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Dal 1986 con la chiusura del giornale del PCI 'Cronache' è finita la variegata 'esperienza nel Pinerolese di gruppi e intellettuali della sinistra e nuova sinistra nel campo dell'informazione locale (particolarmente vivace negli anni Settanta).Ci sono ancora le forze a sinistra per ripensare a forme snelle di informazione che si affianchino, con una voce propria sia pur limitata, all’ECO DEL CHISONE per esprimere valutazioni diverse e notizie non troppo filtrate? Quanti sentono il bisogno di un’informazione che serva a tenere unita nelle sue diversità una area diffusa di persone che ancora si interrogano, si stupiscono , sono curiose? Oggi in Internet è possibile fare molto e con poca spesa.

Nell'attesa di novità, utilizziamo gli strumenti locali esistenti...

link consigliato Una città - mensile di interviste

rassegna stampa della Camera dei Deputati

Rassegna stampa - Valli e Pinerolese     da l'eco del chisone e riforma   - e vari

febbraio 2008

prima settimana

seconda settimana

terza settimana

 

 

 

 

 vedi Ciclo di iniziative 'Noi Nelle Alpi


 

Con un terzo del proprio stipendio

I vantaggi del vivere insieme non sono solo economici, si riverberano anche nelle relazioni sociali molto più ricche e condivise rispetto alla vita famigliare tradizionalmente chiusa

Marco Rostan

Da quando le previsioni sul probabile esaurimento delle risorse del nostro pianeta e dunque anche sulla fine della vita umana sono fondate sempre di più sulla razionalità e non su un inutile catastrofismo, si moltiplicano indicazioni di comportamento decisive per la vita quotidiana delle persone. È ben noto, ormai, tutto il discorso sull’ambiente, sulle fonti energetiche alternative, sul risparmio. Si costituiscono gruppi di acquisto solidale, e se nei programmi politici, tutti continuano a parlare di crescita e di sviluppo, sono ormai sempre di più gli economisti che avvertono come indispensabile una scelta tra ciò che può crescere e ciò che invece deve assolutamente fermarsi o diminuire.

Pensavo a queste cose quando, sfogliando le relazioni annue del Centro «J. Lombardini» a Cinisello Balsamo, che andranno a costituire un futuro sito Internet per raccogliere la memoria di questa particolarissima impresa diaconale, mi sono imbattuto varie volte in riflessioni che hanno a che fare con lo stile di vita, con i consumi, con l’individualismo, e che si rileggono con interesse anche oggi, pur con la distanza che intercorre dalle «comuni» nate alla fine degli anni ’60*. Molte di queste comuni furono in realtà recepite in una sola direzione: come rottura delle regole borghesi, come ricerca della libertà in tutti i campi, sessualità compresa. Non mancarono, a volte, i guru del gruppo e, purtroppo, le droghe. Quasi sempre le comuni furono introverse: il mettersi insieme era rivolto alla soddisfazione dei propri bisogni.

Punti di riferimento

La nostra comune di Cinisello fu tutt’altro, forse fu addirittura troppo rigida, al punto che uno dei suoi fondatori soleva parlare di leninismo e calvinismo come punti di riferimento. Qui mi preme sottolineare la positività di una risposta concreta, che allora fu messa in atto, anche da parte di membri delle nostre chiese, per rispondere al consumismo della società del benessere, alla chiusura egoistica nel nucleo familiare, al problema della casa. Per la verità a Cinisello, nel 1969, non fu creata una comune, ma una scuola popolare, e la comune ne fu in seguito il fondamentale supporto. Non intendo certo riproporre oggi quel modello: ma, se è vero che le condizioni che resero possibile la comune di Cinisello sono difficilmente ripetibili, mi pare che almeno il drammatico problema dell’affitto, per chi vive con mille euro al mese, renda di nuovo interessante il fatto di «fare una comune».

I marziani a Cinisello

«Quando qualche gruppo di amici viene al Lombardini per sapere di noi e ci mettiamo seduti nella grande stanza del IV piano per raccontare loro che cosa facciamo, e perché, come e quando abbiamo iniziato – scrivevo nella Relazione annua Lombardini del 1980 – ci capita spesso di stupirci e al tempo stesso di rallegrarci. Quante sono infatti le comuni nate intorno al ’68 che durano ancora oggi? In quanti casi l’ottica puntata, prima, tutta verso la politica e poi tutta verso se stessi ha dato luogo a spinte disgreganti o ha reso impossibile una vita comunitaria? E in quanti altri casi, molte persone che avevano decretato la crisi della famiglia sono tornate, per vari motivi, a preoccuparsi soprattutto di “metter su casa” e a vivere una vita di coppia o di famiglia piuttosto chiusa e tradizionale? Siamo dunque, noi del Lombardini, una sorta di marziani – come a volte ci definiscono gli allievi della scuola al primo impatto – insomma della gente che vive fuori del mondo? (…) Crediamo francamente di no. E pensiamo che, anche se nel caso del Lombardini, sono venute a determinarsi, nel tempo, una serie di circostanze positive per la tenuta della comune – come il fatto di abitare in appartamenti e locali vicini o comunicanti, come il fatto che quasi tutti i membri hanno un lavoro – la proposta di vivere in comune è oggi attuale, valida e può essere rivolta ad altri. Infatti questo modo di vivere permette di dare continuità e spessore al nostro impegno nella società, vissuto come coerenza di uomini e donne e come tentativo di testimonianza a Gesù Cristo. La decisione di vivere in comune aiuta a prolungare questo impegno negli anni, a far sì che esso non venga meno perché ci si sposa o perché bisogna pensare al lavoro o alla famiglia. Paradossalmente la comune aumenta la libertà personale di ciascuno e consente di fare tante cose – non solo le riunioni – che non sono possibili quando si è assillati dalla vita familiare. Si pensi soltanto al vantaggio di fare a turno la spesa, le pulizie, di cucinare una volta sola a settimana! E ci si abitua anche a non essere assillati dai soldi: secondo il sistema adottato al Lombardini (ogni membro contribuisce alla spese con una percentuale fissa sul suo reddito, i figli sono a carico collettivo, chi è disoccupato non paga), in pratica si riescono a coprire tutte le spese di vitto e alloggio con un terzo del proprio stipendio» (è come se oggi ci si organizzasse in modo che chi guadagna mille euro al mese possa sostenere sé, il o la coniuge e un eventuale figlio con 350 euro al mese, affitto compreso, ndr).

La relazione del 1980 illustra poi l’efficacia della vita in comune per le attività che si intendono svolgere, a partire dalla scuola: la comune non deve essere un fine in sé, non è il luogo in cui la gente viene per risolvere i propri problemi, essa vive soprattutto per le cose che fa e per le persone che incontra. Essa riesce a evitare il burocratismo e la delega che caratterizza molte organizzazioni ufficiali, ma anche lo spontaneismo generoso ma spesso discontinuo e disorganizzato che nasce «dal basso».

Un luogo per discutere

«Gli allievi passati per la scuola, i contatti duraturi stabiliti con molti di loro, i dibattiti, le numerose ospitalità e tutte le varie iniziative sono state stimolate dal contributo materiale e di idee di molti amici e collaboratori, ma se dietro tutto questo non ci fossero anche la comune, le discussioni a pranzo, le litigate e i chiarimenti, il darsi da fare di tutti (…) molte attività non sarebbero durate. La comune è anche il luogo in cui pensare, discutere, incoraggiarsi l’un l’altro, sopportare le crisi e provvedere al necessario ricambio. Da soli tutto questo è difficile: e allora vi è qui una precisa indicazione per degli uomini e delle donne che non accettano di considerare irraggiungibile una società capace di organizzarsi senza lo sfruttamento e il profitto, per dei credenti che vogliono vivere una fede personale ma non individuale. Infine la vita comunitaria resta una proposta valida perché mantiene aperti al confronto, alla contraddizione, alla diversità. Un confronto che spesso avviene più nelle cose semplici e negli atteggiamenti che nelle parole, ma che proprio per questo è ancora più reale: fra borghesi e operai, tecnici e insegnanti, uomini e donne, ventenni e quarantenni, credenti e atei… E con gli altri, con le realtà e i problemi della vita di oggi che, normalmente, nelle case arrivano con il telegiornale e che invece, in una comune come questa, spesso si presentano di persona».

(*) Con la mia famiglia ho passato vent’anni di vita in due comuni, la prima di 3 coppie, la seconda di una ventina di persone.

L’arcipelago del volontariato

In aumento a livello nazionale le associazioni sono molte anche nelle Valli valdesi. Il settore con la partecipazione maggiore è quello dell’assistenza. Diverse ovviamente le interazioni con i servizi presenti sul territorio e con le attività istituzionali degli enti locali.

Davide Rosso

«Tanti modi per aiutarsi e aiutare»; «un’esperienza umana e formativa»; «mettersi al servizio degli altri»; «diamo spazio alla solidarietà»; «Un ruolo strategico nella costruzione della cittadinanza». Sono solo alcuni degli «slogan» che accompagnano il volontariato sociale in Italia e ovviamente anche alle Valli. La realtà «partecipativa» – oggi spesso si usa questa formula – presenta numeri e consistenza di offerte di servizi importanti e in crescita. Queste frasi ci parlano anche di una realtà, quella del volontariato, che può essere letta sotto diversi punti di vista: quello della solidarietà ma anche dell’esperienza che aiuta a crescere come persona o meglio come cittadino che partecipa alla realizzazione di una società migliore.

Ma proviamo invece a scendere un po’ più nel concreto e, citando i dati Istat, vediamo che cosa è capitato dal 1995 al 2003 alle associazioni di volontariato: in Italia sono aumentate del 152, 0%, passando da 8343 a 21. 021 unità, di cui 8530 erano nuove unità. Sempre l’Istat poi ci informa che le associazioni in Italia hanno «un forte radicamento nelle regioni settentrionali, anche se negli anni aumentano in misura relativamente più accentuata quelle presenti nel Mezzogiorno; vi è la prevalenza relativa di piccole dimensioni organizzative, sia in termini di volontari attivi che di risorse economiche disponibili; e la maggiore presenza, tra i volontari di persone in età compresa tra i 30 e i 54 anni, diplomate e occupate; la concentrazione relativa di unità nei settori della sanità e dell’assistenza sociale».

E alle Valli qual è la situazione? Abbiamo provato a sentire alcune associazioni di volontariato del Pinerolese e sostanzialmente quasi generalmente si conferma il trend nazionale. Vi sono molte associazioni radicate sul territorio, non sono di ampia dimensione e sono attive in modo particolare nell’assistenza. Per avere solo un idea dell’«offerta» e della consistenza dei volontari pinerolesi basta andare per esempio nel sito del comune di Pinerolo alla sezione «Politiche sociali», dove sono elencate le associazioni presenti in città e dove si scopre «che sono una cinquantina e che si occupano si assistenza sociale, mutuo aiuto, cultura». Discorso simile si può fare per la val Pellice «dove – dicono al Cvvp – le associazioni di volontariato impegnate a contrastare ogni forma di disagio dal 1999, si sono collegate fra loro in un coordinamento operativo al fine di mettere in comune alcuni strumenti per svolgere meglio le proprie finalità in un vincolo di mutuo aiuto e collaborazione dandosi, con l’aiuto del comune di Torre Pellice, una sede in via Alfieri 2». In val Chisone la realtà è un po’ più «piccola» ma comunque importante, basta ricordare un dato per tutti: il servizio della Comunità montana «Vengo a prenderti», che garantisce oltre 2100 interventi all’anno, impegna 70 volontari di Auser e Avass che fanno i trasporti con le quattro macchine a loro disposizione e gestiscono il centralino per le chiamate.

Molte associazioni e diversi modi di offrire volontariato: nel Pinerolese ci sono i gruppi come la «Mai soli» per esempio che offre il proprio volontariato in ospedale e garantisce un servizio «legato all’accoglienza dei malati oncologici e delle loro famiglie a cui si danno le informazioni necessarie aiutandole a orientarsi all’interno di questo mondo per loro nuovo – come ci spiegano alcuni volontari». C’è poi l’intervento sull’assistenza domiciliare che consiste nell’andare a casa del malato che lo richiede per permettere ai famigliari «un momento libero». Anche qui l’esempio potrebbe essere la «Mai soli» ma anche l’Avass. Tutte poi hanno momenti di raccolte fondi «per finanziare progetti mirati di aiuto o partecipazione».

Ma chi sono i volontari alle Valli? «Dipende dalle associazioni ovviamente – ci dicono alla Diapsi Val Pellice, Difesa ammalati psichici –. Nel nostro caso sono generalmente famigliari o comunque persone vicine al mondo di chi occorre sostenere. Questo per noi è in qualche modo un problema perché fatichiamo a creare un ricambio e abbiamo la necessità di allargare la nostra base di volontari; per questo ci stiamo muovendo e stiamo lavorando per coinvolgere nuove persone». I volontari si trovano più facilmente per attività per così dire «più semplici», come appunto il trasporto degli anziani o il sostegno nella compilazione di moduli: «Sono impegni – ci dice il dott. Vigna, dei Servizi della Comunità montana Valli Chisone e Germanasca – che però danno soddisfazione e portano beneficio a chi riceve l’intervento con un “ritorno” importante per la società».

Le associazioni di volontariato che operano nel sociale, poi, generalmente hanno un buon rapporto con le strutture sanitarie e sociali pubbliche: esempi possono essere l’Avass e l’Auser con la Comunità in val Chisone o la Mai Soli con l’Asl. Qualcuno però vive una situazione particolare come la Diapsi della val Pellice, che offre per necessità, non avendo convenzioni, il proprio servizio «completamente in proprio» benché alcune delle persone che si avvalgono dei laboratori e delle attività della Diapsi della val Pellice siano indirizzate ai progetti dai Servizi di salute mentale pubblici stessi.

 


 

quarta settimana

eco del chisone 20.2.08

Usseaux, energia dall'acquedotto: minoranza in contrattacco
Pourrieres: «Fuori la centralina dal paese»
Successo degli abitanti al confronto con il sindaco e i progettisti

USSEAUX - Partita giocata all'attacco e vittoria limpida come l’acqua di Pourrieres. È il risultato portato a casa domenica pomeriggio dalla popolazione della borgata di Usseaux, che grazie ad un'azione corale di pressing ha respinto la centralina idroelettrica lontano dall'area abitata.

Fuor di metafora, non è stato un comitato del "no a tutti i costi", quello guidato dalla minoranza consigliare. A discutere con l’Amministrazione, un gruppo di abitanti contrari alla collocazione dell’impianto vicino alle case.

La centralina, pensata per produrre energia elettrica grazie al dislivello dell'acquedotto comunale, sorgerà quindi più a monte, sopra la vasca di approvvigionamento.

La sala del Consiglio raramente era stata così gremita, e non per partecipare alla presentazione del bilancio 2008 indetta dal sindaco Adriano Sgarbanti. In prima fila, con i proprietari delle case più vicine alla futura centralina, il gruppo di Mirella Maifreda, Remo Jannin e Tomaso Orlandi.

Proprio su richiesta della capogruppo la questione centralina è balzata al primo punto. Una lunga discussione su collocazione, decibel, quantità e potabilità dell'acqua, dopo l’introduzione del sindaco sui perché di un bando che è già alla "fase due", quella che porterà nelle prossime settimane a un progetto preciso e al nome dell'impresa.

«Se l'intervento è proprio necessario - ha sostenuto il gruppo di Maifreda - deve essere realizzato a monte della vasca di raccolta».

A rispondere alle domande, insieme al sindaco e al tecnico comunale Massimo Alisio, c'era l'ingegnere pinerolese Guido Gilli, consulente dell’Amministrazione: «Sono stato io a scegliere di costruire la centrale vicino al forno e al palo dell'Enel, per maggior comodità di costruzione e perché secondo i miei dati doveva esserci molta più acqua di quella necessaria alla borgata. Valeva la pena sfruttare venti metri di salto in più, e ripompare indietro nella vasca di raccolta la poca acqua che serve».

La scelta si è basata sui consumi degli Anni '60, quando c'erano 300 abitanti stabili e 150 animali. Il calcolo però non è piaciuto ai borghigiani: «D'estate con tutti i villeggianti l'acqua ha già problemi di pressione e i consumi domestici sono molto aumentati in mezzo secolo».

Risultato: la promessa di tentare l'acquisizione di un terreno lontano dalle case e vicino alla vasca, dove poi sarà accumulata tutta l’acqua turbinata. Una nuova riunione pubblica (probabilmente il 9 marzo) servirà da aggiornamento.

Il bando prevede che il Comune incassi dal privato un minimo di 10.000 euro oltre al 10 per cento dei ricavi annui della vendita dell'energia all'Enel. In tutto si stimano 25mila euro all'anno, su un ricavo ipotetico di 100.000 cui il concessionario dovrà sottrarre tasse e spese. Costruire la centrale costerà più o meno 450.000 euro. Spostando la turbina, il salto sarà ridotto di 20 metri. Vale a dire cinque o seimila euro in meno di guadagno annuo.

«Una soluzione accettabile» anche per il sindaco Sgarbanti, che con la centralina tenta di garantire un’entrata alle casse comunali. Quanto al rumore, il progetto consentiva al massimo 40 decibel, «come in una stanza con le finestre chiuse in zona tranquilla», aveva tentato di rassicurare Gilli. E la struttura sarebbe stata in gran parte interrata.


Luca Prot

 

 

Superiore rispetto alle medie regionali la presenza degli "over 65"
Anziani nel Pinerolese: è record
Ma dobbiamo iniziare a considerare la terza età una risorsa anziché un problema
Il Pinerolese è tra i territori del Piemonte che invecchia di più. Rispetto alla media regionale, e ancor più al bacino della provincia di Torino, i distretti dell'ex-Asl 10 presentano una percentuale di anziani decisamente elevata, soprattutto nelle Valli Pellice e Chisone e Germanasca. Se la provincia di Torino, infatti, registra una media di ultra 65enni pari al 22,7 per cento, nel distretto di Torre Pellice la stessa percentuale sale al 26,2 per cento, e nei territori della Comunità montana Valli Chisone e Germanasca tocca il 26,5 per cento. Più giovane rispetto al resto piemontese solamente l'area che raggruppa i Comuni della Val Noce, e poi Airasca, Piscina e Scalenghe: l'insieme di questi territori si attesta attorno al 19,8 per cento. Ma anche per quanto riguarda gli "over 75" vantiamo dati da record: in Val Pellice la percentuale è del 13,3 per cento; nelle Valli Chisone e Germanasca è leggermente al di sotto, con il 12,6 per cento, mentre nell'area pedemontana (Prarostino, S. Secondo, S. Pietro, Pinerolo) si ferma all'11,7 per cento. La media regionale è del 10,7 per cento, quella della provincia di Torino del 9,9. Continuo e regolare il trend di invecchiamento. Vent'anni fa, a Torre Pellice la percentuale di ultra 65enni era del 18 per cento, sempre più alta rispetto al resto della regione, ma decisamente inferiore rispetto ai dati di oggi. Se smettessimo di considerare la terza età come un problema, e riuscissimo invece a considerarla per quello che sempre più spesso è nella realtà - una risorsa -, ci accorgeremo di essere un territorio ricco.

Sofia D'Agostino
Una dettagliata indagine della Conmunità montana Valli Chisone e Germanasca sui suoi "over 75"
Universo anziani: gente soddisfatta, un po' sola e tanto indaffarata
Tante le sorprese dalla lettura dei dati - Il popolo che ha ricostruito l'Italia ha una pensione media di 900 euro

Volevano "leggere" gli anziani, per capire chi sono e di cosa hanno bisogno. Per prevenire il disagio che - dopo i 75 anni – quando arriva non si frena più. E così i Servizi sociali della Comunità montana Valli Chisone e Germanasca, guidati dall'assessore Clara Bounous e dal direttore Vigna nel 2003 hanno messo in piedi il progetto "Universo anziani", con la volontà di migliorare la qualità della vita di questi valligiani, per combattere solitudine e malattia. Tre infatti le parole chiave: ricerca, prevenzione, interventi.

Come target la popolazione delle Valli Chisone e Germanasca, con più di 75 anni di età: 2.366 persone. Un campione che poi però si è ristretto, vuoi per i decessi (52), vuoi per i trasferimenti (39). Altri 147 non sono stati intervistati perché già residenti in strutture di cura. Così si è scesi a 2.128. «Più della metà, però, non ha accettato l’intervista», spiega Gianni Capitani, operatore dei Servizi sociali che ha svolto il lavoro con Ilaria Brasola. Il 24 per cento ha detto no per scelta: «Molti ci hanno spiegato che non avevano tempo, perché erano troppo occupati tra l’orto e i nipotini». Poi ancora si toglie il 26 per cento di chi assistenza ce l’ha già e ben organizzata, il 16 per cento di chi sta bene e pensa di non aver bisogno dei Servizi sociali, il 15 degli indecisi, il 9 dei diffidenti e l’11 dei malati.

Un dato significativo: con il 33 per cento degli anziani gli operatori non sono riusciti a stabilire contatti. Questo perché sono in tanti ad avere la residenza sul territorio, ma a vivere altrove, magari vicino ai figli. Alcuni anche al mare, ché fa più caldo.

E così si arriva al campione vero e proprio, 904 persone intervistate: «Erano contenti di raccontarsi – spiega Capitani -. Apprezzavano che noi fossimo lì per loro». E così tra qualche lacrima e i ricordi che riaffiorano è stato possibile, per i Servizi sociali, entrare in contatto diretto con l’utenza.

«Un lavoro di ricerca-azione: noi raccoglievamo le interviste e intanto davamo informazioni sui servizi attivi. Sui casi più urgenti abbiamo anche fatto richiesta diretta dei servizi necessari».

La ricerca ha messo in luce un dato positivo, in contro tendenza rispetto al pensiero comune: gli anziani in valle stanno bene. Leggendo i tanti grafici e gli schemi, i numeri delineano una popolazione attiva, autonoma, giovane insomma. Dal punto di vista dei Servizi sociali, però, sono i numeri "piccoli" a interessare: «Non è trascurabile dire che il 3,8 per cento (circa 38 persone, ndr) della popolazione in valle è trascurata e che la stessa percentuale ha anche bisogno di assistenza sanitaria. In più si deve considerare che bisogni sociali e sanitari non coincidono quasi mai».


Ma.Bo.

vedi testi  Universo anziani- eco del chisone pdf

Ricerca anziani over 75 - Comunità Montana -pdf

 

Mobilità per 8 dipendenti
La Dema di Buriasco in crisi: 20% dei lavoratori in mobilità

La Dema Spa, nota azienda del Pinerolese con sede a Buriasco, specializzata nella realizzazione di impianti di movimentazione per l'industria, ha comunicato ai sindacati la decisione di mettere in mobilità 8 dipendenti dei 43 attualmente occupati.

La notizia ha destato molta preoccupazione tra i dipendenti dell'azienda non solo per la perdita del posto di lavoro dei propri colleghi (sette impiegati e un operaio), ma anche per il fatto che il pagamento dello stipendio di gennaio è in ritardo e l'azienda ha già comunicato che sarebbe stato liquidato solo al 50 per cento.

Ai sindacati la proprietà della Dema ha inoltre spiegato che si tratta di una crisi strutturale, non temporanea e quindi di non essere intenzionata a chiedere la cassa integrazione speciale; in questo modo s'intende che il personale licenziato difficilmente potrà essere riassunto. L'azienda parla di necessità di una configurazione aziendale pù snella e di ridurre i costi. La preoccupazione che invece serpeggia tra i dipendenti è che scelte ritenute sbagliate, effettuate negli ultimi anni, stiano compromettendo il futuro dell'azienda e di chi ci lavora e auspicano una revisione delle strategie.
A.M.

Le risposte non date: perché quella scelta?
Buriasco, tutta la verità

Ha ragione il presidente della Provincia di Torino, Saitta, quando dice che fare politica significa prendere decisioni che possono anche risultare impopolari. Giustissimo. Ma ogni decisione va almeno spiegata.

È quello che, invece, non è accaduto per la scelta dell'Ato-R in merito alla discarica che si vuole localizzare a Buriasco. A questo punto - e non è la prima volta che lo chiediamo, senza tuttavia avere avuto alcuna risposta - occorre che l'Ato-R dica tutta la verità.

Ad esempio comprendere i motivi per cui, nella scelta finale del sito, sono stati cambiati i parametri che erano stati condivisi dai sindaci del Pinerolese. Ma soprattutto perché.

A quanto ci risulta i criteri finali, come scrive anche Buriasco nel suo ricorso, non sono stati in alcun modo neppure comunicati alle Amministrazioni comunali interessate alla discarica. Ci dica l'Ato la verità. Se poi la ragione sta dalla sua parte, non avendo proprio nascosto mai nulla, scelga pure Buriasco, o Frossasco, Castagnole, Volvera, S. Secondo, Porte, Garzigliana o Bricherasio.

p.g.t.
Un'interessante escursione nelle vallate pinaschesi
I sette ponti di Grandubbione
Nelle acque cristalline, negli Anni '50 qui nuotavano le lontre

PINASCA - Il percorso dei Sette ponti è un'interessante escursione nel vallone di Gran Dubbione lungo il rio Gleisassa, caratterizzata per l'appunto dalla presenza di sette ponti, attualmente tutti in legno ma che fino ad alcuni anni fa, prima delle piene che determinarono il loro abbattimento, evidenziavano ancora la loro "antica" struttura originaria in pietra.

In realtà il torrente in questione e il suo sostanzioso tributario, il rio dei Traversi, presentano anche altri ponti; rimanendo ad esempio lungo quest'ultimo rio troviamo ponte Vincent, ora in legno e sostitutivo di uno in pietra andato distrutto probabilmente nel 1929 (fonte Balzo Luciano), un ponte in pietra nel villaggio dei Traversi e, sempre in pietra, un altro denominato Planchetta a circa un quarto d'ora a piedi più a valle.

Ancor più giù, verso il fondovalle e dopo l'incontro dei due rii, solcano infine il limpido corso d'acqua, ora detto rio di Gran Dubbione, il ponte del Podio, molto suggestivo nella sua arcata unica tutta in pietra e naturalmente il medioevale ponte di Annibale, quasi al centro di Dubbione, nel Comune di Pinasca. Quelli qui contemplati sono però accomunati dal fatto di essere posti in una successione a brevi intervalli di distanza, con una richiesta complessiva per la loro visita, tra andata e ritorno, di nemmeno due ore.

Almeno questo è quanto chiede il percorso, fattibile in tutte le stagioni, che inizia in località Rocceria (Gran Dubbione), all'altezza dell'area parcheggio dell'esercizio pubblico ubicato all'entrata del villaggio. Un'occasione, questa, per apprezzare tonfani profondi e trasparenti che ospitarono tra l'altro, fino all'inizio degli Anni '50, ancora qualche esemplare di lontra, e per scoprire attraverso i nomi dei vari ponti aspetti della quotidianità del passato del vallone.

Dalla successione pontile apprendiamo così che il ponte dei Mulinas è un'indicazione dei terreni posti a lato, quello detto Gleisasse è in relazione al rio omonimo, quello della Lusera perché dalle vicine pareti rocciose venivano prelevate le "lose" per la copertura dei tetti delle case. Per il ponte del Visch l'allusione sarebbe l'altura rocciosa che lo sovrasta ed i terreni vicini, mentre sulla denominazione rio Chiabreirol assegnata ad un ponticello su un affluente sulla destra orografica il riferimento, stando a quanto raccolto in loco, sembrerebbe essere un nome di famiglia. In successione troviamo quindi il ponte di Roca Rusa dall'omonimo roccione a lato, il conosciuto ponte delle Piane - a volte però non conteggiato nei sette e che immette sul sentiero che risale Comba Traversi - ed infine ponte Costabella, in collegamento con la frazione omonima. All'incirca nei pressi del terzo ponte, seguendo le indicazioni specifiche e con un po' di esperienza escursionistica e possibilmente con una guida, vista la salita da superare, sebbene in questo facilitata dal tracciato recentemente allestito con tanto di corda fissa di accompagnamento da parte del Comune e della sezione del Cai di Pinasca, si può raggiungere la "locale" Gleiza di Barbet, un anfratto spartano che grazie alla sua ubicazione nascosta e protetta si sarebbe prestato ad essere uno dei luoghi di incontro e di preghiera della comunità valdese locale durante gli anni bui delle persecuzioni.

Gambe e voglia permettendo, ci possono essere inoltre alcune interessanti varianti o aggiunte a questo percorso di base. Così si può risalire il vallone dei Traversi fino al villaggio omonimo o raggiungere la borgata Serremoretto proseguendo dalla Gleiza o, mettendo però in conto un paio d'ore, scendere giù a valle fino a Dubbione.

Tra i primi che hanno sperimentato con impegno e soddisfazione il percorso per la Gleiza un discreto gruppo di iscritti dell'Unitre di Pinerolo.
Diego Priolo

 

 

eco delle valli 22.02.08

 

terza settimana

eco del chisone 13.2.08

Fallite le trattative per vendere lo stabilimento all'Avio
Teksid di Beinasco in crisi: 200 dipendenti senza lavoro?
Dopo l'annuncio, presidio dei lavoratori davanti ai cancelli
BORGARETTO - Lunedì mattina i dipendenti delle Teksid getti speciali di Borgaretto sono precipitati improvvisamente nel panico alla notizia della messa in liquidazione dello stabilimento.
Un classico fulmine a ciel sereno o meglio una mazzata terribile per tutti gli occupati che da qualche anno vivono nell'incertezza del futuro e affidavano ai negoziati per la vendita dello stabilimento alla Avio le speranze di salvare il posto di lavoro. Le trattative con il maggior committente dello stabilimento, fino a venerdì, sembravano a buon punto tali da consentire la stesura definitiva, ma durante il fine settimana è arrivata invece la rinuncia dell'Avio. Così ai vertici dell'azienda lunedì hanno convocato le rappresentanze sindacali per comunicare il mancato accordo e la decisione di mettere in liquidazione l'attività.
La protesta dei lavoratori non si è fatta attendere. Presidio permanente davanti alla fabbrica e blocco del traffico di via Rondò Bernardo, con conseguente modifica del tracciato della linea 41, disagi, presenza delle Forze dell'ordine e spostamento di cassonetti. Il blocco della strada è durato circa un paio d'ore.
Ad oggi l'incertezza per il futuro è massima. «Ancora una volta ci eravamo quasi illusi, come ad agosto quando la Teksid di Borgaretto era tornata nella sfera della Fiat con l'acquisto da parte di Power Train - afferma Bruno Papallo, Rsu dello stabilimento -. Questa mattina è stata subito decisa la mobilitazione permanente dei lavoratori».
Un centinaio gli operai fuori dai cancelli con alcuni rappresentanti sindacali: «L'ambiente fino a venerdì era positivo - afferma Dario Basso, segretario provinciale della Uilm - mentre ora la comunicazione della messa in luquidazione ha scatenato l'immediata protesta nei 210 lavoratori che hanno già organizzato un presidio permanente».
Quali prospettive ora per i molti posti di lavoro a rischio?
A mezze parole vengono fuori ipotesi tutte da verificare nei mesi che verranno: dopo un periodo di cassa integrazione straordinaria che non sarebbe superiore ad un anno, la soluzione potrebbe essere la messa in mobilità, con la perdita dei posti di lavoro.
Inizieranno ora trattative su più tavoli con l'interessamento degli enti locali superiori e dell'Amministrazione comunale; la speranza è quella che, come per altre realtà beinaschesi, si possa trovare, tramite il dialogo e la mediazione, la via d'uscita che tuteli il futuro di più di 200 famiglie.

Silvano Ferraris
Gli interventi previsti dall'Acea Spa costeranno due milioni di euro
Per affrontare l'emergenza rifiuti le bollette aumenteranno del 15 per cento

Brutte notizie per gli utenti del Consorzio Acea. Le bollette per la raccolta rifiuti sono destinate ad aumentare in media del 15 per cento. È quanto si evince dalle decisioni prese dall'azienda Acea in fase di determinazione del bilancio di previsione 2008, approvato la scorsa settimana dai soci della Spa, ovvero gli amministratori dei Comuni del Pinerolese. «Su invito del Consorzio e degli amministratori comunali - afferma il presidente dell'Acea Spa, Roberto Prinzio - abbiamo messo a bilancio il preventivo di spesa per far fronte all'emergenza rifiuti: complessivamente si tratta di due milioni di euro, che spalmati sulle utenze determinano un aumento del 15 per cento delle bollette».

Come illustrato la scorsa settimana nella cronaca dell'assemblea del Consorzio Acea, a cui aveva partecipato il presidente della Provincia Antonio Saitta, l'Azienda con questo denaro dovrà predisporre un primo intervento sulla discarica del Torrione, ridefinire il sistema di raccolta differenziata con l'introduzione di un parziale "porta a porta", conferire all'esterno parte dei rifiuti. Per quanto riguarda il rimodellamento vero e proprio della discarica del Torrione, occorrerà un altro milione e mezzo di euro che però l'Acea Spa si accollerà sotto forma di investimento. «È necessario però - afferma il presidente Prinzio - che l'assemblea del Consorzio formalizzi al più presto queste scelte e dia l'incarico ufficiale all'azienda di portare avanti gli interventi programmati».

L'Azienda ha voluto fare presente, attraverso il bilancio pluriennale, quali conseguenze sulle tariffe avrebbe la mancata realizzazione dei suddetti interventi e di una nuova discarica, gli aumenti in bolletta, in pochi anni, porterebbero al raddoppiare le tariffe.

Per quanto riguarda la vicenda della nuova discarica, da registrare solamente l'invio da parte del presidente dell'Ato, Paolo Foietta, di una lettera al presidente del Consorzio Giuseppino Berti, in cui s'invita l'assemblea consortile a fare propria l'indicazione del Comune di Buriasco sui tre possibili nuovi siti in territorio di Cumiana. L'unico modo, secondo Foietta, affinché l'Ato possa prenderli in considerazione.


Alberto Maranetto
Più 0,40 euro di media al litro, primo scatto a gennaio
Aumenta il latte alla stalla
Accordo tra le parti con mediazione della Regione

«Se c'è parapiglia nessuno di noi si siederà al tavolo delle trattative» avevano minacciato i rappresentanti dei caseifici ai vertici della Coldiretti, invitati dall'assessore regionale all'Agricoltura Mino Taricco per trattare sul prezzo del latte alla stalla. E così giovedì 7 alle 9, quando sindacati agricoli e industriali hanno varcato i cancelli della sede dell'assessorato, non c'era traccia di dissenzienti. Mezz'ora dopo, come d'incanto, un bel po' di trattori e qualche centinaio di produttori s'erano ammassati in strada.

Così verso le 14 gli industriali accettavano per gli ultimi tre mesi dell'attuale stagione di concedere quei tre sospirati centesimi in più al litro, passando dai 37,10 centesimi di dicembre ai 40,33 da gennaio in poi, modulando gli aumenti gradualmente, purché la media degli ultimi tre mesi della stagione raggiunga quanto concordato. «Abbiamo accettato la gradualità – riferisce il presidente provinciale della Coldiretti Chiabrando –, per cui a gennaio i centesimi saranno solo 39, ma a marzo 42, perché quest'ultimo vogliamo che sia base di partenza per la trattativa che si aprirà dal 1º aprile per la stagione 2008–09. È quanto si paga in Lombardia e non vedo perché non possa essere accettato anche dai nostri caseifici».

Altro punto fermo della prossima trattativa è l'indicizzazione del prezzo, ovvero l'aumento automatico della remunerazione del latte alla stalla qualora si verifichino nel corso dell'anno documentati aumenti sulla filiera di produzione.

Altra prerogativa che si mantiene da parte dei mungitori è quella di potere dare disdetta del conferimento del latte ad un determinato caseificio due mesi prima della scadenza del contratto e riservarsi la possibilità di decidere fino all'ultimo giorno.


r. a.
A Pinerolo e Piossasco, i Gruppi di acquisto collettivo
Uniti, per risparmiare sulla spesa

"Collettivo è meglio!", è l'iniziativa di acquisto collettivo di prodotti alimentari di qualità proposto dalla Provincia, in collaborazione con il Movimento consumatori. A Pinerolo e Piossasco lo si sta sperimentando. Sostanzialmente, con questo progetto i promotori intendono offrire possibilità di risparmio ai cittadini pur aumentando la qualità della merce. Un obiettivo apparentemente arduo, in realtà possibile e praticabile attraverso il Gruppo d'acquisto collettivo (Gac) e la "filiera corta", cioè un rapporto commerciale diretto tra produttore e consumatore.

A Pinerolo l'iniziativa è stata raccolta con entusiasmo dall'assessorato comunale alle Politiche sociali «come azione di sostegno al reddito nelle famiglie più vulnerabili», spiega l'assessore Giorgio Canal. L'operazione, oltre al valore economico, porta con sé importanti significati culturali: «La novità è riuscire a far spendere meno anche se il prodotto è buono, biologico, garantito rispetto ai prezzi di mercato». E poi, ancora, «educare ad un consumo critico, proponendo frutta e verdura di stagione - spiega Paola Biglione, facilitatrice, responsabile dello sportello di via Bignone 40 a Pinerolo, dove ci si rivolge per prendere parte al Gruppo di acquisto collettivo e fare le ordinazioni -: prodotti locali e garantiti, che diano sostegno alle Piccole e medie imprese». Periodicamente il Movimento consumatori si occupa di far eseguire analisi chimiche sui prodotti, al fine di controllare che i prodotti siano davvero biologici.

Allo sportello di Pinerolo le ordinazioni si ricevono il lunedì dalle 15 alle 17 e il mercoledì dalle 13 alle 15 e dalle 18 alle 20; la consegna, invece, è fissata una volta a settimana, sempre il mercoledì. Prendere parte al "Gac" è semplice: ci si rivolge allo sportello, quindi ci si iscrive al Movimento consumatori (la tessera costa 1 euro) e si versa una caparra (10 euro) che verrà restituita a ottobre 2008, quando si concluderà la fase sperimentale. Intanto, si sta pensando come rendere ancora più incisiva e alla portata di tutti l'iniziativa: «Stiamo pensando - conclude Paola Biglione - di aggiungere anche un paniere con alcuni prodotti di qualità ma non necessariamente biologici, e quindi con prezzi ancora più bassi coinvolgendo aziende del Pinerolese».

Per info sul Gruppo di acquisto collettivo di Pinerolo: tel. 347 75.67921 (in orario sportello) o www.movimentoconsumatori.to.it.


S. D'A

eco delle valli 15.2.08

Nuove ombre sulla Manifattura

All’azienda tessile lombarda, con sede anche in val Chisone, ritorna l’incertezza. La proprietà ha annunciato il passaggio in «affitto» alla Newcocot dei propri impianti. I sindacati chiedono un incontro a breve con i responsabili della procedura di concordato preventivo richiesto dalla Manifattura di Legnano.

Davide Rosso

«La NewCocot Spa acquista la Manifattura di Legnano Spa mediante trasferimento di ramo d’azienda». A comunicarlo è stata la proprietà della Manifattura, che il 1° febbraio scorso ha ufficializzato così la situazione ai sindacati e alle rappresentanze interne dei lavoratori. Mercoledì 5 febbraio, poi, a Milano è stata presentata anche la richiesta, sempre per la Manifattura di Legnano, di concordato preventivo al Tribunale fallimentare. L’11 febbraio ancora un incontro, sempre a Milano, di coordinamento delle rappresentanze sindacali del Gruppo di Legnano per fare il punto sulla situazione e capire come muoversi per «il futuro degli stabilimenti e dei dipendenti della Manifattura».

Da Perosa Argentina, sede di uno degli stabilimenti, il maggiore della Manifattura di Legnano, si segue con preoccupazione l’evolversi della crisi del gruppo tessile lombardo, crisi che si era resa manifesta un paio di anni fa e che sembrava essersi, per così dire, incamminata su una piega ben diversa nel luglio scorso con l’accordo siglato dalla proprietà e dai sindacati sul Piano industriale. L’accordo prevedeva la salvaguardia dello stabilimento perosino ma la chiusura di sei stabilimenti del Gruppo di Legnano e la mobilità per circa la metà dei 1200 dipendenti. L’accordo di luglio parlava anche di una riduzione di dipendenti nello stabilimento di Perosa scendendo da 247 unità a 220.

Dopo i fatti di inizio febbraio lo scenario pare cambiare profondamente per gli attuali 630 dipendenti, profilandosi un probabile passaggio alla NewCocot Spa, società che ha già rilevato tra l’altro nel 2006 il gruppo tessile Olcese e che è costituita da tre imprenditori, uno dei quali indiano, e ha sede a Cologno Monzese. A complicare ulteriormente la situazione il fatto che in realtà la NewCocot non acquisterebbe la Manifattura, ma si parlerebbe di un «affitto» per due anni, mentre la Manifattura ha presentato domanda di concordato preventivo al Tribunale fallimentare di Milano con relativa, se viene ammessa dai Tribunale, cessione dei beni.

«La comunicazione del 1° febbraio è stata fatta ai sindacati e alle Rsu di tutti gli stabilimenti – dicono all’Associazione lavoratori pinerolesi, sindacato che alle ultime elezioni a gennaio alla Manifattura di Perosa per i rappresentanti interni ha ottenuto un forte consenso –. Da una prima lettura di quanto sta accadendo emergono le eccedenze in molti stabilimenti, in particolare a Legnano. Nei prossimi giorni ci sarà l’incontro nel quale si dovrà recuperare il dato occupazionale, è certo però che occorrerà essere uniti per salvaguardare i posti di lavoro».

Dall’incontro dell’11 a Milano giungono notizie di forti riduzioni negli stabilimenti del gruppo di Legnano (si parla di una riduzione di una ventina di posti a Perosa, di una quarantina a Cividate, mentre a Legnano rimarrebbero 20 lavoratori). «La questione – dice Enrico Tron, della Cisl – è che manca un Piano industriale e poi occorre capire quali sono i piani della NewCocot. In sostanza che cosa la spinge ad assorbire la Manifattura? Occorrerà discutere come si vuole procedere alla riorganizzazione e via dicendo. Sono tutte questioni a cui occorrerà dare una risposta nei prossimi giorni».

Al momento il coordinamento dei sindacati, visto che l’ipotesi di «cessione di ramo d’azienda non risponde alla garanzia occupazionale rispetto alla quale la società Manifattura si era impegnata e che può vanificare le intese sindacali e individuali già raggiunte», si è dato tra le proprie priorità quella di incontrare il giudice per instaurare con lui un dialogo fin da subito. «Siamo da un lato a un epilogo – dice ancora Tron – e dall’altro a una fase complicata della vicenda. In termini di tempi comunque spingeremo perché questi siano relativamente brevi. Occorre che la procedura sia presto avviata».

Insomma, per la Manifattura siamo in una fase «aggrovigliata» con i sindacati e i dipendenti pronti a far quadrato e a far sentire la loro forza in termini di salvaguardia dell’azienda.

 

 


seconda settimana

eco del chisone 6.2.08

IL 12% DELLA RIO TINTO (MINIERA LUZENAC) IN MANO AI CINESI

Rio Tinto sempre nella bufera. Il gigante minerario anglo-australiano proprietario della Luzenac, società concessionaria delle miniere di talco della Val Germanasca, è da tempo al centro di una complessa guerra per il controllo del mercato delle materie prime per la siderurgia. L'ultimo colpo di scena è l'annuncio nei giorni scorsi dell'acquisto del 12 per cento del gruppo da parte dei cinesi della Chinalco in alleanza con l'americana Alcoa. Questo accade proprio allo scadere dell'offerta di acquisto "non amichevole" da parte dell'altro colosso minerario Bhp Billinton.

In questa guerra tra titani il peso delle miniere di talco della Val Germanasca è uguale a zero. Tant'è che la Rio Tinto, proprio per affrontare al meglio la competizione nei settori più redditizi del ferro e dell'alluminio, ha deciso di sbarazzarsi di tutti gli altri asset, primo fra tutti l'estrazione del talco appunto e, notizia recente, anche del boro. Questo ancor più oggi che dopo l'assalto cinese si parla di uno smembramento di Rio Tinto. In che mani finirà la Luzenac? Se lo chiedono anche i francesi che nelle settimane scorse, nelle miniere dell'Ariege, hanno scioperato per cinque giorni. Ciò nonostante per ora nessuna nuova.

A.M.

Fenestrelle, la Provincia punta a recuperare la Ridotta
FENESTRELLE: LA PROVINCIA PENSA AD UN ASCENSORE CHE PORTI AL FORTE
Per Pracatinat nell'immediato solo una strada più agevole
FENESTRELLE - Correzione di rotta, a Fenestrelle, per l'impianto di risalita che dovrà collegare fondovalle, Forte S. Carlo e Pra Catinat. «Nell'immediato - spiega l'assessore ai Trasporti della Provincia di Torino Franco Campia - abbiamo intenzione di acquistare la Ridotta Carlo Alberto lungo la 23, di metterla in sicurezza e di far partire da lì un'ascensore inclinato con passerella sulla strada, per raggiungere la parte restaurata del Forte».

Per Pracatinat, invece - che proprio in questi giorni sta mettendo a punto il Piano di sviluppo e il passaggio da Consorzio a società di capitale - si progetta l'adeguamento della strada di accesso: «Dovrà consentire il passaggio di pullman da 55 posti. Stiamo studiando gli interventi sui punti critici e sull'imbocco, che potrebbe essere spostato a monte della frazione di Depot».

L'idea di progettare un impianto più lungo, che raggiunga i centri di soggiorno con facilità anche d'inverno, non è stata accantonata: quel progetto è stato inserito nel concorso di idee indetto in occasione del Convegno mondiale di architettura, quest'anno in programma a Torino. Gli architetti di tutto il mondo erano già stati chiamati a consumare le loro matite sulla rifunzionalizzazione del Forte. L'impianto si aggiungerà al tema del concorso.

Ad annunciare l'accordo di programma da sei milioni di euro con la Regione era stato circa un anno fa il presidente della Provincia Antonio Saitta. Il compito di definire il tipo di tecnologia e il tracciato dal monumento simbolo della Provincia con gli ex-sanatori era stato assegnato la scorsa estate all'Agenzia Torino 2006. «C'erano diverse soluzioni possibili - spiega Campia, che segue i progetti sul Forte insieme all'assessore Giorgio Giani -: per cui alla fine abbiamo pensato di lasciare aperto lo spettro delle possibilità per il concorso».

Il sindaco di Fenestrelle Michele Chiappero esprime «soddisfazione per l'impegno che gli enti superiori dimostrano per il paese».

Per l'acquisizione della Ridotta la trattativa è tuttora in corso. Più di un progetto per il suo recupero è naufragato negli anni scorsi. Proprietà dell'artista torinese Gianni Zattarin, ha ottenuto in passato finanziamenti importanti, che però non hanno avuto seguito. «Oggi è sempre più pericolante - commenta Oscar Raviol, vice-sindaco e vice-presidente dell'associazione Progetto S. Carlo, che gestisce il forte - comunque e andrebbe messa in sicurezza. Dopo Mondiali e Olimpiadi, questa è davvero l'ultima occasione per risolvere la questione, tra l'altro con una riqualificazione che riprenda il passaggio sopra la strada che c'era in origine. Speriamo che il proprietario la valuti bene e che si trovi un accordo sul valore dell'immobile».

Ma è soprattutto l'associazione a vedere di buon occhio il progetto della Provincia: «È importante recuperare la Ridotta, che è l'ultima parte della fortificazione, e rendere più accessibile il Forte nel periodo estivo». Il recupero consentirebbe di usare il nuovo parcheggio accanto alla 23, magari ampliabile con l'occasione, e di sfruttare anche a piedi una stradina già esistente.

Il presidente di Pracatinat Celeste Martina: «Per noi è vitale un'accessibilità diversa. A decidere di che genere sono le istituzioni. Se l'intervento sulla strada consentirà ai pullman da 55 posti di arrivare, non potremo che essere soddisfatti, visto che lavoriamo sui grandi gruppi».
Luca Prot

 

La Kami di Airasca decisa a resistere in Tribunale
Le accuse all'operaio erano false ma l'azienda non lo reintegra

"Dura lex, sed lex". L'antico adagio poteva valere nei tribunali dell'impero romano, non certo al giorno d'oggi. Lasciando stare i politici, ormai in tutti i campi se si dispone di denaro e buoni avvocati si può sempre tentare di avere ragione comunque.

L'ennesimo esempio ci viene dal mondo del lavoro. Un dipendente viene ingiustamente accusato di insubordinazione, il giudice riconosce la falsità della accuse e lo reintegra, ma l'azienda tiene duro e lo lascia fuori dei cancelli in attesa dell'esito del ricorso. Protagonista di questa vicenda è Claudio Bonino, 49 anni, di cui 30 passati a lavorare nello stesso stabilimento di Airasca, prima sotto le insegne della Skf, poi con il passaggio di proprietà sotto quelle della Kami Spa, azienda del gruppo Cmsp di Frossasco titolare anche delle società Koel Srl di None, Coster Srl di Frossasco e con affiliate estere. Fino a quando venne licenziato il 28 aprile 2006 per insubordinazione.

Da due anni senza stipendio, oggi Bonino è un uomo profondamente provato da quanto gli è accaduto. «Ho fatto attività sindacale -dice -, ma dopo trent'anni di lavoro non pensavo che mi sarebbe toccato subire un simile trattamento: prima mi hanno cambiato l'incarico, quindi ridotto le mansioni, infine quella falsa accusa».

Lui in tribunale ha dimostrato che l'insubordinazione non c'era stata e il giudice del lavoro, Giuseppe Salerno, ne ha disposto la riassunzione condannando l'azienda al pagamento dello stipendio dal giorno del suo licenziamento.

Bonino avrebbe voluto rientrare al lavoro e così la scorsa settimana si è presentato in via Pinerolo 46 ad Airasca, davanti ai cancelli della Kami, ma gli hanno risposto che non poteva entrare. Non è servito nemmeno l'intervento dei Carabinieri. L'azienda sarebbe decisa a ricorrere in appello. «Non capisco cosa giovi loro incaponirsi in questo modo - dice -. Comunque anch'io tengo duro e a mia volta attendo l'esito di due querele che ho presentato contro chi mi ha ingiustamente accusato». Intanto resta senza stipendio. In questi anni avrebbe potuto cercare un nuovo lavoro. «Io voglio tornare alla Kami - afferma Bonino -, e poi nella mia situazione e alla mia età lavoro non se ne trova, se non fossi proprietario della casa in cui vivo non so come me la sarei cavata».


A.M.
Val Pellice, se il treno funziona male, gli autobus non vanno meglio
I pendolari: «Serve un Piano dei trasporti»
Cornelli: «C'è troppa rassegnazione. E gli enti locali tacciono»
VAL PELLICE - Quarantuno passaggi a livello tra Torre Pellice e Pinerolo. A questo disagio si aggiungono, con sempre maggiore regolarità, il malfunzionamento dei treni più vecchi e i difetti di quelli nuovi di zecca.

Non è un quadro incoraggiante, quello del trasporto ferroviario della Val Pellice: «Ma la situazione è la stessa in tutta Italia - puntualizza Claudio Cornelli, del Comitato pendolari Val Pellice -: la classe politica non ha mai investito in questo tipo di servizio». Ma se la ferrovia ha la febbre, avverte Cornelli, «il trasporto su gomma non se la passa meglio: la viabilità su strada è congestionata e i tempi di percorrenza sono quasi raddoppiati in pochi anni».

Il Comitato Pendolari è attivo in valle ormai da diversi anni: «Stiamo continuando la nostra battaglia - spiega Cornelli - ma il rapporto con le istituzioni non è buono». Perché? «Con la Regione non c’è dialogo - risponde -. Al momento almeno una decina di nostre lettere giacciono sulla scrivania dell’assessore ai Trasporti». E le istituzioni locali? «Da quando è ritornato il treno è calato il silenzio». Come se - con il ripristino del servizio – tutti i problemi si fossero estinti.

Qualcosa, per fortuna, si sta muovendo: «La settimana scorsa abbiamo partecipato ad un incontro a Torino organizzato da Legambiente con i diversi Comitati pendolari della regione - conferma Cornelli -. Puntiamo a costituire un Coordinamento regionale. L’8 febbraio saremo invece a Milano per organizzarci in Coordinamento nazionale».

Qual è il vostro obiettivo? «Far sì che gli investimenti servano a creare reti e infrastrutture fruibili dalla gente». Sarà possibile raggiungerlo? «Le prospettive non sono incoraggianti - ammette -: per andare a Torino in automobile dalla Val Pellice si impiega circa un’ora. In treno, invece, un’ora e quaranta minuti. È naturale che la gente scelga l’auto».

In Val Pellice, aggiunge ancora Cornelli, si verificano spesso degli "sprechi": «Ci sono molti parallelismi, con treni e pullman alla stessa ora: un’assurdità che porta la Regione a spendere il doppio per mezzi che poi si rivelano semi-vuoti». Non solo: «Spesso si utilizzano autobus da 50 posti quando i passeggeri, in determinate fasce orarie, sono sotto una trentina. Perché non impiegare mezzi più piccoli, che congestionerebbero meno il traffico?».

Secondo Cornelli, «la valle ha bisogno di un Piano dei trasporti che parta dall’analisi dei bisogni di chi deve viaggiare». Coordinato da chi? «Dalla Comunità montana - risponde -, che conoscerebbe meglio i bisogni e potrebbe proporre un servizio efficace, non stilato a tavolino come accade oggi». La soluzione è urgente, perché «alla rabbia dei pendolari di qualche anno fa si è sostituita la rassegnazione. Il rischio è che questi “rassegnati” cambino modo di muoversi. Risultato? Treni sempre più vuoti che un domani potrebbero giustificare la chiusura di tratti di linee considerate “rami secchi”».


Stefania Ferrero

 

 

eco delle valli valdesi-riforma 8.2.08 

 

 

prima settimana

l'eco del chisone  esce nella seconda settimana

eco delle valli valdesi-riforma 2.2.08