Il lavoro atipico nel Pinerolese(autunno2000)

 

Anche ne Pinerolese come nel resto del paese le assunzioni con forme di lavoro atipico sono in espansione.

Nel 1999 si sono registrate le seguenti assunzioni:

  Apprendistato Formaz. Lav. Tempo determ. Tempo indeter. Totali
Totale 1181 862 5387 2774 10204
Di cui a Part-time 113 136 631 612 1492

I passaggi diretti sono stati 1091, nessun assunto con anzianità superiore a 25 mesi.

Nel 1993 il totale degli avviamenti era di 3903 persone, con l'introduzione dei contratti a tempo determinato le assunzioni sono aumentate notevolmente arrivando l'anno scorso a 10204 unità, ma ciò non ha ridotto il tasso della disoccupazione.

Andamento delle assunzioni a tempo determinato compresi i CFL nel Pinerolese

  1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Sett.2000
C.F.L.   1200 2500 2800 2600 1143 838 862 478
Tempo det.           3523 4025 5387 4804
Totale   1200 2500 2800 2600 4666 4863 6249 5282
  • Va ricordato che il 60-65% dei contratti di formazione lavoro si trasformano poi in assunzioni a tempo indeterminato

    Nel Pinerolese nel 1999 sono stati fatte 1122 assunzioni con contratto di lavoro interinale; a Settembre del 2000 le assunzioni sono già 1132

  • In Piemonte il tasso di disoccupazione è al 7,2%, nella provincia di Torino al 9%
    Nel Pinerolese risultano iscritti al collocamento a fine Settembre 10806, cioè un offerta di lavoro pari all'11,68% della popolazione in età da lavoro. Va ricordato che in questo numero, vi sono circa 2000 persone, che al momento dichiara la indisponibilità al lavoro.


    Numero di iscritti al collocamento di Pinerolo

    1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Sett.2000
    7158 6589 6939 7982 8017 10525 10203 9902 9863 10806

     

    Testimonianze sulla condizione del disoccupato e del lavoratore atipico

    (da una ricerca della CGIL Lombarda)

    1 - Donna sposata con figli disoccupata: "Il posto di lavoro ce l’avevo,

    ma l’ho dovuto abbandonare perché ho subìto delle molestie ".

    "Il mio ultimo lavoro in regola risale a nove anni fa quando dalla Sicilia mi sono trasferita a Brescia. Quando sono arrivata qui ho però incontrato dei problemi nel trovare lavoro. Essendo sposata da poco, venivo considerata come prossima alla maternità o comunque a rischio di maternità e questo ha rappresentato per me una seria difficoltà. Mi proposi come segretaria e venni assunta da una azienda il cui titolare, però, voleva abusare di me. Io ho messo subito i puntini sulla i, ma nonostante questo mi sono trovata ancora addosso le sue mani. A quel punto mi sono molto chiusa e me ne sono andata. Mi sono sentita molto demoralizzata e non ho proceduto alla denuncia anche perché non sapevo come mio marito avrebbe reagito.

    E’ vero che sono diplomata (ho conseguito la maturità classica) ma non ho una qualifica ben precisa e poiché ho bisogno di lavorare mi sono proposta ad una azienda che cercava operaie per fare le calze. Dopo però che i dirigenti di questa azienda hanno visto che ero diplomata mi hanno chiesto se ero disponibile a svolgere un lavoro d’ufficio. Io non esitai a rispondere positivamente, ma proprio quella mia disponibilità a lavorare in ufficio ha comportato la non assunzione. Mi è stato poi detto che era appunto una domanda trabocchetto a causa di un supposto vincolo giuridico secondo il quale, se io fossi stata assunta come operaia loro non avrebbero potuto assumerne un’altra come impiegata perché a quel posto avrei dovuto andarci io essendo diplomata.
    A quel punto ho rinunciato a cercare lavoro e ho messo al mondo due bambini. Ora però ho bisogno di lavorare e ho approfittato di questo corso per riprendere a ricercare un’occupazione. Cerco di qualificarmi con la speranza di avere qualche possibilità in più di ottenere un posto
    ".

    2 - Studentessa lavoratrice precaria: "Sono stata minacciata di licenziamento

    perché non ho chiesto il permesso per fare pipì ".

    "La mia scelta è un po’ particolare dal momento che voglio fare un lavoro temporaneo. Ho 33 anni e avendo interrotto gli studi universitari (ho frequentato medicina), ora intendo riprendere lo studio anche perché vedo che per un medico qualche possibilità di occupazione, anche se non un posto fisso, comunque esiste. Ho però necessità di guadagnare i soldi necessari per continuare gli studi e questo mi costringe a trovare un lavoro.
    A parte la mia vicenda personale, voglio far notare come dagli annunci che appaiono sui giornali emerga quale condizione per essere assunti il non superamento di una certa età, cioè tendenzialmente uno non deve superare i trent’anni. Io credo che questo accada a causa della forte evoluzione che ha avuto il mercato del lavoro. Oggi uno non entra più in un’azienda per restarci fino alla pensione, c’è invece una grande mobilità. Ma proprio perché c’è questo grande movimento io non capisco perché ci sia ancora questa ostinazione di mettere dei limiti all’età. Eppure le aziende dovrebbero avere interesse ad assumere anche gente anziana visto che lo Stato ha concesso sgravi fiscali per chi lo fa.
    Di fronte al fatto che si consideri non più efficiente assumere persone di una certa età mi sono sentita frustrata, perché questo si traduce in un ostacolo a un mio futuro collocamento. Perché non si deve dare la possibilità a chi ha più di trent’anni di poter trovare con facilità un’occupazione? Lo Stato dovrebbe intervenire per garantire il diritto al lavoro anche alla gente adulta. Una persona di 40 anni che ha perso il lavoro e che non ha una qualifica oggi si sente abbandonata a se stessa. Questa è la cosa più brutta che io ho visto nel momento in cui mi sono affacciata sul mercato del lavoro.
    Un altro aspetto negativo che ho riscontrato è che io, intendendo lavorare solo il fine settimana e nelle ore serali, entro necessariamente in quella fetta di mercato del lavoro che non ha garantito i diritti di legge.
    Io faccio la promotrice ai supermercati e ho un rapporto di collaborazione occasionale. Mi trattengono il 20% di Irpef, ma nulla a riguardo della previdenza sociale. Lavoriamo sulla parola, cioè senza garanzia alcuna di continuità, e veniamo pagati a 60-90 giorni. Siamo in sostanza la categoria di lavoratori più esposta ai ricatti e alle angherie. Sabato scorso ho dovuto chiedere il permesso a un direttore che avrà avuto vent’anni per andare a fare i miei bisogni alla toilette.
    Una volta che mi è capitato di andare al bagno senza chiedere il permesso, mi sono trovata dietro la porta questo giovane direttore fuori dalla grazia perché non l’avevo avvisato e mi ha minacciata di licenziamento nel caso il fatto si fosse ripetuto. Siamo tornati indietro nel tempo. Se non fosse che ho necessità delle 80 mila lire che mi prendo, manderei volentieri al diavolo questo giovincello presuntuoso e tutto il sistema che egli rappresenta, dal momento che in questa situazione mi hanno fatta sentire come un animale.
    Per queste categorie di lavoratori che sono destinate ad aumentare ci vuole dunque una tutela. Ho lavorato con donne di 40 e più anni che hanno perso il lavoro che avevano in fabbrica e che non hanno trovato altra soluzione che adattarsi a queste prestazioni. Esistono poi cooperative ed agenzie che addirittura fanno false assunzioni e la gente sta zitta perché ha paura di perdere anche quel posto precario e mal pagato che a fatica è riuscita a rimediare
    ".

    3 - Giovane disoccupato con precedenti esperienze di lavoro precario: "I giovani non conoscono i loro diritti ".

    "C’è una mancanza di informazioni a livello generale a riguardo dei diritti dei lavoratori e i giovani non hanno ben chiaro che esistono i sindacati e altre strutture che possono aiutare a far valere i propri diritti. Non c’è l’abitudine a ragionare in questi termini. Quando lavoravo in un negozio, con me c’erano altri giovani e ad un tratto è sorto il problema a riguardo del come atteggiarci nei confronti del capo e quindi come rapportarci all’autorità per denunciare la nostra condizione di lavoro. L’ambiente era un po’ come quello della McDonald, per statuto dovevamo essere felici e sorridere al cliente.
    Si faceva di tutto per creare un ambiente cameratesco e simpatico, ma chiaramente i conflitti non mancavano. Noi però non sapevamo esattamente dove finiva il nostro dovere e dove cominciava il nostro diritto.
    A questo riguardo la scuola non mi ha insegnato niente; dalla famiglia ho appreso qualcosa, ma allora erano problemi cui davo poca importanza. Quando poi ti ci trovi tu stesso di fronte a certi problemi hai bisogno di avere il supporto di qualcuno.
    La stragrande maggioranza dei giovani, comunque, sul fronte dei diritti e dei doveri è letteralmente spiazzata.
    Le informazioni le ha di sicuro il lavoratore che sta in fabbrica dove il sindacato è organizzato, ma chi è disperso nel mondo del precariato e chi è disoccupato difficilmente ha la possibilità di essere informato.
    Forse c’è anche una responsabilità dei giovani che non si interessano dei loro stessi diritti, però devo dire che io stesso non saprei dove e a chi rivolgermi nel caso avessi un problema. Dove stanno di casa i sindacati lo so bene, ma per una figura anomala come la mia non c’è un sindacato preciso che la tuteli. Io ho l’idea che il sindacato tuteli gli operai e non uno come me.
    Sarebbe importante garantire un’informazione sui diritti e sui doveri del lavoro e dunque una preparazione dei giovani in tal senso a livello delle scuole
    ".

    4 - Operaia in mobilità: "Il pesare sugli altri è mortificante e poi

    nessuno comprende la solitudine che si prova ad essere espulsi

    dalla fabbrica ".

    "Ho 48 anni e ho lavorato 30 anni in fabbrica dopo aver imparato da ragazza il mestiere in una sartoria. La fabbrica di confezioni in cui ero occupata ha chiuso definitivamente e così prima sono andata in cassa integrazione e poi sono finita nelle liste di mobilità. Ho fatto la delegata per parecchi anni e ora sono nella condizione di prende atto che qualcuno ha deciso per me. Se per anni mi sono augurata di poter smettere di lavorare in fabbrica, ora mi ritrovo cacciata fuori d’autorità. Anche se in fabbrica il lavoro era pesante, quell’ambiente era comunque un mondo che mi ero costruita, significava una parte della mia vita, mi garantiva le relazioni con le lavoratrici.
    Ora mi trovo nelle condizioni di dover cercare di nuovo il lavoro perché non raggiungo il diritto alla pensione neanche con gli anni di mobilità.
    Con me, nelle liste, ci sono altre 21 lavoratrici di quella fabbrica. Visto che altri hanno deciso di toglierci la fabbrica, ci siamo riunite e dopo aver fatto due conti abbiamo convenuto che a questo punto dobbiamo prenderci del tempo per noi stesse. Io ho deciso di studiare, altre hanno deciso di stare a casa e riposarsi dopo anni di lavoro. L’impegno di tutte è però quello di ritornare presto nel mondo del lavoro. Altre lavoratrici della mia azienda sono andate a lavorare nei laboratori artigiani. Forse questa è una soluzione che avremmo potuto trovare anche noi, ma poiché essa non dà sicurezza, perché non sai quante ore devi fare e non sai se a fine mese prenderai lo stipendio, dopo aver fatto due conti ci siamo convinte che una simile prospettiva la potremo accettare eventualmente più avanti nel tempo, qualora non matureranno alternative.
    Io ho due anni di mobilità, qualche mia compagna può invece arrivare all’età della pensione se non cambiano le leggi. La maggior parte di noi però è ancora lontana dalla pensione.
    Uscire da una fabbrica ed entrare in un’altra, ammesso che ci sia la possibilità, è comunque sempre traumatico perché lasci delle amicizie, smetti di fare un lavoro che hai svolto per anni, sei chiamata a ricostruire un pezzo della tua vita. E ricostruire a 40 anni non è semplicissimo.
    Io sono consapevole che il lavoro sta cambiando e che oggi occorre essere flessibili, come ormai dicono tutti i padroni, e che la vita lavorativa sarà sempre più il frutto di tante e varie esperienze. Io ne ho discusso anche prima di questi cambiamenti in atto con le mie compagne, però il misurare questi cambiamenti sulla propria pelle non è facile. Forse anche perché ho alle spalle trent’anni di fabbrica, la cosa mi torna molto violenta, perché non significa solo perdere il posto di lavoro, ma tutta una serie di relazioni che hai avuto e dunque ti senti rimessa in discussione la stessa maniera in cui hai costruito la tua vita. Essendo donna, ho costruito la mia vita avendo come riferimento la famiglia da una lato e la fabbrica dall’altro. Oggi mi sento messa in discussione su uno di questi due fronti principali della mia esistenza. E anche il rapporto con la mia famiglia è stato rimesso di conseguenza in discussione, perché era strutturato sul fatto che io ero una donna lavoratrice. Io oggi mi ritrovo in casa sola, dal momento che mio marito e mio figlio lavorano. Loro stessi erano abituati a non trovare nessuno in casa durante la giornata e, a loro volta, si sono costruiti i loro rapporti di amicizia tenendo conto della mia posizione lavorativa. E allora succede che nessuno riesce a comprendere la solitudine che io oggi provo quando sono in casa sola. Le mie stesse amicizie, il mio tempo libero, tutto era programmato sul dopo lavoro.
    A me il rapporto con gli altri piace moltissimo e oggi mi mancano molto le relazioni che ho costruito nel tempo. Ho rimediato qualcosa iscrivendomi e frequentando la scuola, ma in questi mesi che la scuola è finita mi sento di nuovo sola.
    La perdita del posto di lavoro ha in sostanza creato una vera e propria rivoluzione non solo nei miei rapporti sociali e interpersonali, ma anche in quelli dei miei familiari. Dunque, oltre a non godere più di un salario, cosa non marginale per una famiglia di operai, ho dovuto sopportare uno stravolgimento della mia esistenza. Quando si è in mobilità, se va bene, la parte di salario che ti viene corrisposta la ricevi dopo un anno e questo significa che non hai più quella autonomia nelle spese che avevi quando lavoravi. Se passi quasi un anno senza prendere una lira significa che anche la tua libertà è stata limitata. Se ieri ti potevi prendere un vestito in più, oggi sei costretta ad arrangiare adattandoli quelli vecchi che hai nell’armadio. Ti viene persino un senso di colpa nello spendere i soldi, nel prendere le sigarette, dal momento che non hai più un tuo salario. Ti senti pesare sugli altri e la cosa è molto mortificante.
    C’è poi chi insiste nel dirti che essendo a casa dal lavoro dovresti essere contenta e sentirti finalmente libera, ma questi non riescono a capire che non è questa la libertà dal lavoro che tu chiedevi.
    Il dramma nostro è quello di non aver potuto scegliere, ci è invece stata imposta la rottura con il lavoro. Se uno sceglie lo fa consapevolmente e ha la possibilità di costruirsi le alternative, mentre noi ci siamo trovate di fronte al licenziamento dall’oggi al domani.
    La nostra perdita del posto di lavoro è dovuta al fatto che le imprese tendono a guadagnare sempre di più, perciò pretendono la flessibilità, rendono il lavoro precario e quindi riducono la manodopera.
    Non credo ci siano responsabilità del sindacato o delle istituzioni a riguardo del mio licenziamento. Credo che sia la globalizzazione dell’economia che ha portato a questa rivoluzione nel mondo del lavoro.
    Se è vero che questo processo lo percepisci in termini di riflessione e di confronto politico-sindacale, è però solo nel momento in cui ti capitano personalmente addosso i suoi effetti, quando cioè lo senti sulla tua pelle, che ne misuri la sua portata sconvolgente. Questa è la libertà che i padroni vogliono quando parlano di flessibilità. Qualcuno ti vende come grande conquista quella che impone ai lavoratori di fare più esperienze lavorative nel corso di una vita, io sostengo che ad alcune persone può bastare di entrare in una fabbrica e starci per tutta la vita.
    L’auspicio che pure ci si faceva nel ‘68 di avere più esperienze lavorative per avere più libertà individuali è altra cosa di quello che oggi viene preteso dai padroni. Ora è il mercato che ti costringe ad avere più rapporti di lavoro e allo scopo di garantire più libertà all’impresa. Non si tratta certo di scelte personali, sono invece scelte imposte.
    Non è vero che nei giovani sia cambiata la cultura del lavoro, anche loro si preoccupano di avere un lavoro garantito e se intraprendono attività autonome è per loro deliberata scelta.
    Io faccio parte del direttivo della Filtea e quando vengo alle riunioni mi domando cosa vado mai a portare in termini di contributo a questo organismo ora che non sono più nella produzione. Mi sembra quasi di andare a insegnare ad altri cose che ormai non sono più mie.
    E’ da poco che io sono in mobilità, ma non so se a Brescia sono stati organizzati i lavori socialmente utili. Non conosco affatto lavoratori in mobilità che siano stati impiegati in tali attività. Certo, la storia ci insegna che i lavori socialmente utili hanno risolto la crisi del ‘29 oppure la crisi industriale inglese. Sicuramente è una cosa valida, però bisogna guardarci dentro bene perché possono diventare una speculazione.
    Io ho lavorato per trent’anni in un’azienda che ha cambiato più volte ragione sociale. Dodici anni fa, a seguito del fallimento, c’è stato il cambio di proprietà, e ha continuato a produrre gli stessi prodotti. Due anni fa però ha cercato di tentare una strada nuova e ha proceduto a degli scorpori societari. Noi ci siamo resi conto che stavano facendo dei grossi imbrogli giuridici al fine di poter procedere al licenziamento e alla riassunzione delle stesse lavoratrici. Operazioni da commercialisti, tese a sfruttare tutte le agevolazioni statali e compiute sul filo della legalità. Sono ricorsi ai contributi Cee per nuovi inserimenti lavorativi e per corsi professionali, hanno messo in mobilità parte dei lavoratori, il tutto, dicevano, per salvare l’azienda che alla fine è fallita.
    Le lavoratrici più giovani hanno trovato una sistemazione nei laboratori di confezioni che c’erano nei dintorni, noi più anziane invece siamo in mobilità.
    Prima, quando si lavorava alla vecchia maniera, l’azienda ti dava una certa garanzia di stabilità lavorativa e anche se dovevi lottare, avevi comunque garantiti certi diritti, oggi non è più così. Nella nuova impresa, ma anche nelle stesse cooperative, il lavoratore deve accontentarsi di quello che gli danno, io lo constato con le mie amiche alle quali non è certo garantita maggiore libertà di quella che avevano un tempo. Un tempo trattavi e facevi il compromesso, oggi non è più così
    ".

    5 - Operaia sospesa: "Non ho più nemmeno cura della mia persona ".

    "Sono dipendente di una azienda tessile e sono sospesa per sei mesi in base alla legge n. 300. La mia ditta non è mai stata interessata dalla mobilità e oggi non riesco ancora a rendermi conto di quanto sia successo. Il fatto di arrivare a 43 anni, perdere il posto di lavoro e non riuscire più a ricollocarmi al di fuori dell’ambiente in cui ho lavorato per trent’anni, significa per me un vero e proprio trauma.
    Se ti alzi al mattino e sai che devi andare al lavoro e che dunque incontrerai altre persone, ti vesti, ti lavi, cioè hai cura delle tua stessa persona, mentre se sei a casa non ti curi più di tanto. A me capita anche di non lavarmi, di infilarmi il grembiule e rimanere in quello stato per l’intera giornata. Voglio dire che anche il tuo stato personale muta a seconda che tu abbia o meno un’occupazione lavorativa e se non vai più in fabbrica viene meno anche l’interesse per la cura di te stessa.
    L’indipendenza sta nel fatto che tu spendi i soldi che sono tuoi, non li devi chiedere ad altri e non devi rendere alcun conto a chi ti sta vicino
    ".

    6 - Operaia in mobilità: "Sono cambiati i rapporti con mio marito ".

    "Ho 34 anni e ho lavorato per 17 in una camiceria che ha chiuso e ora sono a casa in mobilità. Da quando ho perso il lavoro la mia vita è cambiata e anche i rapporti con mio marito sono modificati nel senso che mi sento più dipendente. Devo limitarmi nelle spese personali ".

    7 - Studente in cerca di occupazione con precedenti esperienze lavorative: "Nella scelta di una prospettiva di lavoro non c’è nessuno che mi aiuta ".

    "Sono già stato occupato ma non coerentemente con il percorso di studi che ho fatto. Ho studiato lingue e pensavo di poter contare sull’insegnamento o su qualche altro lavoro del genere. Ho avuto un’esperienza di un anno, tramite concorso, come assistente di lingue all’estero mentre, prima ancora, ho svolto attività di volontariato e ho fatto altre esperienze.
    Tornato in Italia mi sono trovato in una situazione in cui il problema personale ha travalicato il problema lavorativo e allora ho cercato di tenere assieme le due cose, cioè di conciliare le esigenze economiche con le aspirazioni personali e professionali. Per due anni ho avuto un’esperienza di commesso part-time in un negozio, poi ho lavorato in una ditta come impiegato che conosceva le lingue.
    La cosa più importante per me è terminare gli studi dal momento che in un’azienda non mi ci trovo a mio agio. Il problema è quello di trovare qualcosa di diverso, anche se non è nel settore pubblico. Il lavoro fisso mi interessa, ovviamente, ma deve essere un lavoro che mi piace, di certo non farei per tutta la vita l’impiegato in un’azienda. Questa soluzione la metto semmai in secondo piano.
    Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è stato quello di decidere quale era il mio vero obiettivo. Nel compiere questa scelta ho chiesto pareri e consigli un po’ a tutti i miei conoscenti, ma soprattutto ho avuto modo di fare un corso di formazione per quanto riguarda il "terzo settore", in specifico relativamente al mondo della cooperazione, e ho accertato che per il tipo di persone che vi operano, quello è l’ambiente in cui mi piacerebbe collocarmi.
    Per quanto riguarda l’avviamento al lavoro questa è la prima esperienza mirata che faccio. Questo corso mi offre anzitutto un aggiornamento e mi consente di avere contatti anche con qualche agenzia di assunzione; oltre a questo mi ha aiutato a chiarirmi ulteriormente le idee. Mi sto accorgendo che strada facendo arricchisco le mie conoscenze.
    Ho avuto modo di conoscere giovani che si sono inseriti nel mondo del teatro e della musica e ho constatato che in questo mondo tutto il lavoro è atipico, di figure stabili non ce ne sono. Registi, attori, drammaturghi sono tutti costretti a trovarsi una continuità di rapporti attraverso una molteplicità di collaborazioni. Si tratta di lavoratori autonomi che collaborano con varie realtà.
    Il problema delle garanzie previdenziali è molto importante e per quanto mi riguarda, anche quando ho lavorato part-time, ho sempre cercato di avere rapporti di lavoro regolarizzati legalmente. Quando però non hai una posizione regolare e continuativa diventa più difficile conseguire queste garanzie.
    Spesso succede che per poter lavorare devi sottostare alle condizioni che ti dettano coloro che te ne offrono la possibilità e allora il problema della pensione e delle garanzie sociali lo devi sacrificare sull’altare del tornaconto immediato.
    Rispetto alla scelta di ciò che devo fare e alla prospettiva lavorativa mi sento piuttosto solo. Sento distante la società, i partiti, lo stesso sindacato dai miei problemi, forse questo dipende dal fatto che io non sono partecipe della loro vita, sta di fatto che li vedo presenti, ma disinteressati alle problematiche che hanno i giovani come me
    ".

    8 - Operaia in mobilità: "Ho ricercato un lavoro, ma mi hanno assunta per un giorno solo ".

    "Ho lavorato per 26 anni in una camiceria e per 6 o 7 anni ho fatto la delegata sindacale. Ora mi ritrovo a casa senza prospettive. Qualche tempo fa, dopo aver fatto domanda di lavoro, sono stata assunta da una ditta per un solo giorno. E anche questa vicenda mi ha procurato tanta delusione perché mi ha fatto sentire in condizione di non essere più capace di fare niente.
    Una che ha incominciato a lavorare fin da ragazzina lo ha fatto anche per un tipo di ideale, anzitutto per aiutare la famiglia, ma anche perché quando si è inseriti nel mondo del lavoro ci si sente più liberi, più indipendenti, oltre che essere più autonomi economicamente. Una che lavora si sente più ripagata e più contenta.
    Nella fabbrica che hanno chiuso sono cresciuta e ho fatto le mie esperienze, ho imparato il lavoro e l‘ho insegnato ad altre lavoratrici.
    Io sarei disposta a ricominciare anche un altro lavoro, però non senza difficoltà perché a 42 anni è dura e non ho più quello spirito che avevo a 15 anni. Comunque ce la metterei tutta. Al giorno d’oggi occorre studiare e per me significherebbe fare una rivoluzione, anche psicologica. Sarei pronta a fare, nonostante tutto, però mi costerebbe molto. Comunque un’esperienza del genere l’ho fatta di recente e mi ha solo mortificato. Essendo in mobilità mi sono data da fare per trovarmi un lavoro e ho fatto diverse domande. Una delle aziende alle quali mi sono rivolta mi ha chiamata e mi ha fatto fare la prova per un giorno. Non si trattava di una camiceria, ma di un’azienda di confezioni , perciò di un lavoro diverso da quello che ho svolto io.
    Mi hanno chiesto di fare una prova per una giornata e, nonostante sapessero che io dovevo imparare da capo, pretendevano che io facessi una produzione che sa fare solo un’operaia provetta. In un solo giorno una non può specializzarsi nel fare un lavoro che non ha mai fatto. E’ successo così che non mi hanno assunta.
    Non è che nella mia fabbrica fossero solo rose e fiori, ma almeno certe umiliazioni non le ho mai subite. Se la mia vecchia fabbrica dovesse riaprire, sinceramente non so se ci ritornerei ancora a lavorare.
    L’aspetto che per me è più preoccupante, non è tanto il fatto di dover imparare di nuovo, ma il sentirsi messi sotto stress dalle prove che ti fanno e dalla non sicurezza di avere poi una continuità di lavoro nel tempo
    ".

    9 - Studentessa con contratto di collaborazione coordinata e continuativa: "La generalità dei collaboratori che conosco sono in condizioni di non sicurezza ".

    "Ho 26 anni sono diplomata in ragioneria e ho fatto 20 esami su 26 in scienze politiche.

    Ho iniziato a svolgere lavori atipici nel ‘94, dapprima con qualche settimana di assunzione nel settore turistico nei mesi stagionali, poi per tre anni ho svolto delle collaborazioni coordinate continuative a part time e nei periodi rimanenti ho svolto del lavoro nero. Dall’anno scorso, quando per una serie di motivazioni personali ho deciso di vivere indipendente dalla famiglia, ho cercato qualcosa di più fisso. Dall’inizio di novembre lavoro presso un Centro Lavoro e ho un contratto di collaborazione coordinata e continuativa che è scaduto l’altro giorno ma che mi è stato rinnovato fino alla fine dell’anno. Lavoro per trenta ore settimanali e curo sia la segreteria che l’amministrazione e i rapporti con i soci. Devo dire che mi trovo bene e questa situazione mi consente di affrontare i sei esami che ancora mi mancano.
    Io sono nella possibilità di gestirmi gli orari come meglio mi fa comodo per poi studiare, e questo è un indiscutibile vantaggio, però se dovessi pensare in prospettiva devo dire che il ruolo di collaboratrice non mi va bene. Ora sono giovane e sto bene e non penso di avere figli, però fra qualche anno questo problema mi si porrà e allora o cambiano i tipi di contratti ed allargano le tutele oppure mi sentirei molto a disagio.
    Si parla di flessibilità, ma io proprio non riesco a capire come possa considerarsi flessibile uno che ha una collaborazione di otto ore al giorno; puoi giostrare sulla mezz’ora ma di fatto sei nelle stesse condizioni del lavoratore dipendente.
    La collaborazione mi andava bene negli anni scorsi quando ero in famiglia e la prima cosa era studiare, dopo di che lavoravo per quattro mesi e per il resto mi concentravo sugli studi. Quando invece non c’è più la famiglia come ammortizzatore e quando vengono meno gli studi come attività principale, il lavorare nei modi atipici moderni diventa un problema. Non è vero che sono i giovani a scegliere queste forme di lavoro, quasi sempre si tratta di scelte obbligate. Mi capita spesso di ragionare con altri che sono nelle mie condizioni sui rischi che abbiamo nel momento in cui ci dovesse capitare qualche malattia o disgrazia. Se ti capita di prendere l’influenza o di ammalarti per un mese non c’è nessuno che ti paga.
    Fare il collaboratore va bene a chi ha un’alta specializzazione e di conseguenza gode di un’ottima paga, cioè a chi è in grado di competere sul mercato perché può mettere in campo una professionalità acquisita. Non deve avere problemi nel trovare committenti, perché ne ha diversi a cui rivolgersi, poi deve sapersi far ben pagare. Chi è in queste condizioni può fare il collaboratore per tutta la vita. Al di là di queste figure la generalità dei collaboratori che io conosco sono in una condizione di non sicurezza.
    Da una regolamentazione legislativa dei lavori atipici io mi aspetto anzitutto una garanzia sui diritti previdenziali. Noi versiamo il 12% ma a tutt’oggi non ho ancora capito come funziona la cosa e soprattutto cosa ci spetterà quando saremo anziani in termini di livello pensionistico. Non mi sento proprio garantita.
    Il sindacato dovrebbe pretendere chiarezza su questa vicenda a vantaggio di una categoria di lavoratori che non sono per nulla garantiti.
    Il part time potrebbe essere una soluzione per molte lavoratrici, ma in Italia questa forma di contratto non è affatto sviluppata. So che esiste anche una forma di part time che si chiama job sharing, cioè l’accoppiamento di due part time, ma non mi risulta che sia mai stata sperimentata da noi, anche perché credo non sia semplice stabilire un buon feeling con il partner.
    Quando hanno aperto lo sportello Nidil io mi sono tesserata immediatamente. Prima non trovavo il modo di tesserarmi perché non esisteva una categoria corrispondente alla mia posizione lavorativa
    ".

    10 - Studentessa operatrice promozionale: "A me fa comodo non avere un contratto e non essere così obbligata ad andare al lavoro tutti i giorni ".

    "Ho lavorato con un’agenzia interinale nel settembre dell’anno scorso con un contratto di un mese. Mi considero fortunata perché proprio il giorno stesso in cui mi sono recata all’agenzia per iscrivermi ho trovato questa sistemazione. Io cercavo un lavoro per un mese e tale mi è stato proposto, quindi si è verificata una coincidenza vantaggiosa sia per me che per l’agenzia. Dopo il colloquio di selezione presso l’azienda interessata ho iniziato la mia prestazione. Non ho mai avuto problemi, neanche quando ho chiesto un giorno di permesso.

    Io ho conseguito la maturità scientifica e presso quell’azienda ho fatto la centralinista. Ho fatto 15 giorni di addestramento e poi ho lavorato da sola.
    Dopo di allora non ho fatto più nulla per dei mesi. Ora lavoro presso la Centrale del latte e sono una collaboratrice. Non ho un contratto scritto perché l’accordo preso è stato verbale. Per la verità io ho iniziato a collaborare con la Centrale del latte già nell’agosto dell’anno scorso e allora già ci andava una mia amica che, appunto, non aveva un contratto scritto. Lei però, che già aveva avuto esperienza di promotrice presso altre aziende per 10-15 giorni e non era stata pagata, mi ha assicurato che la Centrale del latte era seria e che comunque dovevo tranquillizzarmi che sarei stata pagata.
    A me viene data ogni volta una lettera di presentazione alla ditta in cui vado a operare e poi una lettera d’incarico su carta intestata e questo mi fa sentire coperta, però il contratto non ce l’ho. L’unico problema è che i soldi li ricevo non entro il giorno 15 del terzo mese dopo aver fatto la mia prestazione, ma alla fine del terzo mese. Questa è l’unica cosa che non hanno rispettato fra quelle che mi hanno garantito a voce. Faccio qualche giornata al mese e non ho mai capito se la mia sia da considerarsi una collaborazione coordinata e continuativa o una collaborazione occasionale. Mi è anche capitato di dover saltare un mese.
    Ora mi sono iscritta al primo anno di scienze ambientali.
    A me fa comodo non avere un contratto e non essere così obbligata ad andare al lavoro tutti i giorni. Questa situazione mi consente di dire di no o di dire di sì a seconda che il tipo di lavoro o il luogo in cui mi mandano mi piacciono o meno.
    Mi sento perciò molto libera. Chiaramente, se fossi nella condizione di dovermi mantenere da sola non potrei certo fare discorsi di questo tipo, ma dovrei assicurarmi un lavoro che mi garantisse uno stipendio a fine mese.
    Più che sentirmi sola mi sento molto disinformata e questo mi mette in difficoltà perché spesso non so come agire.
    Io ho cercato più volte di fare il part time, ma le varie agenzie cui mi sono rivolta mi hanno detto che difficilmente a loro giungono richieste in tal senso dalle aziende, e questo è un vero peccato perché molte ragazze e donne sarebbero disposte a farlo.
    So di essere usata dalle agenzie interinali e ciò che mi propongo è di non esserlo più quanto prima, però a tutti coloro che hanno difficoltà nel trovare un ingresso nel mercato del lavoro consiglio di fare questo percorso
    ".
    11 - Lavoratore interinale: "Lavorare un mese sì e un mese no mi fa sentire libero, solo che vengo considerato un estraneo dagli altri lavoratori ".

    "Ho 26 anni e ho un diploma di maturità scientifica. Dopo il diploma ha frequentato l’università, ma poi ho abbandonato gli studi; ho provato a fare l’operaio lavorando in nero e un anno fa, quando sono apparse le agenzie interinali, mi sono rivolto a loro. A ottobre dell’anno scorso sono stato chiamato per un colloquio e poi ho iniziato la mia esperienza di lavoratore interinale. Per i primi due mesi sono stato assunto come operaio nella zona di Dalmine, nel bergamasco, e devo dire che mi sono trovato bene. Lavoravo su macchine rotative. Queste agenzie funzionano bene, il primo giorno il responsabile mi ha spiegato tutti i miei diritti e mi ha presentato all’impresa e l’impatto per me non è stato forte. Ero in compagnia di altri due ragazzi che erano nella mia stessa condizione. Poi però, dopo un mese mi sono licenziato e ho avuto qualche problema perché non ho dato il preavviso in modo che l’agenzia potesse sostituirmi. Quando ho fatto la lettera di disdetta l’agenzia mi ha pagato salario e tredicesima riconoscendomi tutti i miei diritti. L’unico motivo di disaccordo è che volevano che io lavorassi anche il sabato, però questo non era scritto sul contratto e dopo questo screzio io ho deciso di smettere.
    Devo dire che non c’è mai stata una coerenza tra quelle che sono le mie caratteristiche e quanto l’agenzia interinale mi ha proposto.
    Ho fatto anche un corso regionale di grafica su computer ma questo non mi ha dato modo di inserirmi nel mercato del lavoro come tale. In genere, in Brianza, le imprese cercano mulettisti e magazzinieri.
    Dopo Dalmine, nell’aprile ‘99, ho lavorato a Cavenago Brianza per conto della Siemens; anche qui ho fatto il contratto di un mese come operaio e ho accettato anche perché ero vicino a casa. Facevo i turni dalle sei alle due e dalle due alle dieci e la mia funzione era quella di tagliare dei cavi di cablaggio. Pure qui ci sono stato solo per 15 giorni; mi sono scoglionato perché un giorno, dopo che nessuno mi aveva affidato un lavoro preciso, mi è stato detto che mi vedevano stare con le mani in mano e che pertanto non ero più gradito. Mi sono allora rivolto all’agenzia interinale e poiché ero il primo caso del genere che gli capitava, mi hanno riconosciuto il salario di tutto il mese, però poi non mi hanno più chiamato.
    Nel frattempo ho fatto altri corsi di specializzazione.
    Ora ho un contratto a termine come operaio stipulato direttamente con un’azienda nel settore floreo-vivaistico.
    Io ho interrotto gli studi da tempo, però ora sto pensando di riprenderli con un nuovo indirizzo. Ero iscritto a filosofia e ora voglio fare qualcos’altro, magari una laurea breve di tre anni.
    Per me la flessibilità può rappresentare un metodo che può funzionare, ora la vedo ancora in fase di rodaggio. Io ho constatato che spedendo via fax il mio curriculum venivo contattato immediatamente da diverse agenzie interinali, anche se io poi rifiutato le proposte per motivi vari. E questo lo considero un fatto positivo. Forse ci vorrebbe che alla fine di un contratto fosse possibile avere garantito il rinnovo e in questo modo uno può contare sulla stabilità. L'obiettivo della flessibilità dovrebbe tenere conto dell’esigenza di una sistemazione duratura nel tempo.
    A me il lavorare un mese sì e un mese no mi fa sentire libero o meglio, ho constatato che sarebbe possibile vivere così. Ho però anche constatato che alla fine vieni preso a calci in culo perché sei considerato l’ultimo arrivato. A te riservano i contratti senza specializzazione. Comunque per quanto mi riguarda non sono intenzionato a continuare su questa strada.
    C’è da considerare anche il fatto che i lavoratori dipendenti delle aziende in cui vieni destinato a lavorare ti considerano un estraneo, cioè non riesci a stabilire con loro un rapporto di solidarietà dovendoci comunque stare per un periodo breve.
    L’impatto iniziale è comunque sempre di estraniamento, aggravato dal fatto che come lavoratore interinale vieni chiamato a svolgere lavori estemporanei. Sarebbe bene che prima di accettare un determinato posto ti mettessero in condizioni di fare un sopralluogo per accertare le caratteristiche della mansione.
    Comunque non mi sento affatto in una situazione costrittiva, il lavoro interinale lo faccio un po’ per libertà e un po’ per necessità, però non so dire dove finisca l’una e incominci l’altra. Rispetto a quando facevo il lavoro in nero credo di aver fatto un salto di qualità, sento di essere salito di un gradino nella scala sociale. Ora mi sento soggetto di un contratto e se è vero che non sempre c’è corrispondenza tra il lavoro che faccio e le mie aspirazioni, vengo rispettato nei miei diritti di lavoratore.
    L’essere chiamati da più agenzie interinali è una buona cosa, però resta il fatto che poi vai a svolgere sempre mansioni medio-basse se non vanti una professionalità di alto livello. E questa professionalità ben difficilmente te la puoi conseguire se sei costretto a lavorare per un periodo in una fabbrica meccanica, poi in una tessile, poi di un altro settore ancora
    ".

    12 - Donna titolare di partita Iva: "Dopo aver svolto molti mestieri mi sono proposta sul mercato vendendo la mia professionalità ".

    "Io sono atipica perché sono una libera professionista titolare di partita Iva e faccio la consulente assicurativa. Sono una lavoratrice atipica dal ‘91. Ho fatto tante cose perché ho 47 anni, cioè, la traduttrice-interprete in un’azienda, poi mi sono messa a fare politica a tempo pieno, poi sono passata al sindacato come funzionaria presso un patronato, infine, per una serie di fatti concomitanti (dall’usura della vita d’apparato al matrimonio) e per un fatto psicologico, mi sono trasferita in Umbria e ho incominciato a fare la lavoratrice atipica. Dapprima ho collaborato come venditrice per una casa editrice, poi ho fatto traduzioni. Rientrata nella mia provincia di origine con una bambina e separata dal marito, mi sono inserita nel mondo assicurativo.
    Dal momento che questo lavoro mi piaceva, nel corso degli anni mi sono costruita una prospettiva in questo settore.
    Rispetto a quando ero una lavoratrice dipendente, ora che sono atipica posso dire di aver acquisito una maggiore soddisfazione professionale, la possibilità di sperimentare la mia creatività e di esprimere la mia personalità. Una volta stabilito che devo fare polizze e devo procurare all’assicurazione più clienti possibili, posso decidere io in che modo fare, cosa privilegiare, ecc.. C’è poi il vantaggio che è comune a molte donne come me, separate con figli, quello cioè di regolare l’orario degli impegni lavorativi in maniera elastica in modo di poter assistere o stare assieme a mia figlia. Mi posso prendere anche un pomeriggio di libertà se occorre. Ovviamente, accanto a questi vantaggi, l’essere atipici comporta un peggioramento sul piano della tutela dei diritti. La contrattazione avviene di fatto a livello individuale, nel senso che ognuno la stabilisce in base alle proprie capacità professionali e alla propria capacità di farsi valere.
    Nel dovermi convertire professionalmente e nel ricercare una nuova occupazione non ho avuto nessun ausilio da parte di altre persone o soggetti e ho dovuto contare sulle mie proprie forze. Mi sono immessa sul mercato e ho venduto la mia professionalità all’azienda che ne aveva bisogno. Io, ad esempio, non sono una venditrice di polizze, ma faccio la consulente assicurativa e questo perché ho capito per tempo che mentre il venditore di polizze era un mestiere in decadenza, il consulente assicurativo era una figura professionale emergente. Il consulente non si limita a fare il contratto assicurativo, ma costruisce con il cliente la sua posizione, fotografa le sue necessità, fa il contratto personalizzato, poi lo segue nel tempo assistendolo nel sinistro e facendogli da consulente permanente.
    In genere un lavoratore atipico si trova nella condizione di cambiare spesso mansione, datore e luogo di lavoro, io invece mi sono posta l’obiettivo di conseguire una collocazione che fosse stabile nella sua atipicità, perciò mi sono specializzata
    ".

    13 - Socio-dipendente di cooperativa: "Mi sento un imprenditore sociale e lavoro 10-12 ore al giorno senza che le ore in più mi vengano retribuite ".

    "Io sono assunto dalla mia cooperativa come socio-dipendente e considero il mio un rapporto di lavoro atipico.
    Gestire una cooperativa comporta dover provvedere a tante cose come la ricerca di mercato, la progettazione, l’implementazione dell’attività, ecc. e questo lo si deve fare spesso oltre il normale orario di lavoro. Io credo che se si togliesse questa caratteristica alle cooperative sociali significherebbe snaturarle e farle morire.
    Nelle cooperative è impossibile che ci sia una larga base di lavoratori dipendenti, c’è invece e ci deve essere necessariamente molto lavoro volontario e poi c’è anche molto lavoro a tempo determinato.
    Io mi sento un imprenditore sociale e per questo lavoro in media 10-12 ore al giorno senza che le ore in più mi vengano retribuite.
    Scopo della cooperativa non è il profitto, ma è invece l’utilità sociale.
    Resta però pacifico che nonostante questo tu non puoi tralasciare di fare i conti con il mercato e con le sue leggi. Se tu produci e vuoi vendere un prodotto o un servizio devi fare i conti con la concorrenza, devi cioè confrontarti paritariamente con le imprese private che operano nel tuo stesso campo e con queste devi competere sia in termini di qualità di ciò che fai sia in termini di costi.
    Bisogna ammettere che anche certe cooperative ‘rosse’ si comportano in questo modo, cioè pur di poter lavorare sono disposte ad abbassare le offerte di appalto compromettendo così il rispetto dei diritti dei lavoratori. E’ anche questo un fenomeno che andrebbe valutato a fondo e non superficialmente come spesso si fa. Esistono infatti cooperative che hanno decine di dipendenti e nel momento in cui perdono l’appalto si trovano nella condizione di non garantire loro il lavoro e quindi il salario. Di fronte a quel rischio, anche alcuni compagni ricorrono al ‘taglio dei prezzi’, magari con gli stessi dipendenti della cooperativa d’accordo nel compiere questa operazione pur di continuare a lavorare. E’ in sostanza l’inesorabile legge del mercato che piega i pur nobili fini del cooperativismo.
    Deve essere il socio di cooperativa che liberamente decide di dedicare del tempo in più all’attività che svolge, dopo che la cooperativa stessa gli garantisce il salario dovuto e tutti i diritti che gli spettano.
    Occorre ricordare che una cooperativa sociale non ha a sua disposizione altri capitali che quelli dei soci-lavoratori. Essa si sviluppa proprio in forza della loro attività e dedizione e per poter reggere non può permettersi di pagare gli straordinari.
    Al presidente di cooperativa non viene in tasca nulla se dà o meno mille lire in più all’ora al socio oppure se rispetta o no il contratto collettivo di lavoro; egli però può evitare di violare le normative solo se la pubblica amministrazione per cui lavora lo mette in condizioni di riconoscere il dovuto ai soci-lavoratori della cooperativa.
    A differenza di altre figure del lavoro atipico, il socio-lavoratore di cooperativa ha almeno il diritto, sulla carta visto che spesso non viene rispettato o esercitato, di partecipare alla vita della cooperativa e quindi di esprimere un voto in seno al consiglio di amministrazione.
    L’aspetto negativo è che da noi, ma non solo qui, la generalità delle persone preferiscono fare il dipendente piuttosto che l’imprenditore cooperativo, si accontentano di fare le 7-8 ore e poi tornarsene a casa senza più pensare al lavoro.
    Esiste cioè un problema di carattere culturale prima ancora che operativo.
    Comunque nessuno viene obbligato a diventare socio-lavoratore. Nelle cooperative ci sono anche i semplici dipendenti i quali, mentre dal punto di vista salariale hanno pari diritti del socio-lavoratore, non possono partecipare all’assemblea del consiglio di amministrazione
    ".