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Populismo

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La parola populismo può avere numerosi campi di applicazione ed è stata usata anche per indicare movimenti artistici e letterari, ma il suo ambito principale rimane quello della politica. In ambito letterario si intende per populismo la tendenza a idealizzare il mondo popolare come detentore di valori positivi.

Il largo uso che i politici e i media fanno del termine "populismo" ha contribuito a diffonderne un’accezione fondamentalmente priva di significato: è rilevabile infatti la tendenza a definire "populisti" attori politici dal linguaggio poco ortodosso e aggressivo i quali demonizzano le elite ed esaltano "il popolo"; così come è evidente che la parola viene usata tra avversari per denigrarsi a vicenda – in questo caso si puo' dire che "populismo" viene talvolta considerato dai politici quasi come un sinonimo di "demagogia".

Origini del termine

Il termine nasce come traduzione di una parola russa: il movimento populista è stato infatti un movimento politico e intellettuale della Russia della seconda metà del XIX secolo, caratterizzato da idee socialisteggianti e comunitarismo rurale che gli aderenti ritenevano legate alla tradizione delle campagne russe.

Allo stesso modo il termine può essere considerato legato al People’s Party, un partito statunitense fondato nel 1892 al fine di portare avanti le istanze dei contadini del Midwest e del Sud, le quali si ponevano in conflitto con le pretese delle grandi concentrazioni politiche industriali e finanziarie, e anch’esso caratterizzato da una visione romantica del popolo e delle sue esigenze.

Il populismo per la scienza politica [modifica]

Regimi come quello fascista nella persona di Mussolini, quello nazista di Hitler o quello di Juan Domingo Perón, e in generale la maggior parte delle dittature, sono un perfetto esempio del rapporto diretto fra il leader e le masse che si definisce populismo.
Ma al di là di questo e di alcune caratteristiche retoriche, la definizione di populismo è rimasta estremamente vaga, facendone per lungo tempo una comoda categoria residuale, buona per catalogare una grande varietà di regimi difficili da classificare in maniera più precisa ma nei quali era possibile ritrovare qualche elemento comune. Questi elementi erano la retorica nazionalista ed anti-imperialista, l’appello costante alle masse e un notevole potere personale e carismatico del leader. Questa concezione nebulosa del populismo è stata utile durante la seconda metà del Novecento per inserire in una categoria comune vari regimi del Terzo Mondo, come Egitto e India, che non potevano essere definiti democrazie liberalisocialismi reali.

Un’altra accezione di populismo (ma neanche questa tenta di dare al termine una definizione precisa) è quella che lo rende un “contenitore” per movimenti politici di svariato tipo (di destra come di sinistra, reazionari e progressisti, e via dicendo) che abbiano però in comune alcuni elementi per quanto riguarda la retorica utilizzata. Per esempio, essi attaccano le oligarchie politiche ed economiche ed esaltano le virtù naturali del popolo (anch’esso mai definito con precisione, e forse indefinibile), quali la saggezza, l’operosità e la pazienza. Il populismo guadagna perciò consensi nei momenti di crisi della fiducia nella "classe politica".

Il politologo Marco Tarchi, in "L'Italia populista", ricostruisce le vicende del populismo in Italia, dove i momenti di minima fiducia nella politica (e nei politici) si sono avuti con la Seconda Guerra Mondiale e con la denuncia della corruzione del sistema politico a seguito delle inchieste di Mani Pulite). Tarchi si sofferma soprattutto sui due movimenti più schiettamente populisti: l'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (l'"uomo qualunque" contro l'"uomo politico") e la Lega Nord (il "popolo del nord" contro "Roma ladrona").

L'esempio più lampante di populismo nella politica Italiana contemporanea è rappresentato da Forza Italia la cui identità politica risulta assolutamente sovrapponibile a quella del proprio leader carismatico Silvio Berlusconi, capace di attirare su di sé l'attenzione mediatica grazie alla propria personalità e all'uso di slogan più propagandistici che propriamente politici.


http://www.intermarx.com/ossto/mazzoBO.html

 

Il populismo nazionalista dell'arco alpino

di Oscar Mazzoleni

Questa relazione verte su quella parte di nazionalismo populista che si è affermata con successo in diversi paesi collocati sull'arco alpino negli ultimi anni:
- dall'Austria, e soprattutto dalla Carinzia (uno delle otto regioni-stato della federazione austriaca), dove Jörg Haider è diventato in pratica il leader del primo partito del paese;
- alla Baviera del nazionalista regionale Edmund Stoiber, presidente del Länder;
- dalla Confederazione elvetica, dove nel corso degli anni '90 l'Unione democratica di Centro di Christoph Blocher ha mietuto continui successi;
- all'Italia del Nord, soprattutto la Lombardia settentrionale e il Nord-Est, dove le Leghe (la Lega Nord di Bossi, anzitutto) hanno origine e ancora oggi possiedono i loro principali bastioni elettorali.
Questa "nuova destra alpina" sembra rappresentare un nuovo modello per l'estrema destra nell'Europa occidentale. Soprattutto dopo che il Fronte nazionale di Le Pen ha subito la scissione di Bruno Mégret, perdendo l'aura internazionale che lo accompagnava negli anni '90. Va tuttavia ricordato che le regioni prealpine dell'Est della Francia (Rodano-Alpi, Provenza, Alsazia) il Fronte nazionale mantiene alcuni dei suoi principali bastioni elettorali.
Quali sono le caratteristiche dei territori prealpini o subalpini che hanno favorito il successo politico dei populismi nazionalisti dell'arco alpino negli ultimi anni? Quali sono i tratti salienti di questi movimenti e partiti? Qual è la loro base sociale? Quali sono le conseguenze politiche e i pericoli legati al loro successo?

1. Caratteri comuni e mutamenti strutturali recenti dell'arco alpino
Per capire quali sono le condizioni che sono alla base dell'emergere di questi movimenti e partiti, occorre anzitutto rilevare alcuni aspetti comuni delle società e dei territori dove sono sorti. Malgrado la loro eterogeneità, i territori delle prealpi condividono in generale, almeno fino agli anni '60, una condizione economica, sociale e politica "di periferia". Ossia:
- forme di industrializzazione atipiche rispetto al modello fordista (dominio della piccola azienda, limitata concentrazione operaia);
- di conseguenza, la persistenza di sacche di "vecchia" piccola e media borghesia, che in zone più industrializzate hanno invece lasciato il posto all'espansione di un proletariato urbano di fabbrica;
- la persistenza di caratteri di autonomia culturale e politica locale e/o regionale più o meno vasta o comunque un'integrazione limitata nello Stato nazionale (sia che si tratti delle regioni periferiche francesi come l'Alsazia, sia che si tratti dei cantoni federati elvetici e delle regioni anch'esse federate austriache, sia che si tratti di regioni che beneficiano di forme di decentramento amministrativo);
- una più facile persistenza di tradizioni e miti popolari che tessono le lodi delle rispettive regioni (compreso l'orgoglio dell'uomo alpino), la persistenza o il lento declino di lingue o dialetti regionali, e, contemporaneamente, la percezione sociale di forme di discriminazione storicamente subite da parte dei centri urbani, dei centri economici, dei centri politici;
A queste condizioni strutturali, si aggiungono attori politici e sindacali che hanno contribuito allo sviluppo graduale, senza le lacerazioni sociali e culturali vissute dalle grandi metropoli:
- dei movimenti sindacali deboli e con forti tendenze corporative (visto anche il dominio del modello sindacale tedesco che in queste regioni si è imposto ad inizio secolo, nella separazione netta tra partiti socialisti e strutture sindacali);
- dei partiti socialisti o socialdemocratici integrati fortemente nelle istituzioni e nella spartizione delle risorse;
- un forte radicamento storico della Chiesa, sia nella sua forma protestante, ma soprattutto cattolica;
Dalle varie ondate di modernizzazione culturale (consumi di massa, ecc.), di secolarizzazione, mobilità geografica e professionale, ecc. queste regioni sono rimaste, non dico immuni, ma certo protette almeno fino agli anni '70, mentre certamente dal punto di vista economico, il benessere si è espanso in modo evidente. Malgrado forti sviluppi industriali "endogeni", l'accesso al benessere si è reso possibile per almeno tre ragioni fra loro collegate:
- lo sviluppo o il consolidamento di fenomeni corporativi locali o regionali, favoriti dalle piccole dimensioni morfologiche, da processi di industrializzazione e di mobilità geografica limitata;
- il forte radicamento di partiti di ispirazione cristiana, e soprattutto cattolica, con funzione di stabilizzazione del sistema politico e di gestione consociativa e clientelare del potere;
- la possibilità di beneficiare dei frutti delle ricchezze distribuite dal Welfare State, quindi di risorse finanziarie che queste regioni potevano drenare dai principali centri produttivi nazionali
Tra gli anni '70 e '90 sono invece mutate profondamente le condizioni strutturali:
- la crisi del compromesso fordista e socialdemocratico ha rimesso in discussione in parte anche i patti corporativi regionali e locali (perdita di potere dei già deboli interlocutori sindacali);
- la rimessa in discussione del Welfare State, che ha significato la perdita di una rendite di posizione e una ridistribuzione della torta verso gli agglomerati meglio capaci di attirare ricchezza;
- l'emergere di una crisi occupazionale endemica che non più tamponata a sufficienza dai meccanismi redistributivi, che comporta nuovi fenomeni di proletarizzazione;
- l'accelerarsi del processi di modernizzazione e di stress cui sono sottoposte le culture e le tradizioni locali, che si presentano sempre più feticcio mercantile e di consumo;
- l'approfondirsi di fenomeni di secolarizzazione e di erosione dei bacini tradizionali dove i partiti cattolici raccoglievano il proprio consenso.

2. Aspetti comuni dell'ideologia e della forma organizzativa dei partiti nazionalisti emergenti sull'arco alpino

Gli aspetti ideologici e organizzativi comuni sono almeno 6:
- l'opposizione all'integrazione europea;
- neoregionalismo nazionalista;
- il federalismo etnico e lotta all'immigrazione;
- neoliberismo temperato (contro la globalizzazione culturale e per un sostegno misurato di quella economica);
- la critica antipartitocratica;
- l'esistenza di un forte leader carismatico, capace di catalizzare la protesta.
Gli aspetti ideologici si tramutano in una serie di capi espiatori, attorno ai quali si costruisce il mito dei "bei tempi andati", del "come si stava bene prima". Anzitutto:
- gli stranieri (sfruttando le paure indotte dall'emergere di una società multiculturale e nell'arrivo di manodopera poco o per nulla qualificata);
- i sindacati, le sinistre e il movimento operaio in generale;
- le burocrazie (gli eurocrati) e lo Stato sociale (sfruttando l'egemonia liberal-liberista in voga negli
anni '90);
- l'establishment politico (sfruttando la crisi di rappresentanza e di governabilità dei processi economici dei sistemi politici nazionali, gli scandali finanziari, la corruzione);

3. I contenuti della formula vincente: tradizione e modernità come clivage tra nazionalismo-globalismo

Questi aspetti comuni (caratteristiche ideologiche e del modello organizzativo) sono anche quelli che ne assicurano il successo politico ed elettorale. Essi infatti tendono a coniugare in una miscela apparentemente contraddittoria contenuti tradizionali (nazionalismo, comunità etniche, connotati popolari del leader carismatico), e contenuti moderni o post-moderni (neo-liberismo economico, uso spregiudicato dei mass media, critica antipartitocratica). In questo modo all'ambivalenza tra tradizionale e moderno sui piano dei contenuti risponde, con una capacità di sintesi, sul piano organizzativo, il leader carismatico.
L'emergere e il perdurare nel corso degli anni '90 e nel nuovo decennio che si è ancora aperto di un nazionalpopulismo di estrema destra sull'arco prealpino può essere letto come l'esplodere di un nuovo conflitto tra centro e periferia che tende a prendere la forma di un clivage tra nazionalismo e globalismo, dove la periferia ricca ma impaurita, per un verso tende alla rassegnazione, per altro, quando un leader e un partito politico ne raccoglie e ne usa le frustrazioni, cerca nuove strade per diventare protagonista all'interno di un processo di modernizzazione che non ha probabilmente eguali per radicalità nel corso del Novecento, in conseguenze dei cambiamenti scatenati sia dall'integrazione europea, sia dalla crisi del fordismo, sia dalla globalizzazione finanziaria. La rimessa in discussione di un benessere fragile da un lato, la contemporanea erosione di tradizioni e miti popolari che però sono ancora presenti nella memoria collettiva, la crisi dell'immaginario nazionale e della centralità della nazione come riferimento culturale, politico e finanziario, l'incapacità crescente dei partiti tradizionali di gestire il cambiamento, hanno creato le migliori condizioni di possibilità perché possano nascere e radicarsi dei movimenti populisti nazionalisti (a base regionale o nazionale), che capitalizzano il proprio successo dosando elementi moderni e tradizionali.

4. Composizione territoriale e sociale del populismo nazionalista dell'arco alpino

La convivenza di aspetti contrastanti, tradizionali e moderni, come fonte di successo politico, si ritrova anche sul piano della geografia elettorale, ossia nell'alleanza tra dimensione periferica e subalpina e dimensione urbana. Il "populismo alpino" o meglio prealpino può ambire ad un successo nazionale se riesce ad allacciare un'alleanza verso le zone metropolitane.
Il loro successo sul piano nazionale rispettivo può venire inoltre solo da un'alleanza tra periferie e centro. Il caso della Lega è evidente: il suo successo elettorale dipende dalla capacità di penetrare la capitale lombarda o, perlomeno, alcuni centri urbani minori della Lombardia e del Veneto. L'alleanza può realizzarsi all'interno del movimento stesso (vedi Lega Nord), oppure essere tutta politica, come nell'alleanza attuale con Forza Italia e la casa della libertà. In altre parole, la formula è vincente se l'attore politico riesce a mobilitare per un verso una piccola e media borghesia impaurita e frange importanti di operai semi o poco qualificati colpiti dai processi di restrutturazione capitalista. L'arco alpino come "periferia" arricchita in perdita di velocità non va comunque intesa come "montagna" o "valle". Non è nelle zone più discoste delle valli e dei monti alpini che ritroviamo i bastioni dei movimenti populisti e nazionalisti più forti. Nelle valli e nei monti più discosti, la modernizzazione ha assunto caratteri meno aggressivi e maggiormente mediati da una bassa mobilità geografica, da forme di resistenza al cambiamento connaturato al tessuto sociale e politico di quei luoghi. E' invece in zone prealpine, mediamente urbanizzate, in città di media dimensione e nelle sue periferie economicamente e socialmente impoverite, che troviamo i più incisivi e durevoli bacini elettorali di questi movimenti.
Dal punto di vista della composizione sociale, questi partiti raccolgono i propri consensi per un verso in seno alla piccola borghesia commerciale e contadina arricchita ma in declino, per un verso da una parte significativa di classe operaia semi o poco qualificata colpita dai processi di ristrutturazione e della precarizzazione in corso: Il Fronte nazionale di Le Pen era il primo partito operaio francese, almeno fino alla scissione con Mégret, così come lo è il partito liberale di Haider (forte nell'agricola Carinzia e nella Vienna industriale), l'Udc di Blocher a Zurigo (centro finanziario e industriale elvetico); lo stesso discorso possiamo farlo per la Lega lombarda, Veneta e ticinese.
L'adesione di larghe fasce popolari al neoliberismo (che in una certa misura è promosso dal nazionalismo populista alpino), si può spiegare con il fatto che la globalizzazione dell'economia tende a bloccare le politiche di attenuazione delle disuguaglianze promosse dallo Stato sociale (che anzi si trasforma sempre più in Stato disciplinare per i "non integrati"). In un'epoca di egemonia neoliberale, che si presenta come strumento nuovo ed efficace, la fascia più modesta dell'elettorato è indotta a credere che la giustizia sociale si possa raggiungere riducendo lo stato ai minimi termini e lasciando agire il libero gioco del mercato (che secondo i populisti e gli ultraliberisti favorirebbe l'ascesa sociale liberando le energie creative e l'iniziativa individuale, in opposizione ai vincoli imposti dai privilegiati burocrati e dipendenti dello Stato). Quest'analisi può anche spiegare in parte la componente xenofoba del voto populista. In effetti, chi si sente minacciato dalla concorrenza degli stranieri sul mercato del lavoro accetta il programma liberale dei partiti populisti soltanto nella misura in cui vi si postula l'esclusione degli immigrati dai benefici delle prestazioni sociali, e persino dai posti di lavoro. In termini di analisi costi/benefici, il neoliberismo appare allora sopportabile, se temperato dalla preferenza nazionale.

5. Per concludere: alcune conseguenze politiche del successo elettorale del populismo nazionalista sull'arco alpino

Il successo elettorale e politico di questi movimenti si è tradotto in parziale integrazione nel sistema politico. Se per un verso, ciò ne attutisce in la radicalità, nel contempo ne è favorito:
- lo sviluppo di un humus favorevole alle idee nazionaliste e populiste nell'opinione pubblica (uso politico delle paure legate alla criminalità, ecc.);
- un recupero delle ideologie xenofobe da parte delle altre forze politiche del centro e del centro-destra, che cercano di recuperare parte degli elettorati persi;
- un ulteriore restringimento delle misure repressive dello stato contro l'immigrazione non immediatamente produttiva, con il sostegno delle forze della sinistra istituzionale;
- un rafforzamento delle tendenze elitarie e "modernizzanti" delle sinistre socialdemocratiche (Blair, Schöder), che nella tendenza "operaia" (o dei "perdenti" in generale) a votare per le destre populiste vedono una conferma della loro strategia;
- un aumento di legittimità (e di banalizzazione) per le forze dell'estrema destra extraparlamentare e più in generale della destra sociale.

Appendice: il nazionalismo populista dell'arco alpino può definirsi come "fascismo"?

Secondo me, parlare di "fascismo alpino" per definire questi movimenti e partiti non è appropriato per una serie di ragioni:
- anzitutto perché le alpi non condividono condizioni e strutture nazionali comuni. Al limite si dovrebbe parlare di fascismi;
- perché i movimenti politici sorti o impostisi nell'arco alpino negli ultimi 10-15 anni non hanno, in comune, né origini storiche fasciste (ad eccezione di Haider e dell'Austria), né hanno lingue e riferimenti culturali omogenei (l'area germanofona è dominante, ma non esclusiva), né hanno costituito delle vere e proprie alleanze con forze di origine fascista (l'alleanza elettorale italiana attuale tra la Lega e Alleanza nazionale è tutt'altro che organica);
- soprattutto, non possono essere catalogati come fascisti, perché sarebbe riconoscere loro un carattere arcaico, come se fossero una risposta di altri tempi alle sfide della modernizzazione. Al contrario, si tratta di forze che hanno potenzialmente un futuro importante davanti a sé, anche se la loro tenuta nel tempo è tutt'altro che assicurata.
Non si può comunque sottovalutare il fatto che il successo di questi movimenti e partiti giunge in una fase storica di crisi della memoria storica dell'antifascismo e dalla lotta contro il nazismo in Europa, e come detto, il loro successo tende a legittimare le forze più estreme della destra.


http://retroguardia2.wordpress.com/2007/11/19/a-passo-di-gambero-guerre-calde-e-populismo-di-umberto-eco/

 

Recensione/schizzo #5

Ho appena terminato di leggere A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico di Umberto Eco.

Libro tagliente, vivace, divertente e profondo, messo insieme per la maggior parte con articoli pubblicati su “La Repubblica” e “L’Espresso”, accresciuto da pochi e brevi saggi scritti per conferenze e congressi.

Il nucleo centrale del libro è l’idea che “negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all’indietro.”

In A Passo di Gambero ci sono articoli su Berlusconi, la guerra in Iraq, il crocifisso nelle scuole, Dan Brown, Occidente Vs Oriente, Pacs, razzismo, tecnologia; ma anche facezie, citazioni letterarie, studi sociologici e ritratti ironici della società moderna.

Libro di facile lettura, d’impianto prettamente divulgativo, che tenta nel complesso di fornire al lettore gli strumenti critici per leggere la realtà contemporanea.

 [ Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, 2006, pagine 364, euro 17.50]

f.s.

Di seguito l’introduzione “I passi di Gambero” al volume:

 

Questo libro raccoglie una serie di articoli e interventi scritti tra il 2000 e il 2005. Il periodo è fatidico, si apre con le ansie per il nuovo millennio, esordisce con l’11 settembre, seguito dalle due guerre in Afghanistan e in Iraq, e in Italia vede l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi.

Pertanto, lasciando cadere tanti altri contributi su svariati argomenti, ho voluto raccogliere solo gli scritti che si riferivano agli eventi politici e mediatici di questi sei anni. Il criterio di selezione mi è stato suggerito da uno degli ultimi pezzi della mia precedente raccolta di articoli (La bustina di Minerva), che s’intitolava Il trionfo della tecnologia leggera.

Sotto forma di falsa recensione di un libro attribuito a tale Crabe Backwards, osservavo che negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all’indietro. Osservavo che la comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni settanta. Sino ad allora lo strumento principe della comunicazione era il televisore a colori, una scatola enorme che troneggiava in modo ingombrante, emetteva nel buio bagliori sinistri e suoni capaci di disturbare il vicinato.
Un primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l’invenzione del telecomando: con esso non solo lo spettatore poteva abbassare o addirittura azzerare l’audio ma anche eliminare i colori e lavorare di zapping.

Saltellando tra decine e decine di dibattiti, di fronte a uno schermo in bianco e nero senz’audio, lo spettatore era già entrato in una fase di libertà creativa, detta “fase di Blob”. Inoltre la vecchia tv, trasmettendo avvenimenti in diretta, ci rendeva dipendenti dalla linearità stessa dell’evento. La liberazione dalla diretta si è avuta col videoregistratore, con cui non solo si è realizzata l’evoluzione dalla Televisione al Cinematografo, ma lo spettatore è stato in grado di mandare le cassette all’indietro, sfuggendo così del tutto al rapporto passivo e repressivo con la vicenda raccontata.

A questo punto si sarebbe potuto persino eliminare completamente l’audio e commentare la successione scoordinata delle immagini con colonne musicali di pianola, sintetizzata al computer; e - visto che le stesse emittenti, col pretesto di venire in aiuto ai non udenti, avevano preso l’abitudine di inserire didascalie scritte a commento dell’azione - si sarebbe pervenuti ben presto a programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si sarebbe visto un riquadro con la scritta “Ti amo”. In tal modo la tecnologia leggera avrebbe inventato il film muto dei Lumière.

Ma il passo successivo era stato raggiunto con l’eliminazione del movimento dalle immagini. Con Internet il fruitore poteva ricevere, con risparmio neurale, solo immagini immobili a bassa definizione, sovente monocolori, e senza alcun bisogno del suono, dato che le informazioni apparivano in caratteri alfabetici sullo schermo.

Uno stadio ulteriore di questo ritorno trionfale alla Galassia Gutenberg sarebbe stato - dicevo allora - l’eliminazione radicale dell’immagine. Si sarebbe inventata una sorta di scatola, pochissimo ingombrante, che emetteva solo suoni, e che non richiedeva neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Pensavo di aver inventato la radio e invece stavo vaticinando l’avvento dell’I-Pod.

Rilevavo infine che l’ultimo stadio era già stato raggiunto quando alle trasmissioni via etere, con tutti i disturbi fisici che ne conseguivano, con le pay-tv e con Internet si era dato inizio alla nuova era della trasmissione via filo telefonico, passando dalla telegrafia senza fili alla telefonia con i fili, superando Marconi e tornando a Meucci.

Scherzose o meno che fossero, queste osservazioni non erano del tutto azzardate. D’altra parte che si stesse procedendo a ritroso era già parso chiaro dopo la caduta del muro di Berlino, quando la geografia politica dell’Europa e dell’Asia era radicalmente cambiata. Gli editori d’atlanti avevano dovuto mandare al macero tutte le loro scorte (rese obsolete dalla presenza di Unione Sovietica, Jugoslavia, Germania Est e altre mostruosità del genere) e avevano dovuto ispirarsi agli atlanti pubblicati prima del 1914, con la loro Serbia, il loro Montenegro, i loro stati baltici e così via.

Ma la storia dei passi all’indietro non si arresta qui, e questo inizio del terzo millennio è stato prodigo di passi del gambero. Tanto per fare qualche esempio, dopo il cinquantennio di Guerra Fredda, abbiamo avuto con l’Afghanistan e l’Iraq il ritorno trionfale della guerra guerreggiata o guerra calda, addirittura riesumando i memorabili attacchi degli “astuti afghani” ottocenteschi al Kyber Pass, una nuova stagione delle Crociate con lo scontro tra Islam e cristianità, compresi gli Assassini suicidi del Veglio della Montagna, tornando ai fasti di Lepanto (e alcuni fortunati libelli degli ultimi anni potrebbero essere riassunti col grido di “mamma li turchi!”).

Sono riapparsi i fondamentalismi cristiani che sembravano appartenere alla cronaca del XIX secolo, con la ripresa della polemica antidarwiniana, ed è risorto (sia pure in forma demografica ed economica) il fantasma del Pericolo Giallo. Da tempo le nostre famiglie ospitano di nuovo servi di colore, come nel Sud di Via col vento, sono riprese le grandi migrazioni di popoli barbari, come nei primi secoli dopo Cristo, e (come osserva uno dei pezzi qui pubblicati) rivivono almeno nel nostro paese riti e costumi da Basso Impero.

È tornato trionfante l’antisemitismo con i suoi Protocolli, e abbiamo i fascisti (per quanto molto post, ma alcuni sono ancora gli stessi) al governo. D’altra parte, mentre correggo le bozze, un atleta allo stadio ha salutato romanamente la folla plaudente. Esattamente ciò che facevo io quasi settant’anni fa da balilla - salvo che io ero obbligato. Per non dire della Devoluzione, che ci riporta a un’Italia pre-garibaldina.

Si è riaperto il contenzioso post-cavouriano tra Chiesa e Stato e, per registrare anche ritorni quasi a giro di posta, sta tornando, in varie forme, la DC. Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, tornando ai fasti confortevoli della Tradizione.

Molti altri fenomeni di passo retrogrado emergeranno dagli articoli di questo libro, abbastanza insomma per giustificarne il titolo. Ma indubbiamente qualcosa di nuovo, almeno nel nostro paese, è avvenuto - qualcosa che non era ancora avvenuto prima: l’instaurazione di una forma di governo basata sull’appello populistico via media, perpetrato da un’impresa privata intesa al proprio privato interesse - esperimento certamente nuovo, almeno sulla scena europea, e molto più avveduto e tecnologicamente agguerrito dei populismi del Terzo Mondo.

A questo tema sono dedicati molti di questi scritti, nati dalla preoccupazione e dall’indignazione di questo Nuovo che Avanza e che (almeno mentre mando in stampa queste righe) non è ancora detto si possa arrestare.

La seconda sezione del libro si intitola al fenomeno del regime di populismo mediatico, e non ho alcuna esitazione a parlare di “regime”, almeno nel senso in cui i medievali (che non erano comunisti) parlavano de regimine principum.

A questo proposito, e di proposito, apro la seconda sezione con un appello che avevo scritto prima delle elezioni del 2001 e che è stato molto vituperato. Già allora un corsivista di destra, che evidentemente mi vuole però qualche bene, si stupiva addolorato che un uomo “buono” come me potesse trattare con tanto disprezzo una metà dei cittadini italiani che non votavano come lui. E ancora recentemente, e non da destra, è stata rivolta a questo genere d’impegno l’accusa di arroganza - rovinosa attitudine che renderebbe antipatica gran parte della cultura di opposizione.

Ho sofferto molte volte nel vedermi accusato di voler riuscire simpatico a tutti i costi, così che lo scoprirmi antipatico mi riempie d’orgoglio e di virtuosa soddisfazione.

Ma curiosa è questa accusa, come se ai loro tempi si fosse imputato (si parva licet componere magnis) ai Rosselli, ai Gobetti, ai Salvemini, ai Gramsci, per non dire dei Matteotti, di non essere abbastanza comprensivi e rispettosi nei confronti del loro avversario.

Se qualcuno si batte per una scelta politica (e nel caso in questione, civile e morale), fatto salvo il diritto-dovere di essere pronti a ricredersi un giorno, in quel momento deve ritenere di essere nel giusto e denunciare energicamente l’errore di coloro che tendono a comportarsi diversamente. Non vedo dibattito elettorale che possa svolgersi all’insegna dell’”avete ragione voi, ma votate per chi ha torto”. E nel dibattito elettorale le critiche all’avversario devono essere severe, spietate, per potere convincere almeno l’incerto.

Inoltre molte delle critiche giudicate antipatiche sono critiche di costume. E il critico di costume (che sovente nel vizio altrui fustiga anche il proprio, o le proprie tentazioni) deve essere sferzante. Ovvero, e sempre per rifarsi ai grandi esempi, se vuoi essere critico di costume, ti devi comportare come Orazio; se ti comporti come Virgilio, allora scrivi un poema, magari bellissimo, in lode del Divo regnante.

Ma i tempi sono oscuri, i costumi corrotti, e anche il diritto alla critica viene, quando non soffocato con provvedimenti di censura, indicato al furor popolare. Pubblico pertanto questi scritti all’insegna di quella antipatia positiva che rivendico.

[ Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, 2006, pagine 364, euro 17.50]

Il ritorno dei populisti pdf

Populismo Nuova Destra pdf

Mimmo Porcaro Socialismo pluralista e populismo -pdf

Losurdo:Marxismo o populismo?