Primarie Usa
Presidenti per caso. Uno per uno
In Iowa il primo round. Oggi i nomi dei vincitori
Marco d'Eramo- il manifesto 4.1.08

È in bilico la situazione dei tre maggiori candidati democratici, la senatrice dello stato di New York Hillary Rodham Clinton, il senatore dell'Illinois Barak Obama, e l'ex senatore della North Carolina John Edwards.
La mastina. La moglie dell'ex presidente Bill Clinton, Hillary, ha dedicato allo Iowa assai meno energie dei suoi due maggiori contendenti, Obama ed Edwards, convinta che la sua battaglia per la nomination la vincerà in altri stati, visto che i sondaggi a livello nazionale la danno ancora largamente in testa. Gli ultimi sondaggi in Iowa la vedevano invece arrancare: forse per questo negli ultimi giorni ha intensificato la sua campagna anche qui e moltiplicato gli spot. Se arriva dietro Obama distaccata solo di poco, per lei non sarebbe un dramma: si rifarebbe sicuramente altrove.
Per Hillary l'unica vera botta grave può venire solo dall'arrivare terza e distaccata dagli altri due: in questo caso si ripeterebbe per lei quel che avvenne a Howard Dean nel 2004 quando nei sondaggi era di gran lunga favorito ma poi arrivò terzo dietro Kerry ed Edwards e dovette ritirarsi. In Iowa lei ha fatto campagna attaccando l'inesperienza di Obama (senatore da soli due anni) e la mancanza di preparazione di Edwards in politica estera. Dalla sua ha l'elettorato degli anziani e l'apparato di partito. Ma già i siti repubblicani hanno lanciato attacchi velenosi sull'eccessiva presenza di Bill nella sua campagna («volete rivedere Clinton alla Casa Bianca per la terza volta?»), sulle sue rughe («volete vedere una presidentessa invecchiare e disfarsi?»), con accenni persino ad amori lesbici. E questi sono solo assaggini degli attacchi seri che verranno. Nel frattempo continua ad accumulare finanziamenti per prepararsi al 5 febbraio, il super-martedì in cui si terranno primarie di 22 stati tra cui i più popolosi (California, New York, Illinois). Nella raccolta fondi ha già superato i 100 milioni di dollari e pensa di vincere a man bassa nelle primarie che si terranno in New Hamphire l'8 gennaio.
Il buonista. Al contrario di Hillary, Obama ha puntato moltissimo sullo Iowa. Ha mandato centinaia di attivisti dall'Illinois per battere porta a porta, casa per casa tutto lo stato, conscio come è che un risultato negativo lo priverebbe di qualsiasi spinta per le prossime primarie. I suoi punti di forza sono da un lato i giovani e gli universitari (una coalizione alla Ralph Nader) che lo vedono come una boccata di aria fresca nello stantio mondo politico statunitense, ma anche i cosiddetti «indipendenti» che apprezzano il suo moderatismo, la sua volontà di cooperare con i repubblicani, di abbattere gli steccati, il suo spirito «bipartisan».
Il suo successo dipende dalla misura in cui è riuscito davvero a mobilitare il voto di queste due categorie. Negli ultimi tempi ha intensificato gli attacchi contro gli altri due principali candidati democratici, in particolare Hillary, per aver cambiato opinione sulla guerra in Iraq, i suoi tentennamenti sull'Iran, per la riforma sanitaria arzigogolata (ma quella proposta da Obama non è molto migliore), ma soprattutto il fatto che una candidata democratica come Hillary rischia di perdere contro un repubblicano.
Qui si dice che è il problema della electability, il termine più alla moda di questi tempi. Contro di sé ha l'alto numero di anziani in questo stato, l'apparato di partito e il freddo che ha costituito un deterrente non da poco. A Obama serve solo o una sua chiara vittoria, o una chiara sconfitta di Hillary. Ogni altro risultato non gli serve a nulla e rinvia solo la partita alla South Carolina, dove si voterà il 26 gennaio: in New Hampshire Obama gioca infatti fuori casa, mentre la South Carolina cosituirà per lui un testo decisivo sul suo appeal per l'elettorato nero che finora, nei sondaggi, lo ha snobbato e gli ha preferito Hillary. Ha comunque ancora un sacco di soldi da spendere visto che ha anche lui superato quota 100 milioni di dollari.
Il dolcetto. Come, e più di Obama, Edward, ha investito sullo Iowa. Visto che la sua raccolta di fondi, pur se rispettabile (ben 44 milioni di dollari), è assai inferiore a quella di Obama e Hillary, ha speso proporzionalmente assai di più in questo stato. Una pesante sconfitta qui lo costringerebbe infatti a gettare la spugna. In Iowa l'ex candidato alla vicepresidenza insieme a John Kerry nel 2004 si gioca tutto. Allora, nelle primarie di questo stato, Kerry arrivò primo (38%) ed Edwards secondo (32%). Oggi per lui l'essenziale è non essere distaccato dai due favoriti. Un secondo posto sarebbe già tanto. Come candidato, Edwards è il più di sinistra tra i tre, è il più sensibile ai temi sociali (nel 2004 tentò di imporre come slogan «le due Americhe», l'America di chi ha e l'America di chi non ha, ma Kerry diluì molto questo messaggio), è quello che ha proposto la riforma più coraggiosa del sistema sanitario, che si è pronunciato a favore di un ritiro accelerato dall'Iraq, eppure è sempre restato indietro nei sondaggi, anche nella sinistra democratica.
Il tumore della moglie gioca sia a suo favore (solidarietà nel dolore), sia a sfavore (sfruttare la morte per fini elettorali). Le sue posizioni di sinistra sono accolte con scetticismo di chi vede l'avvocato milionario parlare dei poveri. Come contenuti, sarebbe il miglior candidato democratico possibile, ma la corrente non passa tra lui e gli elettori. Solo un successo in Iowa può smentire questo trend.
Il mistero. Da tutti i punti di vista Bill Richardson dovrebbe essere il preferito per la nomination. A differenza dei tre favoriti, non è un senatore, ma è un governatore del New Mexico: e si sa che dopo John Kennedy (1960) nessun senatore è mai riuscito a entrare alla Casa Bianca. A differenza di Obama e Hillary, non è un nordista, ma un uomo del sud. La madre messicana gli garantisce l'appoggio di un gruppo importante come quello ispanico. Ha una grande esperienza internazionale, visto che sotto Clinton è stato ambasciatore Usa all'Onu. Anche la sua moderazione in economia non guasta in questa temperie: gli americani sono stanchi della cecità ideologica di Bush. Eppure, Richardson non riesce a sfondare. Qui in Iowa giocava fuori casa e infatti i sondaggi lo davano sotto il 10% (se un candidato in un singolo caucus non supera il 15%, i voti che sono andati a lui devono essere riportati su altri candidati). Anche lui aspetta la South Carolina, ancor più la Florida (29 gennaio) e soprattutto il «martedì tsunami». Ma potrebbe abbandonare la corsa prima.
I comprimari. Tre altri candidati si spartiscono le briciole democratiche. Il simpatico, bassino deputato dell'Ohio, Dennis Kucinich, la bandiera della sinistra del partito, sa di non poter andare fortissimo in Iowa: ha già chiesto ai suoi elettori di riportare i propri voti su Obama nei caucus in cui non dovesse raggiungere il 15% (quattro anni fa chiese di riportare i suoi voti su Edwards). Punta di più sul New Hampshire, stato in cui ripongono le loro ultime speranze il senatore del Connecticut Christopher Dodd, e il senatore del Delaware Joe Biden, distaccati di parecchio, ma che vicino a casa propria (nel New England) sperano di rifarsi e di ridare fiato a una campagna in affanno.


Tra i repubblicani la situazione è assai più ingarbugliata che tra i democratici. Ogni colpo di scena è possibile, e le sorprese non mancheranno. Allo stato attuale nessun candidato desta l'entusiasmo degli orfani di George W. Bush.
Il baciapile. Folgorante l'ascesa nei sondaggi di Mike Huckabee, 52 anni ed ex governatore dell'Arkansas. Pastore battista, suonatore di chitarra nella sua band di rock and roll «Capital Offense», è dotato di grande comunicativa (dev'esserci un effetto Arkansas perché anche un altro suo governatore, Bill Clinton comunica alla grande). Orgoglioso di essere dimagrito di 50 chili, è integralista cristiano; fautore del creazionismo a scuola, vuole vietare l'insegnamento della selezione naturale. È il cocco dei conservatori cristiani e cavalca l'onda della xenofobia. Quando Benazir Bhutto è stata assassinata in Pakistan, la conseguenza che ne ha tratto in un comizio è che «bisogna limitare l'immigrazione». Un suo successo in Iowa gli consentirebbe di dare del filo da torcere ai contendenti favoriti e di vendere con profitto i suoi delegati alla convention.
Il finanziere vescovo. Con la sua ditta di private equity investment l'ex governatore del Massachusetts, ed ex vescovo della chiesa mormone, Mitt Romney, 60 anni, ha accumulato un patrimonio di 200 milioni di dollari. Ha puntato tutto sullo Iowa (e sul New Hampshire) per colmare il distacco da Rudy Giuliani e tentare di sormontare l'handicap costituito dalla sua fede mormone, che i conservatori cristiani considerano pagana. Prima della folgorante ascesa di Huckabee, in Iowa i sondaggi l'hanno dato in vantaggio. Una pesante sconfitta getterebbe un'ombra fosca sulle sue prospettive future, proprio per l'impegno profuso: è un anno che lui e i suoi attivisti percorrono in lungo e in largo cittadine, paesi, casolari isolati. Tra tutti, è il candidato che più ha da perdere.
L'ingombrante assente. Alla tavola repubblicana in Iowa un posto è vacante, quello dell'ex sindaco di New York Rudy Giuliani, 63 anni, che qui ha rinunciato a fare campagna per concentrarsi sulla Florida (primarie il 29 gennaio) e soprattutto sul super-martedì del 5 febbraio. La verità è che la sua campagna traballa sempre più. Dall'11 settembre 2001 si atteggia a «sindaco dell'America», tanto che il senatore del Delaware Joe Biden, ha detto di lui: «Ogni sua frase di ogni suo comizio consiste di un nome, un verbo e «11 settembre» e basta. Ma negli ultimi tempi la guerra al terrore ha perso rilevanza per l'elettorato repubblicano, incalzata dalla recessione economica e dalla crescente ostilità contro l'immigrazione. Si è perciò spuntata l'arma migliore di Giuliani, che per altro è assai sospetto ai conservatori cristiani che lo considerano favorevole all'aborto, ai gay, al controllo delle armi: tre bestemmie secondo loro. I suoi tre matrimoni e le fotografie che lo ritraggono o partecipare a una festa vestito da donna non lo aiutano. Per di più, di recente si è ammalato. La sua campagna è a rischio.
La legge e l'ordine. Di fronte alla debolezza degli altri candidati, i repubblicani avevano riposto grandi speranze in Fred Thompson, 65 anni, ex senatore del Tennessee, ma soprattutto attore: fino al maggio di quest'anno, cioè fino al momento di candidarsi, nel serial Law and Order ha recitato la parte del personaggio del procuratore distrettuale di New York, Arthur Branch. Ma le speranze sono state disattese. Nonostante nei suoi comizi citi il serial Law and Order a ogni piè sospinto, e consigli persino di rivederne degli episodi, non riesce a fare una grande impressione. A parere unanime di chi assiste ai suoi raduni, il suo aspetto più notevole è l'altezza: un metro e 95. Se non riesce a sfondare in Iowa, la strada diventa una salita, un Mortirolo politico.
L'eroe stanco. La perseveranza non manca certo a John McCain, 71 anni, senatore dell'Arizona. Pilota di bombardieri della marina durante la guerra in Vietnam, poi prigioniero ad Hanoi per cinque anni e mezzo, è l'unico senatore ad opporsi con vigore alle «interrogazioni estreme» praticate dalla Cia, perché lui le torture le ha subite davvero e di persona. A lungo la sua campagna è stata relegata ai margini dalla sua impopolare posizione sull'Iraq. Mentre diventava sempre più alla moda, anche tra i politici repubblicani, proporre un ritiro, un disimpegno, lui insisteva testardo che l'unica soluzione era rafforzare il contingente d'occupazione. Ora che di soldati Usa in Iraq ne muoiono meno che 6 mesi fa, sente che i fatti gli danno ragione e la sua campagna ha ripreso lena. Ma l'Iowa non è un campo amico e qualunque risultato non cambierebbe di molto le sue prospettive.
La sorpresa. Il vero ospite inatteso delle primarie repubblicane è Ron Paul, 72 anni, deputato del Texas. Questo dottore specializzato in ostetricia e ginecologia era già stato candidato presidenziale nel 1988 per il Partito Libertario. E certo che Ron Paul spinge il suo libertarismo fino agli estremi limiti, nel bene e nel male, con aspetti alla Henry David Thoreau. Isolazionista, vuole che gli Usa escano dalle Nazioni unite e dalla Nato. È contrario alla guerra in Iraq (ma non in Afghanistan). È per lo stato ultraminimo teorizzato da Robert Nozick, in tutti i sensi. Vuole revocare il Patriot Act (che consente renditions e torture). È contro «la guerra alla droga» e contro la limitazione delle armi. Vuole revocare il diritto di aborto. Vuole abolire l'imposta federale sui redditi. La sua campagna ha incontrato un incredibile successo di base tra i repubblicani delusi e confusi, tanto che negli ultimi tre mesi ha raccolto solo on line 20 milioni di dollari. Lo Iowa non è il suo terreno di caccia più facile, ma certo che un risultato non del tutto negativo sarebbe per lui un segno incoraggiante.
L'incognita. È chiaro a tutti gli strateghi del Gop (Grand Old Party) che il campo dei contendenti non è entusiasmante. Non c'è nessuno in grado di ribaltare una situazione che i disastri arrecati da Bush e Dick Cheney hanno reso favorevole per i democratici (che però stanno dissipando questa fortuna imponendo una scelta tra un nero e una donna, non proprio la scelta più facile). Perciò le teste d'uovo del Gop sono alla disperata ricerca dei nomi più disparati. E sempre più spesso affiora il nome di Michael Bloomberg, 65 anni, proprietario di un'agenzia stampa e di un canale tv specializzati in finanza, il suo patrimonio è valutato a 11,5 miliardi di dollari.
Per tutta la vita è stato democratico, ma è sotto le bandiere repubblicane che nel 2001 si è candidato a sindaco di New York, carica a cui è stato rieletto nel 2005. Bloomberg è un perfetto candidato centrista: liberal su aborto, gay, controllo delle armi, è contro la pena di morte, ha preso iniziative in favore dell'ambiente, è favorevole a un sistema sanitario universale e a misure di welfare per ridurre le disuguaglianze, ma è un conservatore quanto a fisco e vuole ridurre le tasse, vuole legge o ordine ed è per la guerra alla droga. È perfetto per abbattere gli steccati tra i due partiti, ma al loro interno non fa palpitare nessun cuore, di certo non tra i conservatori cristiani. E ha lo svantaggio di essere newyorkese, razza aborrita ovunque negli States fuori dalla Grande Mela.