UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004
CARLO DONOLO

I QUADERNI PIACENTINI (I)

Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo, Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.

Il 20 marzo scorso, a Piacenza, si è tenuta una giornata di riflessione e discussione sulla storia e la presenza dei Quaderni Piacentini nel dibattito culturale italiano fra 1962 e 1984. Fondati nel 1962 da Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, i Quaderni costituiscono un caso abbastanza raro in Italia di rivista politico-culturale di sinistra non legata a partiti, gruppi o correnti, che per circa vent’anni fu il luogo naturale d’incontro e dibattito della nuova sinistra e, nel 1968-69, divenne strumento di elaborazione e diffusione delle idee del movimento studentesco. Inizialmente influenzati dal dibattito politico di piccoli gruppi marxisti di tendenza operaista come quello dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri o Classe Operaia di Tronti e Asor Rosa, subito si distinsero per originalità, spregiudicatezza e indipendenza. Nella rivista commenti sociali e di costume si alternavano a recensioni e segnalazioni di libri (famosa la rubrica “Libri da leggere e da non leggere”) oltre a saggi d’analisi politica ed economica. Tra i collaboratori comparvero Franco Fortini, Sergio Bologna, Giovanni Giudici, Giovanni Jervis, Goffredo Fofi (poi condirettore), Giancarlo Majorino, Edoarda Masi, Luciano Amodio, Cesare Cases, Luca Baranelli, Michele Salvati, Francesco Ciafaloni, Carlo Donolo, Alfonso Berardinelli, Federico Stame e altri.
Ridefinire la politica, questo il titolo della giornata di studi che, nello spirito della rivista, non ha avuto nessun intento celebrativo, animata semmai dalla necessità di rivisitare alcuni interrogativi su cui già avevano riflettuto e scritto molti animatori e collaboratori dei Quaderni Piacentini: che cosa non capivamo? Dove abbiamo sbagliato? Come e quanto in peggio è cambiato il mondo (e alcuni di noi con lui)?
Il convegno è stato dedicato alla memoria di Grazia Cherchi.

***
"Quegli studenti che contestavano in giacca e cravatta"

Carlo Donolo insegna Sociologia del Diritto presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma; ha collaborato ai Quaderni Piacentini dal ‘68 alla fine degli anni ‘70, tra i suoi articoli più significativi ricordiamo “La politica ridefinita” (n. 35, luglio ‘68) e “Contro la falsa coscienza del movimento studentesco” (n. 38, luglio ‘69, con Francesco Ciafaloni).

Allora, in parte perché più giovani, in parte perché immersi in un processo sociale molto conflittuale e convulso e, per un altro verso, spesso sprovvisti di un accesso serio e sistematico a informazioni fondamentali, fummo costretti a lavorare in un modo che appare molto artigianale; anche semplicemente accedere a qualche documento, a qualche analisi era una cosa alquanto difficile, più di quanto sia possibile concepire oggi, nell’epoca di Internet e con un mercato editoriale che traduce moltissimo. Lo sforzo dell’informazione e della propria formazione è stato dunque un carattere della fase; tanto più che si stavano presentando contemporaneamente tanti temi, alcuni inusitati e ancora poco analizzati. Anche questo può spiegare il disorientamento e talvolta gli abusi lessicali che si trovano negli articoli di quell’epoca, anche nei miei. Tradussi per esempio dei saggi di Habermas su tecnica e società e feci un’introduzione che credo regga ancora oggi, era una cosa seriosa di tipo sociologico, alla fine però c’era un pistolotto dove facevo un’allusione abbastanza diretta alla rivoluzione culturale cinese. Ora, siccome io sulla rivoluzione culturale cinese non ho mai saputo niente di specifico, il fatto di aver aggiunto quelle quattro righe a quel testo, in sé serio e credo sostenibile ancora oggi, penso fosse una forma di captatio benevolentiae, perché il volume era pensato per un pubblico di potenziali studenti o militanti che dovevano confrontarsi col problema della tecnica nella società contemporanea e in effetti fornivo loro degli strumenti per farlo, ma alla fine mi ero convinto che gli argomenti razionali non sarebbero bastati e quindi per quattro righe ho ceduto alla vulgata della rivoluzione culturale cinese allora condivisa: il superamento della divisione sociale del lavoro, la possibilità di superare le più terribili difficoltà col solo volontarismo; tutte cose storicamente fasulle, ma che facevano parte dell’atmosfera comunicativa dell’epoca. Molti scritti sui Quaderni Piacentini spesso però non godevano affatto di una grande simpatia da parte forse dei suoi stessi lettori e certamente del grande pubblico dei militanti e dei giovani dell’epoca, che già incominciavano ad aderire piuttosto ad altre scuole ideologiche, per le quali l’uso di certi slogans e di certi riferimenti pseudo-teorici di derivazione vagamente marxista, più precisamente leninista o maoista, facevano agio su qualunque analisi razionale dei processi sociali effettivamente in atto. Quindi ci si barcamenava in una serie di difficoltà che oggi possono apparire persino risibili, ma che allora condizionavano fortemente il lavoro intellettuale. Certo, c’era una prospettiva, una forte speranza collettiva di una possibile trasformazione; gli ambiti poi si dividevano su quanto imponente o profonda dovesse essere, ma quest’illusione era ampiamente condivisa, anche al di là dei gruppi di avanguardia e non solo nelle masse che partecipavano alle manifestazioni; direi che era qualcosa che toccava l’opinione pubblica del tempo. Ricordo per esempio una grande manifestazione sindacale a Reggio Calabria nel ‘72 contro disordini di tipo fascistoide che si erano verificati; ecco, in quel caso si capiva bene che c’era tutto un popolo in movimento. Quanto le nostre analisi dell’epoca possano aver aiutato questa mobilitazione è difficile da dire, forse è un compito che gli storici non hanno affrontato ancora in modo sistematico, però quello che forse si può ricordare retrospettivamente è almeno che, parlando di una possibile e doverosa ridefinizione della politica, s’intendeva essenzialmente dire che la politica doveva ridiventare qualcosa nelle mani responsabili di ciascuno di noi, che avesse senso per ciascuno di noi. Riflettendo e lottando su questioni di divisione sociale e tecnica del lavoro, sui ruoli professionali, quindi anche sugli apparati regolativi in cui questi ruoli sono immessi, le famose istituzioni, ci proponevamo la loro ripoliticizzazione, nel senso che (allora non era così chiaro) dovevano diventare oggetto di un discorso pubblico, di una riflessione collettiva; dovevano fare opinione, per usare un termine settecentesco, e questa opinione doveva illuminare, guidare e trasformare anche la politica come attività professionale. Il punto che allora era più controverso, e che ora mi sembra più chiaro rispetto a questa ridefinizione, è la critica radicale del leninismo, almeno com’era interpretato e percepito all’epoca, cioè l’idea che ci dovessero essere delle avanguardie e che queste potessero benissimo sostituirsi alle masse senza dover rispondere di niente a nessuno; e poi che, forse con allusione all’idea dell’avanguardia artistica, queste avanguardie fossero innovatrici, che rompessero gli schemi, quando invece non era così, perché avevano ricostruito una scolastica che a rileggerla oggi... Confesso che io stesso non ho mai più riletto “La politica ridefinita” e non sarei in grado di farlo, ma proprio per la pesantezza del lessico che risente moltissimo dell’epoca. Quello che invece si trova nel linguaggio settario, ideologico, astratto e intellettualmente irresponsabile dei gruppetti ideologizzati, beh, quello farebbe forse soltanto ridere se uno poi non dovesse considerare le conseguenze spesso tragiche che da quel linguaggio sono derivate. Il senso di ridefinire la politica era quindi l’abbandono di questa scolastica leninista o neoleninista. Nel tentativo di farlo poi si voleva ridare senso a molte cose della vita che altrimenti non ce l’hanno, ritrovare qualche senso ai legami sociali, dai rapporti amicali in su. Ricordo un titolo bellocchiano, Tutti o nessuno, che era un po’ il senso semplice di ciò che in realtà si cercava di fare e di dire, cioè la ricostruzione di legami sociali; un elemento che oggi chiameremmo, in termini più tecnici, repubblicano. Un fatto dirompente in una società come la nostra in cui due grandi chiese, bianca e rossa, ci avevano così marcatamente deprivato di questa dimensione civica, sia nell’azione professionale che in quella politica. In questo naturalmente si andavano a sfiorare delle tematiche che ancora oggi hanno grande rilevanza. I movimenti politici dell’epoca cominciarono a sollevare degli importanti interrogativi impolitici, un’interrogazione più radicale sulla natura di che cos’è politica in una società moderna, quindi la definizione delle sue responsabilità, delle sue capacità, di che cosa realmente si poteva fare nel governo di società complesse con gli strumenti della politica, che quando è istituita ha essenzialmente a disposizione due meccanismi, il denaro (attraverso il fisco), e la legge. Ma due meccanismi che sono per loro natura estremamente astratti, violenti, nella loro applicazione quotidiana anche molto volgari. Ecco allora che forse si potevano immaginare altre forme della politica, anche se probabilmente allora non era molto chiaro come poi si potessero efficacemente raffrontare con le forme più istituite, essenzialmente quelle della democrazia rappresentativa, che è nelle mani dei partiti e quindi del meccanismo elettorale. Fu allora però che fu riscoperto il ruolo dei corpi intermedi, un Tocqueville senza consapevolezza, e tutto proponeva il tema di quale rapporto si potesse stabilire tra forme più specializzate della politica, che pure sono necessarie, e altre forme di democrazia più partecipata, in cui la voce dei cittadini potesse farsi sentire più direttamente, e in questa direzione in effetti sono state fatte molte esperienze. Allora, sebbene la politica non sia stata ridefinita, compito che del resto non era certamente affidabile né ad avanguardie intellettuali né a movimenti collettivi per quanto ampi, è indubbio però che nei vari corpi separati sono avvenute delle trasformazioni significative. Basti pensare alla magistratura o agli insegnanti, quelli della scuola dell’obbligo in particolare. Tra l’altro penso si possa dire che quel tanto di risorse, il senso di responsabilità civile e anche l’intelligenza, che abbiamo ancora disponibili in questa società, sono in parte capitalizzate all’interno di questi gruppi sociali spesso molto bistrattati. Certamente in queste generazioni di quarantenni e cinquantenni c’è la memoria di un tentativo di ridefinire la politica che significa semplicemente vivere in modo politicamente sensibile il proprio ruolo professionale per esempio. C’è quindi in loro una riserva di conoscenza e intelligenza, un capitale umano e sociale di cui francamente non vedo come questa società potrebbe fare a meno; forse per questo oggi è sotto assalto, si cerca di demolirlo, anche in tanti ruoli tecnici, persino dentro la pubblica amministrazione, che è profondamente cambiata in questi vent’anni. Questo, come sempre avviene nella storia, si è realizzato attraverso un processo più che di trasmissione diretta del testimone, di socializzazione di qualche allusione che si è percepita, però il tema che la democrazia va comunque rivitalizzata, altrimenti deperisce sotto l’attacco di potenze molto più forti, costituisce senza dubbio l’eredità ancora valida di quegli anni, tanto più in un periodo in cui assistiamo a un attacco sistematico alle forme democratiche. Al di là dell’aspetto massmediatico, l’antipolitica è molto forte anche in un’altra forma: moltissime decisioni di natura altamente tecnica vengono prese dentro corpi e attraverso procedure che non sono democraticamente legittimati, e queste decisioni riguardano sempre di più la nostra vita individuale e collettiva. Pensiamo alla sicurezza alimentare e a quanto regole e standard sfuggano a seri controlli dentro a qualche forma di processo democratico. Lo stesso proliferare di autorità amministrative indipendenti che, sebbene razionalizzabili in una situazione allargata di regime democratico, corrono sempre il rischio di diventare dei corpi tecnocratici che decidono per noi, contro di noi, o magari qualche volta ci proteggono, come consumatori ad esempio, ma sono dei corpi democraticamente irresponsabili. L’antipolitica assedia il regime democratico anche in forme ulteriori, ad esempio nelle varianti iperpolitiche di tipo decisionista che ogni tanto si fanno sentire anche in Italia. Le abbiamo conosciute inizialmente nelle forme del craxismo prima maniera, molto velleitario, ma non voglio dimenticare che suggestioni decisioniste erano penetrate anche altrove; abbiamo avuto delle mirabili trasformazioni di intellettuali marxisti diventati decisionisti, cose che succedono quando la nave affonda. Questo è dunque un punto che riattualizza il problema della ridefinizione della politica. Se infatti il regime democratico è oggi definibile come sotto assedio o comunque seriamente minacciato e la sua fibra costitutiva, e noi come cittadini, come lavoratori, come consumatori siamo minacciati; se tutte le forme di un legame sociale razionale vengono addirittura ridicolizzate, è chiaro che si pone seriamente il problema di ripensare e di rivisitare quali sono i confini del politico facendo i conti con le forme dell’antipolitica, evidenziando come in parte affiorino anche dentro i movimenti collettivi attuali. Bisogna allora riprendere sul serio alcuni interrogativi impolitici, sulla natura della scienza e della tecnica, sul nostro rapporto con la natura, col corpo, come pure il tema dei diritti fondamentali, non più riproponibile su basi puramente giusnaturaliste. Sono tutte interrogazioni radicali poste a noi dalla natura dell’attuale società complessa e globale; a quel tempo tutte queste cose apparivano un po’ così come al cinema, delle cose cioè che in Italia incominciavano appena a vedersi. Basta vedere le foto dell’epoca con gli studenti che contestavano in giacca e cravatta per rendersi conto di quanto fossero forti le continuità antropologiche col passato; in fondo il miracolo economico aveva fatto vedere che c’erano in corso delle importanti trasformazioni, però il paese nel suo complesso era ancora un po’ un presepe: le grandi punte di modernizzazione, penso a riviste come Civiltà delle Macchine o all’Olivetti ad esempio, erano isole che non costituivano ancora un sistema. In questo senso il paese è stato veramente rovesciato come un calzino e adesso non so se il tema della ridefinizione della politica -per un calzino rovesciato- possa avere ancora qualche sviluppo, spero di sì.

UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004


ALFONSO BERARDINELLI

I QUADERNI PIACENTINI (II)

Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo, Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.

"Ma si può sapere chi siete? - Noi siamo la donna delle pulizie"

Alfonso Berardinelli è stato docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Venezia dal 1983 al 1995, ha svolto attività di critico militante su diverse riviste, a cominciare dai Quaderni Piacentini, della cui direzione ha fatto parte dal 1975 fino alla chiusura nel 1984. Con Piergiorgio Bellocchio ha iniziato, nel 1985, la stesura di Diario, opera letteraria in forma di rivista. Tra le sue ultime pubblicazioni L’eroe che pensa (Einaudi, 1997); Nel paese dei balocchi. La politica vista da chi non la fa (Donzelli, 2001) e La forma del saggio (Marsilio, 2002).
Chissà che cos’erano veramente i Quaderni Piacentini. Di questa rivista circola ormai da tempo un’immagine assai confusa: i giornalisti oggi in attività sono troppo giovani per averla potuta leggere; per altri più anziani la rivista era come il fumo negli occhi, se ne sentivano offesi, non capivano quanta moderazione e distanza critica ci fosse in quell’apparente estremismo; altri, i marxisti ortodossi di allora, gli ideologi accaniti e davvero convinti che una rivoluzione comunista, operaia, fosse alle porte, consideravano troppo eclettica o sofisticata o politicamente impotente o radical liberale quella rivista diretta da intellettuali poco comunisti e poco coinvolti, nonostante le buone intenzioni, nella prassi militante. Oggi arrivano a ricordare solo qualche articolo maoista per poterla condannare più facilmente, assimilandola al peggiore dogmatismo. In realtà, la sinologa del gruppo, Edoarda Masi, è stata nonostante tutto la più intelligente commentatrice italiana di quella che allora si credeva fosse la linea di Mao; in molte cose sbagliava, tuttavia sarebbe giusto ricordare che per almeno una decina di anni ebbero più o meno le stesse convinzioni parecchi tra i più competenti sinologi di sinistra del mondo. Nei Quaderni Piacentini tutte le forme ortodosse di marxismo (leninismo, trotzchismo, maoismo, operaismo) erano marginali e per lo più guardate con una certa ironia e diffidenza. Quando nel 1973 cominciai a collaborare alla rivista e poi, due anni più tardi, mi fu proposto di entrare nel comitato direttivo, mi sentivo un intruso. Tuttavia, venendo da Roma, dove dominavano ipermarxisti come Lucio Colletti e Alberto Asor Rosa, arrivato a Piacenza in quelle riunioni mi sembrò finalmente di respirare. Il gruppo era costituito da persone che si conoscevano e collaboravano da anni. Io passai repentinamente dalla posizione comoda del lettore devoto a quella di collaboratore attivo e poi di membro del comitato direttivo. Alcuni saggi pubblicati dalla rivista negli anni ‘60 li avevo addirittura studiati, letti e discussi in piccoli gruppi di amici o militanti; ero allora il più giovane del comitato direttivo e mi sembrava di poter solo imparare; inoltre ero molto curioso di osservare da vicino i rapporti, per altro civilissimi, amichevoli, ma non sempre facili, tra intellettuali così diversi. Che cos’avevano in comune Giovanni Jervis e Michele Salvati, la sociologia politica francofortese di Carlo Donolo e Federico Stame e il fervido empirismo enciclopedico di Francesco Ciafaloni? C’era poi Fortini, che conoscevo meglio personalmente, che aveva ispirato la rivista fin dai suoi inizi, ma che ora la guardava come si guarda un figlio indocile, deviante, esposto a tentazioni illuministiche e vitalistiche libertine. Dunque che cos’erano veramente i Quaderni Piacentini? Neppure chi ha fondato e diretto la rivista riesce a darne una definizione esauriente e stabile. Piergiorgio Bellocchio, che la fondò nel 1962 e la diresse con l’aiuto determinante di Grazia Cherchi e di Goffredo Fofi fino a quando non si formò una direzione più ampia, sembra sempre un po’ a disagio quando gli si chiede di riassumerne la storia. Lui inventò qualcosa che poi, nel 1968, gli sfuggì di mano, prese una piega diversa, si assunse e fu portata ad assumersi responsabilità politiche maggiori, divenendo una sorta di organo informale, semiufficiale e comunque abbastanza influente di quello che allora si chiamava il movimento. L’inizio aveva riunito collaboratori più anziani, poeti, critici, teorici marxisti, da Fortini a Sebastiano Timpanaro, da Cases a Renato Solmi, il primo e migliore traduttore di Adorno e Benjamin, nonché poeti come Giudici e Giancarlo Majorino, uno psicanalista teorico con interessi vastissimi come Elvio Facchinelli. Col 1968, per una decina di anni, fu la volta di Donolo, Salvati, Stame, Ciafaloni, Masi, ai quali soprattutto era affidata la riflessione teorica e politica più caratterizzante; i collaboratori in quel periodo tendevano a diventare più numerosi, anche se ogni tanto comparivano comunque i numi tutelari della generazione più anziana. Cesare Cases diventò uno scrittore satirico sempre più brillante ed esilarante quanto più constatava la sconfitta del marxismo critico. Alcuni come Sergio Bologna e Giovanni Jervis, a distanza variabile, scrivendo molto o poco, per amicizia o per affinità culturale accompagnarono la rivista in tutta la sua parabola. Negli anni ‘80 si aprì una nuova fase: il fondatore e direttore Bellocchio si teneva sempre più da parte, già da qualche anno avrebbe forse, lo diceva, preferito chiudere. La rivista però mostrava ancora di esercitare una notevole attrazione su una nuova ondata di giovani seriamente intenzionati a continuare. Arrivarono Franco Moretti, Gad Lerner, Filippo La Porta, Marcello Flores, Gianni Riotta e intanto si infittivano i saggi letterari, di qualità spesso notevole anche se un po’ accademica. Ricordo che prima della chiusura definitiva del 1984 andai a casa di Michele Salvati per valutare insieme la situazione e le prospettive future. Io, che in linea generale ero piuttosto scettico, disponevo tuttavia di un nutrito drappello di eccellenti letterati; lui, che invece aveva assunto compiti più direttivi in quel momento, mi disse che faceva sempre più fatica a trovare, e non solo in Italia, saggi di economia e sociologia politica interessanti per la rivista. Eravamo alle soglie di quel periodo in cui la conversione alla letteratura divenne un’epidemia: vinceva l’industria del romanzo e vinceva l’accademia. Quando poi Bellocchio e io pensammo di fare Diario, tra l’84 e l’85, il problema era questo: la ricerca di un diverso linguaggio per la critica dell’ideologia, secondo un’espressione di Piergiorgio Bellocchio “dal noi all’io”. Fu, quella di Diario, un’opera letteraria a puntate tra satira, diario in pubblico, critica dell’ideologia, scritta da due autori e pubblicata in forma di rivista; una sorta di giornalismo anacronistico e rarefatto che evocava il giornalismo inattuale delle origini; pensata come genere letterario, e destinata a un pubblico non di massa né di ceti o di gruppi, ma di singoli e che sperimentava le possibilità della tradizione saggistica applicandole alla sua vita. Questa potrebbe essere, un po’ affastellata e confusa, una definizione sintetica della rivista che appunto seguì, per quanto riguarda Bellocchio e me, i Quaderni Piacentini. Diario si presentava a noi stessi che la facevamo così insolita che definire quello che stavamo facendo non era affatto secondario. Dopotutto bisognava farsi capire e non era facile, neppure con gli amici, neppure con le persone culturalmente più vicine e affini, anzi, proprio da questa difficoltà o facilità immediata di comprensione, ci venivano, soprattutto all’inizio, le maggiori sorprese, strane sordità da parte di alcuni vicini e invece entusiastiche adesioni da parte di persone sconosciute e anche culturalmente credute fino a un momento prima lontane. Un nuovo e diverso pubblico insomma emergeva ed era la stranezza della rivista a rivelarlo. Devo dire che non avevamo nessun programma preciso, ogni numero che mettevamo insieme era una sorpresa anche per noi. Raccogliendo poi più tardi una parte degli scritti di Diario in un volume, Bellocchio ha scritto una breve nota introduttiva da cui vorrei estrarre alcune righe perché contengono, insieme a una definizione di Diario, anche una fulminea storia dei precedenti e delle intenzioni. Scriveva Bellocchio, “conclusa l’esperienza dei Quaderni Piacentini, che mi aveva assorbito per quasi vent’anni, ‘62-’80, fui tentato dall’idea di rivolgermi a un pubblico più largo e indifferenziato, lavorai a Panorama, poi all’Illustrazione italiana e a Tempo illustrato, non potevo trovare miglior conferma a ciò che in astratto già sapevo: qualunque cosa tu scriva perde ogni proprio significato per uniformarsi al contesto. Mai mi ero sentito così solo e inutile come quando avevo avuto un pubblico potenziale, con Panorama, di centinaia di migliaia di lettori”. Di qui l’esigenza di creare uno strumento di comunicazione libero da ogni condizionamento, indenne dal rumore della chiacchiera culturale, della pubblicità, dei falsi specialisti.
Una rivista necessariamente povera, che esce quando ha qualcosa da dire, che non deve niente a nessuno, totalmente autogestita. Diario non ha voluto né vuole essere altro che un luogo dove la parola non perda il proprio significato, dove appunto chi scrive sia preso in parola. Una rivista che non è propriamente una rivista, ma una specie di opera a puntate di due autori. Oltre a questa, la rivista contiene, soprattutto nei primi numeri, altre autodefinizioni; le più suggestive vengono proprio dai testi dei due primi classici antologizzati, Kierkegaard e Leopardi. Questa pratica, iniziata quasi per caso nel primo fascicolo, diventò poi un costume della rivista: ogni numero era composto da due o più testi dei due direttori e di solito in fondo, salvo in alcuni casi -Baudelaire e Simone Weil, che pubblicammo in apertura del fascicolo- questi testi di classici. Si trattava di Sorau, Tolstoj, Herzen, Orwell, Rabelais... beh, buoni collaboratori. Nel primo e nel secondo numero Kierkegaard e Leopardi parlano anche loro di riviste; sia l’uno che l’altro erano poi gli autori di straordinarie opere private, diari, zibaldoni in cui entrava di tutto, dal racconto dei casi personali, dei propri guai (con un’analisi approfondita di sentimenti poco analizzati dalla sinistra come malinconia, angoscia, noia), fino alla riflessione filosofica, sociale, politica e letteraria. L’uno e l’altro grandi autori della solitudine e nello stesso tempo diagnostici di mali sociali e culturali tipicamente moderni. In polemica contro i giornali, contro la superstizione del progresso, contro la già allora emergente classe media di mediatori: preti, docenti, ecc. Quindi dei singoli che, in solitudine, cercano d’inventare un loro mezzo di espressione pubblica, dal diario alla rivista, anche se scritta interamente da chi l’ha fondata. Ecco qualche definizione, quasi esclusivamente in negativo, per esempio questa mia: “- Ma in fondo che cosa c’è in questa rivista che l’Espresso non potrebbe tranquillamente pubblicare e nessuno se ne accorgerebbe? - Niente, quello che qui manca è l’Espresso e chiunque se ne accorge”. Un’altra, che dà il titolo a tutto il testo di Bellocchio è costruita in forma di un dialogo immaginario che così si conclude: “Quel che mi lascia perplesso è che queste voci, demolizioni e recuperi, rimozioni e smaltimento rifiuti, disinfestazioni, sgomberi sono eccessive, fanno pensare a lavori in grande, mentre noi... cosa vuole. - Ma si può sapere chi siete? - Noi siamo la donna delle pulizie”.

Sebbene non ortodosso, il marxismo dei Quaderni Piacentini era comunque ben presente e attivo e determinava in quegli anni gran parte dei modi e dell’orizzonte della sua critica della cultura. Che il riferimento di volta in volta privilegiato fosse la classe operaia, il neoproletariato tardocapitalistico, l’organizzazione politica da costruire, le masse in rivolta e culturalmente il materialismo o la teoria critica di matrice francofortese, comunque fosse la critica, si configurava come una variante e continuazione della marxiana critica dell’ideologia. A garantirne l’efficacia era la lucidità delle eleborazioni concettuali, ma non una particolare attenzione al linguaggio. Era il punto di vista politico incarnato da un movimento di massa e da una tradizione teorica e non erano i linguaggi di tradizioni culturali, magari letterarie, estranee al marxismo. Non solo la letteratura, ma l’interesse stesso per il linguaggio della critica, nei Quaderni Piacentini era marginale. Forse proprio a misura della sconfitta pratica della sinistra, che si andava profilando e dell’involuzione teorica del marxismo, chi ha inventato di più sul piano del linguaggio è stato un marxista critico, notevolmente ortodosso tra l’altro, come Cesare Cases.
Cases si era trasformato in un eccellente scrittore satirico; in lui l’eredità di Lukàcs si era fortemente contaminata con l’influenza di Adorno, del Brecht satirico e aforistico e soprattutto di Karl Kraus, autore con il quale siamo del tutto fuori del marxismo. Per Kraus il linguaggio è doppiamente decisivo per l’esercizio della critica sociale e culturale. Il linguaggio è infatti oggetto privilegiato della critica ed è per la critica un mezzo d’espressione. Del resto, com’è potuto accadere, mi chiedo, che io mi sia messo a scrivere di questioni politiche, pur essendo con ogni evidenza poco adatto a discuterle? Alla fine, soprattutto con Diario, mi è parso d’aver trovato la migliore scappatoia, parlare cioè di politica non da appassionato competente, ma da incompetente irritato, sconcertato e annoiato. In fin dei conti, mi sono detto, con la mia avversione per la politica mi trovo in buona compagnia; la mia posizione è la stessa della maggioranza che subisce la politica, che non capisce, non sa, non conta, s’illude di contare. Tra l’altro avevo maturato, all’inizio degli anni ‘80, una strana convinzione, che cioè, proprio perché sanno farla e la fanno con tanta naturalezza, senza vederne l’esasperante macchinosità e la sostanziale inettitudine, in realtà i politici non capiscono la politica. Per questo mi sembrava che andassero aiutati a capire meglio se stessi per quello che sono e per come appaiono a chi è fuori e in basso. Che cosa fanno i politici, mi chiedevo; fanno davvero qualcosa o cercano piuttosto di cavarsela facendo il meno possibile e dandosi un gran daffare perché nessuno faccia di sua iniziativa e per conto proprio qualcosa di preciso e di reale? I politici conoscono davvero i problemi pratici che promettono di risolvere? Che tipo d’interesse hanno in quanto individui e come gruppo sociale al miglioramento della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, dell’ambiente, delle poste, della giustizia? La loro vita quotidiana si svolge per anni molto lontana dalla vita quotidiana di tutti. Qualche volta vanno al cinema, in vacanza, qualche volta entrano in un museo, in un ristorante, in un albergo, ma raramente pagano di tasca propria. Per quasi tutto il tempo della loro vita attiva (sono sempre in piena attività) non si trovano nella condizione di un qualsiasi cittadino medio e tantomeno svantaggiato. I politici, coloro dunque che per professione agiscono, sono quasi sempre le persone meno pratiche del mondo, le meno dotate di quella immaginazione pratica indispensabile a ottenere buoni risultati con il minor dispendio possibile di tempo e di denaro.

UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004


FRANCESCO CIAFALONI

I QUADERNI PIACENTINI (III)

Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo, Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.

"Nel 900 gli intellettuali si sono sopravvalutati alquanto"

Francesco Ciafaloni, ingegnere minerario, dopo un’esperienza di lavoro all’Eni, è stato redattore presso Boringhieri e poi Einaudi. Attualmente è ricercatore all’Ires Cgil del Piemonte. E’ stato tra i redattori principali dei Quaderni Piacentini e ha fatto parte del comitato di redazione. Ha inoltre diretto la rivista Ex Machina. Tra gli altri ha pubblicato Kant e i pastori. Ovvero: il mondo e il paese (Linea d’Ombra edizioni).

Mantenere viva la speranza
in un mondo che non ci piace.
Forse il titolo dovrebbe essere invece un verso di Franco Fortini, che della rivista di cui si parla è stato uno degli ispiratori e dei collaboratori importanti: “Ma il mondo cambia e ti ammazza”.
Ma questa non è una giornata sul passaggio delle generazioni o sulla morte, che ha già portato via alcuni dei migliori di noi, come sempre succede. E’ invece una giornata su quello che abbiamo cercato di fare, su ciò che c’era di buono in ciò che scrivevamo, sui problemi di oggi, su quello che facciamo oggi e che ci sembra il proseguimento di ciò che facevamo allora.
In termini più aulici e più precisi, anziché speranza e mondo che non ci piace, si potrebbe dire pensiero critico.

Le continuità e i cambiamenti
Personalmente non mi sembra di avere cambiato molto ciò che faccio negli ultimi quarant’anni. O meglio, continuo ad avere a che fare con immigrati ed operai, ad occuparmi di prevenzione e di incidenti sul lavoro, a leggere libri -meno di quarant’anni fa, quando facevo il lettore di professione- a cercare di capire quello che succede al mondo e come si potrebbe fare per opporsi alle tendenze peggiori.
Nei fatti sono cambiate molte cose. Allora gli immigrati parlavano veneto o qualche dialetto meridionale, gli operai crescevano in numero e in percentuale ogni anno, la scuola autoritaria e conservatrice sembrava rovesciata, la libertà e l’uguaglianza sembravano, se non raggiungibili, almeno desiderabili.
Oggi gli immigrati vengono da mezzo mondo, gli operai sono sempre di meno, le persone in età di lavoro -dai 15 ai 65 anni- nate in Italia diminuiscono di tre-quattrocentomila l’anno, i settori industriali chiudono -quei pochi che c’erano ancora-, la libertà è sempre più merce per ricchi, l’uguaglianza, o anche solo la giustizia, sembra una parolaccia.
Allora ci sentivamo ancora addosso il mondo contadino, in cui alcuni di noi erano nati, con i cui problemi altri si erano identificati, fino a farne il centro della propria giovinezza.
Oggi che ci fossero i contadini neppure ce lo ricordiamo più oppure abbiamo bisogno -per ricordarcene- di guardare la morte e trasfigurazione di Rocco Scotellaro o leggere Ernesto de Martino.
Allora eravamo quasi al massimo di una espansione della produzione e del consumo dei beni materiali e dei servizi, che ci sembravano la gabbia -più o meno luccicante- in cui il sistema ci rinchiudeva, la cui necessità indotta era il fine e il mezzo della repressione o della tolleranza repressiva.
Oggi è evidente che di beni e di servizi non ce ne saranno abbastanza per tutti. Non solo nelle sterminate periferie del terzo mondo ma anche in questa affollata periferia in cui ci troviamo a vivere.
Allora ci sembrava che ci fosse bisogno di una resistenza, di una contestazione, di una rivolta per rivelare la violenza implicita del sistema; ci sembrava che le giustificazioni difensive o liberali fossero l’ipocrisia che mascherava la violenza dell’imperialismo sempre vivo e vegeto.
Oggi le giustificazioni vengono appena abbozzate e lasciate cadere perché viene esplicitamente affermato il diritto alla guerra preventiva in quanto è nell’interesse della potenza militare dominante.
Allora le istituzioni, tutte, ci sembravano solo prigioni, rovesciando i decenni precedenti in cui “istituzionalizzare” era sembrato il necessario complemento di ogni rivolta, di ogni conquista. Molti di noi usavano eversivo e rivoluzionario come qualificazioni positive, senza troppe precauzioni.
Poi, rapidamente ci siamo ricordati che le istituzioni della democrazia non sono un dato di natura, ma una difficile eredità di cui siamo tutti parte, che anche la nostra volontà è determinata, che l’eterogenesi dei fini è più frequente della realizzazione dei desideri.
Bisogna dire che anche allora non eravamo proprio del tutto sprovveduti e che appena ci siamo trovati -siamo stati costretti dai fatti- a scegliere e precisare, abbiamo scelto e precisato con qualche saggezza.
Ma, a parte la nostra maggior saggezza, o maggior paura, o maggiore età, cosa è cambiato davvero?

Che cosa è cambiato
Certo non l’importanza del lavoro; non universalmente. Al mondo non ci sono mai stati tanti lavoratori, un po’ perché non ci sono mai stati tanti uomini -e donne- un po’ perché non è stata mai così larga la sfera dei rapporti economici in senso proprio. Non è diminuito, su scala mondiale neppure il lavoro manuale.
Continua ad essere vero anche che è il lavoro la causa e la misura della ricchezza delle nazioni.
Sono solo cambiati gli economisti, la maggior parte, la quasi totalità oggi sembrano ridotti al ruolo di frate indovino, delle sibille, dei maghi -come Vanna Marchi: cresce? Non cresce? Sul più diffuso dei media, in TV, Giorgio Lunghini, che ricordava che le banche sono rendita e che la finanza, se non c’è industria, non produce ricchezza e che la rendita, se è molto elevata, come in Italia, è la più feroce e iniqua delle tasse, sembrava un marziano. Non contraddetto da nessuno, ma pur sempre marziano.
Ed è cambiato il ruolo di questo paese nella divisione internazionale del lavoro. Eravamo un paese manifatturiero, fondato sì sui bassi salari, ma non privo d’ingegno. Avevamo un settore nucleare, uno elettronico-informatico, uno elettrotecnico, uno chimico e farmaceutico, uno meccanico, uno siderurgico e siamo rimasti con ben poco. Siamo decisamente usciti dalla società tradizionale, dal mondo contadino, dalla povertà, abbiamo la struttura dei consumi del mondo ricco, ma non abbiamo le competenze, la struttura, le dimensioni aziendali per guadagnarci davvero quel livello di consumi. Forse siamo più periferici ora che quarant’anni fa, quando gli operai aumentavano ogni anno, in numero e in percentuale, e pensavamo al nostro paese come subordinato alla maggior potenza del mondo e stretto nella morsa della guerra fredda, ma in crescita, in produttività e diritti.
Oggi abbiamo la struttura dei consumi e la complessità della intermediazione di un paese europeo, ma non abbiamo sviluppato la produzione di servizi e di conoscenze che ci consentirebbero di avere, e meritare, un ruolo importante nella divisione internazionale del lavoro. L’intermediazione, che è l’unica cosa ben pagata in Italia, è spesso parassitaria.
E’ rimasto centrale il lavoro esecutivo non specializzato, meno fisicamente pesante che in passato ma sempre esecutivo, subordinato, sottoposto alla concorrenza dei grandi paesi emergenti, spesso classificato come servizi, anche se avviene in stretta connessione con le poche grandi aziende di sempre.
Prendo un esempio particolarmente illuminante da una relazione di Luciano Gallino.
Negli impianti di Monfalcone, a Trieste, per costruire una grande nave, venti anni fa, lavoravano alle dipendenze dei cantieri navali dell’alto Adriatico 4.500 persone. Oggi i dipendenti diretti per costruire una grande nave sono un migliaio. Ma ogni giorno ci sono più di 3.000 persone che vanno a lavorare a Monfalcone per costruire navi. Le persone sono più o meno le stesse ma sono dipendenti di piccole aziende, autonomi, precari, addetti ai servizi. Hanno una miriade di contratti, quasi tutti non a tempo indeterminato. Guadagnano in grande maggioranza molto meno dei dipendenti diretti e non sono classificati come operai o impiegati dell’industria che perciò risultano enormemente diminuiti.
La stessa cosa avviene nella pubblica amministrazione. I dipendenti diretti non vengono licenziati ma non vengono sostituiti in misura sufficiente e si riducono. Le attività vengono esternalizzate, sono svolte da cooperative, associazioni, co.co.co., lavoratori a progetto, grappoli di enti e singoli appaltanti e subappaltanti.
C’è stata una idealizzazione di questa diffusione e complicazione, a torto ritenuta più vicina agli utenti e ai luoghi, il cosiddetto terzo settore.
In effetti c’è stata in molti campi una iniziale complementarità tra pubblico e privato, tra privato retribuito e privato volontario, tra persone motivate e risorse indirizzate.
Ma, almeno per quello che si riesce a vedere nella città in cui lavoro, l’outsourcing sistematico ha letteralmente sbriciolato il mondo delle piccole e piccolissime associazioni. Paradossalmente è possibile che sopravvivano proprio gli enti meno motivati, gli intermediari puramente economici, che fanno intermediazione retribuita, qualche volta ben retribuita, tra i fondi pubblici e il mondo del precariato. Un po’ come è avvenuto nel mondo dell’edilizia, in cui non c’è volontariato e perciò non c’è ambiguità, la motivazione è quella di guadagnarsi la paga, ovviamente, ma la dimensione media delle aziende è arrivata a due dipendenti e mezzo, il numero delle aziende subappaltanti è enorme -per un solo grosso cantiere dell’alta velocità si può arrivare a 120 aziende stabili e 250 instabili- i manovali vengono pagati pochissimo e la sicurezza va a farsi friggere.
E la qualità?
Nel caso dell’alta velocità e dei cantieri per la metropolitana e le olimpiadi invernali si spera che ci pensi il committente: le ferrovie, il Toroc, il Comune. Nel caso della sanità, dell’assistenza, la pretesa di far funzionare il mercato in un campo in cui non c’è, non può esserci, un consumatore finale consapevole, perché l’assistito tipicamente non sa cosa deve essergli fatto, altrimenti non avrebbe bisogno di assistenza, vengono rilevate tutt’al più le disfunzioni macroscopiche, di tipo alberghiero, non il danno emergente, la mancanza totale di prestazione. Il controllo dovrebbe essere fatto dalla pubblica amministrazione che, tipicamente, non è in grado neppure di controllare se stessa e i propri tempi di pagamento ed ha una memoria puramente burocratica di ciò che ha ordinato di fare.
Insomma da un paese in crescita di produzione ed esportazioni, con aziende centrali in alcuni settori, ma con troppi morti sul lavoro e per lavoro, con basse retribuzioni e un welfare insufficiente ma innovativo e in crescita, ci siamo trasformati in un paese che non riesce a far quadrare la bilancia dei pagamenti, non può più ricorrere direttamente ai bassi salari attraverso svalutazioni competitive, è in rapido invecchiamento e vede il welfare sfarinarsi con i meccanismi che ho cercato di descrivere, perché non riesce a fornire i servizi direttamente e non riesce a controllare chi li fornisce.

La demografia e le migrazioni
I migranti, che sono stati la sorpresa degli anni ’80, il bersaglio della xenofobia degli anni ’90, diventeranno sempre di più necessari negli anni -nei decenni- prossimi.
Oggi ci sono circa 2.500.000 immigrati in Italia, il 4,2% della popolazione, l’1% meno della media europea. Non possono che crescere, perché la fertilità italiana resta la più bassa dell’Europa occidentale, dopo essere stata una delle più basse, se non la più bassa del mondo.
Sono gli immigrati -le immigrate- che fanno i servizi che consentono il modesto aumento della percentuale delle donne attive; sono loro che badano le vecchie, lavorano nelle cooperative di pulizia, fanno le operaie e gli operai in tutti i settori, dagli alimentari all’edilizia, fanno piccolo commercio e piccola ristorazione.
E’ ovvio, ma va ripetuto, che gli immigrati non possono che crescere. La transizione demografica che l’Italia ha attraversato tra il 1964 e il 1980 (che ha portato ad un dimezzamento dei nati ogni anno mentre la durata della vita superava gli 80 anni per le donne e i 75 per gli uomini) ha inizialmente, come sempre accade, aumentato il numero delle persone in età attiva rispetto al totale, ma ormai da vari anni, da quando i nati nell’80 hanno raggiunto l’età di lavoro, porta a una inevitabile riduzione. Se la fertilità resterà quella attuale, ormai assestata da un quarto di secolo, il rapporto tra popolazione attiva e popolazione totale ricomincerà a crescere quando moriranno i nati a metà degli anni ’60, cioè a metà degli anni ’40 di questo secolo. La mia generazione sarà morta da un pezzo, da più di un quarto di secolo.
Anche se la natalità, e quindi la fertilità, riprendesse, come è avvenuto in Francia e Inghilterra, prima che i nuovi nati entrino nelle forze di lavoro bisognerà aspettare tra quindici e venti anni. Dobbiamo aspettarci venti, forse quaranta anni di immigrazione crescente, perché, almeno per i prossimi due decenni, la popolazione attiva autoctona diminuirà marcatamente, come ho già detto.
Da dove sono venuti, da dove verranno gli immigrati?
Sono venuti soprattutto dal Nordafrica, dall’America latina, dall’Europa orientale, dalla Cina, dall’India. Ora vengono soprattutto dall’Europa orientale, in particolare dalla Romania. Ma l’Europa orientale ha attraversato una transizione demografica anche più rapida della nostra, e più drammatica perché accompagnata da una diminuzione della vita media.
Oggi l’Italia è il quindicesimo paese dal basso per fertilità, con 1,23 nati per donna, preceduta da Hong Kong, con un nato per donna, e da quasi tutta l’Europa orientale -Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Russia- che ha 1,14 nati per donna e una vita media dei maschi sotto i sessant’anni, qualche anno di meno dei marocchini maschi.
Questo vuol dire, anche se i fenomeni migratori non sono regolati dalla legge dei vasi comunicanti, che è molto improbabile che il flusso dall’Europa orientali resti ai livelli attuali.
Alcuni enti prevedono che in futuro crescerà soprattutto l’immigrazione dall’Africa centrale, ma sembra una previsione ottimistica per l’Africa, perché per emigrare ci vogliono risorse economiche, psicologiche, sociali che l’Africa centrale non sembra avere.
In ogni caso, salvo guerre guerreggiate e catastrofi maggiori di quella argentina, da qualche parte verranno.
Questo vuol dire che diventerà facile sfruttare il lavoro dei meteci e sarà forte la tendenza a riprodurre situazioni da ancien régime.
Forse già ora la massima differenza tra sinistra e destra in Italia è quella tra inclusione ed esclusione nei confronti dei lavoratori stranieri.
I mutamenti avvenuti, i crolli dei partiti, gli effetti secondari della caduta del muro sui partiti della sinistra italiana, che almeno io avevo gravemente sottovalutato, portano a ridiscutere le radici stesse della Repubblica.

La politica e il pensiero critico
Credo abbia ragione Sergio Bologna, che ha fatto circolare cortesemente il suo pezzo in anticipo. Le riviste critiche appartengono irrimediabilmente al passato. Forse è finito il rapporto tra radicalità e scrittura. Forse la crisi profonda di alcuni dei filoni politici dominanti fino a una ventina di anni fa rende inutile o impossibile la discussione politica in senso proprio perché quello che tiene insieme i gruppi dirigenti e gli aderenti o elettori non sono le idee ma direttamente gli interessi o le carriere e perciò è sempre più profonda la divisione netta tra ragioni del potere occupativo e propaganda. I dirigenti di partito pensano di essere, e in parte sono davvero, gli uffici del personale del mondo. Sono sempre impressionato dall’automatismo che porta molti a comunicare ai potenziali elettori strategie aziendali di partito come se fossero programmi. Molti a sinistra, perché il proprietario dei media e del governo fa solo televendita.
Ricordo una vecchissima intervista all’Espresso di Claudio Signorile -allora lombardiano!- che diceva in buona sintesi: il serbatoio di voti del Psi segna rosso. Bisogna fare il pieno!
E perché lo dici a me? E’ un problema tuo.
Occorre anche dire che nel ‘900 gli intellettuali si sono sopravvalutati alquanto. Il gioco dell’influenza diretta, per conquista del potere o per importanza della critica, è riuscito a pochi. Oggi non si sa bene chi abbia lo sguardo lungo e la capacità di parola che renderebbe legittima l’attesa di un risultato.
Penso di essere uno, come ho sempre detto, anche quando i Piacentini uscivano ancora. Uno tra tanti. Penso che di giovani, precari, incerti, come forse eravamo anche noi, a cui il mondo non piace e che sono disposti a rischiare qualcosa per cambiarlo ce ne siano molti, forse più consapevoli di quanto non fossimo noi della propria marginalità collettiva.
Non guasta sapere che non siamo l’ombelico del mondo, che non lo eravamo neanche trenta anni fa. In questo forse dissento da Sergio Bologna, che però non è un esaltato ottimista, non lo è mai stato e non me ne vorrà.

UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004


SERGIO BOLOGNA

I QUADERNI PIACENTINI (IV)

Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo, Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.

"Dei Quaderni Piacentini, ovvero del prodotto “rivista”
come forma e delle condizioni della sua produzione"

Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo.

Che cosa rende i QP così lontani, così fuori dal nostro tempo? La disaffezione degli intellettuali per il marxismo? Ma di marxisti ortodossi non ce n’era manco uno. Di neomarxisti? Bravo chi è capace di definire cos’è il neomarxismo. Forse il marxismo non c’entra per nulla. Più probabile che sia cambiato lo statuto dell’intellettuale (ricordiamo la bella idea di Julien Benda “gli intellettuali non possono creare il Bene ma possono almeno impedire che il Male venga fatto con la coscienza tranquilla”).

1. E’ cambiato in particolare il rapporto tra intellettuali e politica o tra pensiero e politica (tra l’altro la problematicità di questo rapporto sta alla base della sociologia e della storiografia sugli intellettuali, dai ragionamenti di un sociologo come Theodor Geiger negli Anni Trenta alle opere di uno storico di oggi come Michel Winock). Si è estinto quello spazio intermedio dove l’intellettuale poteva muoversi tra critica, utopia e profezia -le tre dimensioni entro le quali agiva la parola di Franco Fortini, per esempio- costruendo in tal modo una piccola agorà dove la politica era presente da spettatore più che da interlocutore o da protagonista. Oggi questa agorà non è più prevista nello spazio urbano della politica, che ha recintato rigidamente il suo perimetro e lo fa controllare da nerovestiti buttafuori testapelata/occhiali neri, un perimetro dove l’intellettuale per entrarvi esibisce tessera di riconoscimento. E il lavoro dell’intellettuale ormai è ridotto a procedura per ottenere questa tessera. Quasi non esistesse più una dinamica di autoformazione, quasi il pensiero non fosse più condizione del suo statuto sociale. Egli può essere solo cooptato, appunto il suo statuto gli viene conferito dalla politica, in una parola: non ha più autonomia.

2. Ma anche la politica non ha più autonomia. Quanto maggiore è la sua “professionalizzazione”, la sua costituzione come casta separata, tanto minore è la sua autonomia dai poteri economici e finanziari. “E’ sempre stato così” -potrebbe dire qualcuno. No, non è sempre stato così. Il ceto politico italiano, in particolare quello democristiano, una sua autonomia ce l’ha avuta, fondata indubbiamente sulla forte articolazione di organizzazioni d’interessi ma ancor più sul suo potere discrezionale nei confronti di un’impresa e di una finanza pubblica, che hanno rappresentato per più di mezzo secolo il 50% della ricchezza prodotta e gestita nel nostro paese. E’ con la Seconda Repubblica, con la sfrenata corsa alle privatizzazioni, che il ceto politico viene spogliato di questi strumenti di potere (che ne consentivano la relativa autonomia) e rimane ostaggio di un potere economico che dispone dei mezzi di legittimazione, cioè della grande stampa quotidiana, che diventa la scena sempre più ristretta dove il teatrino della politica si recita indisturbato. Anche le forze di opposizione subirono lo stesso processo ma a differenza delle forze di governo -che furono costrette a “mollare la presa” dalle inchieste di Mani Pulite- sembrarono “cercare” la dipendenza, sembrarono volersi districare da quel regime di “lacci e lacciuoli” che bene o male la base rappresenta, quel sistema di vincoli rituali che rallenta il passo dei gruppi dirigenti. Il “partito snello” così come “lo stato minimo” appartengono a un’epoca ben precisa della nostra storia, quei fatidici anni 1992/1993 dove si è posto fine a un ordinamento economico che durava da 60 anni e a un ordinamento politico che durava dal dopoguerra1. Il Paese che è nato da quegli anni non è più il paese nato dalla sconfitta del fascismo. Quale Paese? In parte la crisi della Fiat, in parte il caso Parmalat, hanno messo a nudo alcuni suoi connotati.

3. Torniamo agli intellettuali. Per essere tali, dicevamo, il pensiero è superfluo, basta il tesserino di riconoscimento erogato dalla politica. Tuttavia l’intellettuale, come ceto sociale, non solo non è scomparso, anzi ha goduto di un regime di compensazione per la sua rinuncia all’autoformazione e all’autonomia. Si è “specializzato” pure lui, si è costituito in casta separata, si è costruito un suo perimetro, non vigilato da testepelate nerovestite ma da svogliati bidelli, da umili portaborse, da precari co.co.co. Il pensiero trova limiti rigidissimi nella disciplina, anzi nella definizione della materia, guai a chi si arrischia a dire una parola di troppo, ad usare un vocabolo che appartiene alla disciplina del collega della porta accanto. La libertà di pensiero e di parola si sommerge nella rigida divisione dei ruoli. Salvo qualche politologo, cui per statuto professionale lo si concede, è difficile che gli intellettuali così ridefiniti, inquadrati nei ruoli pubblici della macchina universitaria, “esprimano un pensiero politico”. Potranno solo parlare per metafore. La figura dell’intellettuale produttore d’idee e di orizzonti mentali è scomparsa, lasciandosi dietro la legione degli “esperti” (diceva Frank Lloyd Wright: “Un esperto è colui che ha smesso di pensare - Lui sa”). E a questo proposito vale la pena citare un passo di quello straordinario saggio sullo statuto dell’intellettuale, scritto da Theodor Geiger nel 1938 pubblicato e commentato nel primo numero de “L’ospite ingrato”, la rivista del Centro Studi Franco Fortini presso l’Università di Siena2. Geiger ci invita a riflettere su

“quel grado di specializzazione e di approfondimento delle competenze che ha finito per negare anche agli intellettuali l’accesso a una cultura universale, quella cultura che oggi viene marchiata, per chi ne è portatore, di dilettantismo. L’unità della cultura non sta più nella singola persona, ma nella sfera della prestazione oggettivata, nel sistema organizzato della cultura. L’ideale dell’acculturazione collettiva precipita nelle singole sfere della società, dove si vive di cultura di seconda e terza mano. Nella cerchia dell’Intellighenzia la figura dell’esperto competente in una specifica materia soppianta lo spirito di cultura che abbraccia tutto. Dunque non l’intellettuale come persona, ma la Intellighenzia come ceto si articola per specialismi secondo la legge della divisione del lavoro e come tale si fa portatrice della cultura ‘alta’ della sua epoca. A dispetto della democratizzazione dello spirito, oggi si è aperto un nuovo abisso tra cultura alta e cultura di massa” (p. 56).

4. Ma abbiamo il diritto di lagnarci della scomparsa dell’intellettuale? Non ha contribuito forse la stessa generazione degli anni ‘60 e ‘70 a metterne in crisi il ruolo, a delegittimarne l’autorità, a ridicolizzarne le movenze? Prima con l’immersione nei “movimenti”, poi con il disprezzo per i grandi orizzonti mentali, poi con quella grande recita a soggetto, con quel musical, quel kolossal intitolato “La sconfitta”? Sarebbe ben curioso se oggi li rimpiangessimo. La scomparsa dell’intellettuale è uno dei tanti fenomeni -nemmeno tra i più significativi- con cui si chiude il Novecento (non a caso definito da Michel Winock, Le siècle des intellectuels)3. E si apre il secolo nuovo, quello dove la trasformazione più profonda -questa è una mia idea fissa- è la trasformazione del lavoro, dello statuto del lavoro. Non c’è globalizzazione o mutamento climatico che tenga; sono convinto che il mutamento dell’antropologia del lavoro sia il fenomeno di maggior destabilizzazione della cultura della società occidentale, in particolare della cultura europea e specialmente della cultura di una middle class che sopravvive in parte grazie al lavoro intellettuale, grazie al suo grado di istruzione, grazie alla superiorità della conoscenza, grazie alle risorse immateriali di cui può disporre, grazie ai linguaggi tecnici e specialistici che usa, grazie alla forza produttiva della comunicazione. Se cambiano i parametri di quell’attività che occupa il tempo maggiore della vita di un individuo, di quell’attività che gli consente la riproduzione, di quell’attività che è stata alla base delle idee politiche del liberalismo e del comunismo, come pensare che questo non produca una fortissima destabilizzazione? Ben maggiore, a mio avviso, di quella prodotta dall’invasione multietnica. Indagare queste trasformazioni dell’antropologia del lavoro (magari cominciando dalle patologie, dalle nevrosi, dalle psicosi di chi non ha retto all’impatto della trasformazione) rappresenta secondo me il percorso più arduo per arrivare oggi a una ridefinizione della politica; arduo ma obbligato. Della politica del terzo perimetro, quello che piacerebbe a noi (se fossimo ancora capaci di costruirlo) dove ancora critica, utopia e profezia avrebbero cittadinanza4. Che cosa è cambiato, nel lavoro? Per intanto il rapporto tra tempo di lavoro e retribuzione: si retribuisce una determinata prestazione, non un quantum di ore lavorate. E per intanto questo ha portato al prolungamento di quella che Marx chiamerebbe “la giornata lavorativa sociale” fino al punto di succhiare “il tempo della passione civile”. E pare che questo sistema riguardi soprattutto il nucleo di middle class chiamato -pomposamente- dei knowledge workers. “Più potere ai knowledge workers !” -scrive un professore di Bologna sull’ultimo numero di una rivista che leggo con interesse5.

5. Se così è, se la partita si gioca sul “capitale umano”, il terreno più immediato delle contraddizioni (e delle innovazioni) può essere ancora quello, come ai tempi di Palazzo Campana, della formazione, dell’istruzione, della trasmissione del sapere. Mi ha fatto piacere leggere sui giornali che all’università di Roma, un giorno di febbraio, si sono trovati a migliaia a protestare. Spero che si sia aperto un fronte che ci porti ad interrogarci tutti sulla nuova antropologia del lavoro. Mi ha fatto piacere ritrovare in quella sede i vituperati co.co.co. Mi auguro soltanto che la protesta non si chiuda in rivendicazioni corporative o nell’ipocrita conclusione che i mali dell’Università sono dovuti al Ministro in carica6. Mi auguro che i ricercatori precari non pensino soltanto all’immissione in ruolo ma cerchino affinità e solidarietà con quegli altri due milioni e trecentomila circa co.co.co., dei quali, secondo uno studio dell’Ires-Cgil, sei su dieci hanno un reddito inferiore ai 20 milioni annui di vecchie lire. Mi auguro che cerchino affinità e solidarietà con gli altri sei milioni circa di italiani che vivono di redditi di lavoro autonomo, che guadagnano forse di più, ma non godono di alcune tutele fondamentali dello stato sociale e soprattutto rappresentano il segmento di forza lavoro cui si deve maggiormente “il prolungamento della giornata lavorativa sociale” e al cui interno vive un settore consistente -se non maggioritario- dei cosiddetti knowledge workers 7. Mi auguro che chi oggi si dibatte e affronta la crisi nell’universo dell’istruzione (di base o media-superiore o postuniversitaria) sappia trovare la strada dell’alleanza e dell’innovazione con il mondo del lavoro postfordista -ancora largamente incompreso dalla Sinistra e non rappresentato dai sindacati- come un tempo gli studenti cercarono e trovarono l’alleanza con gli operai di fabbrica. La strada per trovare questa alleanza, tuttavia, non dovrebbe percorrere un iter strettamente rivendicativo, immediatamente “sindacale”, perché, a mio avviso, è ancora necessario costruire un metodo d’indagine che ci porti alla definizione della “prestazione di lavoro intellettuale”, o alla definizione del “lavoro intellettuale come merce”, in maniera così dettagliata e precisa com’è stata definita la prestazione di lavoro manuale. E’ dai tempi di Taylor (o di Chaplin) che -sul tema del rapporto uomo-macchina- si è resa evidente e comprensibile a tutti la natura della prestazione psicomotoria dell’operaio-massa alla catena di montaggio, ma non mi sembra che sia stato indagato a fondo il rapporto che lega un knowledge worker da un lato con il suo PC portatile o con il suo committente o comunque con il soggetto giuridico da cui dipende la sua retribuzione (ricordando che senza un discorso sulle forme della retribuzione non esiste discorso sul lavoro come merce)8.

6. A ben vedere dunque non siamo poi così lontani dalle problematiche su cui si sono esercitati i collaboratori di quella rivista che oggi con gratitudine ricordiamo. Certo, i QP nel 2000 sembrano improponibili, non solo per le ragioni che abbiamo detto ma perché la stessa “forma rivista” appartiene al passato quanto la 500 Fiat. E’ cambiata la natura della comunicazione e la natura della percezione, è cambiata la natura della passione civile. Non è vero che ce n’è di meno, basta navigare sul web per scoprire quanta gente martella contro il muro della menzogna, della mistificazione, del conformismo, quanta gente si batte per cambiare i modi di pensare e le cose. La maggior parte di questi contributi, che contestando le versioni ufficiali concorrono a formare “le mentalità di emancipazione”, vengono proprio dal mondo tecnico-scientifico, cioè dalla legione di “esperti”, i quali hanno riempito in parte il vuoto lasciato dagli intellettuali “universali”. Il discorso di Geiger si può rovesciare, il pessimismo della prima parte del mio intervento può e deve essere compensato da considerazioni meno catastrofiste. Tuttavia, se le orecchie non sono più ricettive a certe forme del discorso, in particolare a quelle dalla nostra generazione predilette, cioè le “forme generali” o “universali”, se i giovani preferiscono buttarsi su un problema specifico e concreto, se il “discorso generalista” non attecchisce più, ciò è dovuto anche al fatto che è cambiato l’ecosistema della comunicazione. La ricerca della specificità, che avviene anche chiudendo volutamente gli occhi dinanzi a letture “universali” o “generali”, può essere interpretata, credo, come misura legittima di autotutela, di autoprotezione, dalla massa incommensurabile di informazioni che circolano ed urtano, travolgono qualsiasi soglia della percezione.
Conclusione: c’è stato un radicale mutamento, a mio parere, in questi quattro settori:
- il rapporto tra politica e potere economico (il caso italiano mi sembra un caso esemplare)
- il rapporto tra intellettuali e competenze
- l’antropologia della percezione
- il rapporto sociale di prestazione del lavoro intellettuale
Sul primo punto occorre affrontare una lettura dei fatti accaduti in Italia dal 1992 ad oggi, sul secondo punto è stato detto molto e in maniera convincente, sul terzo punto ho la sensazione che sia già stato detto abbastanza, sul quarto punto ho l’impressione che ci sia ancora molto da lavorare.

***
NOTE
1) Il bilancio degli anni della Seconda Repubblica resta un lavoro ancora in gran parte da fare; un ottimo spunto è quello di partire da Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni? Feltrinelli, Milano 2003. Una proposta di lettura in Carlo Tombola, Deindustrializzazione, caso Fiat e nuovo capitalismo, in “L’ospite ingrato”, a. VI, n. 2, 2003, pp. 25-48.
2) L’articolo di Geiger intitolato Aufgabe und Schicksal der Intellektuellen si trova in un testo di vari autori, Freie Wissenschaft. Ein Sammelbuch aus der deutschen Emigration, curato da E.J. Gumbel e pubblicato a Strasburgo nel 1938 da Sebastian Brant Verlag; commento e parziale traduzione di questo testo di Geiger in Sergio Bologna, Il ruolo e le caratteristiche degli intellettuali come ceto in uno scritto di Theodor Geiger, in “L’ospite ingrato. Annuario del Centro Studi Franco Fortini”, 1998, pp. 13-29.
3) Michel Winock è autore (con J. Julliard) del Dictionnaire des intellectuels, Le Seuil, 1996, del saggio Le Siècle des intellectuels, Le Seuil, 1997 e del più recente Les Voix de la Liberté, Le Seuil, 2001. Nel recensire per “Sozial Geschichte” 1/2004 l’edizione tedesca de Le siècle des intellectuels, pubblicata in Germania nel 2003, l’autore (Moebius) osserva che “Se il termine ‘intellettuale’ in Francia ha suscitato un certo rispetto, in Germania ha provocato derisione o diffidenza. Da noi ci si chiede perché gli intellettuali non hanno avuto la risonanza pubblica di cui hanno goduto in Francia e perché gli intellettuali francesi si sono esposti politicamente più di quelli tedeschi”. A me pare questa una visione un po’ riduttiva e vittima di un luogo comune, quello secondo cui gli intellettuali in Germania avrebbero vissuto sotto la protezione di una torre d’avorio gelosamente custodita. Basterà ricordare, senza scomodare Heine, Heinrich Mann che si schierò a fianco di Zola nel dibattito sull’ “affare Dreyfus” (ed è proprio in questo contesto che, secondo Winock, sarebbe stato coniato dalla Destra il termine intellectuel come dispregiativo) o figure come Simmel, Zille, Tucholsky ed in genere la maggioranza degli intellettuali e degli artisti dell’epoca weimariana che non solo fecero dell’impegno sociale e civile la loro ragione di vita ma del ruolo dell’intellettuale uno dei temi di fondo della loro indagine; la maturità della riflessione sul ruolo del “lavoro intellettuale” era data anche dal fatto che l’industria culturale, l’editoria, il giornalismo, avevano raggiunto in Germania già nel primo decennio del secolo un grado di sviluppo capitalistico e di divisione del lavoro senza paragoni in Occidente; si pensi agli scritti di Max Weber sull’industria musicale (sulla produzione in serie di pianoforti!) per capire come la sociologia tedesca, assai prima dei movimenti rivoluzionari del 1918/19, avesse una visione estremamente moderna della sussunzione del lavoro intellettuale al capitale; questo prima ancora di Brecht, di Eisler, di Benjamin o del grande cinema. Ma il momento più alto e più drammatico di questa vicenda lo si tocca con l’emigrazione. Il contributo dato da personaggi come Emil Lederer o Paul Lazarsfeld al rinnovamento delle scienze sociali negli Stati Uniti, la loro partecipazione a progetti innovativi come l’University in Exile presso la New School di New York, che propongono in alternativa alla macchina accademica un diverso stile pedagogico, nasce da un forte ripensamento del rapporto tra intellettuali e potere. Su questo si sofferma Mariuccia Salvati nell’edizione italiana de Lo stato delle masse di Lederer, appena uscito da Bruno Mondadori. Ma su questo tema, oltre a quelli citati dalla Salvati, si sofferma anche una nutrita serie di saggi usciti negli Anni ‘60, ‘70 e ‘80, i più completi dei quali a me paiono quelli di Lewis A. Coser, Refugee scholars in America. Their impact and their experiences, Yale University Press, New Haven and London, 1984 e di Claus-Dieter Krohn, Intellectuals in exile: refugee scholars and the new school for social research, Amherst, Univ. of Massachusetts Press, 1993. Tra i contributi più recenti R. Blomert, Intellektuelle im Aufbruch. Karl Mannheim, Alfred Weber, Norbert Elias und die heidelberger Sozialwissenschaften der Zwischenkriegszeit, Monaco-Vienna, Carl Hanser Verlag, 1999. Per ultimo varrà ricordare sul primo numero dei “Quaderni Rossi” la traduzione dell’intervento di Brecht al Congresso Internazionale degli scrittori del 1935 e il commento di Franco Fortini.
4) Il riferimento qui è ovviamente al lavoro svolto nella sua breve e sfortunata attività dalla Libera Università di Milano e del suo Hinterland (LUMHi) ed al segno più forte che essa ha lasciato, il volume di vari autori Il lavoro autonomo di seconda generazione, a cura di S. Bologna e A. Fumagalli, Feltrinelli, Milano 1997. Per iniziativa di Carlo Tombola, Pierpaolo Poggio e altri, tra cui il Centro Franco Fortini di Siena, da un anno circa è in atto un tentativo di riprendere il lavoro interrotto della LUMHi.
5) Gian Paolo Prandstraller, Più potere ai ‘knowledge workers’ in “Next”, 18/2003. Sul tema della new economy o della net economy in generale uno dei miei punti di riferimento sono gli scritti di Christian Marazzi, non solo per il carattere innovativo della sua ricerca (es. Il posto dei calzini oppure Capitalismo e linguaggio) ma anche per la sua attenzione alla letteratura critica americana sui fenomeni della new economy, che diventa uno strumento preziosissimo di trasmissione dell’informazione per chi non dispone di strutture universitarie di ricerca.
6) Non mi pare invece che porti da nessuna parte, anzi, rischi di essere dannoso l’atteggiamento e lo stile assunto dal “Movimento Università-Opinione”. Il suo ossessivo antiberlusconismo non solo finisce per essere fastidioso ma ormai svolge il ruolo di copertura di tutti gli errori commessi ieri ed oggi dalla Sinistra variamente intesa. Si finisce quindi per mistificare la realtà e costruire una visione del tutto manipolata e distorta della storia dell’Italia della Seconda Repubblica. Le forsennate privatizzazioni, che hanno avviato il Paese sulla strada del declino e lo hanno messo nelle mani di una nuova generazione di avventurieri della finanza, privi di qualunque cultura manifatturiera e sovranamente disinteressati alle relazioni industriali e sociali che ne conseguono, non sono state certo opera del Polo delle Libertà ma di uomini e forze rappresentativi del centro-sinistra (i quali oggi, dopo il disastro Parmalat, ricorrono a una tardiva autocritica).
7) La cifra di sei milioni circa di lavoratori autonomi è riportata nel “Rapporto sul mercato del lavoro 1997-2001” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), Roma 2003. I redditi dei co.co.co. sono riportati nel “Rapporto sui lavori atipici, 2003” dell’Ires-Cgil. Ho commentato questi e altri studi sul mercato del lavoro usciti tra il 2001 e il 2003 in una serie di interventi di prossima pubblicazione. Nei miei commenti ho messo in risalto l’uso confuso e contraddittorio dei numeri e l’enorme deficit statistico per quanto riguarda le nuove forme di lavoro postfordista. Sull’ultimo numero della rivista “Oltre il ponte” dedicato al ventennale di questa importante pubblicazione, Bruno Anastasia, direttore dell’Agenzia per l’impiego del Veneto, sembra condividere queste mie critiche all’uso disinvolto dei numeri.
8) Sul superlavoro nell’epoca della net economy la sociologia americana ha dato contributi brillanti, tanto per citarne due, il best seller di Juliet Schor, The overworked american (Basic Books, 1992) e la raccolta di testimonianze di Bill Lessard e Steve Baldwin, NetSlaves, True Tales of Working the Web (McGraw-Hill, 2000). Questo mentre la Sinistra “antagonista” italiana pendeva ancora dalle labbra (o dalle pagine) di Rifkin (La fine del lavoro) e si chiedeva come diavolo sarebbe stato possibile godere di tutto il tempo libero a disposizione. Da Business Week riprendiamo alcuni dati sulla struttura dell’occupazione negli Stati Uniti all’inizio del 2004: con 12.685.000 occupati il settore Turismo e viaggi si colloca al secondo posto dopo il settore della sanità (14.184.000 occupati), al terzo posto il settore del retail con 12.144.000 occupati. Il settore del consulting con i suoi 8.588.000 occupati non è molto distante dai settori dell’industria pesante e delle costruzioni (rispettivamente 9.491.000 e 9.488.000 occupati), ma è due volte il settore dell’auto (4.239.000 occupati). I settori dell’istruzione, dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni, dei media, stanno tra i 2 milioni e mezzo e un milione e mezzo. Il settore banche e assicurazioni assorbe 6 milioni di occupati. Se si escludono i tipici settori della new economy (It e Tlc), si constata che il vero boom dell’occupazione negli ultimi quindici anni sta o nei settori caratterizzati da una forza lavoro precaria, dequalificata, iperflessibile (come il settore del retail e in parte del turismo&viaggi) o nel settore del cosiddetto “capitalismo cognitivo” come il settore del consulting. La cosa curiosa è che nella scala della produttività, prendendo in considerazione il periodo 1998-2003, gli unici settori con trend negativo sono quelli dell’istruzione e della produzione di software. Paradossi della knowledge society!