Piccoli nazionalisti crescono
Vigilia di elezioni in Ungheria e Polonia, dove si attende una forte rimonta dei partitini populisti: il polacco Samoobrona di Andrzej Lepper, l'ungherese Hajira Magyarorszag! Hajira Magyarok (Avanti Ungheria! Avanti ungheresi). Nazionalisti, intolleranti, cattolici, antieuropei: la ragione del loro successo si fonda sulla disastratissima situazione economica dei due paesi, che penalizza i meno abbienti. A cui finora si è risposto con un liberismo ancor più selvaggio e con una crescita vertiginosa della corruzione
K. S. KAROL – il manifesto 17/07/02


Un'ondata di populismo di destra dilaga nell'Europa centrale, soprattutto in Ungheria e in minor misura in Polonia. Nei due paesi, devastati dalla corruzione e da una forte frattura sociale, le elezioni legislative nell'autunno e nella primavera scorsa hanno portato al governo la sinistra. La vittoria dei post-comunisti a Varsavia, annunciata dai sondaggi, è stata però meno forte del previsto. Leszek Miller, segretario dell'Unione dei democratici di sinistra (Sld) non ha ottenuto la maggioranza dei seggi alla Camera dei deputati (Sejm) ed è stato costretto a formare una coalizione col partito dei contadini, alleato tradizionale, ma molto cattolico e poco europeista. Quel che è più grave è che Andrzej Lepper, demagogo che pareva marginale, leader di un altro partito contadino Samoobrona (Autodifesa) ha fatto un ingresso trionfale al Sejm con una sessantina di eletti ed è diventato la terza forza del Parlamento. L'Ungheria, dove la crescita economica ha raggiunto quest'anno il 4%, i sondaggi davano per probabile vincente Victor Orban, primo ministro uscente. Orban, cattolico trentottenne, molto nazionalista, gridava dunque vittoria, sostenendo di essere primo capo del governo che veniva rieletto. Ma al secondo turno dello scrutinio, la coalizione di sinistra è riuscita a superarlo di misura, con dieci seggi di maggioranza. Il nuovo governo è stato formato da Peter Medgyessy, noto economista; ha sessant'anni ed è stato vicepresidente del consiglio dell'ultimo governo comunista, poi di nuovo è tornato ad esserlo fra il 1997 e il 1998 ma, malgrado la bella presenza, è dotato di scarsissimo carisma. Sotto il governo Orban, è stato direttore di Paribas e nel 2000 è stato decorato della legion d'onore francese. Oggi è senza partito.



La rimonta ungherese

All'inizio del giugno scorso nel discorso programmatico, aveva annunciato delle misure per venire in aiuto alle fasce più deboli, promettendo soprattutto un minimo equivalente a 70 dollari mensili per tutti i pensionati e il 50% di aumento del salario nel settore pubblico. Il giorno dopo colpo di scena: il quotidiano di grande tiratura vicinissimo a Orban, Magyar Nemzet rivela che Peter Medgyessy era stato nel 1972 tenente dei servizi segreti col nome di codice D-209. Fortemente documentato, il giornale non esita a presentarlo come una specie di James Bond ungherese. L'accusato dapprima nega poi, obbligato a discuterne al Parlamento, ammette di essere appartenuto al controspionaggio economico del tempo per ottenere che l'Ungheria fosse ammessa al Fondo monetario internazionale senza che lo sapessero i sovietici. Ma giura anche di non aver mai agito contro l'opposizione al regime comunista. La sera, ha presentato in televisione le sue scuse agli elettori per non aver confessato il suo passato prima di essere eletto. Ma non è riuscito ad evitare lo scandalo. I liberali di sinistra, partito minore della coalizione ed ex dissidenti, hanno chiesto sempre che gli ex agenti segreti fossero eliminati dalla scena politica. Avevano dunque dapprima richiesto che Medgyessy venisse sostituito da Laszlo Kovacs, segretario del Partito socialdemocratico e ministro degli esteri. Ma la straordinaria aggressività di Victor Orban che aveva addirittura richiesto elezioni anticipate, gli aveva fatto cambiare idea. Peter Medgyessy resta dunque primo ministro, malgrado un'opposizione scatenata e poco incline ad aspettare quattro anni le prossime elezioni.

Per aumentare la pressione di strada, Victor Orban ha creato un movimento, Hajra Magyarorszag! Hajra Magyarok! (Avanti Ungheria! Avanti ungheresi!) in vista delle elezioni municipali d'autunno e ne riempie gli stadi. Dimenticando di aver negoziato lui stesso l'ingresso del suo paese nell'Unione europea, tiene un linguaggio sempre più nazionalista, calcato su quello di Heider in Austria, fino a promettere la reintroduzione della pena di morte. Sospettato di aver approfittato del clima di corruzione - è ormai un potentato finanziario - evita il tema e insiste ostinatamente sulla sorte degli ungheresi in Slovacchia e in Romania, come se si trattasse di liberarli dal giogo straniero.

Naturalmente un paese di dieci milioni di abitanti come l'Ungheria non costituisce una minaccia d'invasione per i vicini, ma il clima che la retorica di Orban ha creato nel paese è abominevole. Durante gli ultimi anni del suo governo aveva rotto il patto con i tre altri candidati all'Unione europea - Polonia, Cechia e Slovacchia - pretendendo che il governo di Praga condannasse il decreto di Edvard Benes del 1945 che aveva permesso di espellere i tedeschi e 100 mila ungheresi dalla Cecoslovacchia. La stravagante rivendicazione è stata ora ripresa, anche se un po' meno aggressivamente, dal candidato democristiano alla Cancelleria tedesca, il bavarese Edmund Stoiber. Forse l'ha fatto perché le organizzazioni degli ex espulsi tedeschi hanno sede in Baviera o perché è un modo per darsi buona coscienza senza cambiare granché. Ma in Polonia le dichiarazioni di Edmund Stoiber sono state immediatamente sfruttate da Andrzej Lepper che grida al "complotto tedesco".



Municipali ungheresi e polacche

In autunno sia i polacchi che gli ungheresi saranno chiamati a votare per le elezioni municipali. I sondaggi prevedono già una forte crescita del par-

tito di Lepper che rischia di diventare il secondo partito in Polonia col 18% dei voti, quasi il doppio di quello che ha ottenuto alle legislative. Di più: un altro partito ultra cattolico e anti europeo "la Lega delle famiglie polacche", sembra anche lui in crescita, mentre quello di Leszek Miller è in caduta libera, passando dal 46% al 30% delle intenzioni di voto. Sarebbe un'inversione di tendenza che non minaccerebbe la coalizione al governo ma fa riflettere su quel che sta avvenendo in questa parte d'Europa.

Cinque anni fa la Polonia passava per essere la "Tigre d'Europa" con una crescita superiore al 5% l'anno. Poi la destra ha vinto le legislative del 1998 ed è stato Jerzy Buzek che ha formato la nuova coalizione affidando la vicepresidenza e il ministero dell'economia a Leszek Balcerowicz, ultraliberista dogmatico. Fedele alla sua reputazione costui ha fissato il tasso d'interesse al 10% per combattere l'inflazione e dare al paese una moneta forte. Scossa sempre più dal crack finanziario russo, la Polonia ha cominciato a diminuire la crescita mentre la disoccupazione è salita in maniera allarmante. Chi investirebbe nell'industria quando il denaro collocato nei prestiti di stato rende di più e senza il minimo rischio?



Ultraliberisti, nemmeno un eletto

Quando, un anno prima delle legislative del 2001, Jerzy Buzek decide di separarsi da Leszek Balcerowicz, la crescita supera ormai appena l'1% mentre la disoccupazione arriva già al 18%, quasi il record europeo! Per sbarazzarsi dell'ingombrante ultraliberista, gli è stato trovato un posto nella direzione della Banca Nazionale e alla presidenza del Comitato di politica monetaria. Ma la collera degli elettori è stata tale che nessun partito della coalizione Buzek-Balcerowicz ha avuto un solo eletto, fatto senza precedenti nella Polonia democratica.

Leszek Miller ha criticato molto duramente la politica dei tagli nei bilanci della salute, della scuola e della cultura. L'elettorato vi ha ravvisato una promessa di migliorare la vita in modo che potessero curarsi, studiare e lavorare normalmente. Aspettava anche dal nuovo primo ministro che mettesse fine al regime di corruzione che permette ad alcuni privilegiati di costruirsi lussuose ville mentre il 18% dei loro concittadini, condannati alla disoccupazione, sopravvivono mangiano alla mensa della carità pubblica. In realtà Leszek Miller non aveva fatto promesse straordinarie ma neppure ha trovato i mezzi per cambiare la situazione del paese. Sulle prime ha cercato di fare un passo verso Andrzej Lepper, nominandolo vicepresidente della Camera, in nome del comune odio contro Balcerowicz, ma poi ha dovuto fare marcia indietro perché il demagogo se l'è presa con il ministro degli esteri.

Per rilanciare l'economia il governo polacco punta su un radicale abbassamento dei tassi di interesse e su una svalutazione della moneta. Ma Balcerowicz è sempre al suo posto e vi si oppone. Marek Belka, ministro delle finanze, ha fatto di tutto per convincerlo ma ha dovuto gettare la spugna. Il nuovo ministro, Grzegorz Kolodko, cercherà di spuntarla in modo più energico, cambiando la composizione del Comitato di politica monetaria. Aspettando il risultato di questo nuovo tentativo, i polacchi si sentono persi in una società dove solo il denaro conta e un qualsiasi salario onesto basta appena per vivere. Per questo hanno cominciato a prestare orecchio alle imprecazioni di Andrzej Lepper che denuncia i nuovi ricchi e dichiara che l'integrazione europea è un pericolo.

A breve termine l'imprecatore polacco è meno pericoloso dell'estremista ungherese Victor Orban. Ma fra un anno, i polacchi dovranno ratificare con un referendum l'adesione all'Unione europea e quello sarà il momento della verità. In assenza di idee capaci di strutturare la società e di dare un senso alla vita, rischia di vincere quello che strilla più forte. Ora il populista Lepper è un oratore più efficace di Leszek Miller.