PERCHE ' I LAVORATORI DEVONO BATTERSI CONTRO IL RAZZISMO?
ALCUNI ARGOMENTI A FAVORE DELLA SOLIDARIETA' TRA LAVORATORI E IMMIGRATI


settembre 2000. REDS

 

In questo nostro scritto cercheremo di dimostrare come ai lavoratori italiani convenga battersi contro il razzismo. Volutamente eviteremo argomenti di carattere morale, che pure riteniamo importanti (del tipo: "siamo tutti fratelli", ecc.), perchè sappiamo che non sono in grado di convincere sino in fondo. Dunque metteremo l'accento sul fatto che ai lavoratori italiani conviene solidarizzare con gli immigrati, per il loro stesso interesse.

Molti lavoratori dicono:

"Tutti questi marocchini qui vengono e ci fregano il lavoro a noialtri, che se ne stiano a casa loro."

Il ragionamento è semplice e molto popolare. In pratica si basa su una operazione aritmetica: in un determinato Paese, il nostro, la quantità di lavoro è quella; se vengono altri a lavorare, chi ce l'ha già il lavoro rischia di perderlo, e chi lo sta cercando trova il posto già occupato. In realtà se guardiamo la tabella seguente ci accorgiamo che, in generale, nei Paesi dove è più alta la percentuale di immigrati, proprio là c'é la percentuale più bassa di disoccupati.

 

% di stranieri sul totale della popolazione (1997)

% di disoccupati sul totale della popolazione economicamente attiva (1996)

Germania  9% 9%
Italia   2% 12%
Svizzera  19% 4%
Austria  9% 4%
Francia  6% 12%
Spagna  2% 22%
Regno Unito  4% 8%
Canada  17% 10%
USA  9% 5%
Australia  21% 8%

Naturalmente si potrebbe anche dire:

"Questa tabella non dice nulla, se non che gli immigrati tendono ad andare là dove ci sono meno disoccupati, noi ne abbiamo tanti, quindi: che ci vengono a fare?"

In parte è vero: gli immigrati tendono a spostarsi là dove c'é più offerta di lavoro, quindi in quei Paesi dove è minore il tasso di disoccupazione. Ma: Paesi come la Germania o gli USA sono di antichissima immigrazione, sono posti cioè dove la gente, italiani compresi, è cominciata ad andare tantissimi anni fa (negli USA dalla fine dell'Ottocento e in Germania dagli anni sessanta) quindi: se fosse vero che gli immigrati tolgono il lavoro ai nativi, dai sessanta ad oggi il tasso di disoccupazione tedesco sarebbe dovuto incrementare all'aumentare degli immigrati. Invece è accaduto esattamente il contrario: il tasso di disoccupazione in Germania è aumentato in questi ultimi anni, ma parallelamente alla diminuzione del tasso di immigrazione (che oggi è negativo: se ne vanno più stranieri di quanti ne arrivino). La tabella ci dice una cosa molto semplice: gli immigrati vanno là dove c'é una domanda effettiva di manodopera. In Italia ne vengono meno, perchè questa offerta è minore. Ma c'è. La piccola percentuale di immigrati dunque è figlia di una domanda di lavoro che non è soddisfatta dagli italiani. In pratica gli immigrati svolgono lavori che gli italiani non sono disposti, per varie ragioni (insalubrità, durezza, remunerazione, lontananza geografica) a fare. Di più: gli stessi Paesi che hanno un'alta percentuale di immigrati, posseggono pure un PIL (l'indicatore che misura la ricchezza di un Paese) proporzionalmente più alto. Ciò si deve anche alla presenza di immigrati. Ogni immigrato in più infatti è anche un consumatore in più, quindi la sua sola presenza crea una domanda di merci, ed innesta dunque un circolo virtuoso di aumento della produzione. Non è un caso che il periodo di maggior espansione economica degli USA dal '93 ad oggi sia coinciso con un aumento di venti milioni di abitanti, "merito" in gran parte delle famiglie immigrate. Lo stesso periodo ha fatto registrare in Italia una crescita demografica zero ed un tasso di aumento del PIL, depurato dall'inflazione, trascurabile.

"L'aumento del PIL è una cosa che interessa i padroni: gli operai USA dal '93 ad oggi non sono stati certo meglio. Quando entrano gli immigrati i salari diminuiscono, perchè il padrone può dire: - ah! non vuoi venire con questo salario qui? Peggio per te! Mi piglio il marocchino! - E così i salari rimangono giù."

In effetti da un punto di vista puramente numerico, il ragionamento in linea teorica non farebbe una grinza: dato che nel capitalismo la forza lavoro è una merce come le altre, è sottoposta alla legge della domanda e dell'offerta: più alta è l'offerta di un prodotto e più basso diventa il suo costo. Se nella pratica così fosse, però, nei Paesi ad alta immigrazione i salari sarebbero a livello di Terzo Mondo; invece accade esattamente il contrario: basti pensare alla Svizzera, il Paese dove ci sono più immigrati: i loro salari sia nel pubblico che nel privato sono come minimo il doppio dei nostri. Come mai la faccenda degli immigrati sfugge alla legge della domanda e dell'offerta? Per due ragioni. Primo: dato che i Paesi ad alta immigrazione presentano una maggior offerta di lavoro, offerta di lavoro e offerta di manodopera tendono ad eguagliarsi. Secondo: nei Paesi più ricchi, la gran parte della forza lavoro è legale (chi lavora cioè, lavora "in regola") ed è sottoposta dunque ai contratti ed agli accordi che vigono per gli altri lavoratori "autoctoni". Se ne deduce che è interesse dei lavoratori dei Paesi ricchi battersi strenuamente contro ogni discriminazione nei confronti degli immigrati. Un immigrato discriminato infatti si trasformerà in un concorrente al ribasso della manodopera locale.

"Ecco: è quello che dico io! Io non sono contro gli immigrati in regola, ma solo contro quelli clandestini!"

E' una impostazione che aiuta la clandestinità. Infatti la repressione verso gli immigrati non regolari significa in realtà solamente gettarli ancora di più nella clandestinità e dunque favorire il loro sfruttamento, dato che più un lavoratore è clandestino e più il padrone è avvantaggiato perchè può permettersi di pagargli un salario bassissimo: più un lavoratore è ricattabile e meno costa. Dunque per evitare la concorrenza tra i lavoratori ci si deve battere risolutamente perchè tutti abbiano gli stessi diritti.

"Forse sarà vero che l'arrivo di immigrati non diminuisce i salari, ma certo non li fa salire! Se quando i padroni chiamano non arrivassero tutti quegli immigrati, sta pur certo che prima o poi quelli lì il salario devono pure aumentarlo, se vogliono che qualcuno lavori per loro!"

Questo ragionamento sarebbe corretto se fossimo in una società chiusa, autarchica. Il mercato in cui siamo inseriti invece è mondiale, compreso il mercato della forza lavoro. Quando un industriale cerca degli operai, li cerca prima nelle vicinanze, non ne trova, bene, allora comincia ad alzare il salario, a quel punto il salario più alto induce dei lavoratori a spostarsi (immigrato), ma se questi non arrivano perchè magari è passata una legge che impedisce agli immigrati di giungere in Italia, quell'industriale prende una decisione molto semplice: trasferisce la fabbrica in un posto dove la manodopera c'é e gli costa pure meno. Nel capitalismo purtroppo le cose vanno così: o si spostano i lavoratori o si spostano le fabbriche. Oggi ci sono fior di imprese italiane che si sono trasferite in Romania, Slovenia, Albania e se non giungeranno altri immigrati il processo aumenterà.

"E che differenza fa? Tanto quei lavori sarebbero andati comunque a gente che non è italiana."

Vero. Ma con una differenza non marginale. Abbiamo visto che l'immigrato percepisce un salario e diviene dunque un consumatore. La fabbrica all'estero comporterebbe che il lavoro è dell'immigrato comunque, ma non consumerebbe qui il suo salario. Il guadagno del padrone è lo stesso, ma l'immigrato non alimenterebbe il mercato italiano che dunque produrrebbe meno merci, servizi, ecc. e dunque meno lavoro. A noi che siamo internazionalisti questo poco importa, siamo interessati infatti a che si sviluppino anche i mercati dei Paesi più poveri, ma per chi pensa solo al bene degli "italiani" è una bella contraddizione.

"Possibile che con tutta la disoccupazione che c'é in Sud Italia dobbiamo far venire gente da fuori? Pensiamo prima ai nostri disoccupati del Sud!"

Molti politici agitano questa frase con fini elettorali: sperano in questo modo di guadagnare voti nel Meridione. In realtà si tratta di un falso argomento. Al Nord c'é richiesta di manodopera: se la gente del Sud non si sposta una qualche ragione ci sarà. Ed è questa: nel Meridione la vita è meno cara. Al Nord per affittare un appartamento non se ne va meno di un milione, ma al Sud si trova agevolmente con meno della metà. Che convenienza ha uno ad emigrare se la gran parte dello stipendio che spera di guadagnare se ne va in affitto? Al Sud invece bene o male qualche lavoretto ogni tanto si trova, anche se irregolare e mal pagato, e con l'appoggio della casa dei genitori, alla fine uno ha un introito netto superiore a quello che potrebbe percepire se emigrasse. Non si tratta dunque di pigrizia, ma di convenienza, che è la molla di qualsiasi emigrazione. Gli immigrati trovano invece lo spostamento conveniente perchè in patria non hanno una famiglia che possa sostenerli, anzi il loro problema è opposto; e di lavoro, anche se irregolare e saltuario, non ce n'è, dunque non hanno scelta. A causa di ciò sono disponibili a vivere qui in condizioni per noi inaccettabili, ma che fanno sì che rimanga loro in tasca un netto superiore a quello che rimarrebbe ad un italiano.

"I padroni fanno una gran propaganda per alzare le quote di immigrazione. Voi dite più o meno la stessa cosa e ci raccontate che state dalla parte dei lavoratori. E allora cosa vorreste farci credere: che gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori sono gli stessi?"

I lavoratori non hanno interesse a che entrino degli immigrati, ma nemmeno che non entrino. Non è affar loro, ma dei padroni. Dal punto di vista degli interessi di classe dei lavoratori l'arrivo o meno di immigrati è indifferente, come abbiamo già visto. Ma hanno un interesse fondamentale a che quando gli immigrati sono già qui, non siano sottoposti ad alcun tipo di discriminazione. E discriminazioni sono anche le quote di ingresso, perchè appena c'é una quota, tutti quelli che la superano diventano automaticamente clandestini, quindi discriminati, e quindi concorrenti potenziali. Quindi nel momento in cui un immigrato tocca il suolo italiano, regolare o meno, i lavoratori hanno tutta la convenienza a che questi venga trattato nel migliore dei modi.

"Guardate quel che succede a Prato: prima c'erano fabbrichette tessili di italiani, adesso sono tutti cinesi. Pare di stare a Hong Kong, stanno tutti lì chiusi a lavorare dalla mattina alla sera come schiavi."

Il tessile era già in crisi a Prato prima dell'arrivo dei cinesi, e proprio a causa della concorrenza asiatica. Quel che è accaduto semplicemente è che la produzione ha smesso di andare in Asia, e l'Asia è venuta qui. La differenza non è molta, se non che il tessile di Prato oggi controbuisce all'aumento del PIL italiano invece che a quello asiatico. Ma del PIL ai lavoratori importa poco: i cinesi sono sfruttati qui come lo sarebbero stati in Asia. Nostro è il compito di farli uscire dallo stato di schiavitù in cui molti si trovano.

"Ma voi siete matti! Allora cosa vuol dire, che questi arrivano qua, belli belli, e noi lì a pedalare per pagargli di tasca nostra le medicine, l'assistenza, la pensione e poi cosa: anche il caffè?"

La gran parte degli immigrati regolari, ha un lavoro dipendente. Dunque paga le tasse, versa i contributi, ecc. ecc. Non si vede per quale ragione, dato che pagano, non possano ususfruire dei servizi che ci sono grazie ai soldi dei lavoratori (tutti: immigrati e non). Quanto alla pensione, se l'Italia avesse avuto più immigrati a quest'ora non ci sarebbero tutti i problemi che ci sono per il loro pagamento. La popolazione dell'Italia infatti invecchia inesorabilmente: i soldi delle pensioni oggi sono pagate dai lavoratori che si trovano in attività, ma se questi ultimi diminuiscono chi li darà i soldi per le pensioni future? Nessuno, per cui diminuirà il loro importo. L'arrivo di manodopera straniera è un guadagno netto per lo stato sociale che si ritrova a vedersi rimpinguato con i contributi di lavoratori già adulti e produttivi, mentre invece con gli italiani deve affrontare una grande quantità di spese sociali prima che siano produttivi (scuole, sanità, ecc.). Tutto ciò senza contare le enormi spese per la repressione dell'immigrazione clandestina. Per rimpatriare un immigrato si spendono più soldi dei contributi previdenziali di un anno intero, ma con la differenza che i primi li pagano i lavoratori italiani e i secondi se li paga l'immigrato.

"E sì: ce ne sono parecchi di vu cumprà che pagano le tasse!"

La percentuale di lavoro autonomo tra gli immigrati è di gran lunga inferiore a quello degli italiani, quindi l'evasione fiscale è maggiore tra questi ultimi. E' vero che gli immigrati che svolgono un lavoro autonomo versano meno contributi, ma questo accade anche agli italiani, e per questo le prestazioni assistenziali e pensionistiche sono inferiori.

"Nel lavoro autonomo non potete dire però che non fregano il lavoro agli italiani."

Il lavoro autonomo diminuisce non a causa degli immigrati, ma del capitalismo. Il problema del bottegaio non è l'immigrato che vende qualche cassetta per strada, ma il supermercato. La percentuale di lavoratori autonomi è in costante diminuzione da più di un secolo in tutti i Paesi industrialmente più avanzati. Negli USA non supera il 10% della popolazione economicamente attiva, ed anche in Italia arriveremo a quei livelli (siamo al 25%).

"Lo vedono tutti che da quando ci sono gli immigrati è aumentata la criminalità: nelle carceri è pieno di stranieri! Allora: sarà o no interesse anche dei lavoratori stare tranquilli senza che nessuno ti salti addosso per strada?"

L'allarme criminalità è stato lanciato dai politici perchè serve a vendere giornali e ad acchiappare i voti. I lavoratori dovrebbero meditare sul perchè quando c'è una rapina ad un gioielliere la notizia viene sparata in prima pagina, ma se casca un manovale perchè non sono state rispettate le regole di sicurezza, il fatto non trova posto se non in una statistica all'ultima pagina quando va bene.
E' vero che la percentuale di immigrati presenti nelle carceri è superiore a quella di italiani. E ciò avviene per la stessa ragione per cui, ai tempi, la percentuale di italiani nelle carceri belghe, tedesche e statunitensi erano superiori a quelle delle popolazioni autoctone: gli immigrati non sono ricchi, è dalla povertà che nascono i crimini che sono normalmente puniti. La nostra società infatti punisce alcuni crimini con il carcere ed altri no. Per esempio nelle carceri invano cercheremmo gente che ha fatto bancarotta fraudolenta, ha corrotto o si è lasciata corrompere, o ha evaso il fisco: che differenza c'é tra questi reati ed un furto con scasso? Noi francamente non riusciamo a vederne se non nell'aggravante a carico dei primi che hanno rubato denaro pubblico. Eppure solo i secondi vanno in carcere. Se uno uccide in una rissa una persona finisce in carcere, bene; ma se un'altra persona, un medico, ne ammazza un'altra per deliberata noncuranza, perchè magari era ubriaco, oppure se un automobilista va a folle velocità ed investe un bambino, non si farà nemmeno un giorno di carcere. Questa discriminazione tra reati ed anche il fatto che il carcere riesce ad evitarlo chi è in grado di pagarsi buoni avvocati, fa sì che in galera ci finiscano, salvo qualche eccezione, individui delle classi a più basso reddito. Dato che gli immigrati fanno parte di queste classi (altrimenti non sarebbero emigrati) ecco spiegato perchè molti di loro sono in galera. E si tratta delle stesse ragioni che spiegano perchè negli anni sessanta in Italia la percentuale di meridionali in carcere era superiore rispetto alla rispettiva percentuale di quella dei settentrionali.
Le tendenze criminali inoltre sono favorite dalla clandestinità. Se un immigrato non può trovare un lavoro regolare, sarà molto più tentato di trovarsene uno illegale. Regolarizzare gli immigrati dunque ha un effetto immediatamente positivo sulla "sicurezza collettiva". Vi sono inoltre tutta una serie di condizioni che favoriscono le tendenze criminali: il razzismo, l'isolamento sociale, la disciminazione, la solitudine favoriscono la disperazione di un individuo. Ad esempio favorire la ricongiunzione familiare serve a distendere la situazione. E lo stesso favorire condizioni abitative umane.

"Va bene il lavoro, se proprio non se ne può fare a meno! Ma perchè dargli anche la casa? Io ci ho messo vent'anni a pagarmi la mia. Oh: sono stati sacrifici, mica bruscolini!"

Quando si dice di dare la casa agli immigrati, significa dar loro la possibilità di accedere alle graduatorie per le case popolari. Non si vede perché non debbano essere titolari di questo diritto. Le case popolari non le pagano gli "italiani", ma i lavoratori, con una trattenuta sulla loro busta paga. Inoltre chi vi entra paga un affitto proporzionale al proprio reddito. Quindi nel momento in cui un immigrato entra in una casa popolare anche un anno dopo che è in Italia non ruba proprio nulla a nessuno.

"Insomma: come lavoratore mi pigliano tutti a calci nel culo, e adesso non ho più diritti manco come italiano? Qui siamo italiani! Avremo o no la precedenza sulla nostra terra?"

I lavoratori italiani devono scegliere tra due appartenze: quella nazionale o quella di classe. In poche parole devono scegliere se essere "italiani" o essere "lavoratori". I due interessi non sempre coincidono.
Certo, essere italiani, invece di marocchini, ha i suoi vantaggi. Per esempio sul posto di lavoro se dobbiamo chiedere un permesso o metterci d'accordo per le ferie, o chiedere un aumento o un passaggio di livello, ecc. è comodo essere italiani: per il solo fatto di esserlo godiamo cioè di vantaggi rispetto agli immigrati, che non sanno parlare bene la nostra lingua, quindi sanno difendersi peggio, conoscono di meno l'ambiente, i loro diritti, ecc. Quindi gli italiani, a parità di condizioni con un immigrato, hanno più possibilità di fare carriera, di guadagnare di più, di essere soddisfatti. Un altro vantaggio è che possiamo sperare di essere sempre rispettati: nessuno si azzarderebbe a darci uno schiaffo in autobus solo per il colore della nostra pelle o a fare battute sulla nostra provenienza o sentirci dire continuamente che dobbiamo tornare a casa o sentire nostro figlio che piange perchè i compagni lo deridono. Inoltre molti di noi ritengono un grande privilegio avere qualcuno con cui sfogarsi: chi si sente poco considerato sul lavoro, o si sente un fallito perchè da giovane sperava di diventare chissà chi, chi torna a casa e i figli non promettono niente di buono, allora: ah! che relax prendere per il culo il compagno di lavoro immigrato e fargli sentire che noi abbiamo una montagna di vantaggi rispetto a lui, come ci si sente importanti e privilegiati! E ci piacerebbe averne anche in più! Per esempio, nonostante che il nostro collega immigrato faccia esattamente lo stesso lavoro e versi gli stessi contributi ci fa comodo pensare che, pur avendone più bisogno di noi, lo possiamo precedere nella lista di assegnazione delle case popolari. Così magari votiamo il politico che ce lo propone e chi se ne frega se poi appena al governo ci taglierà le pensioni, intanto la casa l'abbiamo!
Si tratta indubbiamente di vantaggi, anche molto concreti. Certo, di uno squallore e di una tristezza rari, ma abbiamo promesso all'inizio che non saremmo stati moralisti. Si tratta dei privilegi di una nazione come la nostra, che è una delle nazioni dominanti nel mondo. Ed essere i lavoratori di una nazione dominante ha i suoi vantaggi, anche se non sono i vantaggi di Agnelli. Il problema però è che per i lavoratori i vantaggi nella difesa dei privilegi di "italiani" sono inferiori a quelli che derivano dalla difesa degli interessi di tutti i lavoratori, siano o no immigrati. Una classe lavoratrice divisa tra immigrati e non, è una classe lavoratrice debole e fatalmente destinata alla sconfitta e all'arretramento. Negli anni settanta è stato un fattore di debolezza il razzismo strisciante che c'era nelle fabbriche nei confronti dei "terroni", negli USA il movimento operaio è così debole anche perchè è diviso tra i bianchi, i neri e gli ispanici, reciprocamente in guerra tra loro. Questa è una delle ragioni per cui là avviene qualcosa che qui da noi è, per ora, impensabile: una fabbrica può anche licenziare migliaia di operai senza che nessuno fiati e senza nemmeno provare a fare sciopero. Dobbiamo renderci conto che ogni volta che prendiamo in giro un nostro compagno di lavoro o utilizziamo contro di lui i nostri privilegi di "italiani", cioè di nazione dominante, noi diminuiamo in lui la fiducia nei confronti di una lotta comune contro il padrone: non sarà il padrone che lui vedrà come principale nemico, ma gli "italiani". Quell'immigrato farà molta più fatica a iscriversi ad un sindacato, a fare sciopero, ecc. Noi lavoratori dobbiamo essere in prima fila nella lotta al razzismo, a cominciare dalla lotta al razzismo nelle nostre stesse fila. Ai padroni gli immigrati fanno comodo, ma altrettanto lo è il razzismo: cosa c'é di meglio, per un padrone, che trovarsi con la fabbrica che invece di discutere di busta paga si divide nella lotta tra settentrionali, "terroni" e immigrati?

"Oh insomma! A me non piace la società multietnica, va bene? Noi andiamo a casa loro a dettare legge? No, e allora ognuno a casa sua e andiamo tutti d'accordo!"

Dobbiamo deciderci se ci consideriamo prima di tutto italiani o lavoratori. Se ci consideriamo italiani, allora non è proprio vero che noi a casa loro non andiamo a dettare legge. E' vero il contrario. Se l'Italia è ricca ed attira forza lavoro, lo si deve proprio perchè andiamo in altri Paesi a dettar legge. E lo stesso fanno gli stati più ricchi: gli USA, la Francia, la Gran Gretagna, la Germania, il Giappone, ecc. Le "nostre" multinazionali sono forti anche perchè hanno un sacco di fabbriche e di indotto in quei Paesi dove la manodopera viene selvaggiamente sfruttata. Gran parte di quei profitti però non rimangono sul posto, se non sotto forma dei magri salari, ma tornano nei Paesi ricchi. Qui servono ad alimentare i capitali delle banche che con interessi da strozzini concedono prestiti ai Paesi poveri contribuendo a prosciugare le loro risorse. Rapiniamo anche la loro terra: quando leggiamo che i Paesi dell'OPEC hanno aumentato il prezzo del greggio, forse ignoriamo che questo costituisce solo una minima parte al costo della benzina, i cui introiti vanno in gran parte ad ingrassare i capitalisti dei Paesi che sono già ricchi. Un po' di queste briciole cadono dalla mensa delle multinazionali e finiscono nelle nostre bocche. Quindi anche noi lavoratori dei Paesi ricchi godiamo di privilegi per il solo fatto di essere nati qui, cosa che di per sé invece non si capisce perché dovrebbe portare un qualche vantaggio, visto che non c'é merito a nascere da una pancia invece che da un'altra. C'é insomma una ragione per cui i Paesi poveri rimangono sempre poveri e noi diventiamo sempre più ricchi: vi é una causa diretta tra i due fenomeni, noi siamo ricchi perché gli altri sono poveri.

"Così si scopre che sono ricco! Aspetta che ce lo dico al principale così la smette di darmi tutti quei soldi."

Dello sfruttamento dei Paesi poveri ai lavoratori arrivano le briciole e il grosso va ai nostri capitalisti. Però sono briciolette che ci fanno comodo. Ad esempio un operaio FIAT, arrivato agosto, un mesetto in ferie ci va, se non ha troppi mutui da pagare. Certo non ha lo yacht di Agnelli, né si passa il tempo in una delle 18 ville di Berlusconi, ma una settimana a Rimini ci scappa, o un mesetto in campeggio. Ma l'operaio FIAT di Betim in Brasile, che svolge le stesse mansioni, non va in campeggio, per la semplice ragione che lui non ha un mese di ferie. Certo il mese di ferie è stata una conquista che noi lavoratori ci siamo guadagnati con fior di lotte e di scioperi, altri lavoratori che non hanno lottato come noi e che pure vivono in Paesi ricchi, di giorni di ferie non ne hanno nemmeno la metà, ad esempio gli statunitensi ed i giapponesi. Ma il problema del nostro collega di Betim è che lui, per quanti scioperi faccia, il mese di ferie non glielo daranno mai: in Brasile non è come qui in Italia, là la concorrenza tra lavoratori c'é sul serio, e mandato a casa uno, c'è la fila per essere assunti, e gli scioperi terminano spesso con licenziamenti di massa attuati per vendetta. Il nostro salario di lavoratori è davvero una miseria e facciamo bene a protestare e lottare in occasione dei contratti, ma questa giusta lotta non ci deve nemmeno far dimenticare per un attimo che l'operaio di Betim prende dieci volte in meno il nostro salario e che se il nostro padrone cede è sicuramente perchè abbiamo lottato, ma anche perchè se lo può permettere visto che ha già spremuto da altre parti. Il padrone ci impone dei ritmi terribili: ci tocca alzarci alle sei, e poi i turni, torniamo a casa tardi e spesso ci tocca fare gli straordinari per arrotondare. E' un'ingiustizia contro cui lottare. Non dimentichiamoci però che l'operaio di Betim si alza alle tre: c'é un autobus della FIAT che lo va a prendere lontano perchè alla FIAT non piace avere dipendenti troppo vicini alla fabbrica: potrebbero organizzarsi più facilmente, meglio che siano lontani e dispersi.

"E che devo fare: mi tolgo dei soldi per darlo allo sfigato di Betim?"

Una volta compreso il meccanismo, ai lavoratori dei Paesi ricchi è vietato dire: "che se ne tornino a casa loro, dato che noi non andiamo da loro", perché è una menzogna. Certo si può dire: sì, è vero, sono privilegiato e me ne frego. Bene, allora però non ci si deve lamentare se i popoli dei Paesi poveri premono per entrare da noi. Se noi viviamo sulla povertà altrui, non possiamo sorprenderci se quei poveri rifiutano di vivere in silenzio e immobili la loro povertà: cercano di andare là dove c'é ricchezza; anche noi nelle stesse condizioni faremmo lo stesso. Ciò che noi lavoratori possiamo fare è lottare perchè le condizioni di lavoro si omogenizzino in tutto il mondo. Diviene dunque cruciale organizzare i lavoratori non più su scala nazionale ma internazionale. I sindacati devono diventare sovranazionali, le RSU nazionali di una multinazionale non hanno senso: i dipendenti di una impresa devono avere un unico organismo di rappresentanza. Solo così si può evitare che i padroni approfittino delle divisioni nazionali per trarre profitti fenomenali. Solo così si può evitare il ricatto: se non accetti questo salario porto la fabbrica da un'altra parte. L'internazionalismo, cioé la solidarietà e l'organizzazione sovranazionale da parte dei lavoratori, è un vantaggio da ogni angolo si guardi la questione.

"Non dico che non devono venire, ma che vengano solo se c'é un lavoro, una casa, insomma delle condizioni decenti in cui vivere. E poi: se nei loro Paesi va così male, aiutiamoli, così ci possono restare".

Questi argomenti "umanitari" sono molto sospetti. Dire che devono venire se c'é lavoro e casa è come dire che se ne stiano dove sono. Non appena infatti ci si imbarcasse nella costruzione di case per immigrati scoppierebbe un putiferio con quelli che strillerebbero: perchè a loro sì e a noi no? Quanto ad aiutare i Paesi poveri da parte dei Paesi ricchi significa in pratica aumentare la dipendenza: in questi anni gli aiuti sono serviti solo a esportare tecnologia e a far fare affari alle nostre multinazionali. Gli unici aiuti che servono sono quelli diretti ai sindacati locali, alle associazioni di lotta, alle cooperative di produzione, ecc. Ma non illudiamoci che questo possa invertire una dinamica che ha ragioni economico-sociali possenti. In realtà, per i lavoratori italiani, non c'é che una strada: smetterla col razzismo, solidarizzare da subito a cominciare dal proprio posto di lavoro con i nostri fratelli di classe e, insieme, migliorare le condizioni di lavoro e di vita di tutti.