cui tutti condividono le finalità.
Una fabbrica, quindi, per certi versi più democratica nei confronti del mercato e dei consumatori, perché ne accetta come immodificabili le propensioni, ma infinitamente più totalizzante nei confronti della forza-lavoro. La fabbrica fordista-taylorista era una fabbrica dualistica, in cui l’atto produttivo era il prodotto di uno scontro, la produzione del prodotto era l’effetto di un rapporto di forza e su questo si è costruita l’intera rete delle relazioni industriali.
Tutto il sindacalismo novecentesco è basato sull’idea di organizzare uno dei due fattori antagonistici della produzione in vista di una mediazione. Conflitto e mediazione erano i due aspetti del problema. Questi due aspetti vengono meno nella fabbrica integrata toyotista, non è ammesso il dualismo, la comunità di fabbrica è monistica, è univoca, è ammessa un’unica soggettività, la rappresentanza del lavoro è realizzata nelle funzioni tecniche, il delegato di squadra è anche il capo della squadra. Il ruolo lavorativo e la soggettività sono la stessa cosa, non c’è un versante negoziale conflittuale mediatorio, c’è esclusivamente una comunità di fabbrica articolata nelle sue diverse funzioni le quali devono essere organicamente sincronizzate tra di loro. Questa è l’idea, che si proietta all’esterno nella crisi di un’idea di uno stato sociale che deve mediare tra due grandi classi, di una comunità nazionale che deve competere con altre unità nazionali per attirare gli investimenti e così via. La fine del ‘900 è la fine di tutti quegli istituti che erano legati alla rappresentanza di interessi, al conflitto e alla mediazione.
Di fronte a tutto ciò cosa può essere un movimento operaio?
In questo senso io credo che ci siano tre strade possibili di fronte a un’ipotetica sinistra. La prima è quella di difendere la vecchia struttura e le vecchie relazioni industriali, l’idea del sindacato generale, ripeto, l’idea dello stato assistenziale, l’idea della organizzazione politica di tutti i lavoratori come monopolista della loro soggettività, l’idea di un conflitto di fabbrica che ha come posta l’egemonia all’interno della fabbrica stessa da parte dei lavoratori perché attraverso questa si egemonizza la società.
Una seconda via è invece quella di aderire pienamente a questo modello cercando, all’interno dei suoi caratteri inediti, la realizzazione di pezzi di programma operaio, che ci sono. Non c’è dubbio che nel toyotismo e nell’onhismo c’è l’idea della partecipazione, della soggettività valorizzata dal capitale, che è un’idea che è stata dentro per buona parte al programma delle sinistre, al programma operaio del superamento dell’alienazione produttiva. Quindi si può leggere in questa uscita dal fordismo-taylorismo un elemento di realizzazione di questo programma, comunque un terreno su cui battersi per consolidarlo, per incentivarlo. Mi pare che le cose che Vittorio Rieser scrive sulla fabbrica integrata rispondano un po’ a questo carattere. Ovviamente questa idea presuppone che la nuova fase non faccia tabula rasa, in modo catastrofico, della istituzioni della fase precedente, che possa sopravvivere un sindacato che negozia e così via. Questa è una possibile strada. O addirittura decidere che si è chiusa un’epoca, che il programma operaio in parte è fallito, in parte è stato realizzato dal capitale.
Io credo che tra queste due vie -l’apologia del nuovo e la difesa del vecchio- ci sia anche una terza via. Quella di una disincantata e realistica presa d’atto delle novità e di ciò che è ormai indifendibile nel repertorio politico-organizzativo del movimento operaio, ma, contemporaneamente, di una ricerca delle forme nuove di realizzazione di quello che continuo a considerare il nocciolo duro del programma operaio: i valori dell’autonomia della persona che lavora, della autonomia culturale, sociale, esistenziale della comunità del lavoro dalle devastazioni dello sviluppo capitalistico. Il movimento operaio si è costituito nei suoi principi fondamentali dentro un processo di resistenza alla mercificazione integrale delle condizioni di lavoro implicite nel processo di industrializzazione. Non è stato un mero prodotto dell’industrializzazione, ma anche di un processo di resistenza e di difesa di prerogative pre-industriali. Penso alle comunità di lavoro inglesi descritte da Thompson, alle lotte dei luddisti in quanto comunità etico-politiche, etico-sociali, che difendevano in qualche modo relazioni non mercificate contro l’introduzione del macchinismo. Credo, cioè, che il movimento operaio si sia costituito nella difesa di un nucleo di umanesimo sociale dentro il processo di burocratizzazione, razionalizzazione, meccanizzazione, mercificazione capitalistico. Questo nucleo essenziale è stato difeso nell’800, nella fase pre-fordista-taylorista con lotte di resistenza, compresa quella delle 8 ore, lotte di resistenza di spazi, di autonomia. Mentre nel corso del ‘900 il valore dell’autonomia sociale e esistenziale della forza-lavoro è arretrato molto. Lo stesso stato sociale può essere considerato come l’effetto di un patto in cui si scambia autonomia verso sicurezza, si rinuncia alla propria autonomia di mestiere, produttiva, e si ottiene in cambio una garanzia di un elevato livello di consumo. L’autonomia operaia ritorna fuori con grande forza nel periodo crepuscolare del fordismo, negli anni ’60, nelle lotte dell’operaio-massa contro la reificazione e contro l’alienazione, lotte per certi versi fallite perché poi il salto tecnologico le ha spiazzate, ma che avevano al centro questo valore.
Ora questo valore dell’autonomia può essere giocato con forza in questa terza fase. Si tratta di inventare gli strumenti attraverso i quali si continua a praticare quel programma originario del movimento operaio. Che a mio avviso ruota fortemente intorno all’idea di una cultura della solidarietà. Di fronte a comunità aziendali di produzione egemonizzate dalla domanda di impresa, dall’idea della competizione di impresa, che tenderanno a assorbire al proprio interno quello che le macerie dello stato sociale hanno lasciato scoperto -avremo le imprese che gestiscono le pensioni, la sanità dei propri dipendenti fedeli, gli asili nido, eccetera- credo che noi dobbiamo accettare questa sfida, tentando di costruire microcomunità solidaristiche dominate dall’obiettivo dell’autonomia e non dalla adesione all’egemonia aziendale. E farne una scuola, una palestra di solidarietà e di autonomia. Un luogo in cui quello che è stato dissipato nel corso del ‘900 -la capacità, cioè, della gente di far da sé, di autogovernare pezzi della propria vita quotidiana- delegandolo alle grandi macchine burocratiche e all’impersonalità dello stato, venga restituito alla gente attraverso processi di libera associazione e di autogestione e autogoverno, non della produzione, ma della riproduzione sociale. Oggi è fondamentale recuperare il legame sociale nel territorio e non più solo nella fabbrica dove rischia di essere travolto continuamente dai movimenti e dalla mobilità del capitale.
In che modo?
Dobbiamo accogliere la sfida, costituire delle mutue autogestite con un numero relativamente basso di soci in modo tale da garantire la continua trasparenza e la partecipazione della gente. Rispondere, per esempio, al fatto che lo stato non copre più, se non in minima parte, il terreno della sanità. Ma senza rivendicare il ritorno a uno stato sociale che ci ha presi in ostaggio per poi abbandonarci, che ha monopolizzato i redditi operai e poi non ha mantenuto le proprie promesse, lasciando per di più milioni di persone indifese, senza più gli strumenti soggettivi per difendersi, ma scegliendo di costruire organi di autogoverno attorno a una cultura della solidarietà. Certo, i rischi sono enormi. Anche questi organi possono degenerare in piccoli gruppi avari, in gruppi di privilegiati che si contrappongono all’esterno come a un nemico. Ma il modo poi con cui il gruppo di coloro che hanno costituito una mutua, un’associazione di mutuo soccorso, o un fondo di solidarietà viene gestito -se lo aprono all’extracomunitario oppure no, se lo aprono al recupero dei tossicodipendenti del quartiere oppure no- non può essere un problema di automatismo istituzionale, ma di cultura, che deve essere in qualche modo rinnovata giorno per giorno a diretto confronto con i casi concreti. L’idea del mediatore istituzionale impersonale, astratto, universale che ha il monopolio della solidarietà, ti lascia poi un mare di leghisti, di gente espropriata dell’idea stessa di solidarietà e che odia quel mediatore istituzionale perché lo rapina. Questa è una strada sbarrata. Dobbiamo essere in grado di inventare nuovi modelli, nuovi meccanismi di elaborazione, giorno per giorno, di procedure adeguate, di decisione, di criteri di ripartizione delle risorse.
Faccio un esempio concreto: noi a Torino abbiamo costituito l’Associazione dei Lavoratori Torinesi che non ha l’obiettivo di essere essa stessa la società di mutuo soccorso o la struttura solidaristica, ma di favorirne la formazione, di mettere a disposizione conoscenze tecniche, competenze, consulenti ecc. per chi volesse praticare l’autogoverno della propria vita, l’autogoverno collettivo e solidaristico della propria vita quotidiana.
E’ ai primi passi, è complicatissimo tutto perché ci si muove su un terreno inedito. Abbiamo deciso però di costituire un fondo di solidarietà e di sostegno per licenziati per atti di rappresaglia. A quel punto, nella necessità di scegliere i criteri con cui ripartire i fondi, di decidere chi ha diritto e chi no, ci siamo trovati di fronte alla tipica tentazione che qualsiasi politica solidaristica prima o poi incontra: quella di riprodurre il meccanismo statale, per altro estremamente efficace, perché evita tutta una serie di problemi, della formulazione di regole astratte, impersonali, formulate prima dell’emergere di qualsiasi esempio concreto, bisogno concreto. Quindi giuridicizzare rigorosamente a priori il funzionamento del fondo, stabilire chi ne ha diritto in astratto, in modo tale che poi non ci si presti alle accuse di favoritismo, precisare a priori le percentuali e le aliquote di distribuzione del fondo, costruire una casistica molto precisa di condizioni che ne danno diritto. A metà di questo percorso ci siamo resi conto che questo meccanismo, fatto per realizzare un progetto solidaristico, avrebbe inevitabilmente generato conflittualità invece di solidarietà. Perché all’interno di quelle regole è chiaro che chi avesse goduto di un emolumento di fronte alla possibilità di entrata di un secondo avente diritto si sarebbe appellato alle regole per difendere l’entità del proprio emolumento. Ci siamo accorti che proprio un meccanismo impersonale della ripartizione favorisce l’individualizzazione e la competizione anziché la solidarietà. Allora abbiamo abbandonato la strada della giuridicizzazione a priori, decidendo che l’assemblea dei soci valuta le nuove domande di sussidio a partire dalle caratteristiche concrete del caso, se ha altri redditi, quanti figli a carico ha e così via, e ridefinisce di tre mesi in tre mesi le quote che ognuno versa e le quote che vengono distribuite a chi ne ha bisogno. Esattamente come in casa, giorno per giorno, si ridefiniscono le quote di ripartizione del reddito. Abbiamo applicato, non la logica dello stato, della polis, ma la logica della domus, la logica della casa, che non è la logica formalizzata e giuridicizzata della sfera pubblica e non è nemmeno la logica individualistica dell’atomo, bensì quella della reciprocità, dello scambio, del dono, quindi del legame sociale fortemente personalizzato che rompe sia con l’impersonalità del mercato, sia con l’impersonalità dello stato. Questo, da un punto di vista giuridico, significa dare vita ad un processo di costruzione di precedenti molto più vicino a quello del diritto anglosassone che a quello del codice napoleonico. Fare in modo, cioè, che siano le delibere dell’assemblea, volta per volta, a creare il nuovo diritto, un diritto che si produce nel farsi. Questa, secondo me, può essere una logica della solidarietà che si contrapponga alla logica novecentesca della burocratizzazione statale o del puro mercato.
La proposta di riduzione dell’orario?
Anche per l’orario di lavoro bisognerebbe far lavorare la fantasia. Ora si riesce solo ad inventare 35 ore a parità di stipendio, che era la proposta, una delle più giuste, di Lotta Continua nel ’75. Allora era l’unico modo per stare dentro al processo di innovazione tecnologica continuando a far pesare l’operaio. Proporlo però oggi, quando il salto tecnologico è avvenuto e consumato, secondo me è un errore. Dirò una cosa che potrà scandalizzare: l’aumento di produttività è stato tale per cui una riduzione di 5 ore dell’orario non cambia il problema occupazionale. Nel 1978 un operaio Fiat in un anno produceva 9,5 vetture, oggi ne produce 79. Allora ditemi quanta mano d’opera ti fa risparmiare 5 ore di diminuzione che equivalgono a poco più del 10% dell’orario di lavoro? Niente, a fronte di una produttività aumentata del 1000%, per uomo a ore.
Diminuire l’orario di lavoro a parità di salario oggi significa solo accelerare il processo di periferizzazione e di rilocalizzazione del capitale. Perché uno deve produrre auto in Italia dove gli mettono questo vincolo, quando può produrle in Estremo Oriente dove un lavoratore gli costa 30 dollari al mese? Qui costa 30 dollari al giorno.
Bisognerebbe, semmai, avere il coraggio di dire: 20 ore settimanali, o 16 o 30 ore settimanali, orari flessibili con una relativa diminuzione anche del salario, e con la possibilità del lavoratore di negoziare rapporti di lavoro parziali non con un unico datore di lavoro. Io, lavoratore Fiat, posso fare benissimo 20 ore settimanali alla Fiat per 700 o 800 mila lire, invece di farne 40 per 1.400.000, e poi costituire una cooperativa per la gestione del territorio, lavoro altre 10 ore alla settimana, mi guadagno le mie 300, 400, 500 mila lire e faccio dei lavori di cura, ad esempio, agli anziani, ai bambini, di cura del territorio, di pulizia dell’ambiente o un’infinità di lavori, artigianali, creativi. Perché non immaginare strutture della giornata lavorativa mobili, variabili, integrate, e continuare a considerare la giornata lavorativa come quel contenitore unico assorbente monolitico che è stata definita alla metà dell’800? La giornata lavorativa oggi può essere pensata modulare, così come è modulare la vita della gente. Bisogna avere il coraggio di lanciare idee di questo tipo.
La Lega la vedi come un sintomo di questa crisi epocale?
Sicuramente. La Lega in Italia è stata l’unica forza che, del tutto inconsapevolmente penso, si è presentata come innovazione adeguata a questo doppio sfondamento dello stato nazionale: verso l’alto, per la globalizzazione del sistema economico, e verso il basso, nel trasferimento del luogo in cui si produce identità dal territorio nazionale alla dimensione locale, al localismo. La Lega nel suo liberismo assoluto -globalizzazione- e nel suo micronazionalismo etnico, microcomunità locale -contro lo stato sociale, contro lo stato nazionale- ha colto esattamente i segni del tempo.
Poi li ha trasformati in un brodetto mostruoso dal punto di vista del contenuto, perché ha esasperato tutti gli egoismi, però se si trattava di fare un programma adeguato di egoismo razionale, la Lega l’ha fatto. A noi sta il compito di costruire un programma di solidarismo razionale altrettanto adeguato ai tempi, contrapposto, ma che non neghi i presupposti. E i presupposti sono che il territorio nazionale non è più lo spazio di riferimento, che lo stato sociale così come si è costituito è indifendibile, che la solidarietà deve scegliere strade nuove. Mi pare che in Italia pochissimi lavorino in questo senso. In Francia sono tantissimi, dal Mouvement Antiulitariste dans les Sciences Sociales, una serie di filoni di sindacalismo rivoluzionario che comunque sono rimasti, pezzi di cooperativismo proudhoniano, la Francia ha una tradizione molto forte di antistatalismo, che in Italia manca. In Italia abbiamo la cultura del PCI che era “massa e stato” e “le masse dentro lo stato” e basta. Togliatti. E Gramsci, certo, ma Gramsci è stato grande perché ha capito perfettamente la portata strategica del fordismo e del taylorismo, quello che ora sta chiudendo.
E la sinistra italiana è indifesa, non ha più neppure la memoria della sua fase mutualistica. Che è stata una fase di una ricchezza straordinaria fino al 1904. Lo sciopero generale è un momento in cui questa ricchezza delle società, delle leghe, dei mestieri, questa complessità è stata ridotta nella logica della organizzazione centralizzata. Poi la prima guerra mondiale è stato un momento devastante da questo punto di vista.
Ma andiamo a vedere quello che è stata l’esperienza del mutualismo, non dico in Emilia Romagna, ma in Piemonte che potrebbe sembrare poco significativa. Nella provincia di Novara c’erano 77 società di mutuo soccorso, alla fine dell’800 c’erano 21 circoli operai, l’inaugurazione della Camera del Lavoro è avvenuta con la sfilata degli stendardi delle leghe di resistenza e delle società che raccoglievano decine di esperienze, solo in una valle del novarese c’erano 4 giornali operai. Il modello partito-stato ha spianato tutta questa ricchezza, ha trascinato le risorse al centro, ha