Sciopero a oltranza dei circa 600 lavoratori in subappalto nella miniera dello Shougang Group, gruppo statale di Pechino
Perù, la rivolta dei minatori
“schiavi” dei cinesi
liberazione- 13-8-06
Andrea Milluzzi
E’ di sette minatori e tre delle loro mogli “gravemente feriti” il bilancio degli scontri fra polizia e dimostranti avvenuti giovedì nel deserto di Marcona, 325 km a sud di Lima, dove ha sede la Shougang Hierro Peru, miniera d’acciaio di proprietà dello Shougang Group, il gruppo produttore d’acciaio di proprietà dello stato cinese. Seppur a migliaia di chilometri di distanza, l’abitudine della Cina di sfruttare al massimo i lavoratori, negando quando possibile i più elementari diritto, è evidentemente dura a morire.

La rivolta nella miniera dove il governo di Pechino investe da tempo una cifra annuale intorno ai 2 miliardi di dollari e la cui produzione è destinata per metà proprio al fabbisogno cinese, è scoppiata nella notte fra lunedì e martedì scorso e ha visto come protagonisti i dipendenti in sub appalto, quelli cioè che non lavorano direttamente per la Shougang Hierro Peru. Per loro, e sono circa 600, i proprietari hanno fissato uno stipendio di 8 dollari e 20 centesimi al giorno, quasi la metà dei 14 dollari che spettano ai dipendenti della Shougang che, fra l’altro, possono usufruire di altri benefici come vitto e alloggio e i vari bonus legati alla produzione. Non che per loro sia stato facile strappare queste condizioni di lavoro, arrivate solo dopo una settimana di sciopero a fine giugno, conclusa con l’interventi del governo peruviano ad obbligare la dirigenza della miniera ad alzare di un dollaro al giorno il salario dei minatori. Ma per i “precari” dello stabilimento neanche quel dollaro è mai arrivato.

Adesso la situazione a Marcona è sostanzialmente di stallo, con i lavoratori dipendenti che non scioperano ma si schierano dalla parte dei colleghi penalizzati, la proprietà che non si dice preoccupata per eventuali cali di produzione «visto potrebbero fare danni solo se protestassero con violenza, chiudendo le strade per non far lavorare gli altri», i sindacati che promettono battaglia «finché la causa non sarà vinta» e il governo peruviano che da un lato sembra temporeggiare e dall’altro si ripara dietro l’intervento dei poliziotti. Il 31 luglio i lavoratori avevano presentato al ministro del lavoro peruviano una nota in cui spiegavano le loro rivendicazioni e minacciavano lo sciopero; secondo la legge peruviana dall’avviso alla messa in atto della protesta devono passare almeno 5 giorni, norma che i sindacati hanno prontamente rispettato. L’osservanza delle regole non ha comunque impedito al governo di ricorrere all’uso delle forze dell’ordine, intervenute con gas e manganelli. Emiliano de la Cruz, uno dei protagonisti della rivolta, ha detto alla Reuters che i dimostranti erano stati attaccati dalla polizia locale con «bombe al gas», Raul Vera, general manager della Shougang peruviana, ha aggiunto che lo scontro era stato generato dagli stessi lavoratori che avrebbero attaccato un camion della compagnia, ferendo il conducente. Il governo da parte sua si è limitato a confermare gli scontri senza fornire ulteriori dettagli né sulle modalità, né sul numero di persone coinvolte.

Gli scioperanti hanno dalla loro l’appoggio di tutte le forze sindacali e dei colleghi: «I lavoratori in subappalto sono vitali per il processo produttivo di tutta la miniera» dicono i loro rappresentanti. Certo è che lo sciopero a oltranza non ha per ora possibilità di ripensamenti: «La compagnia non accetterà mai che questi lavoratori abbiano la stessa mansione per gli altri, vorrebbe però che l’avessero a una paga minore e senza benefici - spiega il leader sindacale Julian Sulca - Ma noi non permetteremo che i cinesi ci trattino così male nel nostro Paese».