Quel vicolo cieco dell'economia

Quel vicolo cieco dell'economia
Joseph Halevi
La presidenza di Barack Obama non ha creato alcuna prospettiva concreta per la popolazione statunitense colpita dalla crisi. Appena eletto gli si poteva augurare good luck, buona fortuna, ma con un'intonazione un po' scettica. Troppo potenti sono gli interessi delle corporations Usa per poter essere scalfiti e riorientati in maniera radicale. Troppo integrato a questi interessi è il partito democratico per poter essere a sua volta riposizionato nella direzione degli intenti dichiarati da Obama. In tale contesto il neopresidente si è arreso subito ai fautori della crisi, collocando gli interessi delle banche e delle società finanziarie più grandi al vertice della politica economica.
Dal 2008 la Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l'organismo federale preposto alla regolamentazione dell'attività delle banche, è intervenuto più volte sciogliendo consigli d'amministrazione e nominando elementi di sua scelta, ma ciò è avvenuto solo per le piccole banche colpite dalla crisi. Nel caso delle grandi, il peso della Fdic è stato molto leggero. Il rifiuto consapevole di Obama di scontrarsi con gli interessi del sistema bancario, spostando l'attenzione sull'aspetto moralistico degli ingenti bonus pagati ai dirigenti, ha inficiato fino ad annullarla la politica di rilancio, in verità già varata sul finire della presidenza Bush.
La spesa di sostegno alle banche, senza cambiarne l'orientamento economico, è ricaduta sul debito pubblico dando luogo ad almeno due effetti negativi. Il primo è stato quello di rendere altamente inefficacie una buona parte della spesa pubblica stessa, sprecata appunto nel regalare soldi ai malfattori. Il secondo e connesso effetto è stato di precludere ulteriori politiche di rilancio da parte di Washington. Ne è scaturito un quadro in cui i singoli stati erano abbandonati a se stessi e non potevano che procedere a tagli di spesa tali da rendere risibili i proclami di Obama sulla volontà di intraprendere vaste politiche di investimenti infrastrutturali.
Programmato per estinguersi verso l'autunno di quest'anno, con l'intento di passare il bastone nuovamente alla ripresa basata sulla crescita dei patrimoni finanziari, il rilancio Bush-Obama si è spento senza effetti positivi sull'occupazione e sulla bancarotta di un crescente numero di famiglie. A Obama, al ministro del tesoro Geithner e al governatore della Federal Reserve Bank, Ben Bernanke, non rimane altro che la politica denominata QE2. Si tratta di una nuova ondata di creazione di liquidità monetaria da consegnare alle banche. Ma ciò non produrrà niente di positivo, sono proprio i mercati a dircelo, interpretando ogni dato reale negativo come indicatore di una QE2 ancora più generosa. Le banche incamerano questi soldi, ricevuti dallo stato non per prestare alle imprese, che soffrono da scarsezza di domanda, ma per prestarli allo stato collocandoli in titoli pubblici.
Il vicolo cieco in cui si è cacciato Obama riflette il vicolo cieco in cui si trova l'economia statunitense. La crescita fondata sulla finanza è finita mentre non c'è un'alternativa. Rimangono però tutte le tare del periodo ormai morto. Oltre al dominio politico della finanza, permane il cancro dello squilibrio dei conti esteri degli Usa, che per gli Stati uniti è ormai strutturale ed è affrontabile solo in maniera industrialmente pianificata e politicamente coordinata con paesi come Cina, Germania, Francia, Giappone. Ma Obama è ora lontano anni luce dall'affrontarlo.

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