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 vedi pagina http://www.cub.it/article/pensioni

INPS: decorrenza della pensione di vecchiaia e dei trattamenti di anzianità

 

L’INPS, con circolare n. 126 del 24 settembre 2010, fornisce istruzioni in merito alle disposizioni introdotte dalla Legge n. 122 del 30 luglio 2010, di conversione del decreto legge n. 78/2010.

In particolare:


  vedi  La circolare n. 126/2010

 

Pensioni dei parlamentari, ricche e con numerosi privilegi

Martedì 26 Gennaio 2010 
Per gli eletti, per la prima volta con questa legislatura, bastano 5 anni di contributi, ma c’è anche chi riceve il vitalizio essendo stato in Parlamento soltanto pochi giorni.

Lo squilibrio è evidente, eppure nessuno invoca nuove norme per riportare i conti ad una situazione sostenibile. Né scaloni, né scalini, né revisione dei coefficienti, né modifiche ai requisiti. Sono le pensioni dei nostri parlamentari, ricche e generose a spese di tutti i cittadini.

A guardare i bilanci di Camera e Senato vengono i brividi. Nello scorso anno abbiamo speso per le pensioni dei deputati 138,2 milioni di euro. Per quelle dei senatori 81,2 milioni di euro. I contributi versati sono stati 11 milioni e 835 mila per i deputati, 6 milioni e 100 mila per palazzo Madama. Un buco di 126 milioni di euro nel primo caso e 75 milioni nel secondo.

Cifre che si sommano anno dopo anno fino a diventare vere e proprie voragini. Tutto a carico della collettività, visto che i bilanci delle due Camere sono alimentati dai trasferimenti del Tesoro.

E allora perché non si provvede? Semplice, perché a modificare le norme dovrebbero essere gli stessi beneficiari dei privilegi.

Privilegi come quelli sui requisiti d’età. Alcuni parlamentari hanno iniziato a ricevere l’assegno al 50esimo compleanno. Ufficialmente, sia alla Camera che al Senato, un vitalizio, così è denominata la loro pensione, si ottiene a 65 anni. Ma a conti fatti la norma vale solo per chi è stato eletto per la prima volta con le ultime Politiche del 2008.

Gli altri, a seconda degli anni di mandato, usufruiscono di sconti notevoli. Alla Camera basta aver conquistato uno scranno prima del 1996 e totalizzato 20 anni di contribuzione, anche con il riscatto volontario degli anni mancanti, per ottenere l’assegno all’età di 50 anni.

Al Senato è ancora più facile, sono sufficienti 15 anni di contributi se si è stati eletti prima del 2001.

E che pensioni! Anche dopo le modifiche introdotte nel 2007, che valgono solo per chi non era mai stato eletto prima delle politiche del 2008, la più bassa è pari a 2.400 euro mensili, la più alta supera i 9.900 euro al mese.

Tra l’altro il vitalizio è cumulabile con altre pensioni, spesso maturate con contributi figurativi, quindi mai versati.

Per non parlare dei requisiti minimi contributivi. Per i neo parlamentari bastano 5 anni pieni. Per i veterani, con il giochino del riscatto, molto meno, persino pochi giorni.

Il record spetta ad Angelo Pezzana, Pietro Graveri, Luca Boneschi e Renè Andreani, ex parlamentari radicali: 1 solo giorno in Parlamento, contributi volontari per 5 anni e un vitalizio mensile lordo di 3.108 euro.

 

 

 

 

 

  RASSEGNA STAMPA WELFARE-PENSIONI

Aspettiamo i dati della zona: ANTICIPAZIONI:  I: METALMECCANICI NEL PINEROLESE SONO AL 70% DI NO, solo nell'Ansaldo e nell'Italamec vincono i SI.

Punire il dissenso nella CGIL, salvare il governo- pdf

  Che cosa resta del mito operaio - Gallino- repubblica 12-10.2007

spezzone_annozero_dibattito_precariato_welfare.mp3  AUDIO 44'- 18-10-2007 (con rumore di fondo)

                                      

CONSULTAZIONE

AVENTI

 

 

 

 

 

 

NULLE

 

WELFARE 2007

DIRITTO

 

 

 

 

 

 

 E

 

DATI PARZIALI (24/10)

  AL VOTO

VOTANTI

%

SI

%

NO

%

 BIANCHE

 

case di riposo E VARI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OPERE VALDESI

131

44

33,59

39

88,64

5

11,36

0

 

ULIVETO

45

15

33,33

9

60,00

6

40,00

0

 

RAF MAURIZIANA

39

22

56,41

22

100,00

0

0,00

0

 

PRO SENECTUTE

57

29

50,88

25

86,21

4

13,79

0

 

CASA TURINA

47

25

53,19

24

96,00

1

4,00

0

 

FER

111

59

53,15

54

91,53

5

8,47

0

 

IACOPO BERNARDI

55

39

70,91

37

94,87

2

5,13

0

 

CANTALUPA

26

16

61,54

11

78,57

3

21,43

2

 

CROCE VERDE

22

18

81,82

18

100,00

0

0,00

0

 

COM.M.V.PELLICE

49

42

85,71

32

76,19

10

23,81

 

 

CISS

51

38

74,51

34

91,89

3

8,11

1

 

COM.PINEROLO

316

120

37,97

67

55,83

53

44,17

0

 

ASL10

1550

663

42,77

526

79,94

132

20,06

5

 

INPS

95

33

34,74

13

39,39

20

60,61

0

 

metalmeccanici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANSALDO

310

125

40,32

74

60,66

48

39,34

3

 

CMC

72

46

63,89

3

6,52

43

93,48

 

 

DAYCO FT AIRASCA

459

190

41,39

55

30,39

126

69,61

9

 

GRAZIANO TRASMIS.

182

107

58,79

5

4,76

100

95,24

2

 

INDESIT COMPANY

687

390

56,77

28

7,35

353

92,65

9

 

ITALAMEC

534

270

50,56

228

84,44

42

15,56

 

 

MANFREDI

38

19

50,00

2

10,53

17

89,47

 

 

MCF

55

25

45,45

3

12,00

22

88,00

 

 

MICROTECNICA

80

50

62,50

9

23,08

30

76,92

11

 

SKF INDUSTRIE SPA

1083

649

59,93

262

42,39

356

57,61

31

 

SKF DIVISIONE AVIO

520

276

53,08

37

13,50

237

86,50

2

 

OMVP- V.PEROSA

730

340

46,58

31

9,20

306

90,80

3

 

PMT - ITALIA

320

151

47,19

65

47,79

71

52,21

15

 

SALVADORI SPINOTTI

140

111

79,29

17

15,60

92

84,40

2

 

TRW AUTOMOTIVE IT.

480

265

55,21

58

22,22

203

77,78

4

 

ZF SACHS ITALIA

200

110

55,00

25

25,77

72

74,23

13

 

TOWER AUTOMOTIVE

210

143

68,10

16

11,59

122

88,41

5

 

SKF Magazzino Airasca

249

137

55,02

64

47,76

70

52,24

3

 

FAPAM SRL

119

91

76,47

62

71,26

25

28,74

4

 

FAYVELEY TRASPORT

288

247

85,76

80

33,61

158

66,39

9

 

Euroball-Pinerolo

328

145

44,21

64

44,14

79

54,48

0

 

TOTALE METALMECCANICI

7084

3887

54,87

1188

31,58

2572

68,37

125

 

CORCOS IND LUSERNA

400

321

80,25

17

5,43

296

94,57

8

 

CORCOS IND PINEROLO

232

141

60,78

38

27,34

101

72,66

2

 

GS SUPERMERCATI

23

10

43,48

9

90,00

1

10,00

 

 

CAFFAREL

466

275

59,01

241

88,60

31

11,40

3

 

GEMINI

74

50

67,57

3

6,00

47

94,00

 

 

Manifattura Legnano

222

107

48,20

49

47,57

54

52,43

4

 

Stabilimento Rio Tinto

43

35

81,40

14

40,00

21

60,00

0

 

Miniera Rio Tinto

44

23

52,27

4,00

20,00

16

80,00

3

 

totale dati completi

11182

6012

53,76

2474

42,23

3383

57,74

153

 

ATTIVI - pinerolo v. demo 6

 

67

 

58

86,57

9

13,43

 

 

ATTIVI - pinerolo v. demo 6

 

170

 

142

83,53

28

16,47

 

 

SCUOLA

 

113

 

69

61,06

13

11,50

 

 

PENSIONATI

 

1949

 

1902

97,89

41

2,11

6

 

CISL PENSIONATI . CSO TORINO 276

290

 

271

93,77

18

6,23

1

 

 

Dati nazionali per regione- pdf

 

welfare I lavoratori SI/NO

I lavoratori dipendenti nel 2003 in Italia erano circa 16 milioni, 6 milioni gli indipendenti. Totale 22 milioni, Poi 4 milioni 2000 mila disoccupati.  

I sindacati confederali dichiarano 4 milioni 800 mila iscritti fra gli attivi.

Hanno votato al referendum 4 milioni, SI 78,32%   NO 21,68%. 

I NO nei metalmeccanici sono stati il 52%. 

Sia per gli attivi che per i pensionati (vedi scheda a parte) bassa partecipazione al voto.

 

 

 

Anziani  SI/NO welfare

I sindacati confederali dichiarano di avere in tutto nel 2006, 5milioni 600mila pensionati iscritti. I pensionati in Italia sono circa 16 milioni. Hanno votato nel referendum sul welfare in 1 milione 100mila.

SI 93,5% NO 6,5%.

“Sono sciocchi i sì al referendum delle tre

confederazioni sindacali, che ha visto una crescente quantità di pensionati dichiararsi d'accordo

che la metà della loro propria categoria sia costretta a vivere al di sotto del livello di povertà?(…) Non sono degli sciocchi. Bisogna cominciare a capire come la mancanza di

coraggio, la poca voglia di organizzarsi, il silenzio davanti a una cabina elettorale o a un referendum, di chi teme che votando no per lui vada a finire ancora peggio, sono prove di una grande sofferenza - forse della maggior sofferenza.”

R.Rossanda - 


I sindacati minacciano lo sciopero generale. In ballo fisco e contratti

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 25/11/2007

Milano, Cgil Cisl Uil varano la piattaforma per una tassazione leggera sui lavoratori

«A scrivere la piattaforma ci abbiamo messo quarantotto ore. Anzi no, un giorno e mezzo». Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni dal palco del teatro Smeraldo dove ieri Cgil, Cisl e Uil hanno tenuto l'affollatissima assemblea dei quadri e dei delegati (venuti nella stragrande maggioranza da Milano e dalla Lombardia) per lanciare la grande piattaforma su fisco e politica dei redditi, probabilmente vuole solo magnificare l'unità sindacale ma l'effetto che ottiene è di ilarità generale.
Sarà pure una platea all'ottanta per cento di pensionati e pensionate, "scongelati alla bisogna". Molti di loro, però, hanno capito benissimo che questa vertenza nazionale lanciata dal cuore dell'insediamento sindacale arriva un po' come calata dall'alto. C'era bisogno di sottolinearlo nel modo in cui fa Bonanni?
Probabilmente, sarà pure una battaglia «ardua e difficile» tanto da richiedere la minaccia di uno sciopero generale tra gennaio ed aprile - fatto inconsueto per Cgil, Cisl e Uil che tra poco apriranno il tavolo sui modelli contrattuali - ciò non toglie che delle due paginette fitte fitte che ad un certo punto vengono fatte circolare nella sala nessuno sa niente né tantomeno ha mai discusso di nulla.
Ma davvero c'era tutto questo bisogno di fare una iniziativa generale quando il governo ha già annunciato che le tasse le vuole ridurre davvero? A porre il dubbio non è un "pericoloso estremista" della Rete 28 aprile della Cgil (che si è fatta vedere fuori dal teatro Smeraldo con tanto di volantini in cui critica la piega presa dal confronto sui modelli contrattuali, a fianco dei lavoratori Wind in lotta contro il trasferimento) ma un membro della segreteria nazionale della Uilm, Marco Colonna.
Sembrano tante le valenze di questo azione di lotta. Stando a quanto dice Bonanni, tra gli obiettivi ci sarebbe anche il Parlamento italiano, o meglio quelle «minoranze» che rendendo più presentabile la parte del protocollo sui contratti a termine «vogliono realizzare interessi particolari». Oppure, come dice Angeletti, «rompere il punto di equilibrio raggiunto con l'accordo tra le parti sociali». Come sembra di cogliere dalle parole di Guglielmo Epifani, invece, che si guarda bene dal profferire parola su quanto è accaduto in Parlamento, dovrebbe servire anche a dare una "spallata" al rinnovo dei contratti, che interessa più della metà dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Sarebbe la prima volta dal 1993 ad oggi. E' per questo, forse, che molti hanno dei dubbi sul fatto che effettivamente si faccia. Intanto, Bonanni estende l'invito a partecipare anche ai giornalisti, che aspettano il rinnovo del contratto nazionale da mille giorni.
Vediamo cosa chiedono Cgil, Cisl e Uil «al governo e alle controparti».
Il dato di partenza, come ricorda anche lo slogan della manifestazione "valorizzare il lavoro e far crescere il paese", è rappresentato da un buco nei salari e negli stipendi che ammonta a circa settanta miliardi in una manciata di anni che pressapoco partono dall'entrata in Italia nell'euro. «Solo la guerra - sottolinea Angeletti nel suo intervento introduttivo - riesce a spostare masse così ingenti di reddito da una classe sociale all'altra». Tra tutti i fronti sui quali il lavoro è "svalorizzato" (precarietà, buste paga, condizioni di lavoro) la piattaforma sindacale inquadra il reddito, e nemmeno tutto. Perché, in buona sostanza, rivendica sì una "nuova poltica dei redditi" «che miri a far crescere e difendere il valore reale di stipendi e pensioni» (Epifani), ma solo sul lato del trattamento fiscale. Come ha già detto lo stesso leader della Cgil in una intervista a "Repubblica" pochi giorni fa, si tratta di spostare l'1% del Pil. Servirà a cancellare la profonda ingiustizia che chi ha reddito fisso paga più di chi esercita una professione?
Le richieste sono divise in cinque capitoli: riforma dell'Irpef, riduzione delle tasse sugli aumenti contrattuali, federalismo fiscale, politiche fiscali per la casa, prezzi e tariffe. Ovviamente si parla anche di lotta all'evasione fiscale. Figura tra le premesse, come «obiettivo di questo fine decennio, come fu per l'ingresso nell'area dell'euro alla fine degli anni '90».
I punti qualificanti della piattaforma sono sicuramente i primi tre. La riforma dell'Irpef prevede innanzitutto «la maggiore detrazione delle spese per la produzione del reddito, la no tax area a 8.000 euro e l'introduzione di un bonus fiscale sotto forma di imposta negativa a favore degli incapienti» la cui platea va epurata da elusori ed evasori fiscali. Seconda mossa sarà la riduzione delle aliquote fiscali, «da realizzare in un arco temporale pluriennale» e la dotazione fiscale per famiglie con figli fino a 18 anni, ovvero l'unificazione delle detrazioni per carichi famigliari e più l'assegno fiscale. Nel grande capitolo della riforma dell'Irpef compare anche una diminuzione della tassazione sia sul Tfr che sulla previdenza complementare. Tasse da ridurre, poi, anche sugli aumenti contrattuali «collegati ad obiettivi di qualità e a indicatori di risultato». Per quanto riguarda il federalismo fiscale, che Bonanni nel corso del suo intervento sottolinea con particolare veemenza, le proposte non sono così specifiche. C'è piuttosto la richiesta urgente di convocazione di un tavolo con tutti, Stato, Regioni, Province e Comuni «per aprire una discussione, finora mai realizzata, sul disegno di legge delega». Per i sindacati, in sostanza, si tratta di attuare il principio che il fisco non deve sommarsi tra tutti i livelli istituzionali ma armonizzarsi.
Tra gli altri, a parlare dal palco dello Smeraldo anche la segretaria generale del Nidil Mena Trizio, che ha ricordato a tutti come ad alimentare il buco nei redditi dei lavoratori è anche il dilagare della precarietà, che agisce di fatto da calmiere. «Ai precari serve una azione sindacale confederale - sottolinea la Trizio - e un rafforzamento delle tutele». Dal momento che l'età media degli atipici ormai viaggia tranquillamente verso i 40 anni, non sembra più possibile liquidare il fenomeno come «giovanile», né circoscriverlo a qualche categoria o tetto numerico. Nella piattaforma sul "valore del lavoro" di tutto questo non c'è traccia.

 


la stampa 18-10-07

Welfare, intesa su previdenza e precari
il nuovo testo approvato dal governo
Montezemolo: buon compromesso
Soddisfatti anche i sindacati. Ma in
Cdm Bianchi e Ferrero si astengono
ROMA
Torna il sereno tra Governo e parti sociali sul welfare, che siglano l’accordo sul testo che traduce in norme di legge i contenuti del protocollo sottoscritto il 23 luglio. Ma nella maggioranza scoppia il caso del ministro del Commercio estero, Emma Bonino, che giudica «inaccettabile» il modo di procedere di Palazzo Chigi, che ha convocato una riunione del Cdm «senza nemmeno essere messa nelle condizioni di leggere un testo complesso, quasi fossi un ministro-squillo».

Le astensioni
Il Ddl, che secondo i sindacati «recupera lo spirito e i contenuti» del protocollo, è stato nuovamente licenziato dal consiglio dei ministri ha recepito, con le astensioni dei ministri Paolo Ferrero (Solidarietà sociale) e Alessandro Bianchi (Trasporti), le ulteriori correzioni decise dalle parti dopo tre giorni di durissimo negoziato. Il responsabile del Lavoro, Cesare Damiano, ha osservato che il testo definitivo «conferma la solidità di tutto e l’obiettivo che avevamo raggiunto» con il protocollo del 23 luglio. «Abbiamo fugato qualsiasi dubbio di carattere interpretativo - ha aggiunto Damiano - il protocollo esce rafforzato e viene valorizzato con lo straordinario referendum di lavoratori e pensionati a sostengo di questa intesa».

Previdenza
Sulla previdenza, il Ddl ha chiarito i nodi interpretativi che avevano sollevato la protesta del sindacato. In particolare, della Cgil. Nel testo tornano infatti l’obiettivo di favorire un tasso di sostituzione del 60% per le pensioni dei giovani; le quattro finestre di uscita per chi ha già maturato il requisito dei 40 anni di contributi versati. Scompare, invece, il tetto annuo dei 5 mila lavoratori usuranti; mentre l’aumento dell’aliquota contributiva dello 0,09% torna a essere legata ai risparmi che si otterranno con il riordino degli enti previdenziali.Viene poi introdotta una norma per evitare che un contratto a termine possa essere reiterato all’infinito.

I contratti a termine
Il testo stabilisce infatti che ai lavoratori che saranno assunti con contratti a termine, dopo l’entrata in vigore della legge (il 1 gennaio 2008 se il Ddl sarà approvato dal Parlamento con gli stessi tempi della Finanziaria) sarà applicato il limite dei 36 mesi, con la possibilità di una sola proroga da concordare entro venti giorni dalla scadenza contrattuale. In caso contrario e in mancanza di una risoluzione del rapporto di lavoro, il contratto diventa a tempo indeterminato automaticamente. I lavoratori stagionali sono esclusi dalla nuove norme. Le correzioni decise oggi prevedono anche un periodo transitorio di 15 mesi per i lavoratori che hanno avuto una successione di contratti con la stessa azienda, ma che non hanno ancora raggiunto i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi al momento dell’entrata in vigore della legge. In pratica, una moratoria che scadrà il 1 aprile del 2009 quando si applicheranno anche a questi lavoratori le nuove norme.

Soddisfatti Confindustria e sindacati
Un giudizio positivo sul nuovo testo è stato espresso dal leader di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, secondo cui sui contratti a termine «è stato sciolto il nodo». Di «buon compromesso» ha parlato anche il suo vice Alberto Bombassei, che ha annunciato a breve l’avvio di un confronto con Cgil, Cisl e Uil sulla riforma del modello contrattuale. Soddisfatti anche i sindacati, secondo cui «ora c’è un parere condiviso tra le parti sociali nella trasposizione delle norme del protocollo nel Ddl». Ora la parola passa alla Camere, dove il percorso non si annuncia dei più agevoli. La sinistra radicale vorrebbe che il Parlamento apportasse miglioramenti sulla parte del mercato del lavoro. Una spinta che arriverà quasi certamente anche dalla piazza con la manifestazione di sabato contro la precarietà e la legge Biagi.

 

 

 

17 ottobre 2007- il sole24ore.it

Sulla previdenza intesa tra Governo e Sindacati

 

Nel Governo «si lavora» ancora sul protocollo welfare, precisa il presidente del Consiglio; ma una prima intesa sulla previdenza c'è. La conferma arriva dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che sottolinea: «abbiamo risolto le tematiche previdenziali, resta qualche discussione sul mercato del lavoro». Per il ministro nella giornata di oggi si può arrivare ad una soluzione. Damiano riferisce che «le osservazioni circa la trascrizione del protocollo in norme di legge da parte di tutte le parti sociali» hanno avuto «sostanzialmente una soluzione positiva».

Nel Ddl che recepirà il protocollo del 23 luglio tornano l'obiettivo di favorire un tasso di sostituzione del 60% per le pensioni dei giovani e le quattro finestre di uscita per chi ha già maturato il requisito dei 40 anni di contributi versati; scompare, invece, il tetto annuo dei 5mila per i lavori usuranti; mentre l'aumento dell'aliquota contributiva dello
0,09% torna ad essere legata ai risparmi che si otterranno con il riordino degli enti previdenziali.
Tornano dunque le quattro finestre di uscita per le pensioni di anzianità, per chi ha maturato i 40 anni di contribuzione, e di vecchiaia. Per entrambe le categorie le uscite sono assicurate almeno fino al 2011, quando verrà riesaminata la questione.

Resta aperto il problema dei contratti a termine su cui ancora le posizioni sono lontane. Gli incontri proseguono, dopo le verifiche di questa mattina condotte dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta e dal ministro del Lavoro Cesare Damiano. Per Confindustria partecipano il vicepresidente, Alberto Bombassei e il direttore generale, Maurizio Beretta. Damiano, a chi gli chiedeva un commento sulle indiscrezioni secondo le quali l'associazione degli industriali sarebbe pronta ad interrompere il confronto, ha precisato: Confindustria non ha manifestato nessuna volontà di rottura nella trattativa.
Di fatto le difficoltá politiche emerse nella maggioranza su un eventuale ritocco al tetto delle proroghe previste per l'impiego dei contratti a termine, rendono più complicata l'opera di mediazione del governo rispetto alle richieste di Confindustria. La ricerca sembra orientata verso una soluzione tecnica soft.

 

                     

Economia- la stampa
(Del 17/10/2007 Sezione: Economia Pag. 22)


Damiano: non c’è copertura per le pensioni al 60% del salario




ROMA

Serata di lavoro per Romano Prodi, Enrico Letta, Cesare Damiano e Tommaso Padoa-Schioppa. La sinistra preme, i diniani sono sul piede di guerra, il sindacato mugugna, Confindustria protesta, Bankitalia martella. E proprio ieri sera, a Palazzo Chigi, il premier con i due ministri direttamente coinvolti nella interminabile telenovela del collegato sul welfare ha cercato la complicata quadratura del cerchio tra le opposte esigenze. In realtà, quasi tutti gli aspetti di merito sono marginali; il guaio è che ognuno dei protagonisti ha «bisogno» di portare a casa un risultato per dimostrare che si è saputo essere più forti degli avversari. Una manfrina che - si comincia a sospettare a Palazzo Chigi - forse mira a far saltare il secondo governo Prodi. È una partita che Prodi gioca su due tavoli, ambedue complessi. Ieri sera, ad esempio, quello del confronto con le parti sociali (ci sono stati per tutta la giornata confronti formali e informali) non portava la sperata «svolta»: Confindustria insiste per eliminare ogni limitazione in tutti i settori al ricorso dei contratti a termine per il lavoro stagionale. Allo stesso tempo, Padoa-Schioppa sta provando a convincere i sindacati che indicare (senza copertura finanziaria, peraltro) che le future pensioni dei giovani varranno almeno il 60% dell’ultimo stipendio non è possibile. Del resto, Cgil-Cisl-Uil non vogliono essere scavalcate a sinistra dalla «Cosa Rossa», e Bonanni e Angeletti continuano a parlare di sciopero generale. Per il numero uno della Uil, «non possiamo accettare che gli accordi vengano cambiati in maniera unilaterale. Se questo avviene è chiaro che reagiremo». Sul fronte politico, i problemi sono noti: la sinistra sta cercando di lanciare la manifestazione di sabato (è stata chiesta la diretta televisiva) contro la precarietà, e si alza la posta; a destra, si agitano i diniani, che potrebbero presentare emendamenti votati dalla Cdl che - in caso di successo - rappresenterebbero il colpo di grazia per l’Esecutivo. Del resto, già Fisichella ha dichiarato che valuterà caso per caso il suo comportamento in Senato. Una strettoia - l’ennesima - per Prodi. D’intesa con il ministro del Lavoro Damiano, il premier sta cercando di evitare un nuovo passaggio per il Consiglio dei ministri prima del corteo di Prc e Pdci di sabato. «Dopo le primarie - spiega Gennaro Migliore, presidente dei deputati di Rifondazione - la manifestazione del 20 ottobre sarà un altro grande processo democratico». Un corteo che per il ministro del Prc Paolo Ferrero «serve per bilanciare i poteri forti». Prima di sabato la sinistra non può accettare «peggioramenti» del protocollo rispetto a quanto stabilito in Consiglio; meglio sarebbe ottenere «miglioramenti» da lunedì in poi.

 

LA7Audio-mp3 - 3'-  Mamme: precaria e garantita a confronto


Unificare le tre sigle e sfrattare i «rompi»

di Francesco Piccioni

su Il Manifesto del 14/10/2007

E' l'orizzonte unico che accomuna il nascente Pd e una visione collaborativa del ruolo del sindacato. Con in più una forte torsione «autoritaria» nei confronti dei «non allineati»

Chi è che spinge per il «quarto sindacato«? O, meglio, per «il secondo»? A leggere la grande stampa padronale e «democratica» sarebbe certamente la sinistra (la «cosa rossa»), bisognosa di sponda sociale certa. Il nucleo d'acciaio di questa scissione sindacale viene individuato ovviamente nella Fiom, l'unica categoria della «triplice» a dire «no» al protocollo sul welfare. Lo schema interpretativo sottostante è in fondo semplice, e neppure troppo lontano dal vero: il Partito Democratico nasce dalla fusione delle «tre grandi correnti popolari e di pensiero» del dopoguerra (democristiani, socialisti e comunisti) e trascina con sé la «fisiologica» riunificazione delle «cinghie di trasmissione» sociali. Ovvio, dunque, che chi non è interno al percorso del Pd si collochi integralmente fuori da esso, sindacato compreso.
Peccato che si stia assistendo al processo esattamente opposto: i «democratici» mostrano la porta i «rompiscatole» non allineati ai tempi nuovi. Al punto che diversi dirigenti (Cisl, soprattutto) hanno invocato l'uso della «spada» contro i reprobi dissidenti. Se poi si dovesse dar conto delle «voci» circolanti ai vari piani delle diverse confederazioni, ci sarebbe materia per romanzi gialli.
C'è dunque un primo problema: la tentazione di usare politicamente il risultato della consultazione sul protocollo per emarginare aree, categorie e persone «non in linea». A costo di rischiare una ubriacatura trionfalistica fuori luogo, tipo «il sindacato italiano non ha problemi di rapporto con la base, tutto è ok», e via sottovalutando. Da questo punto di vista, infatti, non esisterebbero difficoltà politico-sindacali, ma solo «rompicoglioni» da emarginare. Ma l'imprevista impennata di Epifani, ieri («nella parte sulla previdenza il ddl sul protocollo welfare non rispetta il testo originario: ne dovremmo ridiscutere con il governo e le imprese»), sta lì a dimostrare che le cose sono più complicate di quanto non possa descrivere la semplice lettura in termini di «aree politiche» di riferimento.
Pure è palese - e rivendicata, almeno da Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl - l'intenzione di andare «a una stagione di rinnovamento sindacale» per raccogliere anche su questo terreno «la riconfigurazione del quadro politico» messa in moto dalla nascita del Pd. Senza finzioni, in direzione di un modello anglosassone di trade union (ed è difficile dimenticare che la Cisl è nata su input di sindacalisti made in Usa). Un sindacato che non solo «concerta», ma che indebolisce il ruolo del contratto nazionale per adattarsi a una funzione (e un orizzonte) aziendale, collaborativa, in cui gli aumenti retributivi variano a seconda dei bilanci aziendali. E' lo scenario di una mutazione genetica vera, in cui il rapporto con il Pd è altrettanto vero perché viene condiviso lo stesso orizzonte unico: «il mercato».
Ma ciò che è quasi consequenziale per la Cisl è un trauma per la Cgil, il sindacato nato da valori di solidarietà, contro le logiche del mercato, con una visione sociale decisamente orientata al cambiamento dell'esistente. Il percorso verso l'unificazione delle tre sigle principali non è insomma un'autostrada senza curve. E richiederebbe, in una organizzazione con quella storia, una discussione vera su cosa vuol dire rappresentanza sindacale in una situazione del tutto nuova.
Ma di questo non si vedono molti segnali. E aleggia nell'aria - se non altro al livello della classe politica - la propensione all'»uso della forza». Riproducendo così, in forme nuove, l'ennesima anomalia italiana: un partito «democratico» che nasce mostrando una pesante torsione «autoritaria».

   

13 ottobre 2007

il sole 24 ore

Intervista esclusiva. Epifani: «Sulla previdenza il protocollo welfare non rispetta i patti»

di Alberto Orioli

«Nella parte sulla previdenza il ddl sul Protocollo welfare non rispetta il testo originario: ne dovrenmo ridiscutere con il Governo e le imprese». Gugliemo Epifani, segretario generale della Cgil, in una intervista che comparirà domani su Il Sole 24 Ore apre un nuovo fronte dopo l'ok in Consiglio dei ministri al disegno di legge attuativo del Procollo. «Mi domando perchè siano necessarie 13 deleghe attuative e perchè non sia mai prevista la formulazione consuenta "sentite le parti sociali". Non ci sono tempi certi sulle finestre di anzianità e vecchiaia e nemmeno sui lavori usuranti. Perchè, poi, è sparito il riferimento del 60% per il tasso di sostituzione (rapporto tra pensione e ultimo stipendio ndr) per le nuove generazioni?». Epifani continua: «Il Procollo prevedeva che si arrivasse alla razionalizzazione degli enti e, in caso di mancato obiettivo, un innalzamento degli oneri contributivi per evitare scompensi finanziari. Ora il ddl prevede il contrario: prima gli aumenti poi, in caso di razionalizzazione degli enti, uno sconto successivo. Spero sia solo frutto di una applicazione burocratica del testo dell'accordo, ma ne dovremo riparlare».

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La Cgil cambia anima: vuole diventare Cisl
Ma per farlo deve eliminare la Fiom - liberazione 13-10
I commenti dei dirigenti contro i "nemici" metalmeccanici, l'attacco di Epifani alla sinistra e al 20 ottobre, la gestione dei risultati del referrendum:
tutto (e in particolare il Pd) spinge verso un sindacato istituzionale, che rinuncia al conflitto e si candida a gestire le compatibilità con l'impresa

Rina Gagliardi
In queste ore, i dirigenti confederali trasudano soddisfazione da tutti i pori - ricordano un po' gli allenatori che commentano in termini trionfalistici la agognata conquista di uno scudetto o di una coppa. Neppure Guglielmo Epifani si sottrae a un tale clima calcistico: e va esprimendo in varie sedi il suo entusiasmo, proprio come se i "problemi della squadra" - pardon, del sindacato e della Cgil - fossero stati tutti superati in un colpo solo, nel match referendario, nella partita vincente. Ma se il medesimo Epifani, Angeletti e Bonanni hanno "vinto", chi è colui o chi sono coloro che hanno "perso"? Chi erano, insomma, gli avversari di turno che hanno alla fine dovuto subire il cappotto? La risposta è, ahimè, chiarissima: gli operai metalmeccanici e il sindacato che in gran parte li rappresenta, la Fiom.
Sembra incredibile doverlo scrivere, e anche doverlo pensare: ma per il maggior sindacato italiano, l'organizzazione che nel bene e nel male tutela il mondo del lavoro ed esercita un insopprimibile ruolo democratico, la Fiom è ormai derubricata alla dimensione di un "problema". Di un ingombro, fastidio, ostacolo. Di un sindacato nel migliore dei casi da ridimensionare, mettere in riga, tacitare, perché ancora troppo forte e rappresentativo: in effetti, il sindacato metalmeccanico nel referendum non ha potuto né esprimere il suo No nelle assemblee (in omaggio alle regole bulgare del centralismo democratico, straordinario residuato bellico in pieno vigore nelle confederazioni) né partecipare davvero al controllo del voto. Ciononostante ha "vinto" al Nord, al Sud e in tutte le grandi aziende. Ma è proprio questo che immalinconisce: che non i media, non i politici di professione, non le destre, ma il segretario della Cgil non veda, dietro e dentro il suo sindacato metalmeccanico insofferente, il segno corposo di un disagio di massa nient'affatto risolto. Non veda le persone, in carne ed ossa, i lavoratori che non ce la fanno più ad arrivare, con i salari di oggi, alla fine del mese e che stanno perdendo, prima ancora del salario, la pienezza della loro dignità.
Non li vede al punto tale che il primo incontro che ha ritenuto necessario fare, all'indomani del referendum, è stato quello con Montezemolo - sia pure, come ha precisato, nella sua veste di "presidente di Confindustria" e non di capo supremo della Fiat (l'ipocrisia e il formalismo a volte sfiorano e superano il ridicolo). Solo una domanda, intanto, al leader della Cgil: si può davvero concepire una confederazione all'altezza della sfida aperta oggi contro il mondo del lavoro, senza i metalmeccanici, e con una guerra fratricida contro la Fiom?
Ma c'era anche un altro "antagonista", nel voto referendario. Epifani l'ha spiegato bene in un'intervista pubblicata ieri su La Stampa : questo avversario nascosto era ed è la sinistra. La sinistra alternativa e radicale, ma forse anche, molto più semplicemente, la sinistra che non si rassegna a buttare alle ortiche le sue ragioni basiche di esistenza. Dice Epifani che ora la manifestazione del 20 ottobre non ha più senso - anzi, non l'ha mai avuto, anzi era "sbagliata", "identitaria", priva di obiettivi riconoscibili. Anche qui, c'è di che restar trasecolati. Cos'è, una scomunica, un diktat, una boutade ? Un'indicazione imperativa (sempre secondo le regole bulgare di cui sopra) ai tantissimi quadri della Fiom che hanno già annunciato la loro adesione? Come se ogni iniziativa sociale e politica, per essere dichiarata ammissibile, utile o legittima, dovesse ricevere il bollino blu di Corso Italia. Ma soprattutto come se adesso ogni rivendicazione, ogni istanza, ogni protesta fosse fuori corso, obsoleta e vivessimo nel migliore dei mondi - dei governi e degli accordi - possibili.
Non c'è che dire: in Cgil la sindrome del governo amico è tornata ad essere la legge dominante. Al punto che proprio Epifani aveva lanciato l'allarme iperpolitico dalle colonne di Repubblica - "se non vincono i Sì, cade il governo"- e ora scopre che il voto ha premiato non Prodi, non Padoa Schioppa, ma un sindacato "autonomo, unitario e non radicale". Al punto tale che se qualche centinaia di migliaia di persone sceglierà di scendere in piazza per esprimere le ragioni della sinistra, per rendere visibile il proprio disagio, per rivendicare una svolta nella politica di governo, il segretario del maggior sindacato italiano si preoccupa - e attacca, e scomunica. E arriva a dire - lo ripetiamo perché ci ha particolarmente colpito - che il corteo del 20 è "identitario". Ma come? Lo sa Epifani che, a stare alle adesioni preannunciate, a Roma si raccoglierà un arcipelago variegatissimo che va dai metalmeccanici al movimento femminista, dai giovani dei movimenti ai militanti politici della sinistra, dall'intellettualità non omologata a un mucchio di gente tout court delusa e incollerita? Cioè una somma, e un intreccio di identità quasi tra di loro incomparabili?
«Troppe incursioni nella politica», lamenta il leader della Cgil. Ha ragione: la principale di queste incursioni si chiama Partito Democratico che, a quel che finora si capisce, propone un'idea di società nella quale non c'è spazio per un sindacato capace di fare il proprio mestiere, organizzare il conflitto maturo, tutelare i diritti del lavoro anche contro e oltre le così dette "compatibilità dell'economia". E chiede, nella sostanza, un sindacato tutto e solo istituzionale, appiattito sulla logica concertativa, presente nella società solo come un patronato, o una struttura di compensazione, o un gruppo, da tutelare, di "soci" - l'idea cislina, da sempre. Dopo molti dubbi e molte "riserve", non sarà che il vertice della Cgil sta subendo il fascino di ipotesi come queste, che portano dritto al sindacato unico? Se così fosse, sarebbe più chiaro perché tanto livore contro la Fiom. E tanta paura per una manifestazione che si annuncia grande e pacifica.


13/10/2007

Un pieno di voti e un'altra strada -  -pdf il manifesto 13-10-2007

Il consenso oltre l'80% - pdf il manifesto 12-10-2007

manifesto 12.10.07

 

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Dichiarazione di Giorgio Cremaschi (Segr. Fiom): “Nostra stima: i votanti tra gli attivi potrebbero essere 2.600.000” 12-10-2007


Nota stampa

“Abbiamo compiuto una prima stima sui votanti tra i lavoratori attivi. Nel 1995 ci furono circa 3.600.000 lavoratori attivi votanti al referendum Cgil, Cisl, Uil. I metalmeccanici furono circa 750.000 e i lavoratori della Funzione Pubblica 780.000.”
“Allo stato attuale il referendum tra i metalmeccanici si conclude poco sotto i 600.000 partecipanti.
Non sono disponibili i dati per le altre categorie, se non quello parziale della Funzione Pubblica che parlava di 270.000 votanti.”
“Abbiamo allora riproporzionato il voto del 1995 sulla base dell’attuale partecipazione al voto dei metalmeccanici. Che resta sicuramente non inferiore a quella delle altre categorie.”
“Considerando il peso ponderale di circa il 24-25% del voto dei metalmeccanici sui lavoratori attivi, risulta che la partecipazione effettiva al voto, se tutte le altre categorie di lavoratori mantenessero un livello di partecipazione corrispondente e non inferiore a quello del 1995, dovrebbe essere di circa 2.600.0000 lavoratori attivi.
Riteniamo questo dato plausibile, e forse sovrastimato, anche perché tutti i dati in nostro possesso ci dicono che la partecipazione al voto in molte realtà è inferiore a quella del 1995.
D’altra parte, se la partecipazione al voto fosse superiore a quella del 1995 e si dovesse raggiungere l’obiettivo di 5.000.000 di votanti complessivo, i lavoratori attivi dovrebbero votare in almeno 4.000.000, i metalmeccanici in almeno 900.000 e i pubblici in quasi 1.000.000.
Non essendoci nessun riscontro reale su dati di questo genere è assolutamente plausibile l’ipotesi che i votanti, tra i lavoratori attivi, si aggirino intorno a 2.600.000.”

Roma, 11 ottobre 2007

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LA7: i pensionati votano al 90% per il SI

ANSA/ » 2007-10-11 19:19                                 SINDACATI, OLTRE 81% SI' A REFERENDUM WELFARE
 ROMA - Il sì al referendum sul welfare ha vinto con oltre l'81%. Secondo quanto si apprende da fonte sindacale sugli oltre cinque milioni di votanti il sì al protocollo firmato da Governo e sindacati avrebbe prevalso con l'81,59% mentre i no si sarebbero fermati al 18,38%.


GUERRA DI CIFRE TRA METALMECCANICI
ROMA - E' guerra di cifre tra Fiom, Fim e Uilm sul risultato del voto tra i metalmeccanici al referendum sul welfare. La Fiom-Cgil ha convocato una conferenza stampa per annunciare che i no al protocollo si attestano al 53% ma il dato è stato contestato da Fim e Uilm che danno percentuali di contrari all'intesa molto più basse. Secondo la Uilm avrebbe addirittura vinto il sì con oltre il 51% mentre la Fim ha diffuso una tabella secondo la quale sui 600.105 votanti nelle aziende metalmeccaniche i no sarebbero il 50,6%. Dagli uffici organizzativi di Cgil, Cisl e Uil rinviano a domani per i dati definitivi ma fanno sapere che per i metalmeccanici si va verso un sostanziale "pareggio".

"I no prevalgono con il 53% ha detto il numero uno della Fiom, Gianni Rinaldini che nelle scorse settimane si era pronunciato con il Comitato centrale della sua organizzazione per il no al protocollo - è un dato praticamente definitivo. Considero positivo che la posizione del gruppo dirigente della Fiom abbia avuto un riscontro nelle scelte dei lavoratori. Mi sarei preoccupato se ci fosse stato un riscontro diverso". Nella consultazione del 1995 la Fiom si era espressa a favore della riforma delle pensioni ma i metalmeccanici l'avevano bocciata (a differenza delle altre categorie) con il 55% di no. Questa volta invece - ha spiegato Rinaldini - la Fiom era in linea con le scelte dei lavoratori.

"Emerge un forte disagio - ha detto - nelle condizioni dei lavoratori. Questo richiede una forte ripresa dell'iniziativa sindacale". Intanto il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi sottolinea come in questa consultazione si sia ridotto il numero dei votanti attivi. "I metalmeccanici che votarono nel 1995 erano 750.000 - ha detto - adesso sono stati 600.000". La Uilm con il segretario generale, Tonino Regazzi sottolinea che "il sì ha prevalso anche tra i lavoratori metalmeccanici" e che secondo i dati "ufficiosi" i favorevoli all'accordo nella categoria si attesterebbero al 51,5%.

La Fim ha fatto sapere che i no vincerebbero con il 50,6% sul territorio nazionale grazie alla forte affermazione in Piemonte (67%), in Emilia Romagna (52,2%), in Basilicata (78,2%) e in Campania (66,8%) mentre in Lombardia il no avrebbe preso il 47,4% e in Veneto il 45,8%. Nel Lazio il no, secondo i dati Fim si fermerebbe al 48,2% mentre in Toscana le bocciature all'intesa avrebbero superato i sì con il 51,4%. "I sì hanno vinto dappertutto - dice il segretario organizzativo della Uil Carmelo Barbagallo- solo per i metalmeccanici siamo di fronte a un sostanziale pareggio. Quando in un campionato una squadra vince tutte le partite e ne pareggia una distanzia gli avversari e vince il titolo. Qui hanno vinto i lavoratori".

 

TG3 14.20 : vittoria del SI oltre il 70%, Sicilia 90%.Incontro Epifani-Montezemolo. Metalmeccanici 53% vota NO.

Ansa. ROMA - Incontro tra i vertici dei sindacati e di Confindustria stamani a Roma all'indomani de referendum sul welfare e alla vigilia dell'atteso consiglio dei ministri che dovrebbe dare approvare il protocollo. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani si è recato dal presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo. Lasciando l'incontro, il sindacalista non ha voluto rilasciare commenti.

Il sole 24 ore. Incontro tra i vertici dei sindacati e di Confindustria stamani a Roma all'indomani de referendum sul welfare e alla vigilia dell'atteso consiglio dei ministri che
dovrebbe dare approvare il protocollo. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani si è recato da Luca di Montezemolo. «Un incontro tra persone che dialogano e che devono guardare avanti su dei temi importanti- ha commentato il presidente di Confindustria- a maggior ragione all'indomani del referendum. Ma anche perché credo che questo paese ha bisogno di dialogo e di condividere delle cose importanti per il futuro».
In merito a possibili modifiche che il protocollo potrebbe avere in Parlamento Montezemolo sgombra il campo da ogni incomprensione: «E' un tema - ha detto - che non si pone. E' già paradossale che si parli di modifica dopo quello che é successo. Quando si firma un contratto, é firmato ed é finito».

audio da repubblicaTV in diretta 11.10.07  ore 11 ( spezzone dibattito sulla consultazione sindacale sul welfare) In studio Paolo Ferrero,Ministro;  Renata Polverini segretaria generale UGL (sindacato fondato nel 1995 da Cisnal e vari sindacati autonomi)- intervengono per telefono Paolo Griseri (giornalista Repubblica), Aldo Bonomi sociologo (Aaster), Maridia Maolucci  segretaria confederale CGIL- durata spezzone 31' - MB 28,8


 

11.10.2007 NO dei metalmeccanici - il manifesto - pdf

a Montezemolo: "Fai produrre le auto ai pensionati visto che sono per il SI" ( un pensionato critico)

Comunicato CUB
Referendum Welfare: Sul referendum per l'approvazione del protocollo del Welfare ''si stanno dando letteralmente i numeri'': lo afferma la Confederazione unitaria di base (Cub) nazionale che parla di ''consultazione truffa'' e di ''al massimo il 15% di partecipanti fra chi aveva diritto al voto''.

I sindacalismo di base conferma lo sciopero generale del 9 novembre per la redistribuzione del reddito a favore di lavoratori, precari e pensionati e contro il protocollo del 23 luglio.
 ''I dati sia pur raffazzonati che emergono fanno vedere chiaramente che la quasi totalita' dei 36 milioni di lavoratori e pensionati che avevano diritto al voto non hanno preso parte al referendum'', sottolinea il sindacato di base.
''E poco meno della meta' dei lavoratori delle aziende che hanno preso parte alla consultazione - dice la Cub - si sono astenuti secondo gli stessi numeri diffusi nelle prime ore da Cgil, Cisl e Uil.
Quindi i due veri dati che emergono sono:
i pochi votanti reali, al massimo il 15% degli aventi diritto, e l'astensione.
Ovviamente ora con una copertura mediatica senza precedenti si propaganderà una vittoria dei 'si'' che nei fatti non esiste''.
La Cub ora rilancia la mobilitazione contro il protocollo sul Welfare, di cui chiede il ritiro della firma da parte dei sindacati confederali ''per mancanza di mandato da parte di lavoratori e pensionati'', e per una redistribuzione del reddito a favore dei ceti popolari. Per questo motivo e' stato indetto lo sciopero generale il 9 novembre per tutta la giornata.
    
Milano 10 ottobre 2007

CUB -  Confederazione Unitaria di Base

Materiali sui sindacati

La voce forte del lavoro dipendente
giovedì 11 ottobre 2007

• di MAURIZIO ZIPPONI–
Il referendum e le assemblee prima, sono un importantissimo atto di partecipazione democratica dei lavoratori alle decisioni delle organizzazioni sindacali. Era sin dall’inizio evidente la vittoria del sì, così come non era scontato che in tutte le grandi aziende industriali, a partire dalla Fiat, da nord a sud, ci fosse un così forte dissenso. Da una prima riflessione, mentre ancora non sono noti i dati definitivi, emerge comunque, che laddove il sindacato è portatore di una azione collettiva come i contratti collettivi, le lotte contro la precarizzazione, le vertenze aziendali o territoriali, esiste una dialettica molto vivace e forti sono i no. Mentre dove il sindacato è più un sindacato di servizi all’individuo, al lavoratore, di assistenza, dal 730 alle pratiche per la pensione, alle casse partitetiche, dove c’è questo rapporto individuale lì è prevalente il si. Questo pone dei problemi molto importanti innanzitutto al sindacato, al suo ruolo, al rapporto con i lavoratori. La radiografia ad un primo esame dell’andamento del voto in quanto ci mostra che è che nei punti più rappresentativi e più combattivi vi è una maggiore opposizione all’accordo. Quando sarà conosciuto l’esito definitivo della consultazione e sarà possibile avere un quadro completo del voto nei suoi vari aspetti e nelle sue varie componenti, con particolare riferimento al lavoro dipendente, a partire dalle fabbriche metalmeccaniche, emergeranno con chiarezza i problemi che si pongono, non solo al sindacato. Alla politica, in particolare, questo voto consegna il dovere di rappresentare in Parlamento i due grandi punti di disagio usciti anche dalle assemblee, cioè una seria svolta contro la precarietà, dal contratto a termine ad un migliore stato sociale, a partire dalle pensioni. La sinistra oltre ad essere incentivata per far riuscire al meglio la manifestazione del 20 ottobre a Roma, ha l’onere e l’onore di dover rappresentare questa voce del lavoro dipendente, di rappresentarla in tutte le sedi istituzionali, Parlamento in primo luogo, sulla trasformazione del protocollo sul welfare in norme legislative. Per noi è ancor più evidente che quel protocollo va cambiato
IL NO IN 18 FABBRICHE FIAT

Aziende Fiat

I                                                                                                                                                             Voti e percentuali

 

Alfa di Pomigliano                                         NO 90%

Fiat SATA Melfi                                 2.475 NO 85%

Fiat Cassino                                                  NO 85%

Fiat Termini Imerese                                      NO 85 %

Mirafiori carrozzerie                            2.840 NO 84%

Powertrain ex meccaniche                      821 NO 80%

Fiat costruzioni sperimentali                    260 NO 72%

Fiat Iveco Torino                                 1.427 NO 66%

Fiat Termoli                                                   NO 60%

Fiat New Holland Modena                     437 NO 63%

Ferrari Maranello                                   685 NO 55%

Maserati Modena                                   282 NO 68%

Marelli di Sulmona                                         NO 71%

Marelli di Bologna                                         NO 72%

Marelli di Corbetta (Mi)                         368 NO 55%

Terziarizzate Fiat Cassino:

Ex TNT                                                 279 NO 86%

Ex Collins                                               130 NO 70%

ITCA Produzione                                   222 NO 76%

 

Il NO in 50 fabbriche:

                                                Voti  e percentuali

Portuali di Genova                                           479 NO 96%

Fincantieri Napoli                                            932 NO 92%

Sammontana (nell’empolese)                      261 NO 92%

Meritor Novara                                               415 NO 91%

Atesia Roma                                                   353 NO 77%

Unilever di Casalpusterlengo (Mi)              230 NO 75%

Nemc (novarese)                                            169 NO 75%

Ansaldo Napoli                                               414 NO 65%

Eunics Roma                                                   254 NO 79%

Lottomatica Roma                                           242 NO 72%

Piaggio di Pontedera                                     1.241 NO 62%

Terim di Boggiovara                                          99 NO 68%

ITM di Potenza                                               217 NO 53%

Electrolux Firenze                                            198 NO 57%

Electrolux Forlì                                    553 NO 79%

Aziende artigiane Lucca (tutti i settori)  177 NO 64%

Capgemini Roma                                             130 NO 75%

ARC Colleferro                                                67 NO 52%

TLM Padova                                                    59 NO 98%

OTIS Caponago (Mi)                                       46 NO 63%

Alenia Aerospazio Caselle (To)                       651 NO 64%

Alenia Spazio                                                  262 NO 67%

Alcatel Rieti                                                           NO 73%

Final Alluminio Padova                        69 NO 91%

Ansaldo Breda Pistoia                               NO 67%

Magona Piombino                                                 NO 70%

Lucchini Piombino                                                 NO 62%

Dalmine Piombino                                                 NO 55%

Smith & Tool Volterra                                 167 NO 88%

Siemens Fauglia e S. Piero a grado (Pisa)   648 NO 77%

SAMA Deutz Fahr Treviglio (Bg         )                 NO 76%

Nokia Siemens Cass. De Pecchi (Mi)          250 NO 52%

ST. Microelectronis di Catania                    NO 70%

Ergom di Napoli                                                      NO 75%

Pininfarina 4 fabbriche Torinesi                  851 NO 81%

IBM Roma                                                                   NO 60%

Ansaldo Camozzi (Mi)                                      109 NO 80%

Ondulit                                                                 15 NO 63%

Ficep Gazzada (Va)                                        112 NO 57%

Colgate Palmolive di Anzio                                NO 70%

IKEA 2 filiali in provincia di Milano                    NO 90%

IKEA di Padova                                                       NO 65%

Vodafone Bologna                                          234 NO 93%

Vodafone Ivrea                                               240 NO 69%

Vodafone Roma                                              181 NO 85%

Ericsson tlc Roma                                             52 NO 76%

Telecom Firenze                                              463 NO 60%

Telecom Italia Sparkle Roma                                                                             279 NO 57%

Ipercoop Nova di Bologna                                                                                   218 NO 72%

Tsf Roma (aziende fornitrici)                                                                                     58 NO 68%

 

(Per alcune fabbriche cìè solo la percentuale dei NO senza il numero dei voti).

  


 

Il dato di affluenza è di circa il 60%
Alla Fiat vince il "no" al protocollo.
Il Prc frena: «Così non lo votiamo»
ROMA- la stampa web 10.10.07
Il "sì" prevale per oltre l’82%: è questo l’esito dai primi dati che stanno affluendo dalle categorie e dalle strutture territoriali. Lo comunicano in una nota Cgil Cisl e Uil.

Affluenza al 60%
I primi dati disponibili, spiegano i sindacati, riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi settori produttivi, dislocati in differenti aree del paese, per un totale di 96.400 lavoratori attivi. Il dato di affluenza è di circa il 60%. Il sì prevale con una percentuale che supera l’82%. Tuttavia a destare più impressione sono i "no" schiaccianti di Mirafiori e dell'Iveco.

Alla Fiat vince il "no"
Secondo i primi dati forniti dai sindacati, alle ex Meccaniche dello stabilimento Fiat, hanno votato 992 lavoratori: i no sono stati 821, i sì 162, 9 le schede bianche e nulle. All’Iveco di Torino su 2.790 aventi diritto hanno votato 2.164 lavoratori: i no sono stati 1.427, i sì 708, le schede nulle 19. I no hanno prevalso anche alle Costruzioni sperimentali di Mirafiori dove i votanti sono stati 363 su 622 aventi diritto: hanno bocciato il Protocollo 260 lavoratori, mentre i voti favorevoli sono stati 103.

Rifondazione: «Così non lo votiamo»
Se non ci saranno modifiche, Rifondazione comunista si asterrà in consiglio dei Ministri sul welfare. Lo dice il segretario del partito Franco Giordano. Una posizione che, spiega, era già chiara e che esce rafforzata dai primi risultati del referendum tra i lavoratori sul protocollo dello scorso luglio. In particolare, dice, «i dati del comparto metalmeccanico, soprattutto i dati della Fiat di Mirafiori e Cassino, dimostrano che la posizione della Fiom non era strumentale e coglieva invece un malessere reale diffuso tra gli operai». Per Giordano «i sì prevarranno, ma il dato dei metalmeccanici va tenuto in considerazione» e quindi anche il risultato complessivo andrà «interpretato». E Giovanni Russo Spena chiarisce la linea di Rifondazione: «Se e solo se i consensi dei lavoratori al pacchetto welfare supereranno il settanta per cento, Rifondazione Comunista darà il suo assenso. Se non si arriva al 70 per cento, ci riterremo impossibilitati a votare con la maggioranza e dovremo rivedere tutto l’accordo».

Ecco un quadro dei primi dati relativo ad un gruppo di aziende di diversi comparti:
Alla Nuova Pignone di Firenze dove hanno votato 2.030 lavoratori su un totale di 2.530 il sì sono stati 1.587; nei Cantieri navali di Palermo e nell’indotto i votanti (739 lavoratori su 791 addetti) i sì sono stati 686; alla Whirpool di Varese hanno votato 2.059 lavoratori su 2.600 addetti e i sì sono stati 1.525. Alla St Microelectronics di Agrate Brianza (3.227 addetti) i votanti sono stati 1.918, i sì 1.260. A Napoli nella Finseda (azienda cartaria) i sì hanno prevalso per l’89%, 645 su un totale di 725 votanti (gli addetti complessivi sono 981). Nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) su 1.826 addetti i votanti sono stati 1.409 e i sì 1.117 con una percentuale di sì del 79,28%. Nell’azienda chimica Metzeler di Salerno (450 dipendenti) hanno votato 410 lavoratori e i sì sono stati 392. Ad Anagni (Frosinone) nell’azienda chimica Videocom (540 addetti) hanno votato in 432 e i sì sono stati 349 (82%). E, ancora, alla Ferrero di Potenza su un totale di addetti pari a 350 addetti hanno votato in 312 e i sì sono stati 264. A Cesena nell’azienda alimentare Cafar (gruppo Martini), dove hanno votato in 311 su un totale di 416 addetti, i sì sono stati 299. Sempre in Campania a Caserta alla Cementir (157 addetti) su un totale di votanti pari a 142 i sì sono stati 135. Al gruppo Natuzzi di Taranto su un totale di 739 addetti hanno votato 499 lavoratori e i sì sono stati 489. Alla Coop di Milano su 2.831 hanno votato 1.371 e i sì sono stati 1.211, mentre al gruppo Carrefour Toscana su un totale di 959 addetti hanno votato 395 lavoratori e i sì sono stati 337, l’85%. Per quel che riguarda il settore tessile, al gruppo Loro Piana (920 addetti) i votanti sono stati 650, i sì 570 (l’87,70%). Al gruppo Zenga su 641 addetti i votanti sono stati 483, i sì 410 (l’84,99%). Nel call center Teleperformance di Taranto su un totale di 1.700 addetti i votanti sono stati 1.161, i sì 1.115 (96,04%).


Welfare, primi risultati incerti I sindacati: «Il Sì all'82%»- l'unità/web

Ma nelle grandi fabbriche vince il No


 

Arrivano i primi dati sul referendum sull'accordo di governo e sindacati del 23 luglio. Qualche primo risultato è già emerso, in particolare dalle grandi fabbriche dove le urne avevano già chiuso i battenti martedì sera. E confermano le previsioni. All'Iveco di Torino passa il No con circa il 67% dei voti.

Il "sì" «prevale per oltre l'82%»: è questo l'esito dai primi dati che stanno affluendo dalle categorie e dalle strutture territoriali. Lo comunicano in una nota Cgil Cisl e Uil.

I primi dati a cui fanno riferimento i sindacati riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi settori produttivi in differenti aree del Paese per un totale di 96.400 lavoratori attivi.

«Una significativa prevalenza di sì al referendum sul welfare - affermano Cgil, Cisl e Uil in una nota unitaria - emerge dai primi dati che stanno affluendo dalle categorie e dalle strutture territoriali  di Cgil Cisl e Uil ai centri confederali. I primi dati disponibili riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi settori produttivi, dislocati in differenti aree del paese, per un totale di  96.400 lavoratori attivi. Il dato di affluenza è di circa il 60%. Il sì prevale con una percentuale che supera l'82%».

Un dato a cui non crede Giorgio Cremaschi, leader della "Rete 28 aprile". «Mi assumo in toto le mie responsabilità: l'ipotesi di un sì a oltre l'82% come sostengono Cgil, Cisl e Uil, è un dato privo di qualsiasi credibilità reale». Cremaschi ha anche reso note 42 denunce di irregolarità pervenute al sindacato e che verranno inoltrate alla commissione elettorale Cgil-Cisl-Uil dalla quale «mi aspetto - ha detto Cremaschi - che venga una risposta a chi ha avuto il coraggio di presentare queste denunce».

Nel frattempo però, «chiediamo a Cgil-Cisl-Uil di mettere sotto verifica il voto proveniente dai seggi esterni e da quelli itineranti e non sommarlo quindi al voto chiaro e trasparente dei luoghi di lavoro». Cioè «uno scorporo tra il voto - ha precisato Cremaschi - tra il voto sul luogo e fuori

dal luogo di lavoro».

A Mirafiori - dove hanno votato circa 9 mila tute blu e oltre mille impiegati - i dati relativi al reparto meccaniche bocciano l'accordo con una percentuale dell'80%. Avrebbe vinto il No anche alla Zanussi di Pordenone, dove lavorano duemila persone. Paradossalmente passa l'accordo nella sede nazionale dei sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil (Fiom-Fim-Uilm). Le schede - tra cui ci sono quelle dei segretari Gianni Rinaldini, Giorgio Caprioli e Tonino Ragazzi - danno il Sì al protocollo sul welfare al 60%.

Nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat sono stati 2.475, pari all'85 per cento, i voti per il «no» al protocollo sul welfare, al «si» sono andati 415 voti, mentre le schede bianche e nulle sono state 12. Secondo quanto riferito da fonti sindacali, su 6.036 aventi diritto (hanno votato anche i lavoratori interinali e dipendenti del magazzino) i votanti sono stati 2.902.

No al protocollo sul Welfare. Questo l'orientamento dei lavoratori degli stabilimenti di Fincantieri sulla base dei dati ancora provvisori del referendum.

Secondo quanto riferisce il responsabile della cantieristica Uilm, Mario Ghini, nei tre stabilimenti dell'area genovese (Sestri Ponente, Genova e Sestri Levante) e in quello di Muggiano (La Spezi), dove hanno votato circa 3.200 lavoratori, i "no" hanno raggiunto una percentuale attorno al 70%, il 55% a Muggiano. Netta vittoria dei "no" anche a Monfalcone (1.800 votanti) dove i contrari al protocollo sono stati il 70% e a Marghera (1.200 votanti) dove i 'nò hanno raggiunto l'80%.

Alla Ferrero di Alba (Cuneo), la fabbrica dove si produce la nutella, i lavoratori hanno in larga maggioranza approvato l'intesa sul welfare. I voti favorevoli sono stati 1.886, quelli contrari 377.

Secondo i primi dati trapelati dai sindacati, il sì ha vinto anche in alcune altre aziende piemontesi significative, come l'Alstom di Savigliano (504 sì, 349 no), la Teksid di Crescentino (125 sì, 46 no), la Sorin di Saluggia (492 sì, 68 no), la Michelin di Alessandria (310 sì, 197 no), la Loro Piana di Biella (410 sì, 64 no).

Alla Nuova Pignone di Firenze dove hanno votato 2.030 lavoratori su un totale di 2.530  il sì sono stati 1.587; nei Cantieri Navali di Palermo e nell'indotto i votanti (739 lavoratori su 791 addetti) i sì sono stati 686; alla Whirpool di Varese hanno votato 2.059 lavoratori su 2.600 addetti e i sì sono stati 1.525. Alla STM di Agrate Brianza (3.227 addetti) i votanti sono stati 1.918, i sì 1.260.

A Napoli nella Finseda (azienda cartaria dell'ex presidente di Confindustria Antonio D'Amato) i sì hanno prevalso per l'89%, 645 su un totale di 725 votanti (gli addetti complessivi sono 981).

Nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) su 1.826 addetti i votanti sono stati 1.409 e i sì 1.117, il 79,28%. Nell'azienda chimica Metzeler di Salerno (450 dipendenti) hanno votato 410 lavoratori e i sì sono stati 392. Ad Anagni (Frosinone) nell'azienda chimica Videocom (540 addetti) hanno votato in 432 e i sì sono stati 349 (82%).

Alla Ferrero di Potenza su un  totale di addetti pari a 350 addetti hanno votato in 312 e i sì sono stati 264.  A Cesena nell'azienda alimentare Cafar (gruppo Martini), dove  hanno votato in 311 su un totale di 416 addetti, i sì sono stati 299.  

Sempre in Campania a Caserta  alla Cementir (157 addetti) su un totale di votanti pari a 142 i sì sono stati 135. Al gruppo Natuzzi di Taranto su un totale di 739 addetti hanno votato 499 lavoratori e i sì sono stati 489. 

In Campania vittoria dei no nelle grandi aziende metalmeccaniche, affermazione del sì nel settore dei trasporti, nel pubblico impiego e nella sanità. Secondo una valutazione della Fiom regionale, nelle aziende  metalmeccaniche, i no sono al 70% contro il 30% del sì. Per i responsabili della Fiom, la bocciatura dell'accordo ha registrato una netta maggioranza negli stabilimenti Alenia di Pomigliano (63,02%), Nola (69,61%), Capodichino (71,43%), Casoria (54,01%), all'Ansaldo (6,03%), all'Avio di Pomigliano (71,08%) e di Acerra (70,96%), in alcune azienda collegate Fiat, come la Dhl (93,75%), Ergom Automotive Pomigliano e Napoli (rispettivamente 95,74% e 70,09%), alla Ilmas (89,38%), alla Fincantieri di Castellammare (91,82%). È ancora in corso lo scrutinio alla Fiat di Pomigliano.

Più equilibrato il risultato alla Whirlpool (49,13% ai sì 50,87% ai no), alla Selex Fusaro e Giugliano (rispettivamente 57,54% ai sì e 42,46% ai no, 50,30% ai sì e 49,70% ai no). Netta vittoria dei sì al Comune di Salerno (97,68%), alla Circumvesuviana (90%), all'Anm (79%), all'Autorità Portuale di Napoli (89%) e all'Ospedale Cardarelli (73%).

Alla Coop di Milano su 2.831 hanno votato 1.371 e i sì sono stati 1.211, mentre al gruppo Carrefour Toscana  su un totale di 959 addetti hanno votato 395 lavoratori e i sì sono stati 337, l'85%.

Per quel che riguarda il settore tessile, al gruppo Loro Piana (920 addetti) i votanti sono stati 650, i sì 570 (l'87,70%). Al gruppo Zenga su 641 addetti i votanti sono stati 483, i sì 410 (l'84,99%). 

Nel call center Teleperformance di Taranto su un totale 1.700 addetti  i votanti sono stati 1.161, i sì 1.115 (96,04%).

Buona l'affluenza: il 70% dei lavoratori ha espresso la sua preferenza. Una momento di alta democrazia che ha fatto dire al presidente del Consiglio Romano Prodi che si tratta di un messaggio «che devo ascoltare con attenzione». Una prova di partecipazione che non può essere infangata «per una comparsata in televisione», ha aggiunto Carlo Podda della Cgil riferendosi alla denuncia dell'europarlamentare del Pdci Marco Rizzo che ha denunciato presunti brogli nel salotto di Bruno Vespa.

Ma un'altra polemica ha caratterizzato l'ultima giornata di voto. I sindacati non hanno gradito le dichiarazioni del responsabile Lavoro del Prc, Maurizio Zipponi, che, sulla base delle informazioni raccolte nei 20 punti d'ascolto aperti dal Prc nelle fabbriche, aveva preannunicato la vittoria del No.

Tasti dolenti, si sa, le pensioni e il lavoro flessibile, quelle che la sinistra vuole riportare sul tavolo della discussione perché «se l'accordo non cambia - hanno ribadito più volte il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero e il segretario di rifondazione franco Giordano - non lo votiamo».

Rifondazione comunista si asterrà in consiglio dei Ministri sul protocollo sul welfare, a meno che non vengano apportate delle modifiche. Lo ribadisce il ministro per la Solidarietà Paolo Ferrero, intervistato a Montecitorio. «Sul testo così com'è - spiega - non ci può assolutamente essere alcuna condivisione. Sarebbe diverso se ci fossero delle modifiche, ma questa discussione va fatta in consiglio dei Ministri, non si può decidere prima». Continua il ministro: «Il governo deve ascoltare cosa dicono i lavoratori. Bisogna andare in consiglio dei Ministri e migliorare il protocollo, in particolare rendendolo più incisivo sulla lotta alla precarietà».

Ferrero ricorda che le richieste di Prc riguardano lo staff-leasing, un limite più netto ai contratti a tempo determinato, la definizione dei lavoratori usuranti che sono esentati dall'aumento dell'età pensionabile e l'esenzione dall'imposizione fiscale degli aumenti contrattuali. «Chiediamo cose che sono nel programma dell'Unione - sottolinea - non sono richieste di bandiera di Rifondazione comunista».

La patata bollente, infine, passerebbe al Senato, dove l'ipotesi di un provvedimento blindato dalla fiducia sembra crescere giorno dopo giorno. L'aria, comunque, al momento è distesa. Ferrero si dice convinto che «alla fine si troverà la quadra», Mussi assicura che «con l'impegno del governo a modificare il protocollo in Parlamento, venerdì sono pronto a votare sì», e Pecoraro Scanio chiede semplici «miglioramenti senza stravolgimenti».

 


Pubblicato il: 10.10.07
Modificato il: 10.10.07 alle ore 17.39

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Dove vince il no- unità web

Allo stabilimento Fiat di Mirafiori: no 5388 (pari al 76,12%) i sì 1690 (23,88%), ai reparti Meccanica e carrozzeria il No è alll'84 per cento; anche fra gli impiegati 74% di no.

Nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat sono stati 2.475, pari all'85 per cento, i voti per il «no» al protocollo sul welfare, al «si» sono andati 415 voti, mentre le schede bianche e nulle sono state 12. Secondo quanto riferito da fonti sindacali, su 6.036 aventi diritto (hanno votato anche i lavoratori interinali e dipendenti del magazzino) i votanti sono stati 2.902.

A Termini Imerese su 1.116 votanti i favorevoli sono 217, 882 i contrari. A Termoli, su 1.360 votanti, 535 sono i sì, 807 i no. Alla Fiat di Cassino 2.439 i votanti, 355 i sì, 2.059 i no. All'Ansaldo Breda di Napoli su 633 votanti 213 sono i favorevoli, 414 i contrari.

Secondo quanto riferisce il responsabile della cantieristica Uilm, Mario Ghini, nei tre stabilimenti dell'area genovese (Sestri Ponente, Genova e Sestri Levante) e in quello di Muggiano (La Spezi), dove hanno votato circa 3.200 lavoratori, i "no" hanno raggiunto una percentuale attorno al 70%, il 55% a Muggiano. Netta vittoria dei "no" anche a Monfalcone (1.800 votanti) dove i contrari al protocollo sono stati il 70% e a Marghera (1.200 votanti) dove i 'nò hanno raggiunto l'80%.

I lavoratori della Fiat Auto di Pomigliano d'Arco (Napoli) respingono in maniera netta il protocollo sul welfare. Su 2.119 votanti su 5.055 aventi diritto i no sono stati 1.874 pari a circa il 92%, mentre i sì appena 199 (bianche e nulle 46). La partecipazione al voto è stata molto bassa.

In Campania Per i responsabili della Fiom, la bocciatura dell'accordo ha registrato una netta maggioranza negli stabilimenti Alenia di Pomigliano (63,02%), Nola (69,61%), Capodichino (71,43%), Casoria (54,01%), all'Ansaldo (6,03%), all'Avio di Pomigliano (71,08%) e di Acerra (70,96%), in alcune azienda collegate Fiat, come la Dhl (93,75%), Ergom Automotive Pomigliano e Napoli (rispettivamente 95,74% e 70,09%), alla Ilmas (89,38%), alla Fincantieri di Castellammare (91,82%).

Più equilibrato il risultato alla Whirlpool (49,13% ai sì 50,87% ai no), la Riello di Lecco dove hanno votato in 209 su 343 addetti e ci sono stati 93 'sì' (44,5%) e 113 'nò (54,1%).

Alla Fiat di Cassino la punta del "no" con l'85%.

Una vera e propria Caporetto alla Fiat di Termini Imerese (Palermo) per i sostenitori del protocollo sul Welfare. Alta l'affluenza al voto: su 1.550 aventi diritto, hanno votato in 1.116, il 72%: contrari l'82% (882), favorevoli 217 (19,4%), schede bianche e nulle 17. Un andamento analogo nell'indotto: alla Ergom su 137 votanti, 80 sono stati i no e 51 i sì; alla Bienne Sud hanno detto no 56 dei 67 votanti; alla Lear hanno votato no 86 dei 135 votanti; alla Tecnimpianti no da tutti i 25 votanti; alla Laica, infine, 14 contrari su 20 operai che si sono recati alle urne.

Nelle principali industrie dell'ascolano, ha prevalso il no. La bocciatura all'accordo è arrivata sia alla Manuli, che alla Prysmian (ex Pirelli) e alla Cartiera di Ascoli, siti produttivi dove lavorano oltre 2000 operai. Secondo fonti sindacali di base, e rappresentanti interni allo stabilimento della Manuli, il no ha comunque prevalso di misura, 173 voti contrari contro 171 favorevoli.

 


Pubblicato il: 10.10.07
Modificato il: 10.10.07 alle ore 20.25

 


repubblica.it

A fine giornata i sindacati confederali dichiarano la loro "legittima soddisfazione"
Hanno votato per il protocollo a larghissima maggioranza le Pmi, i call center e la P.A.

Welfare, il sì tra il 70 e l'80%
Ma la Fiat boccia l'accordo

Da Mirafiori a Melfi, le percentuali dei no sono altissime, fino all'80%
Tuttavia tra i metalmeccanici il no si ferma al 53% (dati Fiom)


ROMA - Accoglienza più che positiva per il protocollo sul welfare, promosso da un'alta percentuale di lavoratori, tra il 70 e l'80 per cento. Lo attestano le rilevazioni dei sindacati confederali, che in un primo momento, poco dopo la chiusura delle urne, avevano parlato di una percentuale più alta, oltre l'80 per cento. Il sì prevale nelle piccole e medie imprese, nella Pubblica Amministrazione, tra i lavoratori dei call center e nei servizi. Il no è nettissimo in tutti gli stabilimenti Fiat e in alcune grandi aziende, non solo metalmeccaniche. Risultati che continuano a tenere vivo il dibattito politico sulla questione.

I primi dati ad arrivare, quasi in coincidenza con la chiusura dei seggi, alle 14, sono stati quelli della Fiat Mirafiori, un no che andava oltre l'80 per cento (che in serata si è attestato intorno al 76), ma che si è rivelato quasi subito di segno opposto rispetto alla tendenza delle altre realtà. Infatti poco dopo da una prima rilevazione di Cgil, Cisl e Uil è emerso che il sì sarebbe arrivato oltre l'82 per cento. Dati "privi di credibilità", secondo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi. Dati specchio del tessuto produttivo italiano, ha invece osservato il segretario generale della Fim-Cisl Giorgio Caprioli, che ha rilevato come il no si sia "concentrato nella grande fabbrica, più politicizzata", e come al contrario il sì abbia prevalso nella piccola impresa.

Le piccole e medie imprese (dati Istat), costituiscono il 99,99 per cento del tessuto produttivo italiano. Basterebbe questo dato a spiegare dunque il successo del referendum, successo accolto con soddisfazione dai tre leader confederali Epifani, Angeletti e Bonanni. "Siamo molto soddisfatti - ha dichiarato il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani - i primi dati sono già molto significativi e confermano che si profila una netta vittoria dei sì , al di là delle aspettative. I sì vincono in particolare tra i lavoratori attivi, tra gli operai ed i precari."

In effetti però i confederali hanno pubblicato già nelle prime ore del pomeriggio un'indagine effettuata su 115 aziende di diversi settori produttivi, collocate in differenti aree del Paese, per un totale di 96.400 lavoratori attivi, dalla quale emerge una nettissima prevalenza del sì anche nelle grandi imprese. All'interno del campione ci sono soprattutto imprese con oltre 250 dipendenti: si va dalla Nuova Pignone di Firenze dove hanno votato 2.030 lavoratori su un totale di 2.530 e i sì sono stati 1.587, ai Cantieri navali di Palermo dove i sì sono stati 686 su 739 votanti, alla Whirpool di Varese dove su 2.059 votanti si sono contati 1.525 sì, alla St Microelectronics di Agrate Brianza dove su 1.918 votanti i sì 1.260.

In molte grandi imprese il responso è stato sì, dunque, anche con percentuali alte: nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) si è arrivati al 79,28 per cento.
Mentre il no è stato ampiamente confermato da tutti gli stabilimenti Fiat, da Nord a Sud, con punte del 90 per cento (è la percentuale registrata a Pomigliano). A Melfi il protocollo è stato bocciato dall'85 per cento dei votanti, a Cassino i no sono stati 2059 con una percentuale dell'84,42 per cento. Stessa musica negli stabilimenti non auto del gruppo, come l'Iveco di Torino, dove i no sono stati 1427, il doppio dei sì (708). No massicci anche dall'Alenia Aerospazio di Caselle, dove su 1.500 aventi diritto hanno votato in 1.015 e i no sono stati 651, e alla Pininfarina i no sono stati 851, l'80 per cento, contro 219 sì.
 

Ma a fine giornata è emersa nettamente la prevalenza del sì, che non raggiungerà l'82 per cento del quale avevano parlato i sindacati nel primo pomeriggio, ma sembra stabilizzarsi tra il 70 e l'80 per cento. Infatti, a parte la plateale bocciatura del protocollo da parte del Gruppo Fiat e di alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, dal resto dei lavoratori dell'industria e del terziario il sì passa con una larga maggioranza. I sindacati sottolineano l'alta affluenza alle urne con il voto di oltre cinque milioni di lavoratori, pensionati, precari e disoccupati.

Il no di tutti gli stabilimenti Fiat non deve far pensare a un no generalizzato dei metalmeccanici: infatti su 484.507 voti espressi al referendum, i no raggiungono il 53 per cento dei consensi, secondo il dato, ancora provvisorio ma pressoché definitivo, diffuso in serata dalla Fiom. Mediamente, nelle grandi fabbriche il no raggiunge il 65 per cento dei consensi, mentre nelle piccole e medie aziende si attesta al 53 per cento.

Tra le altre categorie di lavoratori, hanno votato a grande maggioranza sì i dipendenti dei call center, con una percentuale che supera l'80 per cento. "I giovani hanno capito che l'accordo riguardava soprattutto loro e la loro speranza di futuro. Il dato è incoraggiante", ha commentato Emilio Miceli, Segretario Generale Slc-Cgil.

Secondo la Cgil Funzione Pubblica, si sono mostrati largamente favorevoli al protocollo anche i dipendenti pubblici: su 265.313 votanti il sì ha raccolto il 74,9 per cento ed il 'no' il 23,5 per cento, bianche e nulle 1,6 per cento.

Ma anche oggi è stato avanzato il dubbio sulla legittimità delle operazioni di voto, sia da parte di alcuni esponenti politici della sinistra radicale che da parte di esponenti sindacali. "Per quanto riguarda il voto all'esterno dei luoghi di lavoro, nei seggi territoriali, riteniamo che le denunce formali e molte segnalazioni ci possano far dire che esiste un'area grigia che va chiarita", ha denunciato Cremaschi.
( 10 ottobre 2007 )

 

 

 

 

                                                                                        Durante il referendum  pdf dal manifesto 9-9-07

 

NO ad un bruttissimo accordo sulle pensioni e stato sociale.

Boicottiamo il referendum che disprezza la democrazia e la dignità delle persone.

 

Le lavoratrici e i lavoratori nei mesi passati hanno respinto alla grande il tentativo di farsi rubare il TFR per metterlo nei fondi pensione.

Nonostante le lusinghe (e le bugie) di Governo, Ministro del Lavoro, Confindustria, Sindacati confederali, Banche, Assicurazioni e Finanziarie.

Non ostante la grande campagna delle TV, Giornali, dove si sono spesi miliardi, le lavoratrici e i lavoratori hanno detto che la loro pensione deve essere:

 PUBBLICA, SICURA e DIGNITOSA .

 

Con l'accordo del 23 luglio tra Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil non si é migliorato  lo “scalone Maroni”, anzi...nel 2013 tutti andranno in pensione a 62 anni, sui lavori usuranti solo 5000 addetti all'anno potranno avere uno sconto.

I giovani avranno una pensione tagliata perché saranno abbassati i coefficienti in modo automatico ogni 3 anni.

Viene confermata la legge sulla precarietà. La riduzione dei contributi sullo straordinario danneggia l'INPS e favorisce l'aumento degli orari di lavoro ai danni di salute e occupazione.

 

Le modalità di questo “REFERENDUM” sono vergognose, nessuno saprà mai con certezza i risultati perchè tutti potranno votare dove e quando vorranno, dalle sedi sindacali, al mercato, alle feste, con nessuna regola e nessuna certificazione.

 

Per queste ragioni ALP/Cub invita a votare NO nei luoghi dove è possibile controllare i risultati e i votanti e boicottare dove è possibile per rimarcare un metodo  che è un insulto alla democrazia e alla dignità e intelligenza delle persone.

 

La CUB ( il sindacato di base a cui ALP aderisce) era presente al tavolo delle trattative ma NON HA FIRMATO e con gli altri sindacati di Base ha dichiarato una giornata di sciopero Generale per il 9 novembre 2007.

 

NO all'accordo del 23 luglio. Si alla Previdenza Pubblica

La lotta di tutti può cambiare in meglio le cose  attuali, il nostro futuro e quello dei nostri figli.

 

      Se l'accordo è stato fatto per le pensioni future, dei giovani, non sarebbe meglio far votare loro magari dalle suole superiori, all'università?? O forse  a qualcuno pare giusto che votino i pensionati che a sentire gli autori dell'accordo hanno già una pensione molto più ricca delle pensioni future???

 

ALP/Cub – Cub Scuola – RdB

ciclinalpcub ottobre 07

viabignone 89 pinerolo

 

 


Le ragioni del SI -   documenti CGIL CISL UIL

Link al sito del Governo - PAGINA ACCORDO 23 LUGLIO2007 DI Lì SI PUò SCARICARE L'ACCORDO IN PDF

Accordo sulle pensioni basse- 11-7-07 ANSA.it /Unità-  htm

Accordo scalone  20-07-07 ansa  htm

Accordo pensioni il manifesto- pdf 21/0/07

Proteste pensioni- il manifesto pdf 22-7-07

 

INPS-pensioni - link

Le pensioni secondo il governo Berlusconi  -link-htm

Riforma Dini- 1995 link pdf

SITO Governo SULLA RIFORMA DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE


 

Pensioni: Cub: ha vinto la linea dei banchieri, di confindustria e governo, hanno perso lavoratori e pensionati. TESTO dell'ACCORDO sulle PENSIONI fatto a Palazzi Ghigi il 20 07 2007 20-07-2007

Prendi il TESTO dell'ACCORDO sulle PENSIONI fatto a Palazzi Ghigi il 20 07 2007 .pdf

 

BOICOTTAGGIO della CONSULTAZIONE TRUCCATA del 8-10 OTTOBRE sul protocollo pensioni-mercato del lavoro e SCIOPERO GENERALE NAZIONALE IL 9 NOVEMBRE –  08-09-2007

 Prendi il file pronto per la stampa .zip

ORDINE DEL GIORNO COORDINAMENTO NAZIONALE CUB 07/09/07

Il Coordinamento nazionale della CUB, riunito a Sasso Marconi il 7 settembre 2007, respinge la farsa democraticista della consultazione blindata dei lavoratori sui contenuti dell’accordo sul welfare sottoscritto il 23 luglio 2007 da governo, confindustria e cgil, cisl e uil che la CUB non solo non ha sottoscritto ma ha contrastato sia ai tavoli presso Palazzo Chigi che con lo Sciopero Generale del 13 luglio 2007.
La Cub quindi invita tutti  i lavoratori al boicottaggio di tale consultazione.

Il C.N. CUB ritiene indispensabile riprendere la lotta ai contenuti e alla filosofia dell’accordo del 23 luglio e rilanciare la propria piattaforma di lotta su cui da anni sta promuovendo iniziative e scioperi.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile quindi la costruzione di uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE, da inserire in un programma di lotte più ampio e duraturo, da attuarsi tenendo conto anche dei tempi di discussione della Legge Finanziaria per il 2008 che dovrà anche recepire i contenuti dell’accordo sul welfare e che già si annuncia pesante e infarcita di ulteriori tagli e sacrifici.
Il C.N. impegna pertanto tutte le strutture e i delegati della CUB a dare vita immediatamente, in preparazione dello sciopero generale,  a momenti di confronto e di mobilitazione sul territorio e nei luoghi di lavoro.
Il C.N. CUB ritiene che tale sciopero generale possa essere proclamato unitariamente con tutte quelle forze sindacali e sociali che respingono l’accordo del 23 luglio e che intendono rilanciare il conflitto nei confronti delle scelte economiche e sociali del Governo Prodi e lavorerà alla realizzazione di questo obbiettivo.
Il C.N. CUB ritiene che dopo la straordinaria riuscita della campagna contro il trasferimento del TFR ai Fondi pensione e vista la grave crisi finanziaria e borsistico che sta attraversando l’economia mondiale, stiano maturando le condizioni per tornare a chiedere con forza il rilancio della previdenza pubblica che è stata ulteriormente attaccata dall’accordo del 23 luglio scorso.
Il C.N. CUB ritiene altresì indispensabile proseguire nell’iniziativa contro la guerra e le basi di guerra per cui il Governo Prodi intende stanziare nuovi e importanti fondi, riconfermando così le proprie scelte belliciste e di subordinazione agli interessi Statunitensi.
La CUB sosterrà quindi le iniziative di mobilitazione previste contro la costruzione della nuova base al Dal Molin e per la chiusura della caserma Ederle a Vicenza, contro la costruzione degli F35 a Cameri (NO), e tutte quelle iniziative che abbiano chiaramente al centro il NO alla guerra, il no alle spese militari, il no alla devastazione del territorio ( TAV, Rigassificatori ecc.) auspicando anche che tali iniziative si dialettizzino con lo sciopero generale di autunno.
Il C.N. CUB impegna tutte le proprie strutture a sostenere concretamente le proprie organizzazioni impegnate nei prossimi mesi nel rinnovo delle RSU.

Approvato all’unanimità

Sasso Marconi 7 settembre 2007

 

Testo del comunicato stampa della CUB .zip 

Comunicato stampa CUB

Questa notte si consumata l’ennesima beffa a danno di lavoratori e pensionati con un accordo a costo zero rispetto alla legge Maroni con il risultato che aumenta l’età pensionabile, con una presa in giro nei confronti dei lavoratori che svolgono lavori usuranti.
L’introduzione di 2 sole finestre per accedere alla pensione aumenta l’età effettiva di uscita dal lavoro per le pensioni di vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne) con una contribuzione inferiore a 40 anni.
La prevista revisione automatica ogni 3 anni dei coefficienti in relazione all’aspettativa di vita porterà un continuo peggioramento dei trattamenti previdenziali attesi.
D’altro canto le pensioni in essere continueranno a perdere potere di acquisto in quanto non vengono rivalutate automaticamente in relazione all’aumento dei prezzi e alla dinamica delle retribuzioni.
Situazione delle pensioni in essere è ulteriormente aggravata dall’accordo del 10 luglio che prevede una vera e propria elemosina sulle pensioni minime (al 15% degli attuali pensionati) e che sarà rimangiata in breve tempo dall’aumento dei prezzi.
La Cub è intenzionata a continuare nella lotta contro l’aumento dell’età pensionabile, per il rilancio della previdenza pubblica a partire dal calcolo, per i giovani, della pensione al 2% annuo sulle ultime retribuzioni come avviene già oggi per tutti gli altri lavoratori e per l’aggancio automatico delle pensioni alla dinamica dei prezzi e delle retribuzioni.

Milano 20 luglio 07

Per info: Tiboni P.Giorgio 02 70631804


 

 

rassegna stampa sullo strappo FIOM

Roma, 27 settembre 2007

Alla Commissione nazionale Cgil, Cisl, Uil sulla consultazione

Alle Segreterie Cgil, Cisl, Uil

Carissime e carissimi,

con la presente sono a segnalarvi gravi contraddizioni, mancanze di trasparenza,

disinformazioni e scorrettezze che stanno avvenendo nella consultazione in atto sul

Protocollo del 23 luglio 2007. Segnalo in particolare:

1. il materiale informativo che viene dato è assolutamente incompleto ed in alcuni casi

inesatto, alcune successive correzioni, in particolare sulle pensioni, non sono state in

nessun modo diffuse. In questo modo coloro che vengono consultati non sono messi

a conoscenza dei reali contenuti della intesa.

2. In molte realtà sono state già avviate le procedure di voto, senza la definizione di

sedi precise con le quali raccogliere, conservare, fino alla spoglio, le schede votate.

3. Sono in atto procedure di voto con seggi territoriali, di cui non sono conosciute le

ubicazioni, la durata e le modalità per poter votare, chi e a quale titolo può votare.

4. Non è stata resa pubblica sino ad ora in gran parte dei territori dove e quando sono

aperti i seggi per poter votare l’8, il 9 e il 10 di ottobre, né quali regole siano previste

per poter adempiere al voto.

5. Non sono state messe in atto procedure per impedire che nei seggi territoriali le

persone possono votare più di una volta. Infatti, se è chiaro nei luoghi di lavoro quali

possono essere le procedure di voto, di registrazione e di certificazione, per i

pensionati, lavoratori precari, disoccupati ed in generale per tutte e per tutti coloro

che non sono collocabili in un preciso posti di lavoro, non sono state poste regole per

rendere corretta e trasparente la votazione.

6. La raccolta dei risultati e la loro certificazione non è stata definita in maniera rigorosa

e trasparente per tutto il territorio nazionale. Non esistono meccanismi che

permettono di verificare la corrispondenza alla realtà dei verbali, evitando così il

ripetersi di quei verbali assurdi ove tutti i lavoratori interessati erano tutti presenti e

hanno tutti votato.

7. C’è il rischio così di una forte disparità di regole tra il voto dei grandi siti e dei posti di

lavoro, e tutte le altre realtà ove la correttezza e la trasparenza del voto è affidata

unicamente ad un meccanismo di autocertificazione di chi fa la consultazione.

Per tutte queste ragioni vi chiedo di intervenire immediatamente per correggere quelle che

potrebbero diventare storture tali da non rendere credibile il risultato della consultazione.

Giorgio Cremaschi

Comitato Direttivo Cgil


DELEGATI CGIL: VOTIAMO NO ALL'ACCORDO DEL 23 LUGLIO
NELLA CONSULTAZIONE VOTIAMO NO ALL’ACCORDO DEL 23 LUGLIO

APPELLO


Siamo delegate e delegati Rsu dell’Emilia-Romagna iscritti/e alla Cgil e appartenenti a diverse categorie. Ci accomuna il giudizio negativo sull’accordo del 23 luglio 2007 firmato da Cgil, Cisl, Uil sia nel metodo che nel merito

Sul metodo consideriamo un precedente pericoloso il non avere coinvolto le lavoratrici e i lavoratori nella discussione su una vera piattaforma rivendicativa da presentare al governo e il fatto di non averla validata con un loro voto. Questo apre per la prima volta nella nostra organizzazione sindacale una crisi profonda di partecipazione e di democrazia e nel rapporto con le lavoratrici e i lavoratori.

Nel merito giudichiamo l’accordo negativo per le lavoratrici, i lavoratori, i pensionati, i giovani e i precari. Le poche luci (aumento delle pensioni più basse e del sussidio di disoccupazione) a vantaggio di alcuni pensionati e di una parte dei disoccupati, vengono pagate integralmente da tutti gli altri lavoratori/trici e pensionati/e con l’aumento delle tasse e dei contributi e con il peggioramento dei diritti.

Sulle pensioni si passa dalla scalone Maroni agli scalini portando l’età pensionabile a 62 anni, con 35 di contributi o a 61 con 36, a partire dal 2013.

Sui lavori usuranti l’accordo si rivela una beffa: non più di 5.000 lavoratori/trici all’anno saranno inizialmente esentati dallo scalone, ma poi dovranno andare in pensione con almeno 58 anni d’età e 36 di contributi.

Sui coefficienti si peggiora la stessa riforma Dini tagliandoli, a partire dal 2010, del 6-8%. Da allora ogni tre anni verranno rivisti automaticamente al ribasso, con una scala mobile al rovescio. La commissione tra le parti potrà solo, entro il 2008, decidere le esenzioni. Il limite del 60% per le pensioni più basse dei precari è solo un’ipotesi di studio.

A partire dal 2011, se non saranno fatti risparmi a sufficienza con la ristrutturazione degli enti previdenziali, aumenteranno ancora i contributi sulla busta paga dei dipendenti e per i parasubordinati.

Vengono aumentate le pensioni più basse e l’indennità di disoccupazione, utilizzando i soldi del “tesoretto”, cioè le tasse in più pagate in primo luogo dai lavoratori/trici, che ammontano a oltre 10 miliardi di euro. Di questi solo un miliardo e mezzo tornano a una parte dei pensionati e dei disoccupati.

Sulla contrattazione la scandalosa eliminazione della sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce un grave incentivo all’aumento dell’orario di lavoro con un danno all’occupazione e al bilancio dell’Inps; mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce fortemente la contrattazione collettiva e, in particolare, il contratto nazionale.

In tema di mercato del lavoro viene confermata la Legge 30 e con essa tutta la legislazione che in questi anni ha precarizzato il mercato del lavoro. I contratti a termine potranno durare anche oltre 36 mesi, senza alcun limite, con procedure conciliative fatte presso gli uffici del lavoro con l’assistenza dei sindacati. Nella sostanza i lavoratori potranno subire all’infinito il succedersi dei vari contratti precari.

Per queste ragioni invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori a votare NO nella consultazione.

Primi firmatari:

Rsu KPL PACKAGING-Bologna, Gabriele Cesari Rsu VODAFONE-Bologna, Giorgio Paglieri Rsu VODAFONE-Bologna, Daniele Americola Rsu VODAFONE-Bologna, Alessandro Borroni Rsu VODAFONE-Bologna, Roberto Bozzi Rsu Fatro-Bologna, Stefano Bozzi Rsu Fatro-Bologna, David Muñoz Rsu COOP Adriatica, Roberto Santi Rsu Ipercoop-Bologna, Miriam Planesio Rsa IKEA-Bologna, Luca Montebugnoli Rsu Eurodent-Bologna, Gianplacido Ottaviano Rsu Bonfiglioli Riduttori-Bologna, Ferruccio Benedetto Rsu Rizzoli Ortopedia-Bologna, Vincenzo Guerrieri Rsu Titan-Bologna, Giovanni Anselmi Rsu Titan-Bologna, Domenico Pirulli Rsu Titan-Bologna, Andrea Costa Rsu OAM-Bologna, Gianpietro Montanari Rsu Cesab-Bologna, Alessandro Matteo Rsu Cesab-Bologna, Davide Bacchelli Rsu IMA-Bologna, Orlando Maviglia Rsu Motori Minarelli-Bologna, Umberto Cotti Rsu SCIC-Parma, Paolo Belletti Rsu ENEL-Parma, Guardiani Rsu Gazzetta di Parma, Claudio Adorni Rsu Barilla-Parma, Cinzia Dondi Rsu Wittur-Parma, Paolo Brini Rsu Smalti Modena, Michele Roncaglia Rsu Smalti Modena, Leonardo Roverati Rsu Smalti Modena, Renzo Ferri Rsu Ferrari (Maranello), Daniele Manzini Rsu Ferrari (Maranello), Paolo Ventrella Rsu Ferrari (Maranello), Parlati Matteo Rsu Ferrari (Maranello), Elvis Fischetti Rsu Ferrari (Maranello), Amedeo Cusano Rsu Ferrari (Maranello), Santo Giuffreda Rsu Ferrari (Maranello), Riccardo Nonnis Direttivo Modena Ferrari, Giuseppe Corveddu Direttivo Fiom-Cgil Modena Ferrari, Claudio De Cicco Rsu Macerati (Modena) Giuseppe Violante Direttivo Modena Maserati, Giovanni Iozzoli Rsu PFB (Modena), Francesco Santoro Rsu Terim (Modena), Piero Ficiarà Rsu Terim (Modena), Antonio Grimaldi Rsu Inalca (Gruppo Cremonini) Modena, Pasquale Auciello Rsu Inalca (Gruppo Cremonini), Santo Carderopoli Rsu Autogru PM (Modena), Simona Bolelli Rsu Sps (Modena), Antonio Serena Rsu Sirti, Giovanni Colletta Rsu GSM

Per adesioni:

no23luglio2007@alice.it

 


 

Cgil, la democrazia alla prova dei territori

di Sara Farolfi

su Il Manifesto del 18/09/2007

A Novara, la Camera del lavoro approva un documento «negativo» sull'accordo del 23 luglio. A Bologna è la Filcams a criticare il protocollo. Ma in diversi territori si preferisce tacitare la dialettica democratica. In attesa dell'esito della consultazione referendaria

E' convinto Cesare Damiano che l'esito della consultazione referendaria tra i lavoratori sul protocollo del 23 luglio, sarà positivo. Ammette, il ministro del Lavoro, che il no della Fiom «potrà avere un'influenza, e in alcune fabbriche anche importanti potrà prevalere un giudizio negativo», ma non tale da sovvertire l'esito di una consultazione di massa che riguarda milioni di lavoratori e pensionati.
Per conoscere l'esito della consultazione referendaria, e quindi il giudizio di lavoratori - precari, cassintegrati e in mobilità - e pensionati sull'accordo siglato tra il governo e le parti sociali su pensioni, welfare e competitività bisognerà comunque aspettare il 12 ottobre. In preparazione ora ci sono le assemblee nei luoghi di lavoro per spiegarne i contenuti. Quello che è certo però è che in diverse camere del lavoro il no della Fiom sembra solo la punta d'iceberg di uno scontento trasversale a diverse categorie. Dialettica democratica, si dirà. Che però, fatto salvo il vincolo costituito dal voto del direttivo nazionale, in alcune strutture territoriali si preferisce occultare.
La notizia più forte arriva da Novara, dove il direttivo della camera del lavoro ha approvato un documento che esprime un giudizio negativo sull'accordo, perchè aumenta l'età pensionabile, «liberalizza» gli straordinari e non combatte la precarietà. Due documenti simili nei contenuti sono stati presentati anche dal direttivo regionale della Cgil Piemonte e da quello della Camera del lavoro di Torino. In entrambi i casi, la maggioranza del direttivo ha impedito che venissero discussi e quindi messi ai voti. «Una decisione legittima certo, ma è incredibile insistere tanto sulla consultazione dei lavoratori senza che poi questi vengano messi nelle condizioni di conoscere le posizioni del sindacato» commenta Claudio Stacchini, della segreteria della camera del lavoro di Torino.
Anche in Lombardia, un ordine del giorno presentato dal direttivo della camera del lavoro all'indomani della sottoscrizione dell'accordo da parte della segreteria nazionale, è stato poi giudicato dallo stesso direttivo «irricevibile». «Perchè, nella più importante regione per numero di iscritti, non è stato messo al voto il documento presentato?» domanda Dino Greco, membro del direttivo nazionale Cgil e ex segretario della Camera del lavoro bresciana.
A Brescia, dove l'accordo di luglio era già stato valutato negativamente dall'assemblea dei delegati riunitasi alla fine di luglio, il comitato direttivo, richiesto, ancora non è stato convocato. Ciò che sembra preoccupare la segreteria è che un eventuale posizione negativa sull'accordo possa poi diventare l'alibi per la Cisl locale per frenare sul referendum. Una decisione che Fausto Beltrami, della segreteria della Cgil bresciana, non condivide. «Non si può parlare di democrazia se agli organismi territoriali non è consentito esprimere posizioni dialettiche rispetto al nazionale» chiosa Beltrami. Sempre a Brescia, le rappresentanze sindacali unitarie di alcune fabbriche, ma anche del pubblico impiego, hanno intanto convocato un'assemblea per venerdì. Ordine del giorno: «votare no all'accordo del 23 luglio».
E che le criticità non provengono solo dalla Fiom lo dice anche quanto successo a Bologna. Dove il direttivo locale ha approvato quasi all'unanimità un documento che non dà una valutazione sull'accordo ma ribadisce, in sintesi, l'impegno per la partecipazione al voto dei lavoratori e quello della Cgil contro la precarietà. «Un documento che nasce dall'esigenza di garantire l'unità di azione pur nella diversità dei giudizi» spiega Cesare Melloni, segretario della Camera del lavoro bolognese. Ma che non ha impedito alla Filcams locale (categoria che rappresenta il commercio) di votare, pochi giorni dopo, un documento in cui si esprime un giudizio negativo sulla parte dell'accordo che riguarda il mercato del lavoro.
E un giudizio negativo sull'accordo arriva anche dai metalmeccanici della Uilm piemontese (la Uilm nazionale si è espressa ieri per la «libertà di voto» dei lavoratori nel referendum su un'intesa «solo parzialmente positiva»). E anche dal sindacato autonomo Fismic (che è il secondo sindacato a Mirafiori). Criticità che, nel merito, non riguardano tanto la parte sul mercato del lavoro, ma soprattutto il capitolo pensioni. Dove lo «scalone» di Maroni è rimasto, soltanto addolcito in più digeribili «scalini».

 

 

«Le nostre ragioni contro la precarietà>>

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 15/09/2007

Intervista a Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, dopo lo «strappo» con la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio. «L'unanimismo non corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori. Ma né io né la Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su un accordo sindacale»

Gianni Rinaldini il reprobo, il dirigente sindacale che «rompe tutto», fa traballare il governo «amico», spacca la sinistra, scatena il mondo dei media e riceve dalla Cgil e dalle altre confederazioni una sorta di scomunica. Ecco come è stato presentato il segretario generale della Fiom, il maggior sindacato industriale italiano, dopo il voto del comitato centrale che a stragrande maggioranza non ha approvato l'accordo. Non potevamo non ascoltare il suo punto di vista, consentendogli di rispondere a tante e così gravi accuse.

Rinaldini, avete provocato un bel casino con il vostro voto, caricato di valenze politiche, sindacali, morali persino. Come hai accolto queste reazioni?

Come reazioni impressionanti e spropositate. Se la Fiom avesse votato - come è capitato in passato - un accordo confederale valutandolo positivamente, nessuno avrebbe sollevato problemi di regole. Invece una non approvazione sulla base di un'analisi attenta dei contenuti ha provocato reazioni incomprensibili. Devo dedurne che le regole stabiliscono che si può votare in un solo modo, cioè positivamente?

La stessa Cgil vi accusa di violazione delle regole.

Alcuni dirigenti sindacali parlano in modo intimidatorio del comportamento della Fiom e di violazione delle regole. Allora dico a queste persone che non devono aspettare la fine della consultazione, e tanto meno usare queste intimidazioni nei territori: abbiano il coraggio delle proprie idee e mi mandino la commissione di controllo. Non si può andare avanti così.

I giornali non sono stati certo più teneri nei vostri confronti.

Si è scatenata una campagna sostenuta da commentatori, politici e giornalisti, giunta fino alla contrapposizione tra Lama ed Epifani, o tra Trentin e Sabattini e l'attuale direzione Fiom. Non rispondo a queste provocazioni, sono il puro aspetto degenerativo della china presa dal paese negli ultimi decenni. Sono schemi berlusconiani che hanno conquistato un radicamento di massa. Usare i morti rappresenta una degenerazione morale.

Il voto della Fiom, ancorché legittimo e incentrato sui contenuti e non sul governo, rappresenta comunque uno strappo.

Non sottovaluto il significato del voto del comitato centrale che pone un problema di natura politica: le valutazioni diverse e il giudizio dell'accordo aprono una discussione nella Cgil. Trovo questo fatto «semplicemente» democratico. Sarei preoccupato per una grande organizzazione di massa che vuole rappresentare milioni di lavoratori e pensionati, che avesse un atteggiamento unanime: non corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori che invece, oggi, trova un riflesso positivo dentro l'organizzazione. Tenuto fermo il rispetto delle regole, scritto nero su bianco nel nostro documento. Che la situazione sia molto complicata lo dimostra il fatto che il segretario generale della Cgil ha firmato l'accordo e ha mandato una lettera per esprimere il suo non consenso su alcuni punti. Anche questo non è mai successo, e testimonia che il protocollo crea un rapporto complicato con la nostra gente.

Rispetterete le regole decise dalle confederazioni. Ciò vuol dire che, dopo tutto questo casino, tu andrai nelle assemblee a sostenere il punto di vista di Cgil, Cisl e Uil che la Fiom non ha condiviso. Non è un paradosso?

Lo è, ma fa parte delle regole vigenti e siccome ritengo altamente positivo che si vada a una consultazione generale che la Fiom ha chiesto, e non era scontata, accetto tale condizione paradossale. Però mi preme che i lavoratori - vista la campagna in atto - vengano messi in condizione di valutare il merito dell'accordo con un'informazione corretta su tutti i punti. Noi abbiamo apprezzato parti del protocollo - gli aumenti delle pensioni basse e gli ammortizzatori sociali, finanziati con l'extragettito - mentre valutiamo negativamente che il superamento dello scalone di Maroni sia totalmente autofinanziato. Ad esempio, il ripristino delle 4 finestre per chi ha 40 anni di contributi è completamente pagato dalle pensioni di vecchiaia, si allunga l'età lavorativa per recuperare 4 miliardi di euro. C'è addirittura una clausola di salvaguardia: se nel 2010 i conti non saranno in regola, scatterà un ulteriore onere contributivo dello 0,10% che graverà su tutti i lavoratori. Dunque, quello 0,30% di oneri contributivi dell'ultima finanziaria non servivano a superare lo scalone, come fu detto, ma a ridurre il debito pubblico.

Poi c'è la precarietà...

Solo un esempio dei punti critici di cui sia la Fiom che «il manifesto» hanno lungamente parlato. Essendo rimaste identiche le causali che consentono l'accesso al lavoro «atipico», non è vero che c'è solo una proroga di 36 mesi per i contratti a tempo determinato, per di più in molti casi estendibili all'infinito. Perché a tanti anni di lavoro interinale possono seguire altri tre anni di contratti a termine, a cui possono aggiungersi i contratti d'apprendistato. Una vita intera di precarietà.

Ma nella polemica di questi giorni si parla di tutto, tranne che di contenuti.

E' così, nessuno parla del merito dell'accordo, ma solo di ipotetici, eventuali, effetti politici del voto della Fiom. Ciò dà un'idea della scomparsa dalla discussione delle condizioni concrete di vita e di lavoro della gente. Non ci si può allora meravigliare del distacco sempre più evidente dei lavoratori da quel mondo della politica di cui la grande stampa è parte organica.

Non si può negare che il voto della Fiom produca effetti nelle forze politiche, anche a sinistra del Partito democratico.

Certamente, ed effetti ancora maggiori li produrrà il voto di milioni di lavoratori e pensionati nella consultazione. Ma insisto: dal '96 la Fiom ha scritto la parola indipendenza nel suo statuto, al termine di una discussione complicata anche con la Cgil. Vale per il soggetto sindacale e cambia i suoi rapporti con le forze politiche, a cui la Fiom non chiede di far proprie le sue posizioni. Ma per qualsivoglia ragionamento sulla sinistra non può non essere messa al centro la condizione dei lavoratori, di cui la precarietà è un aspetto strutturale decisivo. E' ovvio che le forze di sinistra dovranno tener conto di altri elementi. Né io né la Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su un accordo sindacale.

Al punto di aderire alla manifestazione del 20 ottobre. Sei ancora convinto della tua adesione?

Ritengo la manifestazione una scelta giusta e importante e non capisco come un appuntamento che ha al centro la lotta alla precarietà possa essere considerata contro il sindacato. E' incomprensibile, a meno che non si ritenga che l'accordo del 23 luglio abbia risolto il problema. Ma sono altrettanto singolari le argomentazioni che arrivano dall'altra parte, da settori del cosiddetto «movimento»: non aderisco perché non è contro il sindacato e non chiede la caduta del governo. Infine, mi preoccupa molto che la mobilitazione e il coinvolgimento della gente venga vissuto sempre in modo drammatico. Purtroppo ciò fa parte di una storia della sinistra che tanti, a parole, dicono di voler superare.

Da più parti si agita lo spettro del congresso straordinario della Cgil.

Io non l'ho chiesto, perché non mi interessa una resa dei conti. I problemi emersi in questo governo di centrosinistra con la finanziaria e il protocollo del 23 luglio evidenziano una questione strategica per il futuro stesso del sindacato. Un problema presente da tempo, anche con Cofferati, pur coperto dalla giusta battaglia sull'articolo 18. Un problema di ruolo, di senso, di autonomia che mette in gioco, in Italia come in tanti altri paesi, il futuro stesso della rappresentanza sindacale. Il problema ha un nome: la cultura della rappresentanza sindacale, la cultura della Cgil. Vogliamo parlare di questo?

 

 

Dal controllo delle urne alla trasparenza delle regole, il sindacato si prepara al rerefendum

di Fabio Sebastiani

su Liberazione del 14/09/2007

Pensioni, come nel '95 la sfida è sulla democrazia effettiva

Ancora oggi, negli articoli di stampa e nelle ricostruzioni storiche, la riforma del '95, meglio nota come "Dini", viene ricordata ancora come la "madre di tutte le riforme" previdenziali.
Un appellativo conquistato "sul campo", tra polemiche a non finire e scontri furibondi. Quella legge introdusse, va ricordato, oltre al progressivo innalzamento dell'età a 40 anni, il passaggio dal calcolo retributivo a quello contributivo. Insomma, per dirla in breve, gli assegni mensili persero in una sola nottata più del 30% del loro rendimento. Mentre prima, alla fine della carriera lavorativa, si poteva sperare in un importo intorno all'80% dello stipendio, con la Dini questa percentuale precipitò sotto il 50%.
La Cgil, allora il segreterio era Sergio Cofferati, puntò tutto sul referendum, che si svolse nel giugno del '95 e al quale parteciparono quasi cinque milioni di lavoratori. Anche perché era un modo per tentare di uscire a testa alta da un periodo particolarmente duro. Nel breve giro di tre anni ci furono una serie di svolte importanti, sia sul salario (abrograzione della scala mobile) che sull'intero sistema di relazioni industriali (accordo del luglio '93 sulla concertazione). I segnali che venivano dalle fabbriche erano tutti negativi, ovviamente. Anche se il Comitato centrale della Fiom non si mise di traverso come oggi, i lavoratori aspettavano al varco il sindacato, per regolari i conti presenti e passati. E il mondo del lavoro non smentì poi più di tanto le voci a proposito di una debacle piuttosto pesante per la Cgil. Non fu una Caporetto, ma il mondo del lavoro manifatturiero, quello che oggi viene indicato come "classe operaia" si espresse in maniera nettamente contraria. «Emerse un profondissimo disagio - sottolinea Maurizio Zipponi, della segreteria nazionale del Prc, all'epoca segretario della Fiom - che non era solo sulle pensioni ma su tutta la partita dei salari, così come era uscita dagli accordi del '92 e del '93».
In alcune province, come a Brescia, il no fu vincente su tutta la linea, compreso il pubblico impiego. Le tute blu riuscirono a portare a casa a livello nazionale un risultato negativo tondo tondo. Soprattutto in quelle che all'epoca veniva indicate come "grandi industrie". Più difficile, invece, controllare il voto nelle piccole e medie aziende. Se le tre confederazioni riuscirono a spuntare un "salvifico" 60% fu soprattutto per il plebiscito dei pensionati e del Mezzogiorno. Le polemiche sul fatto di far votare i pensionati furono molto roventi. In compenso, il sindacato ebbe la strana idea di non far votare coloro i quali erano costretti a subire direttamente gli effetti di quella riforma, gli studenti e i precari, presenti all'epoca in varie forme, come la "ritenuta d'acconto" e i contratti a termine. Non solo, chi ha sfogliato i verbali di quel voto assicura che i conti in moltissimi casi non tornavano proprio.
Oggi, come nel '95, però, sottolnea il portavoce dell'area programmatica Lavoro Società, Nicola Nicolosi, «questo referendum si gioca tutto attraverso il controllo delle urne, e la definizione delle regole». Se dodici anni fa la presenza del "fronte del no"veniva in qualche modo tollerata, e anche contrastata con energia, oggi non tira la stessa aria. Dino Greco, membro del Direttivo nazionale della Cgil, sottolinea come all'epoca, a differenza di oggi, ci furono ben tre tornate di consultazione: presentazione della piattaforma sindacale, mandato a chiudere e ipotesi di intesa. Il divario di partecipazione rispetto ad oggi, in cui non è stato nemmeno discusso il documento unitario sul welfare, è evidente.
Per quanto riguarda le regole, poi, gli spazi si vanno restringendo sempre di più. Nicolosi è pronto ad esibire le sentenze della Commissione dei probiviri che dodici anni fa riconobbero almeno il «diritto di opinione». «L'articolo 4 dello Statuto - sottolinea Nicolosi - parla della possibilità di far circolare all'interno dell'organizzazione opinioni diverse». Oggi, invece, il fronte del no sembra avere vita molto dura.
Il controllo delle urne, poi, si potrà effettuare stando nelle Commissioni elettorali provinciali. Ma il punto è proprio su come verranno composte queste commissioni. «In Lombardia riuscimmo a spuntarla e infatti - racconta Nicolosi, che all'epoca si schierò con il no - le percentuali furono in equilibrio».
Per Dino Greco, «oggi il tema essenziale è proprio quello del pluralismo e della democrazia, perché la seconda non può vivere senza il primo. Mi sembra di capire che addirittura ci sia chi ha paura della democrazia».

 

Delegati Fiom: tanti no, qualche sì

di Manuela Cartosio

su Il Manifesto del 13/09/2007

I delegati Fiom: «Noi siamo coerenti, è la Cgil ad aver cambiato linea». Il loro no all'accordo è «nel merito»: non soddisfa gli interessi dei lavoratori. «Nel metodo», criticano la perdita di autonomia: Epifani ha firmato per tenere in piedi il governo per nulla amico. Un doppio errore

Un atto dovuto, una liberazione, una scelta coerente, una dimostrazione di autonomia. I delegati della Fiom rivendicano così il no della loro organizzazione al Protocollo sul welfare. La maggior parte si dichiara «tranquillo». Qualcuno ammette d'essere «preoccupato»: non per il risultato del referendum che anche ai più ottimisti appare scontato, ma per «il clima» che si creerà inevitabilmente nei luoghi di lavoro. Nessuno fa salti di gioia. Quasi tutti guardano alla manifestazione del 20 ottobre come l'ultima occasione concessa al governo di centrosinistra per cambiare rotta. La lettura mattutina dei quotidiani - che inchiodano la Fiom ai ruoli di malvagia assassina del governo Prodi, irresponsabile sabotatrice dell'unità sindacale, fomentatrice di scissioni in casa Cgil - per loro non ha riservato sorprese. Ci sono abituati, il che non evita le incazzature.
Non ci siamo dimenticati del 20% della Fiom che è per il sì all'accordo del 23 luglio. I cagliaritani Alessandra Mura e Walter Piludda lo sono a tal punto che alla «gretta» e «corporativa» Fiom non verseranno più manco un centesimo. Vogliono restare tesserati «solo» alla Cgil e, con una lettera ufficiale, ieri hanno chiesto lumi alla confederazione su come «girare» a suo favore le trattenute sindacali. Per evitare simili «abbandoni» precipitosi Fausto Durante, che guida la minoranza riformista dei metalmeccanici Cgil, lancia la campagna «Sono della Fiom e voto sì».
Lo slogan va a pennello per Claudio Giardi, delegato al Nuovo Pignone di Firenze, mille tesserati alla Fiom, in prevalenza dell'«ala destra». Premesso che a lui «non piace andare contro la Cgil», Giardi giudica il no della maggioranza Fiom «un grave errore», una «sfida» alla confederazione dettata più da ragioni politiche che sindacali. Il protocollo «non è il massimo», ma qualcosa è meglio di niente; un sindacato «non può dare un calcio» a un accordo che «comunque dà». I lavoratori del Nuovo Pignone il no «non lo capiscono». Frecciata finale: «Mi piacerebbe capire chi comanda nella Fiom. Rinaldini o Cremaschi?».
Con Nina Leone, delegata a Mirafiori, torniamo al fronte del no. Racconta che in reparto ieri mattina la reazione dei lavoratori è stata univoca: «La Fiom ha fatto bene». Nina definisce «ingiuste e non meritate» le critiche che stanno piovendo sulla sua organizzazione. «Il nostro giudizio negativo sull'accordo l'abbiamo esplicitato subito. Il pane quotidiano del sindacato è difendere gli interessi dei lavoratori. Se un accordo va in senso contrario, va bocciato. Nelle assemblee dirò la mia come sempre, questa è la democrazia. Dirò che non è la Fiom a rompere con la Cgil, è la Cgil ad aver rotto con se stessa». Strappi in passato ce ne sono stati, ma quest'ultimo «rende necessaria una discussione a tutto campo con la Cgil». Nina non parla di congresso anticipato, si limita a dire che «così non si può continuare».
E' più drastico Fausto Alborghetti, delegato alla Brembo (del vicepresidente di Confindustria Bombassei), «simpatizzante» della Rete 28 Aprile. «Ho partecipato a un direttivo della Cgil di Bergamo e mi sono sentito molto a disagio. Ho ascoltato discorsi identici a quelli che faceva la Cisl ai tempi del Patto per l'Italia. Mi sento molto lontano da questa Cgil. Penso che anche la Fiom debba porsi il problema di cosa fare nella Cgil. Il nostro no all'accordo è coerente. Abbiamo tutti contro, ma sono tranquillo. Il governo cosiddetto amico ha riservato solo delusioni per i lavoratori che l'hanno votato». La piattaforma della manifestazione del 20 ottobre non entusiasma Alborghetti. «Comunque, facciamola».
Annibale Viappiani, delegato alla Lombardini di Reggio Emilia, richiama al «merito» del no della Fiom. «C'è eccome, basta leggere la mozione Rinaldini». A questo si aggiunge il problema della rappresentanza sociale, del ruolo del sindacato. «Vogliono spazzare via tutto ciò che dà fastidio, che non collabora con il liberismo e, in Italia, con il Pd». Annibale si arrabbia come una biscia a sentir dire che la Fiom boccia l'accordo per reggere il moccolo alla «Cosa Rossa»: «Semmai siamo noi a dettare la linea alla sinistra radicale, non viceversa». E' convinto che lo scontento nei luoghi di lavoro sia generalizzato: «Va ben oltre i metalmeccanici e lo si vedrà nel referendum».
In Veneto sentiamo il segretario regionale della Fiom, Luciano Gallo. Il fuoco mediatico non l'impressiona, «ci preoccupa di più il fuoco dei bassi salari, della precarietà, degli infortuni mortali». Respinge il ritornello intonato anche da Epifani secondo cui, «alle condizioni date», non si poteva ottenere di più. «Date» perché il sindacato non ha fatto nulla per modificarle. Scontata la vittoria del sì, grazie al voto dei pensionati, qual è l'utilità di una campagna per il no a un accordo che quasi tutti pretendono immodificabile? I partiti della sinistra radicale faranno la loro parte per modificare in parlamento il protollo, risponde Gallo. «A noi compete far vivere nel rappporto con i lavoratori i problemi che l'accordo non risolve e, in qualche caso, peggiora».
Scendiamo a Taranto per raccogliere le impressioni di Massimo Battista, dell'esecutivo Fiom dell'Ilva. «Il no è più che giusto, il protocollo non soddisfa le aspettative dei lavoratori». E però, confessa Battista, «non faccio i salti di gioia». La fabbrica è cambiata, i giovani badano solo «al soldo», nelle assemblee non basterà far leva sull'autorevolezza della Fiom. Le ripercussioni nei rapporti con la Cgil, da una parte, e con Fim e Uilm, dall'altra, saranno pesanti. «C'è il contratto da rinnovare».
Il contratto è una ragione in più perchè i no siano «tantissimi», riprende il filo dalla Fiat di Termini Imerese Roberto Mastrosimone. Approvare il protocollo, dice, equivale a rimangiarsi la piattaforma unitaria. «Questa mattina un collega della Filcams mi ha chiesto se la Fiom è ancora nella Cgil. Gli ho risposto che è la Cgil ad aver cambiato idea, non noi». E l'ha cambiata, di questo è certo Mastrosimone, «per non far cadere il governo». Un doppio errore: l'accordo non basterà a tenere in piedi il governo che cadrà per altre ragioni. E la Cgil avrà immolato inutilmante un'altra fetta del suo patrimonio, il rapporto con i lavoratori.

 

Sciupagoverni, sciupasinistra, Fiom crocefissa dai giornali

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 13/09/2007

Maledetti meccanici Il Sole 24 ore dà la linea a Rinaldini, Repubblica lo mette sulla sedia elettrica, l'Unità lo richiama all'ordine. Un no ha scatenato le ire dei media, ricompattati dalla difesa della svolta moderata dell'esecutivo sulle politiche economiche e sociali

Ma allora gli operai metalmeccanici esistono ancora, nel XXI secolo? Non solo loro esistono, persino la Fiom è viva e a occhio e croce deve contare ancora molto. E' questa la conclusione che si ricava dopo un'attenta lettura dei giornali ieri in edicola. Lo «strappo» - è così che viene chiamato da quasi tutti i quotidiani - del gruppo dirigente dei meccanici Cgil non è né più né meno che un voto contrario a un accordo, nel momento in cui le confederazioni vanno a chiedere a tutti i lavoratori e i pensionati italiani di esprimersi con un sì o con un no. Se a dire no è il comitato centrale della Fiom, però, apriti cielo: quel no mette in pericolo Cgil, Cisl e Uil, la loro unità e il loro futuro, fa traballare il governo che sul protocollo pensioni-welfare-mercato del lavoro aveva ottenuto le firme di Epifani, Bonanni, Angeletti, Montezemolo... e, dulcis in fundo, offende il Partito democratico e scatena addirittura la zizzania tra le varie componenti della «Cosa rossa». Crucifige.
«La Fiom contro il governo spacca la Cgil» è il titolo d'apertura de l'Unità. Il «Quotidiano fondato da Antonio Gramsci» non si accontenta della sventagliata di colpi contro Gianni Rinaldini e i suoi compagni e affida alla sua migliore firma sindacale, Bruno Ugolini, un commento al vetriolo: «Una pesante responsabilità». «Nella storia dei metalmeccanici non sono mai mancate divergenze e scontri, ma è sempre prevalso l'interesse generale». Se ne deduce che la Fiom, con il suo no, è stato iscritto d'ufficio nell'elenco dei sindacati corporativi. Ugolini tira in ballo l'ex segretario Claudio Sabattini (purtroppo non può replicare) che mai avrebbe fatto una scelta simile. Dimentica di ricordare che la linea dell'autonomia e dell'indipendenza della nuova Fiom è figlia proprio di Sabattini, il dirigente che ha portato la sua organizzazione al G8 di Genova dove la Cgil era assente, ha rifiutato di firmare contratti capestro siglati separatamente da Fim e Uilm, ha lanciato i precontratti della Fiom.
Ma andiamo avanti, e passiamo a Repubblica. Anche il giornale fondato da Eugenio Scalfari dedica l'apertura a «Welfare, lo strappo della Fiom». L'editoriale è firmato dallo stesso Massimo Giannini che qualche giorno fa ha intervistato il ministro Amato, dove non si capiva se erano più forcaiole le domande o le risposte. La Fiom rappresenta «la cultura operaista del vecchio pansicalismo metalmeccanico di trent'anni fa... la vocazione frazionista della parte che pretende di rappresentare il tutto...». Giannini se la prende con chi, al governo, minimizza l'evento: «La prevedibilità dello strappo non ne attenua affatto la gravità» della scelta effettuata dalla «parte più estremista del sindacalismo italiano» che boccia un accordo meraviglioso affossando «un'intesa che semmai, se ha avuto un vero limite, è stato proprio quello di aver contemplato troppe cose di sinistra». Per Giannini «la nuova questione metalmeccanica è un aculeo velenoso piantato nel fianco della maggioranza». Ce n'è per tutti, persino per Guglielmo Epifani colpevole di aver firmato il protocollo con qualche riserva «per presa d'atto». Cioè senza passione. E qui Giannini scomoda Luciano Lama: «Non siamo convinti che il grande sindacalista di Amelia, oggi, sarebbe troppo fiero dei suoi eredi». Negli articoli di cronaca di Repubblica ce n'è anche per il manifesto, colpevole di cattive frequentazioni (Rinaldini, ma la colpa è reciproca) e di essere tra i promotori della manifestazione del 20 ottobre. Stessa colpa ci viene imputata anche dal Corriere. Del resto, è un'accusa molto diffusa anche ai piani alti della Cgil. Il giornale di via Solferino dedica apertura e pagine alla Fiom, parla di «Svolta movimentista delle tute blu» (ma la Fiom è movimentista o politicista? Si mettano d'accordo) e tira in ballo la categoria della «scissione» nella Cgil.
Apertura obbligata per quasi tutti i quotidiani, spesso accompagnata da editoriali di fuoco. Il più divertente è il commento del Sole 24 ore in cui Alberto Orioli dà la linea a Rinaldini, gli spiega che così danneggia gli operai. In fondo in fondo, la Fiom è armata da sacro livore antioperaio, lascia intendere il giornale della Confindustria: «Ma siamo sicuri che la Fiom faccia gli interessi dei lavoratori?», si chiede Orioli che spiega come i salari si siano impoveriti e per rigenerarli il protocollo del governo ha giustamente scelto di legarli irrimediabilmente agli utili azienda per azienda, te lo do io il contratto nazionale: se gli affari vanno bene soldi in più, se vanno male si tira la cinghia. Come dice Montezemolo, gli operai sono «collaboratori» del padrone. Orioli lancia strali contro i «massimalisti da talk show», «irresponsabili» colpevoli di «boicottaggio» che «potrebbe solo servire a ricreare la società delle frammentazioni, dei micro-interessi, degli egoismi furbastri, dei conflitti piccoli e grandi. Insomma, l'ennesima prova di autolesionismo di chi a sinistra tenta di sfrattare il sindacato dal monolocale del lavoro». Le cronache del giornale confindustriale non sono da meno.
Questi i toni generali (fa eccezione Liberazione, mentre i giornali ufficialmente di destra sguazzano nel pantano e accusano Prodi di aver spaccato i sindacati). Come dicevamo, la Fiom è oltre che sciupasindacati e sciupagoverni anche sciupa sinistra: «E il sindacato divide anche la Cosa rossa», titola uno dei servizi della Stampa. Un altro titolo del giornale torinese recita «La Fiom scuote il governo/ Dopo il no sul welfare crescono i dubbi sulla tenuta alle camere».
Così i giornali di ieri, sconvolti dal fatto che una sola categoria di un sindacato confederale su tre si è permessa di esprimere un dissenso su un accordo valutato nel merito e non in funzione delle dinamiche governative. Cioè in piena autonomia. Ma che deve fare un sindacato di fronte a un accordo, se non valutarlo nei suoi contenuti? La risposta viene dal titolo di apertura del settimanale della Cgil, Rassegna sindacale: «Il giudizio non può che essere positivo. Buona consultazione democratica a tutti.

 

Diciamo no perché non ci avete sconfitto

di Giorgio Cremaschi

su Liberazione del 13/09/2007

 

Le ragioni del no all'accordo del 23 luglio 2007 sono squisitamente sindacali. Così si spiega il voto, che tanto scandalo ha suscitato, del Comitato Centrale della Fiom. Questa organizzazione, per pratica e storia, è radicata nella contrattazione che, se rigorosa, comporta il calcolo dei costi e dei benefici di un accordo. E quello dei metalmeccanici non è il solo dissenso. Nel Direttivo della Cgil le due aree della sinistra, Rete28Aprile e Lavoro-Società, hanno votato contro l'accordo, dopo un lungo periodo di conflitti. Vuol dire che la materia concreta del contendere è assai grave. Discutiamo allora dei contenuti dell'accordo, dei fatti insomma, e non del solito teatrino che si scatena sempre quando la realtà irrompe nella vita politica del paese.
Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto l'intesa argomentando che essa è comunque un miglioramento della realtà attuale e per questo va accettata. E' il ragionamento di fondo che la giustifica, ma è sbagliato.
Questo accordo produce sì alcuni risultati per una parte dei pensionati e per una parte dei disoccupati, ma quei risultati sono tutti a carico del mondo del lavoro, che paga oggi e pagherà ancor di più domani. Nel protocollo del 23 luglio sono presenti guasti ad azione ritardata e progressiva. I metalmeccanici della Fiom hanno sviluppato una particolare sensibilità ad essi perché in questi anni due volte hanno subito accordi separati. Erano accordi che pure concedevano aumenti salariali, ma che contenevano insidie tali che, se non contrastate, avrebbero compromesso il futuro. Lo stesso oggi accade con il protocollo.
Partiamo dalle pensioni. Quante discussioni sul superamento dello scalone Maroni. Ebbene, a partire dal 2013, un anno prima di quanto era previsto dalla vecchia legge, si potrà andare in pensione solo con 62 anni di età e 35 di contributi. E allora? Ma non si era detto che un aumento dell'età pensionabile di questa portata avrebbe provocato un danno sociale, che esso non era in nessun modo giustificato dall'andamento dei conti dell'Inps? E invece lo scalone viene confermato.
Le misure per i lavori usuranti, che dovrebbero attenuare questa ingiustizia, sono poi una vera e propria beffa: non più di 5.000 lavoratori all'anno saranno dichiarati ufficialmente usurati. Con le condizioni di lavoro, gli infortuni e i rischi sulla salute e la sicurezza che ci sono oggi in Italia, questo è un vincolo inaccettabile.
Si diceva: la pensione delle donne non si tocca! Invece è stata toccata. Per ridurre le "finestre" di pensionamento per chi ha 40 anni di contributi, si mettono analoghe finestre per la pensione di vecchiaia. Così le donne e gli uomini che prima potevano andare in pensione a 60 e a 65 anni dovranno aspettare ancora. E non è finita qui.
Si dice che c'è un risultato per i giovani: ma quando mai! Il sistema contributivo, che è già una vergogna in sé, viene sottoposto a una scala mobile a rovescio. A partire dal 2010 ogni 3 anni i coefficienti di calcolo della pensione verranno tagliati. Si comincia con il 6-8% in meno.
Questa è la parte certa dell'accordo, che vale sotto qualsiasi governo. Poi c'è la promessa di discutere la garanzia del 60% del salario per i precari con retribuzioni più basse. Ma questo si farà compatibilmente, come hanno detto tutti i ministri, con le disponibilità finanziarie e, aggiungiamo noi, a seconda di chi sarà al governo. Insomma, aria fritta.
Dal 2011 aumenteranno ancora i contributi pensionistici nella busta paga dei lavoratori dipendenti e dei parasubordinati, perché il senso profondo dell'accordo è che si fa tutto in famiglia. Se una parte di lavoratori e pensionati ottiene dei miglioramenti, un'altra parte del mondo del lavoro deve peggiorare, in maniera che la somma sociale sia zero: i ricchi restano ricchi e i poveri litigano tra loro. Altro che redistribuzione delle ricchezze. Il punto più grave dell'accordo, quello che ipoteca negativamente il futuro, è sintetizzato dalla conclusione stessa del protocollo, una vera e propria clausola di dissolvenza, che dichiara che tutto è sottoposto alle compatibilità di bilancio decise dal governo. I diritti diventano una variabile della politica monetaria.
Come sempre il rigore contiene anche un inganno: che fine hanno fatto i 4 miliardi di euro di contributi pensionistici in più che, a partire dalla scorsa finanziaria, ogni anno verranno tolti dalle buste paga dei lavoratori dipendenti e dei parasubordinati? Questi soldi sono spariti, sono stati assorbiti dalla spesa generale e non figurano neanche nel famoso "tesoretto", che è frutto di altri soldi usciti anch'essi in gran parte dalle tasche dei lavoratori dipendenti. Di tutti questi miliardi solo una piccola parte è tornata ai disoccupati e ai pensionati, mentre le imprese hanno intascato la riduzione del cuneo fiscale e tanti piccoli e grandi benefici, pari complessivamente a 7 miliardi di euro all'anno secondo il ministro Bersani. Eppure la Confindustria non è ancora contenta.
Peggio ancora va l'accordo sul mercato del lavoro e la competitività. La sostanza è presto detta: il Patto per l'Italia del governo Berlusconi e la Legge 30 sono confermati e rafforzati. Non solo per la conferma dello staff-leasing, un rapporto di lavoro quasi inesistente in Italia, ma simbolicamente mantenuto perché così pretendeva la Confindustria. E neppure solo perché sui contratti a termine si è riusciti a peggiorare la legislazione esistente: ora quei contratti potranno essere prorogati oltre i 36 mesi con conciliazione sindacale. Ma, soprattutto per il vuoto che c'è su tutto il resto. Sul lavoro interinale, su quello a progetto, sugli appalti, sul precariato diffuso non c'è niente di niente. Altro che accordo per i giovani! Ma stiano tranquilli gli economisti liberisti perché ce n'è anche per quei lavoratori che essi considerano garantiti. Per tutti costoro c'è la promessa di una riforma degli ammortizzatori sociali che rischia di introdurre in Italia una variante povera del cosiddetto sistema danese, cioè una maggiore facilità di licenziamento in cambio di un po' di cassa integrazione. C'è poi lo scandalo della riduzione dei contributi pensionistici per le ore di straordinario. Così si danneggiano sia l'occupazione che il bilancio dell'Inps, mentre si chiarisce ai lavoratori che per guadagnare di più si deve lavorare di più. La riduzione delle tasse sul salario variabile aziendale, corona infine quest'impostazione. Invece che ridurre le tasse sul salario del contratto nazionale, che va a tutte le lavoratrici e i lavoratori, si riduce il fisco solo per quella minoranza che gode del premio di risultato. E si impone di peggiorare questo istituto, perché i soldi detassati dovranno essere totalmente variabili, cioè dovranno essere salario di rischio, come quando si investe in borsa. Flessibilità del rapporto di lavoro, flessibilità degli orari, flessibilità dei salari, questa è la filosofia che ispira la parte sul lavoro dell'accordo, non a caso condivisa entusiasticamente dalla Confindustria.
I gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Uil sostengono però che questo è il miglior accordo possibile. E' un ragionamento che potrebbe essere giustificato solo dopo una dura e lunga lotta sindacale. Ma come sappiamo tutti, la vertenza non c'è stata, la mobilitazione nemmeno e i risultati sono così negativi proprio perché Cgil, Cisl e Uil non hanno esercitato alcuna pressione sociale. Il quotidiano La Repubblica , in un suo editoriale, spiega che le tute blu sono alla deriva, sono sconfitte dalla storia e dalla ristrutturazione industriale e così i loro no sono solo nostalgia del passato. Cari metalmeccanici, dice quel giornale, vi dovete rassegnare, non contate più niente. E invece no. Il no a quest'accordo, rappresenta un segnale di speranza e fiducia per il futuro. Si dice no a un accordo ingiusto, rassegnato all'inevitabilità del peggioramento delle condizioni sociali del mondo del lavoro. Solo con questa rassegnazione si possono considerare come miglioramenti quei pochi semplici ritocchi fatti alle scelte del governo Berlusconi. Si dice di no perché si crede ancora alla possibilità di un cambiamento delle condizioni sociali, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati. Si dice di no perché in questa società profondamente ingiusta, piena di inaccettabili privilegi, il mondo del lavoro ha solo crediti da riscuotere e non debiti da pagare. E qui incontriamo anche il nodo del rapporto tra sindacato e politica. Non nascondiamoci dietro un dito, in ogni luogo di lavoro si rimprovera al sindacato, alla Cgil in particolare, di accettare con Prodi quello che si contrastava con Berlusconi. La risposta, che conferma, è che più di così non si può fare altrimenti il governo cade. E' da un anno e mezzo che Cgil, Cisl e Uil operano con questa paura. Il risultato è che il governo Prodi è ai massimi livelli dell'impopolarità e i risultati sindacali non ci sono. Se il sindacato fa il suo mestiere anche la politica, forse, reimpara a fare il suo. Anche per questo il no è un voto serio e sereno per cambiare.

 

 

Gallino: «La Fiom dice ciò che tanti pensano»

di S.B.

su Liberazione del 12/09/2007

Il sociologo del lavoro e professore universitario: «E' una rottura forte che sollecita alla sinistra soprattutto maggiore concretezza»

I metalmeccanici non ci stanno. E hanno deciso di battersi contro l'intesa sul welfare. Cambia qualcosa nel dibattito su quell'accordo? Il «no», il primo no di una federazione di categoria al proprio sindacato dopo sessantun anni, può riaprire uno spiraglio per modificare i contenuti di un'intesa così lacunosa? Lo chiediamo a Luciano Gallino, sociologo del lavoro, professore a Torino, editorialista.

Insomma, che segnale è quello venuto dalla Fiom?
E' un segnale molto marcato di insofferenza verso l'accordo del 23 luglio. Quello sulle pensioni e sul mercato del lavoro. Insomma a molti quell'intesa è apparsa modesta...

Anche a lei?
Sì certo, anche a me quell'accordo è apparso subito poca cosa rispetto a ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da un governo dell'Unione, da una maggioranza di centro-sinistra. Ecco, mi pare che i metalmeccanici della Cgil dicano a voce alta quello che molti altri pensano. Ma che non hanno nè la voglia, nè la forza, nè il coraggio di dire.

E perché questi "altri" non hanno il coraggio di dirlo?
Perché temono che qualsiasi giudizio critico possa arrivare a mettere in discussione il cosiddetto quadro politico, l'alleanza. E poi perché tanti, a cominciare dalle confederazioni, sono convinti che quel protocollo sia il massimo che si poteva ottenere. E hanno il timore anche di perdere quel poco, quel pochissimo che sono riusciti ad ottenere.

Comunque, secondo lei, quel "no" parla solo e soltanto il linguaggio sindacale?
Sono convinto che la posizione della Fiom dipenda molto dalla valutazione di quell'accordo. Certo poi...

Certo, cosa?
E' evidente che un giudizio di questa portata, la rottura che produce è una nuova spia del distacco che ormai s'è registrato fra la coalizione di governo, che tante attese aveva alimentato nel mondo del lavoro dipendente, e i suoi elettori. La sua base sociale. Sì, credo che la decisione della Fiom racconti soprattutto questo: di come il governo dell'Unione si sia allontanato dalle attese, dai bisogni dei metalmeccanici. Dei lavoratori.

Onestamente, pensi che da oggi sia più facile riprendere l'iniziativa per superare i limiti dell'intesa del 23 luglio?
No, francamente non mi faccio illusioni.

Che vuol dire?
Voglio dire che la vedo difficile. Assai difficile. Insomma, ho qualche dubbio che ce la si possa fare. Del resto, è impossibile quando hai i quattro quinti del mondo politico schierato a difesa di quel testo. Io, ovviamente, mi augurerei che si possa modificare, che si possano introdurre almeno alcune correzione nelle parti più lacunose, ma non mi faccio molte illusioni.

E ora che accade nel sindacato?
Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere. Certo, la rottura è significativa...

Ne ricorda altre simili?
No, così gravi no. Ma anche qui dubito che le tre confederazioni avranno la forza per fare marcia indietro. Hanno scelto di accontentarsi e probabilmente hanno messo nel conto di avere pezzi importanti di dissenso.

E alla sinistra, il «no» dei metalmeccanici che cosa segnala?
In questo caso, credo che il messaggio venuto dalla Fiom sia inequivocabile. I metalmeccanici chiedono una maggiore concretezza.

Concretezza? Che vuol dire?
Significa che non se ne può più di una discussione che non scende mai sul terreno concreto. Penso al dibattito sulle pensioni. Per settimane, per mesi ci hanno tenuti incollati ad un confronto fatto solo di "scalini", "scalone", "curve", "gobbe" e quant'altro. Per arrivare a quell'intesa così modesta. Riportare tutto alla concretezza significa mettere da parte tutto questo e cominciare col dire che i conti della previdenza tutto sono meno che deficitari. Come ci hanno voluto far credere. E lo stesso vale per la legge 30. Non credo che abbia molto senso battersi per un ritocco, per una modifica a questa o a quella norma. Bisogna andare molto più in là, cominciare ad aggredire, finalmente, l'intero complesso di problemi che riguardano il mercato del lavoro. Questo significa concretezza.

 

I metalmeccanici non approvano

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 12/09/2007

Il comitato centrale della Fiom volta all'80% contro il protocollo del governo. Le critiche di Epifani. «Per i contratti a termine e sullo staff leasing siamo alla conferma della legge del governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil». Giudizi negativi anche sulla parte pensionistica

Un evento previsto, non per questo meno dirompente. Per la prima volta nella storia della Cgil una categoria, per di più importante come la Fiom che è il maggior sindacato industriale italiano, esprime un voto negativo su un accordo siglato da Cgil, Cisl e Uil. Non è la prima volta che i meccanici assumono posizioni diverse dalla propria confederazione. Come dimenticare la manifestazione contro la precarietà del 4 novembre 2006, in cui sventolavano le bandiere della Fiom e non quelle della Cgil? Oppure, andando indietro nel tempo, quando il segretario dei metalmeccanici era Claudio Sabattini, al G8 di Genova 2001, un giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani: la Fiom c'era. D'altro canto, lo stesso statuto della Cgil garantisce il diritto d'espressione del dissenso e questo fa dire a Gianni Rinaldini che «sarebbe paradossale interpretare una diversa valutazione di un accordo come una rottura della Cgil. Non sottovaluto il significato politico e sindacale del nostro voto, ma restiamo con i piedi per terra. Nel documento finale votato dalla stragrande maggioranza dei membri del comitato centrale è scritto che applicheremo rigorosamente le modalità definite dagli esecutivi Cgil, Cisl e Uil convocati per domani (oggi per chi legge, ndr). Chi va a fare le assemblee con i lavoratori, a partire dal sottoscritto, ha il dovere di rappresentare il protocollo e la posizione di Cgil, Cisl e Uil», ci dice il segretario generale della Fiom.
Due giorni di dibattito, un'attenzione altissima, decine di interventi e infine le conclusioni di Rinaldini e il voto su due documenti contrapposti: il primo della maggioranza Fiom in cui «non si approva l'intesa» ha raccolto 125 voti favorevoli, il secondo presentato da Fausto Durante e sostenuto dalla minoranza della Fiom che condivide le valutazioni della maggioranza della Cgil ne ha raccolti 31. 3 gli astenuti. I rapporti di forza congressuali sono confermati fino all'ultimo voto, nonostante l'appello del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani che lunedì aveva preso la parola per sostenere nel merito e nel contesto politico («le condizioni date») la validità dell'accordo e chiamare i meccanici alla loro responsabilità. In piene facoltà il gruppo dirigente Fiom ha respinto il protocollo, sia sul versante pensionistico (pur valutando positivamente l'incremento delle pensioni basse) che su quello del mercato del lavoro. La critica riguarda l'assunzione dei vincoli di spesa quasi fossero un dato oggettivo, fatto che neutralizza persino gli aspetti positivi dell'accordo (solo 5 mila lavoratori «usurati» potranno uscire annualmente con le vecchie regole, 35 anni di contributi e 57 anni di età). Poco si salva sotto il titolo welfare-mercato del lavoro: «Per i contratti a termine e sullo staff leasing siamo alla conferma della legge del governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil». La riduzione del peso fiscale sugli straordinari «è un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario di lavoro, mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva e, in particolare, il contratto nazionale».
Giorgio Cremaschi, nel chiedere «tantissimi no in tutti i luoghi di lavoro», ha sostenuto che la Cgil con il governo Prodi ha firmato quello contro cui si era battuta durante il governo Berlusconi, e cioè il Patto per l'Italia. Il leader della Rete 28 aprile condivide dunque la scelta del comitato centrale, rivendicando «la difesa dei valori in cui si crede e per cui la Fiom si è sempre battuta». Di parere opposto Durante, il cui documento a favore del protocollo non va oltre il 21%: «Il voto conferma una mia preoccupazione sulla china presa dalla Fiom, dopo l'adesione sbagliata alla manifestazione del 4 novembre sulla precarietà e le tesi alternative al congresso confederale. Una china che può avere conseguenze nel rapporto con la Cgil, insomma rischiamo di diventare un'organizzazione che sempre meno si riconosce nella Cgil». Nel comitato centrale non si è discusso della manifestazione del 20 ottobre, «ma siccome moltissimi dirigenti della Fiom vi hanno aderito io voglio dire che la ritengo sbagliata», ci dice ancora Durante.
Oggi si terrà la riunione degli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil per definire le regole che governeranno la consultazione dei lavoratori dipendenti, precari e pensionati. Non dovrebbero emergere novità rispetto a quanto si è già appreso dopo l'incontro tra i segretari generali delle confederazioni: voto segreto e certificato, al termine di una massiccia tornata di assemblee in tutti (si spera) i posti di lavoro. A ogni assemblea un unico relatore per portare la posizione, favorevole al protocollo, di Cgil, Cisl e Uil. L'accordo, ha specificato ieri Epifani, «per la sua ampiezza e complessità, va valutata assumendo una logica di confederalità che non ritrovo nella scelta del comitato centrale Fiom».
La politica ha appreso con atteggiamenti opposti il voto della Fiom. Il presidente Prodi ribadisce l'importanza della firma di Cgil, Cisl e Uil e ritiene legittima quanto scontata una posizione di minoranza. Idem il ministro Cesare Damiano, per il quale quel che conta è la firma delle confederazioni e il voto di milioni di lavoratori e pensionati. Piero Fassino non è toccato dal voto negativo della Fiom e svela una vera passione per la base, i lavoratori, che naturalmente voteranno come confederazioni, buon senso, politica e Pd comandano. Applausi al voto della Fiom arrivano invece da due sponde opposte: Prc e Pdci da un lato, destre dall'altro che colgono l'occasione per attaccare le divisioni e dunque la debolezza del go

 

 


Verso l'accordo Cgil, Cisl e Uil, «ma non chiamatelo referendum»

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 04/09/2007

Oggi si incontrano Epifani, Bonanni e Angeletti sulla consultazione. Al voto anche precari e pensionati, solo relatori per il sì al protocollo nelle assemblee

Non si chiamerà referendum ma «consultazione con voto certificato». Formalmente perché il referendum è uno strumento che riguarda i cittadini, e non specificamente i lavoratori e i pensionati. C'è anche da dire che alcuni sindacati, come la Cisl, non hanno una smodata passione per il coinvolgimento diretto di iscritti e non iscritti quando si tratta di verificare il consenso su un accordo che pure riguarda l'insieme del mondo del lavoro, presente e passato. Quel che conta è la sostanza, e la sostanza è che Cgil, Cisl e Uil sono vicine a un accordo per riconsegnare ai diretti interessati il diritto di esprimersi sul protocollo governativo su pensioni e welfare, dunque sul passaggio dallo scalone di Maroni agli scalini del centrosinistra e l'estensione all'infinito, oltre i 36 mesi, del precariato. Con tanto di «promozione» degli straordinari.
Il protocollo governativo che sarà sottoposto al giudizio di lavoratori e pensionati è stato firmato dalle confederazioni sindacali, nel caso della Cgil «per presa d'atto» come ha messo agli atti Gugliemo Epifani. La consultazione dovrebbe riguardare tutti i lavoratori che hanno la fortuna di avere un contratto regolare ma anche i precari, i cosiddetti parasubordinati, e i pensionati. A sua volta, la consultazione dovrebbe essere preceduta dalle assemblee per concludersi entro la metà d'ottobre. Il risultato del tasso di consenso al protocollo che divide la maggioranza di governo verrebbe perciò reso noto in contemporanea alle primarie del Partito democratico. Che c'entra? Forse niente. Forse.
Una buona notizia, dunque. Le resistenze iniziali sembrerebbero superate e oggi dovrebbe arrivare la conferma al termine di un incontro tra Epifani, Bonanni e Angeletti. Ieri bocche cucite, al termine della riunione della segreteria Cgil, in attesa del ritorno del segretario della Cisl in «produzione». All'incontro a tre farà seguito, la prossima settimana, la riunione dei consigli unitari di Cgil, Cisl e Uil. Il meccanismo di voto prefigurato, per molti aspetti simile a quello che contrassegnò il referendum del '95 sulla riforma pensionistica di Dini, dovrebbe consentire la consultazione «libera» più ampia possibile. Naturalmente, chi come la Cisl preferirebbe un coinvolgimento dei soli iscritti, chiederà garanzie. La prima è che ogni assemblea si svolga con un unico relatore con il mandato preciso di sostenere il protocollo e chiedere ai lavoratori e ai pensionati un voto favorevole. Mentre nelle consultazioni interne lo statuto della Cgil prevede il diritto delle minoranze a presentare una controrelazione, nella prassi unitaria (Cgil, Cisl e Uil) questo diritto non è riconosciuto. Dunque, è probabile che sarà l'immarcescibile centralismo democratico a regolare le assemblee, e anche i dirigenti contrari al protocollo dovranno sostenerlo in assemblea. Sarà difficile derogare da questo principio, dato che la posta in gioco è la possibilità stessa di far dire la loro ai lavoratori.
In qualunque modo si chiamerà la consultazione, se mantenesse le caratteristiche suddette, rappresenterebbe un fatto positivo. E questa volta non è detto che dalle urne usciranno risultati bulgari a favore dell'accordo. Già nel '95 alcune categorie di lavoratori si espressero contro la Dini. Oggi si sa che il 25% del gruppo dirigente Cgil non condivide punti sostanziali del protocollo (Fiom, Lavoro e società, Rete 28 aprile), nulla si sa invece di quel che si muove in casa Cisl e Uil. Forse perché non si muove, o non può muoversi, o non può dirsi che si muova, proprio niente. E' importante il contesto politico della consultazione. La maggioranza è divisa sui contenuti e crescono le minacce e i ricatti della destra unionista contro gli «irresponsabili» che hanno promosso o aderito alla manifestazione del 20 ottobre. Le confederazioni sostengono il protocollo e criticano esse stesse l'appuntamento di piazza per migliorarlo. Ma la base sindacale è, prima che divisa, amareggiata per la crescente distanza tra il programma dell'Unione e gli atti del governo. Altri elementi sindacali interloquiscono con la consultazione: dal rinnovo dei contratti per 8 milioni di lavoratori, al le elezioni per le Rsu tra i 3,2 milioni di dipendenti del pubblico impiego. Si tratta di appuntamenti importanti che chiedono una scesa in campo diretta dei singoli sindacati e che forse hanno ammorbidito le posizioni della Cisl sul referendum. Pardon, sulla «consultazione con voto certificato».

 


 

una scheda del 2006:


Il piano Prodi dovrebbe arrivare tra martedì e mercoledì
Le ipotesi: "scalino" ogni 18 mesi, uno solo e poi incentivi, soluzione mista

Un miliardo l'anno per scalini e quote
e potrebbero aggiungersi gli incentivi

Aumento dei contributi per i parasubordinati
Esclusi dall'aumento dell'età più lavori usuranti
di ROBERTO MANIA


ROMA - Un miliardo di euro l'anno da trovare per sostituire lo scalone di Maroni con gli scalini e le quote, esentando dalla riforma delle pensioni di anzianità coloro che svolgono attività usuranti. È l'ultimo ostacolo che si frappone alla definizione della proposta del premier, Romano Prodi. Risolto il rebus della copertura finanziaria, i tempi per l'accordo sulle pensioni potrebbero essere strettissimi.

Il piano Prodi dovrebbe arrivare al tavolo del negoziato tra martedì e mercoledì ma le linee generali sembrano ormai piuttosto solide. Tuttavia, proprio il tipo di intreccio che si sceglierà tra scalini (cioè l'aumento graduale dell'età) e le quote (somma tra età anagrafica e anni di versamenti contributivi) determinerà l'entità dei finanziamenti da recuperare con risparmi o nuove entrate nel sistema previdenziale. In ogni caso si ragiona all'interno di una forchetta tra 900 milioni e un miliardo.

Di certo è in arrivo un nuovo aumento delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati: dovrebbero salire al 25-26 per cento contro l'attuale 23,5 per cento stabilito con l'ultima Finanziaria (era il 18,2 per cento). Questa misura fa parte della strategia del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, di rendere il lavoro non standard più caro per evitare abusi. Risorse via via crescenti dovrebbero pervenire dalle sinergie (inizialmente non proprio una fusione) tra gli enti previdenziali. Inevitabile una sforbiciata sui privilegi che ancora sopravvivono nel sistema previdenziale pubblico. All'appello, però, mancherebbero ancora 500 milioni.
 

Sull'opzione scalini e quote c'è un consenso piuttosto ampio, al di là di alcune rigidità della Uil, sul fronte sindacale, e di Rifondaziome comunista, su quello politico.

Il passaggio, dal prossimo anno, da 57 anni a 58 anni (sempre con 35 anni di contributi) per accedere alla pensione di anzianità appare assodato. Dal 2009 o dal 2010 potrebbe scattare il meccanismo delle quote o un nuovo incremento dell'età (59 anni). La prima quota potrebbe essere fissata a 95 (60 anni con 35 di contributi, ma anche 59 e 36, 58 e 37) e poi salire fino a 97.

Il mix di scalini e quote permetterebbe di avere un certo margine di certezza sugli effetti finanziari senza comprimere un po' di flessibilità. Che potrebbe essere rafforzata introducendo nello schema scalini-quote anche gli incentivi a restare. Mirati, in particolare, sui lavoratori di età più bassa anche se con alle spalle una lunga carriera professionale. Il punto debole del sistema delle quote, infatti, sta proprio nel fatto che permette di andare in pensione anche a persone relativamente giovani che però hanno iniziato a lavorare presto. L'incentivo potrebbe essere la carta per ridurre il numero di uscite precoci.

Le nuove regole non dovrebbero riguardare chi matura i 40 anni di contributi. Costoro dovrebbero poter continuare ad abbandonare il lavoro con le quattro finestre annuali di uscita. Per tutti gli altri le finestre scenderanno a due dal 2008. Esclusi anche i lavori usuranti (a cominciare dai turnisti a ciclo continuo e gli addetti alla catena di montaggio), tra i quali non figurerebbero però gli insegnanti come chiedono la Uil e Rifondazione.

( 15 luglio 2007 ) REPUBBLICA

ECONOMIA E SOCIETA':

Conti sbagliati per le pensioni- il manifesto 15-07-07

di Sara Farolfi

su Il Manifesto del 15/07/2007

Intervista al sociologo Luciano Gallino: «Un'offensiva ideologica oscura la realtà»

«Si poteva abolire lo scalone partendo dai dati reali. E non rompere il patto tra le generazioni». Rimosse le vere emergenze sociali
«Il dibattito sulla riforma del sistema del sistema previdenziale è viziato da una produzione di discorsi che utilizzano dati in modo parziale, e l'impressione è quella che si voglia ridurre progressivamente il pilastro pubblico a tutto vantaggio di quello privato». Con il sociologo Luciano Gallino proviamo a decostruire l'ordine del discorso pubblico che oggi, a partire dalle pensioni, si impone, dal «conflitto generazionale» alla questione salariale, passando per i nodi di politica industriale.

Siamo nella fase conclusiva della riforma del sistema previdenziale e si va verso un ammorbidimento dello «scalone». Si poteva fare in maniera diversa?

Si poteva procedere in maniera diversa facendo meglio i conti, e mettendo in evidenza il vero costo delle pensioni e il bilancio del Fondo ordinario lavoratori dipendenti che è in attivo e non rischia di peggiorare nei prossimi anni. Invece si ragiona sulla base di una sorta di calderone in cui si mescola tutto, e si imputa ai lavoratori dipendenti una situazione inesistente.

Eppure, si sente dire con una certa frequenza, le previsioni di qui al 2050 sono disastrose.

Sono previsioni poco affidabili, e comunque discutere oggi di come porre rimedio al disastro che ci attende nel 2040 è un azzardo.

Per quale ragione?

Le previsioni fatte nel 1995, anno della riforma Dini, che riguardavano il 2040 appaiono oggi completamente sfocate. Il numero dei contribuenti, ossia delle persone che pagano i contributi all'Inps, doveva diminuire e invece è aumentato regolarmente ogni anno, grazie anche alla regolarizzazione degli immigrati. O ancora, il fatto che un numero crescente di persone si accingesse alla pensione anzitempo si è rivelato non veritiero, tanto che l'età effettiva di pensionamento in Italia è mediamente pari a quella di altri paesi europei.

Come si spiega allora il disavanzo di 3 miliardi di euro del Fondo lavoratori dipendenti?

A essere in passivo non è il rapporto tra entrate, intese come contributi, e uscite, intese come prestazioni previdenziali. Innanzitutto pesano sul bilancio Inps 30 miliardi di gestione assistenziale, come le indennità civili, le pensioni al minimo o gli assegni familiari. Tutte cose sacrosante naturalmente, ma che nella maggior parte degli altri paesi costituiscono una voce separata di bilancio. In più vengono accollati al Fondo dei lavoratori dipendenti i disavanzi di altre categorie. Come quella dei dirigenti d'azienda, che quest'anno pesa con un passivo di 2,6 miliardi di euro, o come quelle dei telefonici e delle ferrovie dello stato. Nelle previsioni per il 2007, il Fondo lavoratori dipendenti dovrebbe avere tre miliardi di attivo, e invece si ritrova ad averne altrettanti di passivo.

Anche sul modo definire i lavori usuranti lei ha espresso alcune perplessità.

Servirebbero studi più certi. Dire che oggi si vive fino a 80 anni e che perciò si deve alzare l'età della pensione, è un'affermazione partigiana. L'aspettativa di vita è strettamente legata al tipo di lavoro che si svolge, come mostrano diversi studi sul piano internazionale.

Si fanno previsioni sul 2050, ma non si dice mai che in quell'anno, secondo i dati generali della Ragioneria dello stato, il tasso di sostituzione lordo della previdenza obbligatoria, cioè l'importo delle pensioni, si ridurrà al 51% per i dipendenti privati, al 63% contando anche quella complementare...

Certo, se si applicano i coefficienti di trasformazione si va in quella direzione, ma questo è un altro dei temi su cui occorrerebbe ragionare sulla base di dati veritieri. Bisognerebbe dire, ad esempio, che i contributi aumentano anziché diminuire se si separa l'assistenza dalla previdenza, come peraltro prevedeva una legge di almeno una ventina di anni fa. E in questo caso, non ci sarebbe alcun bisogno di ritoccarli.

L'impressione è che si agiti lo spettro del conflitto generazionale per insinuare la tesi che questa presunta ingiustizia sociale derivi dallo stesso sistema a ripartizione, e che così facendo si cerchi di favorire quello a capitalizzazione dei fondi pensione.

Il sistema a ripartizione, basato sul principio che chi lavora paga la pensione di chi non è più in attività, è un grande pilastro della solidarietà tra le generazioni. L'impressione è quella che si voglia ridurre progressivamente la pensione pubblica a favore di quella privata. Il mercato dei fondi pensione potrebbe valere in Italia centinaia di migliaia di euro l'anno, e gli stessi fondi negli altri paesi sono vere e proprie potenze economiche. C'è una grande commistione di calcoli e interessi economici, ma c'è anche una presa di posizione politica in senso neoliberale, rispettabile naturalmente, ma che andrebbe letta per quello che è. Ideologica e che nulla ha a che fare con i conti delle pensioni.

Assistiamo dunque ad una massiccia produzione di discorsi sorretti da un'ideologia ben precisa?

C'è una produzione di discorsi che utilizzano dati in modo parziale. Senza manipolazioni, semplicemente occultandone altri, per convincere tutti che ci stiamo avvicinando al disastro.

Che senso ha allora il richiamo che arriva da più parti a un patto intergenerazionale?

Parlare delle pensioni come di un furto che astuti anziani operano ai danni dei giovani, è un modo triste, oltreché scorretto, di dipingere il quadro del rapporto intergenerazionale. Ritoccare i coefficienti ad esempio, significa tagliare le pensioni del futuro.

Si parla meno della precarietà che pure resta un'emergenza sociale, e anche sulla legge 30 sembra profilarsi soltanto un ammorbidimento.

Siamo largamente fuori strada. Ciò che serviva era una legge complessivamente nuova sul diritto del lavoro, in particolare sul lavoro subordinato, mentre oggi si parla solo di qualche ritocco, eliminando quelle forme contrattuali poco usate peraltro dalle stesse aziende. Ormai il 50% delle assunzioni annue avvengono con contratti di vario genere, che in comune hanno la breve durata. E si delinea un orizzonte preoccupante: il mondo del lavoro continuerà a essere precario, a causa dell'incapacità o della non volontà di chi dovrebbe elaborare leggi adeguate a proposito.

Non si parla più neppure di politica industriale. La ripresa ha risolto i nostri malanni?

Neanche per sogno, in alcuni settori i problemi sono evidenti. Abbiamo un servizio ferroviario che è tra i più scadenti d'Europa, la compagnia aerea di bandiera che ha i problemi che ormai sono sotto gli occhi di tutti, e si potrebbe continuare. Bisognerebbe seguire l'esempio di altri paesi, come Francia e Germania per restare in Europa. Qualche anno fa il gigante ferroviario francese Alstom, che produce i tgv, era sull'orlo del fallimento ed è stato rilanciato con la partecipazione dello stato francese. In Italia invece quando la Fiat decise di dismettere parte della produzione non motoristica, vendette il comparto ferroviario ad Alstom, il peggior concorrente. Al contrario, credo si sarebbe dovuto cercare di mettere insieme i nostri vari pezzi di industria ferroviaria.

Le imprese invece non fanno che piangere miseria e il governo procede con misure a pioggia come il taglio del cuneo fiscale, o adesso con la defiscalizzazione degli straordinari...

C'è in generale una sopravvalutazione del costo del lavoro che nelle produzioni più importanti pesa decisamente poco. Piuttosto l'agomento viene usato per dire che è necessario contenere i costi e mantenere bassi i salari: detassare gli straordinari è come far piovere sul bagnato.

Non c'è invece una questione sociale stringente che è la questione salariale?

Abbiamo i salari più bassi d'Europa - fermi da dodici anni - mentre in paesi come Francia, Germania e Regno Unito crescono tra l'8 e il 10%. Questo è dovuto a una stasi della produttività che avrebbe bisogno di investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, ma su questo l'industria italiana è il fanalino di coda dell'Europa.

Per tornare alla politica industriale, cosa pensa della quotazione in Borsa di Fincantieri, non si rischia di scrivere nei fatti l'ennesimo capitolo del suo saggio «La scomparsa dell'Italia industriale»?

Bisogna dire intanto che difficilmente la Borsa può servire a finanziare l'industria. Ci sono paesi che sono diventati giganti industriali, e penso alla Germania, senza ricorrervi. Certo, la Borsa assicura liquidità, ma se c'è bisogno di investimenti si possono percorrere altre strade, il credito bancario ad esempio, tanto più che nel caso di Fincantieri si parla di un'azienda leader mondiale in un settore molto promettente. Anche perché se quel 49% che si vuole quotare viene diviso tra quattro o cinque fondi pensione, è bene sapere che il quadro che si delineerebbe potrebbe modificare gli equilibri societari, pur in presenza di uno Stato che nominalmente possiede il 51%: i fondi di investimento possono diventare soci ingombranti.

 

il manifesto 13.7-07


Lettera aperta all´Inps sulle pensioni italiane

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 05/07/2007

 

Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.
Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio.
Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l´insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.
Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d´aver capito lo possiamo riassumere così:
a) Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti dallo Stato per la cifra che s´è detto e per 1,9 miliardi da altre entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.
b) Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni. Anche qui, sulle prime, credevamo d´aver letto male. Il Fpld in senso stretto avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag. 219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5 miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l´Inpdai, l´ex Fondo dirigenti di azienda che quest´anno sarà in rosso per 2,8 miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro. Il bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3 miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l´entità, in base all´assunto che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.
Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere dei dubbi. Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile per il bilancio dello Stato. Però a noi risulta che il totale delle pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias) rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati consolidati, l´11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre 2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell´Inps incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono il Fondo Ferrovie e l´ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento (pag. 61).
A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po´ tanti elementi. Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001 e il 2005.
Riassumendo: delle due l´una. O noi inesperti dei bilanci Inps abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in trepida attesa delle Loro precisazioni. Oppure dobbiamo concludere che quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati Inps, come dire, con una certa disinvoltura. Su questo, naturalmente, non ci permettiamo di chiedere un parere all´Inps.

 

 

 

 

 

il manifesto 4-7-07


(Del 3/7/2007 Sezione: Economia Pag. 7) la stampa


Ai sindacati piace lo scalino a 58 anni
Più vicina l’intesa previdenziale con il governo Montezemolo: “Antistorico cambiare le leggi”



ROMA

Piace alle confederazioni sindacali la proposta abbozzata dal ministro del Lavoro Cesare Damiano: far salire nel 2008 a 58 anni anziché 60 l’età minima di pensione, con incentivi a chi resta. Solo i metalmeccanici della Fiom continuano a dire di no e minacciano scioperi, mentre Rifondazione insiste nella richiesta di escludere dall’eventuale “scalino” gli operai, chi lavora su tre turni e chi svolge attività usuranti. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, intanto, continua a essere contrario, forte del parere dei tecnici secondo cui gli incentivi, come già dimostrato dal bonus Maroni, hanno scarso effetto. Sarà Romano Prodi a decidere. I tre leader di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, si sono incontrati ieri e hanno chiesto al governo di «riaprire rapidamente il confronto a partire dal tema del miglioramento economico per le pensioni più basse». Il problema immediato è come distribuire tra i pensionati più poveri i 900 milioni di euro nel 2007 (con una tantum in autunno) e i 1,5 miliardi dal 2008 in poi (con aumenti stabili). Se ne discuterà oggi pomeriggio al ministero del Lavoro. Epifani, Bonanni e Angeletti si dicono soddisfatti del fatto che con il Dpef il governo dia quelli che a loro paiono «i primi segni di politica redistributiva a favore delle pensioni basse, degli ammortizzatori e dei giovani». Subito dopo, la ripresa del dialogo si concentrerà ovviamente sullo «scalone», ovvero sulle pensioni di anzianità che si conseguono con 35 anni di contributi. Qui il ministro Damiano, dicono Cgil, Cisl e Uil, avanza idee che «si muovono nel solco delle proposte avanzate dal sindacato al tavolo della trattativa con il governo». Nella trattativa, che si era interrotta una settimana fa, Padoa-Schioppa aveva respinto le ipotesi dei sindacati, perché non garantivano risparmi sufficienti. Damiano propone ora di sperimentare gli incentivi per tre anni e poi verificare; se non portassero i risparmi voluti, si alzerebbe di nuovo l’età minima. E dove si fisserà il livello dei risparmi voluti? Per il ministro del Lavoro, al livello che tiene in equilibrio finanziario il sistema previdenziale; per i sindacati, più in basso. Padoa-Schioppa non era stato informato dell’uscita di Damiano e continua a non credere che si possa concludere un accordo su quella base. Ieri il ministro dell’Economia, dopo essersi incontrato con il presidente del consiglio, in un discorso dedicato al problema dell’ambiente ha inserito una battuta che rivela il suo pensiero: «Avere un sistema pensionistico che penalizza i giovani significa rompere un equilibrio, che non esiterei a definire ambientale». Mandare presto in pensione gli anziani, ovviamente, penalizza i giovani. Un accordo a tre anni, tale da rinviare i problemi, non può piacere a Padoa-Schioppa, che vuole «allungare lo sguardo, sottrarsi alla prigionia del tempo breve». I suoi tecnici non credono agli incentivi. In più, la presenza di una clausola di revisione tra tre anni potrebbe funzionare come potente disincentivo: coloro che compiono 58 anni potrebbero essere spinti a chiedere subito la pensione di anzianità per paura di non poterla più ottenere in seguito. «Il rapporto del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale non lascia dubbi: gli incentivi non funzionano - dice Elsa Fornero, professore di economia e membro di quel Nucleo - Chi non è soddisfatto del proprio lavoro non trova conveniente rinunciare alla pensione per un anno per percepirla poi aumentata; chi del proprio lavoro è soddisfatto continuerà comunque. Per il governo questa mi parrebbe una capitolazione». Al presidente della Confindustria Luca Montezemolo «sembra antistorico cambiare la legge Dini e la legge Maroni per fare delle scelte che ci allontanano dall’Europa», con «un gioco al rinvio» che «per motivi puramente idoelogici rischia di far pagare agli italiani più tasse per mandare le persone in pensione a 57 anni». Parlando di costi della politica, Montezemolo ha anche detto che «i consigli di amministrazione delle società statali sono discariche di politici trombati».

 

Galapagos sulle pensioni: il vero problema sono i salari - il manifesto 03/07/07

 

 

 

 
Il segretario Uil: «Non mi preoccupa avere le posizioni del Prc» liberazione 30-06
Angeletti: «Via la Maroni,
i lavoratori hanno già dato»

Frida Nacinovich
Segretario Angeletti, si chiude o no la trattativa sulle pensioni?
Dopo una lunga discussione, la trattativa si è interrotta. Non ci sono posizioni tali da poter raggiungere un compromesso. Dal nostro punto di vista restano distanze enormi.

Vuole dire che Cgil, Cisl e Uil si preparano alle barricate?
Dico che il governo si propone di ottenere gli stessi risultati della legge Maroni con metodi diversi. E questo non va bene. Non va bene e non è necessario. Lo scalone - l'allungamento obbligatorio dell'età della pensione - è stato fatto dal centrodestra per compensare un extradeficit di bilancio, non è in rapporto alla sostenibilità del sistema previdenziale. Allora mi chiedo: perché dobbiamo far pagare miliardi di euro ai lavoratori? Forse perché il governo precedente ha preso questo impegno con Bruxelles? Per giunta, oggi le ragioni di quello scambio non ci sono più.

Anzi, sembra che sia stato trovato un vero tesoro e non un semplice tesoretto. Le entrate del governo sono aumentate, i lavoratori ne sanno qualcosa.
Anche per un eccesso di responsabilità e generosità da parte nostra, abbiamo accettato l'aumento dei contributi (+0,3%). Entrate che in tre anni compensano e superano l'abbattimento dello scalone. Scusate, abbiamo già pagato.

Sullo scalone non ci salite, ma un piccolo passo su uno scalino potreste farlo?
Sempre di allungamenti obbligatori dell'età pensionabile si tratta. Ed è questa la ragione che impedisce un compromesso ragionevole. Abbiamo controproposto l'unica cosa possibile: rivedere l'età pensionabile con strumenti intelligenti. Incentivi appetibili per chi resta, la possibilità di andare in pensione per chi ha già lavorato trentacinque anni. Siamo disposti a fare una verifica, dopo tre anni, per capire se gli incentivi sono stati all'altezza delle aspettative.

Alcuni dicono - e molti media sono sempre pronti ad ospitarli - che in Italia si va in pensione troppo presto.
Tabelle ufficiali - la fonte è Eurostat - raccontano che l'età media effettiva della pensione in Francia è al di sotto di quella italiana. Mentre per la Germania - che tutti citano come modello da imitare - l'età media è di sette mesi in più. Detto questo, l'Italia è l'unico paese in cui l'età media effettiva supera quella legale. In Germania succede l'opposto: 61 anni è l'età oggettiva della pensione, 65 quella legale.

S<?-- Capolettera -->i rende conto che se non sarà raggiunto un accordo, dal 2008, ci saranno la legge Maroni e lo scalone?
Non scommetterei nemmeno cinquanta centesimi sulla sopravvivenza dello scalone. Da questo punto di vista sono ottimista: il governo toglierà lo scalone.

Oggi Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, intervistato da Repubblica, ha detto di non capire bene la posizione di Rifondazione.
Cerca di giustificarsi senza dover dare delle giustificazioni. Perché la posizione di Cgil, Cisl e Uil è comune e Rifondazione non ha imposto niente a nessuno. Penso si tratti di un giochetto per indebolire Rifondazione e il sindacato. Io, naturalmente, mi preoccupo del sindacato. Si dice che la sinistra radicale è troppo radicale, che i sindacati tengono duro solo perché temono di essere scavalcati a sinistra. Invece noi andiamo avanti comunque, a prescindere dalle posizioni di Rifondazione che oggi condivido. Se il governo pensa di fare un accordo e distruggere il sindacato, se lo può dimenticare.

Non le sembra un po' strano che il suo sindacato, la Uil, si mostri con una posizione a sinistra della Cgil? Angeletti non è preoccupato di essere sulla stessa lunghezza d'onda del segretario Franco Giordano e di Rifondazione comunista?
Non mi turba il sonno, se è questa la domanda. Condurremmo questa battaglia fino in fondo. Il fatto che la posizione di Rifondazione coincida con quella del sindacato è assolutamente normale, anche vantaggioso per la trattativa. I cosiddetti "riformisti" dovrebbero smettere di usare il riformismo per dare ragione a Confindustria. Vorrei sentirli parlare in modi diversi su argomenti che non riguardano le categorie dello spirito ma la redistribuzione del reddito. Vorrei vedere i fatti. Non ho sentito un riformista prendere la parola per dire che il cuneo fiscale è andato tutto a vantaggio delle imprese. E poi dicono di essere socialisti...

E ora? Cosa c'è dietro l'angolo?
Ho le idee molto chiare. Per motivi di storia personale e ruolo parlo tutti i giorni con chi rappresento. Dunque so perfettamente come la pensano i lavoratori e qual è il mio mandato. Tradimenti non sarebbero perdonati. Non fa comodo parlare delle mobilitazioni dei lavoratori, che pure ci sono e ci sono state. Ma è tutta gente in carne e ossa, che manda avanti il paese e vota. Di questo il governo dovrebbe tener conto, anche per il suo buono stato di salute. Se il governo pensa di avere come punto di riferimento gli editoriali dei giornali, non deve poi aver paura di leggerli il giorno dopo delle elezioni.

Siete pronti allo sciopero generale?
Se il governo non toglierà subito lo scalone, ci saranno altri scioperi finché lo scalone non sarà tolto. Che nel 2008 la gente debba lavorare di più e il sindacato resti a braccia conserte è un'ipotesi da fumetto di Walt Disney.


30/06/2007

D'Alema: «Lo scalone resta»
Epifani lo guarda incredulo

Fabio Sebastiani
Serravalle Pistoiese (Pt) nostro inviato
« soldi non ci sono e anche se ci fossero non ce li metteremmo». Si parla di abolizione dello scalone alla festa della Cgil nella rocca di Serravalle. Ospiti di Ferruccio De Bortoli, direttore del "Sole 24 ore", il ministro degli Esteri Massimo D'Alema e il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. A D'Alema bastano pochi secondi per rimangiarsi il programma dell'Unione. Epifani glielo fa notare. «C'è un problema di coerenza», dice. Ma lui non fa una piega. Tira dritto nell'attacco contro le pensioni di anzianità. Il vicepresidente del Consiglio non usa nemmeno troppi giri di parole. E di fronte a un esterrefatto Epifani va giù come un maglio. Parla di priorità D'Alema e - con la proverbiale spocchia - della necessità di dare più spazio ai giovani e ai pensionati poveri, di attaccare i privilegi di un gruppo ristretto di pensionati e via discettando. Insomma, sembra un Rutelli in stile più grintoso. Del resto, cosa volete che interessi a lui dei "fatterelli" di casa nostra. Lui, che si occupa di politica internazionale nel mattatoio di Gerusalemme. Tra una internazionale socialista e un incontro con il cardinal Martini, D'Alema, però, ha avuto pure il tempo di annotarsi un po' di numeri della previdenza italiana. E li sciorina tutti, come fossero le preghiere del rosario. «Abbiamo in Italia 3 milioni di pensionati sotto i 60 anni con un livello di pensione medio più alto degli ultasessantenni», dice con tono compito, senza dimenticarsi di sottolineare che l'aspettativa di vita in Italia è aumentata. Le conclusioni che ne trae, però, sono irte di contraddizioni. «Magari quelli sotto i sessanta anni continuano a lavorare - dice - ed esercitano concorrenza sleale verso i giovani». Epifani scuote la testa. Anche se alla fine metà della numerosissima platea applaudirà, tra il pubblico non mancano i mugugni. La "teoria" di D'Alema non è chiarissima. Secondo lui, se i lavoratori vengono lasciati a lavorare oltre i sessant'anni non fanno concorrenza ai giovani mentre se vengono pensionati prima sì. Ma il punto, qui sotto la bellissima rocca di Serravalle che un tempo serviva ad avvistare le incursioni dei pirati dal Tirreno, il problema non è mostrare coerenza e tirare fuori argomenti convincenti. Il punto è far digerire al sindacato che lo scalone non si abolisce. Non a caso il ministro degli Esteri attacca a spada tratta anche Rifondazione comunista, rea di «alzare bandiere ideologiche» sui lavori usuranti. Il segretario della Cgil si guarda bene dal rispondere sullo stesso terreno. Anche perché non si saprebbe da dove cominciare, tanti sono i grovigli. «Suvvia - si lascia scappare D'Alema - qualche anno in più non è un dramma». Guglielmo Epifani rispedisce al mittente lo schema di ragionamento. E richiama D'Alema alla coerenza. Gli ricorda che lo scalone i lavoratori se lo sono già pagato con lo 0,3% dell'ultima finanziaria. «So bene quali sono le priorità - dice - ma i giovani e i pensionati poveri non vanno contrapposti alle pensioni di anzianità». Prova anche a dire che il sindacato, a ben vedere, ha avuto pure un approccio tutto sommato moderato perché parla di «superamento e non di abolizione» dello scalone. Il segretario avverte che a questo punto c'è il pericolo concreto di traguardare il 30 dicembre come data ultima per fare l'accordo. Ovviamente la cosa non gli va a genio. Ci fosse Prodi al posto di D'Alema l'accordo si farebbe subito. Il segretario della Cgil non si lascia scappare che la piccola apertura sugli "incentivi a restare" arrivata dal presidente del Consiglio in giornata è preziosa. E va salvaguardata. «So bene che bisogna la permanenza al lavoro aumenti - aggiunge Epifani - ma un conto è se lo si fa con l'obbligo e un altro se lo si fa con l'incentivazione».
Il nodo è ancora una volta tutto maledettamente politico. Né D'Alema né Epifani prendono in considerazione i numeri effettivi dei conti. Nessuno dei due parla dei 3 miliardi di avanzo dell'Inps, per esempio. «Certo - aggiunge Epifani - se dovessimo parlare di risparmi lo scalone resta». Appunto, quali sono le priorità politiche di questo governo? Per D'Alema, lo scalone sembra essere un tema da vedersi tra i "duri" della politica. È qui che passa il discrimine tra gente seria che vuole governare e "fannulloni" che vogliono solo fare l'opposizione. Lavoratori usurati, incentivi, scalino a 58 anni. Il ministro degli Esteri stronca tutto senza appello. «Oggi tra lavoratori usurati e no non c'è un confine così chiaro» dice. E poi, ancora: «Gli incentivi non danno previsioni finanziarie certe». Eppure anche lui sembra essere così certo che nel 2007 il rapporto deficit/Pil sarà al 2,5 e al 2,2% nel 2008, tanto che fa spallucce alla solita tirata d'orecchie di Almunia.
La coda, senza entusiasmo né voglia di stupire, è tutta sul partito democratico e sulle prospettive aperte dalla candidatura di Veltroni. Quali riflessi per il sindacato? Chiede De Bortoli. Non c'è nessuna rivelazione. Epifani chiede che ci sia almeno una legge sulla democrazia sindacale. D'Alema non si impegna, ovviamente, e chiede perché il sindacato non si sia ancora adeguato al superamento delle storiche divisioni tra «tra i filoni della cultura e della politica italiana». Un modo come un altro per dire che il sindacato unico è una specie di "condanna divina" e chi non è pronto è destinato a rimanere indietro.


30/06/2007

Zipponi: «Via lo scalone o non votiamo». Rinaldini: «Sciopero possibile»
Pensioni, scontro a distanza
tra Bertinotti e Veltroni

Angela Mauro
Forse non ce n'era bisogno, ma Veltroni rende ancor più esplicita la differenza di visione tra riformisti e sinistra della coalizione, soprattutto la prolunga nel futuro e di fatto, nonostante la dichiarata attenzione a non voler pestare i piedi a Prodi, si sostituisce all'attuale premier nella chiarezza sui contenuti. A offuscare il quadro, ci si mette anche il commissario europeo agli Affari Economici Joaquin Almunia che lancia un nuovo monito all'Italia sulla «persistente incertezza che riguarda la riforma del sistema pensionistico», dicendosi «preoccupato per il limitato consolidamento dei conti pianificato per il 2008 e gli anni seguenti, che non è in linea con gli orientamenti stabiliti dall'Eurogruppo».
Almunia sembra un «disco rotto», replica il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, che invita il commissario europeo a «cogliere il segnale del governo italiano che ha approvato un Dpef che dovrà aprire la strada anche alla soluzione del nodo dello scalone da sciogliersi nei prossimi giorni». Da notare che sul fronte dei parlamentari europei, Almunia scontenta sia l'eurodeputato del Prc Roberto Musacchio che Pasqualina Napoletano del Pse («Il commissario è solerte verso il governo Prodi più che con il governo Berlusconi. Si preoccupi di una maggiore attenzione al sociale, farebbe bene all'Europa»). E, dall'Italia, gli arrivano le critiche dalla capogruppo di Sinistra Democratica alla Camera, Titti Di Salvo («Giustizia e coesione sociali sono condizioni fondamentali per lo sviluppo: il risanamento dei conti pubblici è un passaggio per realizzarle, non un obiettivo fine a se stesso»). Mentre Padoa Schioppa getta acqua sul fuoco: «Il monito di Almunia non è una bocciatura per il governo».
Ma nel "bel paese" Almunia rimane sullo sfondo, lo scontro è con Veltroni (e con D'Alema, vedi il pezzo in pagina). «Il sistema pensionistico è in equilibrio, Veltroni è disinformato», dice il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena. Il sindaco di Roma dovrebbe «aggiornare i suoi appunti, sono vecchi», gli fa eco Maurizio Zipponi, precisando che «l'innalzamento dell'età pensionabile non è una cosa obiettiva come l'aspettativa di vita, non è uguale per tutti i lavoratori e poi nel programma dell'Unione c'è scritto qualcosa di diverso».
E arriviamo alla proposta del Prc per superare lo "scalone". Spiega Zipponi: «Rifondazione è pronta alla discussione sull'innalzamento dell'età per la pensione di anzianità a 58 anni nel 2008 rispetto ai 57 attuali, purchè si escludano gli operai, i lavoratori del pubblico impiego che fanno i turni e le attività già indicate come usuranti». Il punto è che «non deve essere inserito alcun nuovo scalino oltre i 58 anni». Rifondazione inoltre condivide la proposta della Cgil («Anche se non ci è mai stata formalizzata», dice il capogruppo ala Camera Gennaro Migliore, invitando a evitare scontri con il sindacato e a concentrarsi sulle «resistenze nel governo») di prevedere incentivi per restare al lavoro e di verificare la loro efficacia nei prossimi tre anni. Ciò che però sembrerebbe dividere dal sindacato di Epifani sono due fattori: primo, la proposta della Cgil non salva le categorie usuranti dall'innalzamento dell'età (seppure di un solo anno); secondo, quella che Zipponi indica come una certa «ambiguità» sugli incentivi. «Devono essere veri e non una finta per arrivare comunque all'innalzamento dell'età pensionabile a 60 anni nel momento in cui la verifica dei prossimi tre anni dovesse dimostrare che hanno fallito», spiega il deputato del Prc, precisando un'altro punto della proposta di Rifondazione: «Tutti coloro che hanno maturato 40 anni di contributi devono poter andare in pensione in qualsiasi momento, senza tener conto delle finestre». Quanto alle critiche di Epifani («Rifondazione incomprensibile, ma non temo di essere scavalcato»), Zipponi prende atto dell'appello del leader confederale per una posizione unitaria nell'Unione: «Questo ci riporta esattamente al programma, che prevede l'abolizione dello scalone. Non voglio polemizzare con Epifani, ma anche noi abbiamo un vincolo: riappacificare il popolo dell'Unione con il governo, obiettivo raggiungibile se si opera bene sulle pensioni».
E' dentro il sindacato che Epifani deve guardare per accorgersi del rischio di mancanza di coesione. Rispetto alle considerazioni del segretario della Cgil («Spero che la Fiom voti l'accordo»), il leader del sindacato dei metalmeccanici Gianni Rinaldini è netto: «Io resto fermo sull'abolizione dello scalone, sui 57 anni di età e 35 di contributi per andare in pensione, sull'istituzione di incentivi per chi vuole restare al lavoro, sul fatto che a chi ha 40 anni di contributi deve essere garantito il diritto di andare in pensione. Per il resto - è la stoccata a Epifani - non ci sto a fare le trattative sulle pagine dei giornali...». Rinaldini avverte che «il comitato direttivo della Cgil, a iniziare dalla riunione di mercoledì prossimo, dovrà affrontare tutti gli aspetti della questione senza fermarsi davanti all'ipotesi di sciopero generale». Secondo Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale della Fiom, Epifani «sbaglia a sottovalutare il dissenso dei metalmeccanici».
«I giochi sono tutti aperti», chiude Zipponi, ricordando che «il voto di Ferrero in consiglio dei ministri sul Dpef è stato un voto di "fiducia" in vista dell'abolizione dello scalone. Se non sarà così, in Parlamento non votiamo nè il provvedimento sulle pensioni e nemmeno il Dpef».


30/06/2007

 

il manifesto


il manifesto 27-6-07


 

INCONTRI A PALAZZO CHIGI - PENSIONI: CUB; INCONTRI INCONCLUDENTI, SCIOPERO GENERALE 13/7 26-06-2007

     
''Le proposte negative del Governo sulle pensioni e sui cosiddetti ammortizzatori sociali distano mille miglia dalle esigenze di lavoratori e pensionati''.
Lo afferma la Confederazione unitaria di base (Cub) rendendo noto che il 13 luglio si svolgera' lo sciopero generale del sindacalismo di base proclamato nei giorni scorsi.
L'obiettivo dell'astensione e' ''la difesa e il rilancio del sistema previdenziale pubblico, l'aggancio delle pensioni alle dinamiche inflattive e retributive e contro il passaggio del Tfr nei fondi pensione''

Tra gli obiettivi la lotta per il lavoro stabile e la garanzia del reddito.
La Cub, sottolinea il coordinatore nazionale Piergiorgio Tiboni, chiede ''pensioni di buon livello per tutti con il ritorno al sistema retributivo a ripartizione''.
''Bisogna recuperare il potere d'acquisto perso dalle pensioni in questi anni - ha concluso Tiboni - e consentire di uscire dal lavoro dopo 35 anni di contributi o 60 anni di eta'.
Infine la legge 30 e il pacchetto Treu, cioe' forme legalizzate di precarieta', nelle proposte del Governo non saranno sostanzialmente modificate cosi' come nell'esecutivo e' del tutto assente la questione del sostegno al reddito per chi o non trova lavoro o lo perde''.

MILANO, 26 GIU 2007

-------.--

La CUB ha dichiarato SCIOPERO GENERALE NAZIONALE di 24 ORE IL 13 LUGLIO: per la difesa e il rilancio del sistema previdenziale pubblico, per l’aggancio delle pensioni alle dinamiche inflative e retributive, 25-06-2007


Il Consiglio Nazionale della Confederazione Unitaria di Base,
riunito a Firenze, ha accolto all’unanimità la proposta avanzata dai Coordinatori di proclamare lo Sciopero Generale Nazionale per la difesa e il rilancio del sistema previdenziale pubblico, per l’aggancio delle pensioni alle dinamiche inflative e retributive, contro ogni ipotesi di accordo che aumenti l’età pensionabile, riduca il valore delle pensioni e lo scippo del TFR.
La durata e le modalità di effettuazione dello sciopero generale saranno decise dal Coordinamento nazionale della CUB non appena il Consiglio dei Ministri avrà definitivamente deliberato in ordine alle risultanze del confronto con le parti sociali, cui la CUB partecipa attivamente con proprie proposte.
Il Consiglio nazionale CUB ha anche lanciato un appello a tutte le organizzazioni dei lavoratori, al sindacalismo di base, alle RSU affinché in caso di accordo negativo si affianchino alla CUB nello sciopero generale.
“Se accordo ci sarà non potrà che essere al ribasso rispetto alla necessità di rilanciare il sistema previdenziale pubblico – a concluso Pierpaolo Leonardi, uno dei sei Coordinatori Nazionali del maggiore sindacato di base italiano – la CUB con questo sciopero sostiene il diritto a pensioni pubbliche dignitose per tutti, il ritorno al sistema retributivo a ripartizione, la garanzia della qualità delle prestazioni previdenziali/assistenziali attraverso il mantenimento e il rafforzamento dei tre enti maggiori (Inps Inpdap Inail), la fine della precarietà e dei contratti a perdere, la scomparsa del silenzio-assenso nel passaggio truffa del TFR ai Fondi pensione”.

Firenze, 24 giugno 2007 - Apcom

 


locandina alpcub 523: PENSIONI: PERCHE' NON ABBIAMO DICHIARATO SCIOPERO IN SKF E OMVP.

 

Lo sciopero è una cosa seria, si prepara bene, si informano bene i lavoratori sugli obiettivi con volantini, meglio ancora con assemblee.

Non si decide all'ultimo momento magari aggiungendo qualche altro motivo per invogliare qualcuno.

 

Non ci sembra il caso di fare le lotte  e poi dare in mano ai confederali la trattativa dopo le esperienze dal 1993 ad oggi. Abbiamo già fatto in passato scioperi generali con milioni di persone per trovarci con la Riforma Dini ad andare in pensione dopo i 40 anni.

Oggi al tavolo delle trattative nella delegazione del Governo siedono molti di quei sindacalisti che negli anni passati con la “concertazione” hanno contribuito a portare i lavoratori in queste condizioni.

 

In OMVP e in molte fabbriche ci sono problemi seri per il futuro e noi pensiamo che prioritariamente dobbiamo dedicarci a questi problemi importanti. Le energie e le lotte devono essere usate per difenderci il lavoro, perché la pensione si può avere domani, solo se siamo in grado di difenderci il lavoro oggi.

 

Infine molti lavoratori dicono: chi  è venuto ieri a chiedere il voto con un programma nel quale si doveva togliere lo scalone, ridurre la precarietà, rendere dignitosi i salari, oggi deve  fare le necessarie battaglie per farlo rispettare, oppure prendere le dovute distanze, se vogliono ancora il voto dei lavoratori.

 


2007-06-27 09:54- ansa
PENSIONI: STOP CONFRONTO SU SCALONE, PER ORA NIENTE TAVOLO
 ROMA - Il confronto tra governo e sindacati si è interrotto pochi minuti prima delle 3 di notte sulla richiesta di Cgil, Cisl e Uil di introdurre gli incentivi per l'aumento dell'età per la pensione di anzianità oltre i 57 anni.

 Il governo- riferiscono fonti sindacali - pur accettando il meccanismo degli incentivi, ma a partire dai 58 anni, ha chiesto la disponibilità ad ulteriori aumenti di età. Su questo sì é consumata la momentanea rottura del confronto. Per oggi, al momento, non è previsto un nuovo appuntamento.

La no-stop governo-sindacati a palazzo Chigi e' durata oltre 10 ore. Alla riunione, con i segretario di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Bonanni e Angeletti, hanno partecipato oltre al premier Romano Prodi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa e il ministro del Lavoro Damiano. Nessun commento da fonti del governo sull'interruzione della trattativa.

GOVERNO SONDERA' DISPONIBILITA' RIPRESA CONFRONTO
''Nelle prossime ore verra' sondata la disponibilita' delle parti sociali a riprendere il confronto in modo costruttivo''. E' quanto afferma il portavoce del governo Silvio Sircana a proposito della trattativa con i sindacati sulla riforma delle pensioni.

''Il governo sta valutando ulteriori proposte, al fine di giungere alla conclusioni di un percorso che gia' si basa su importanti punti di condivisione'', aggiunge Sircana.

 


Il segretario Giordano: vogliamo scelte condivise o siamo pronti a tirarci indietro

di Elena Polidori

su la Repubblica del 26/06/2007

Ma Rifondazione punta i piedi "Va abolito, niente compromessi"

«Noi non vogliamo solo ammorbire lo scalone: vogliamo abolirlo per intero, così come è scritto nel programma dell´Unione», annuncia subito Franco Giordano, segretario di Rifondazione. Perciò, «o ci sono scelte condivise, o queste misure non le votiamo».

Dunque non basta il compromesso appena raggiunto?

«Lo dico apertamente: no. E non mi si venga a parlare di intransigenza. Non siamo noi quelli che deragliano dal programma».

Chi deraglia, allora?

«Chi ci propone mediazioni al ribasso»

L´aumento delle pensioni minime invece va bene?

«Si, anche se sarebbe stato meglio se la misura riguardava più persone. Però quella è una platea che si può sempre allargare».
Scusi, ma non sarà sempre meglio ammorbidirlo, questo scalone? Ora, in fondo, è uno scalino...

«Non bastano semplici ritocchi per salvarci la faccia. Io ho girato per le fabbriche e ho visto la sofferenza sociale».

Appunto.

«Appunto per questo dico che non basta un ritocco. Serve un accordo, certo: è indispensabile. E va trovato d´intesa col sindacato. Ma occorre guardare anche alla qualità di questo accordo».

Si parla di 58 anni...

«L´intesa va letta bene. Ma ripeto: se non ci sono le condizioni, perché lo scalone resta comunque lì, non si vota».

Lei sa che la sua abolizione completa costa...

«Se davvero Padoa-Schioppa rinegozia in sede Ue l´aggiustamento italiano, i soldi ci sono, anche perché il governo aveva sottostimato la crescita. Poi c´è tutto il resto, pure fonte di risorse».

Che resto?

«Per esempio, la tassazione delle rendite finanziarie al 20%: l´idea è finita nel dimenticatoio, ma non bisogna rinunciarci. Va intensificata la lotta all´evasione fiscale. Né va dimenticato che i lavoratori questo benedetto scalone se lo sono già pagati da soli con l´aumento dei contributi, come dimostrano i risultati dell´Inps».

Non pensa che far parte di una coalizione voglia anche dire rinunciare? Voi, a cosa rinunciate?

«Basta con questa storia. In quest´ultimo anno abbiamo rinunciato a tanto per perseguire il risanamento. E allora, di cosa ci si accusa? E soprattutto: dove sta questa politica economica di sinistra? Abbiamo condiviso praticamente tutto».

Beh, proprio tutto no...

«Tutto. Ma adesso che finalmente si redistribuisce, non possiamo non reclamare un colpo d´ala: c´è un malessere diffuso, non si può far finta di niente».

L´opposizione accusa il governo di aver ceduto ad un vostro «ricatto».

«Non hanno alcun titolo per parlare. Loro che hanno favorito in ogni modo l´evasione, hanno colpito i lavoratori e hanno anche agito furbescamente facendo ricadere la riforma delle pensioni sulle spalle del governo futuro».

Come si esce da questo vicolo, allora?

«Per esempio, fissando incentivi per rendere facoltativo l´aumento dell´età pensionabile. Ma anche facendo uscire subito, senza limitazioni né "finestre" quelli che hanno versato 40 anni di contributi. E´ un elemento di giustizia sociale».


 

il manifesto 24-6-07



 

Roma: Le controproposte della CUB all'incontro del 15 giugno al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale - tavolo tecnico Crescita ed Equità 18-06-2007

 

Le controproposte della CUB al Tavolo tecnico Crescita ed Equità .zip


La discussione e la possibile conclusione condivisa del tavolo di concertazione su “Crescita ed Equità” deve tenere conto
della selvaggia ridistribuzione del reddito a scapito dei lavoratori dipendenti,
della consistente riduzione del potere di acquisto dei trattamenti pensionistici e
della devastazione nelle condizioni di vita di milioni prodotta dal lavoro precario.
Problemi a cui l’ultima legge finanziaria non ha dato risposta alcuna, mentre si sono trasferite ingenti risorse alle imprese con il cosiddetto cuneo fiscale.
La relazione presentata dal Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Cesare Damiano nell’incontro del 15 c.m. a Palazzo Chigi segnala una forte difficoltà a farsi carico seppur in modo graduale dell’esigenza di dare risposta in modo accettabile ai principali problemi sociali.
Nel merito:
Le risorse disponibili devono essere elevate ad almeno 10 mdi per evitare che il risanamento dei conti pubblici sia ancora una volta sulle spalle di lavoratori e pensionati, questo è intollerabile anche a fronte del livello di evasione/elusione fiscale e contributiva.
Non si comprende altresì come mai non venga richiesto alla Banca d’Italia, che ha grandi responsabilità sull’entità del debito pubblico, di farsi carico del problema considerando le ingenti riserve di cui dispone su cui maturano ogni anno cospicui interessi.
Pensioni:
Sui trattamenti pensionistici ribadiamo che il problema principale è quello di garantire il mantenimento del potere di acquisto agganciando le pensioni in essere all’inflazione e alla variazione delle retribuzioni.
La rivalutazione delle pensioni in essere deve tenere conto anche della perdita subita negli ultimi 10 anni dai pensionati.
Per i futuri pensionati deve essere garantita la possibilità di cessare il lavoro con 35 anni di contributi o con il requisito di 60 anni di età.
La pensione va calcolata sulla retribuzione degli ultimi anni di lavoro per tutti sulla base del 2% per ogni anno.
Contribuzione figurativa per i congedi parentali
Per gli Lsu/Lpu i contributi figurativi devono essere validi ai fini pensionistici, facendo riferimento alla retribuzione prevista dai contratti nazionali dei settori in cui sono occupati.
Rendere effettiva la separazione tra assistenza e previdenza.
Competitività:
Sono totalmente sbagliati e inaccettabili gli sgravi contributivi sul salario e la riduzione della contribuzione sugli straordinari. Proposte datate e superate a seguito del rilevante beneficio accordato al sistema delle imprese con la riduzione del cuneo fiscale e perché gli sgravi contributivi sottraggono all’Inps importanti risorse.
Sullo straordinario facciamo notare che l’incentivazione dello stesso contrasta con l’esigenza di creare nuova occupazione.
E’ indispensabile attuare un riduzione delle aliquote fiscali sulle retribuzioni.
Precarietà:
Cub ritiene indispensabile cancellare completamente le tipologie contrattuali previste dal pacchetto Treu e dalla legge 30 stabilendo la centralità del lavoro a tempo indeterminato come forma tipica del lavoro subordinato.
Lavoro a termine. I casi tassativamente previsti devono essere:
a) sostituzione lavoratori assenti per i quali è prevista la conservazione del rapporto di lavoro;
b) oggettive e temporanee ragioni di carattere tecnico organizzativo o produttivo che non possono essere diversamente affrontate;
Abolizione dei contratti a progetto e dei contratti interinali.
Quelli in corso devono essere trasformati in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato in capo all’azienda utilizzatrice.
Apprendistato.
In generale cosi come è congegnato l’apprendistato è un lungo periodo di prova senza nessuna garanzia di assunzione, bisogna prevede che al termine del periodo di apprendistato ci sia la trasformazione automatica in un contratto a tempo indeterminato. Nel caso di interruzione anticipata del periodo di apprendistato da parte dell’impresa la stessa dovrà motivare per iscritto. Inoltre va eliminato l’apprendistato professionalizzante per la sua assurdità.
Le cooperative:
Si è perso quasi completamente il significato e la funzione che storicamente hanno avuto nel nostro paese. Si sta affermando una situazione di cooperative che non rispettano per niente gli elementi che stanno alla base della mutualità.Va ristabilita la titolarità del giudice del lavoro per tutte le questioni che attengono al rapporto di lavoro e per le cooperative con base sui soci lavoratori è indispensabile una azione di verifica a tappeto per accertare la situazione di fatto.
Disoccupazione in età matura
Esiste una precisa responsabilità delle imprese nell’espulsione dal lavoro degli ultra 45enni a seguito di ristrutturazioni che prevedono contemporaneamente l’assunzione di giovani queste operazioni vanno vietate perché si è di fronte ad una pura speculazione per risparmiare sul costo del lavoro
Per gli altri casi di disoccupazione in età matura sono fondamentali misure di sostegno del reddito, accesso a percorsi di formazione, riqualificazione, riconversione professionale attraverso una riqualificazione dei servizi pubblici per l'impiego pubblico, un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico; politiche di sostegno alle famiglie per le lavoratrici; per la cura di minori e persone non autosufficienti”.
Indennità di disoccupazione.
Elevazione dell’indennità al 80% della retribuzione globale di fatto per un periodo di 12 mesi.
Corresponsione a chi ha maturato un periodo di attività di 6 mesi. L’indennità di disoccupazione può essere percepita ogni 3 anni
Lavoro autonomo. Va considerato tale l’effettivo svolgimento di una attività imprenditoriale
Cassa Integrazione e mobilita.
Ripristinare l’indennità al 80% della retribuzione globale di fatto, attualmente è vincolata ad un massimale che copre tra il 50% e il 60% della retribuzione per 12 mensilità. Estensione del trattamento ai settori attualmente esclusi indipendentemente dai livelli occupazionali.
Lavoro in nero, da sanzionare pesantemente fino ad equipararlo alla riduzione in schiavitù.
Sostegno al reddito:
1.    Reddito sociale minimo, garanzia di un reddito sociale minimo di euro 10.000 da valere per quanti si trovano privi di attività lavorativa o con un reddito inferiore a 8.000 euro.
2.    Servizi: gratuita del trasporto urbano e di quello extraurbano, contributo del 50% sulle utenze per fornitura di gas, acqua, elettricità, telefonia fissa e alloggio
Per quanto non esplicitamente richiamato in queste note si rimanda ai contenuti delle nostre del 9-5-07 aventi per oggetto rispettivamente: Sistema di tutele del mercato di lavoro e
Previdenza.

p. la Cub
P. Giorgio Tiboni

 


il manifesto 28-06-07

ma il capitalismo se ne sbatte degli anziani, non vuole mantenerli, se non ci pensano i lavoratori da soli - oggi si fa carico a loro invece della cassa pensioni dei dirigenti che è in passivo...

l'articolo- il manifesto 30-06-07

 Note a margine di un'ideologia a sostegno dei profitti aziendali
Fondi pensione, l'arca mistica del liberismo


Perché il meccanismo del «silenzio assenso» rappresenta l'ultima puntata della lunga offensiva contro la previdenza pubblica Quando un libro diventa un manifesto politico che copre un furto: Giuliano Amato e Mauro Marè, «Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?»
Giovanni Mazzetti
Che cosa fa un predicatore impaziente a caccia di proseliti? Di solito disgrega la tranquillità o l'indifferenza dei suoi interlocutori, sostenendo che sta per giungere l'ora di un qualche «giudizio universale« e, per salvarsi, chi lo ascolta dovrebbe convertirsi. I più creduloni, spaventati da questa prospettiva, tenderanno a dargli credito, perché uno che sa prevedere il momento del giudizio universale sa ovviamente anche come farvi fronte. La storia del mondo occidentale degli ultimi mille anni è piena di esempi di sette nate su questa base, che dopo un breve fuoco di paglia si sono sistematicamente dissolte nel nulla per il mancato sopravvenire delle catastrofi in questione.
La novità dei tempi recenti è che i predicatori dell'apocalisse sono tornati sulla scena senza vestire più paramenti sacerdotali, ma laici abiti di «economisti» o di «politici», cosicché la minaccia non si riferisce più alla «fine del mondo», ma a un «diluvio universale» di natura economica, che potrebbe trascinare gli esseri umani nel gorgo di una miseria che pur essendo di questo mondo, non sarebbe meno infernale. Ci dicono in merito due dei predicatori che calcano la scena in questi anni, che siamo prossimi «al diluvio» perchè «il quadro demografico che abbiamo davanti per i prossimi 40 anni, con tassi di fecondità molto bassi, la forte crescita del tasso di dipendenza degli anziani e l'aumento della speranza di vita, sta facendo addensare nubi corpose che cominciano a delinearsi all'orizzonte. Se non si trova un riparo robusto al sistema pensionistico ... ci troveremo nella situazione di dover preparare un'arca e proteggere solo il salvabile all'arrivo del diluvio» (Giuliano Amato, Mauro Marè, Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?, il Mulino).
Come si sarebbero instaurate le condizioni che dovrebbero determinare un simile disastro epocale? Avendo abusato del loro potere di controllo delle nascite ed essendosi poi spinti troppo avanti con le cure mediche - la vita media in un secolo è raddoppiata - gli esseri umani del mondo sviluppato avrebbero «tagliato il ramo su cui lo stato del benessere era seduto». Così, per coloro che non daranno ascolto alla nuova religione dei fondi pensione, gli anni della vecchiaia «saranno un periodo di povertà assoluta e relativa».
La cultura prevalente, quella della democrazia, secondo la quale «i governi e le forze politiche finiscono per soddisfare i loro naturali clienti, ovvero gli elettori», è talmente perniciosa da assecondare questa dinamica negativa, al punto di «pregiudicare in larga parte l'esistenza del genere umano». Per questo i chierici dei fondi pensione si sono lanciati in questo strenuo appello salvifico.
Se la predicazione non basta
Anche se amano presentarsi come inascoltati, gli adepti della religione dei fondi pensione in realtà dominano la scena sociale da più di venti anni, cosicché la loro visione del mondo non si presenta affatto come una novità. Il succo di ciò che propongono è semplice: sarebbe sbagliato fare oggi affidamento sulla sola pensione pubblica, che è un «pilastro debole», incapace di reggere il futuro degli individui. Occorrerebbe quindi «sostenere» il proprio futuro con un secondo pilastro, costituito da accantonamenti addizionali di salario da consegnare alle aziende che gestiscono privatamente questi risparmi. Com'è noto, uno dei massimi esponenti di questa setta riuscì, nel 1992 (la cosiddetta riforma Amato), a imporre che le loro credenze si trasformassero in una religione di stato. La vittoria fu festeggiata con proclami e pronunciamenti, appunto perché l'obiettivo sembrava raggiunto. Chi si sarebbe rifiutato di avvalersi di questo pilastro aggiuntivo?
Ma il gioco divenne subito sporco. Per rendere la necessità di questo pilastro più «vera», si cominciò con l'intaccare fortemente il pilastro che aveva permesso di costruire un solido soffitto. Il comandamento fu: togliere ogni ancoraggio delle pensioni alle retribuzioni contrattuali degli attivi, perché ogni godimento da parte dei pensionati dei frutti degli aumenti della produttività costituirebbe un arbitrio. Se l'imbecillità di un simile argomento fosse stata colta, la strada verso l'egemonia della setta in questione sarebbe stata sbarrata. E' noto infatti che la crescita della produttività ha natura cumulativa, nel senso che le conquiste materiali e culturali delle nuove generazioni sono possibili appunto perché poggiano sulle conoscenze e sulle realizzazioni degli esseri umani che sono venuti prima. L'aumento di produttività non è cioè un fatto privato di ciascuna generazione, ma un fenomeno che contiene in sé positivamente un rapporto tra generazioni. Ma irretite dalle argomentazioni allarmistiche dei chierici dei fondi pensione, le organizzazioni dei lavoratori finirono con l'accettare che le generazioni dei nuovi pensionati, dopo il 1992, fossero escluse da ogni partecipazione allo sviluppo successivo.
La rilevanza di quella limatura si misura oggi, quando i pensionati hanno visto ridurre il potere reale del loro reddito di oltre il 30%. Il provvedimento, tuttavia, conteneva ancora un elemento tipico di tutte le religioni che cercano di sopravvivere nei paesi investiti dalla modernità, e cioè la decisione di salire o meno sull'arca della salvezza restava nelle mani di ogni individuo. Con sorpresa degli avventisti dei fondi pensione, questa libertà si rovesciò in un elemento negativo. Essi si trovarono con una chiesa, ma senza fedeli.
Ma se un pensiero o una credenza si piegano alla gravità del mondo, non costituiscono una religione. Per dei veri adepti il fallimento non determina un ripiegamento, bensì una conferma e il bisogno di un contrattacco. E la strada di questo contrattacco era ovviamente tracciata: si doveva intaccare ulteriormente il primo pilastro, in modo da rendere la sua incapacità di sostenere il futuro una sorta di verità rivelata. L'operazione fu condotta in porto da un altro dei chierici dei fondi pensione, Lanfranco Dini. Questi nel 1995 ha concordato un sistema di calcolo del trattamento di quiescenza, per chi non era vicino al pensionamento, del tipo a capitalizzazione: hai diritto a riprenderti solo i contributi che hai versato. L'ammontare della pensione veniva così eroso anche prima del pensionamento. Ora, è ovvio che se i fondi che verso alla previdenza pubblica subiscono la stessa sorte di quelli che storicamente riguardano la previdenza privata, non c'è alcuna ragione per privilegiare la prima. E l'imbroglio di una necessità di scegliere diventa operativo.
Anche dopo questo colpo di mano gli avventisti dei fondi pensione sono rimasti però con un palmo di naso. Per arrivare a un misero 13% di adesione ai fondi pensione ci sono voluti ben cinque anni e una campagna martellante, nella quale sono stati coinvolti anche i sindacati confederali. Ciononostante dal 2000 al 2006 il numero di fondi pensione non è più cresciuto e gli iscritti sono aumentati solo di 300.000 unità.
Il salto oltre la democrazia
Come tutte le religioni che falliscono, anche per quella dei fondi pensione è sopravvenuto un imbarbarimento. Prima con il ministro di destra Maroni, poi con quello di centro-sinistra Damiano, si è proceduto a cancellare l'adesione ai fondi pensioni privati come atto positivo di manifestazione della volontà individuale, per imporla, tramite il silenzio assenso, come atto di stato. Certo i chierici dei fondi pensione possono sempre nascondersi dietro al brandello di libertà che consente di dire «non aderisco». Ma così la libertà sopravvive nella forma capovolta di una negazione, invece che nella sua normale veste di un comportamento positivo.
Timorosi che anche questo passaggio si dimostri per loro disastroso come tutti quelli che l'hanno preceduto, Amato e Maré sono tornati alla carica con questo nuovo proclama. Troverà prima o poi la nostra epoca un Pier Capponi capace di non farsi intimidire dagli stonati squilli di tromba dei paladini dei fondi pensione, facendo finalmente risuonare dei nitidi rintocchi di campana.
Le trombe proclamano: «Siamo convinti che se non guidate da un'azione collettiva responsabile, le generazioni lasciate a se stesse tendono a essere egoiste. Esse saranno tentate a prevedere trattamenti generosi per la propria coorte e a scaricare i costi dell'offerta delle prestazioni sulle generazioni successive».
Il rintocco delle campane risponderà: «L'esperienza storica insegna l'esatto contrario. Non a caso il grado di dipendenza prelavorativa in tutto il mondo occidentale è straordinariamente cresciuto nell'ultimo mezzo secolo, e cioè gli adulti hanno fatto in modo che le generazioni che venivano dopo godessero della possibilità di un tempo libero dal lavoro che loro non avevano avuto, facendo ricadere su se stessi l'onere di quella libertà altrui. Analogamente, coloro che si batterono per il retributivo furono, sul finire degli anni '70, proprio i lavoratori attivi, cioè coloro che avrebbero dovuto pagare i contributi corrispondenti. La favola dell'egoismo intrinseco delle generazioni costituisce parte integrante della dottrina dei chierici dei fondi pensione, non un dato di fatto storico».
Le trombe proclamano: «L'aritmetica del vincolo di bilancio di un sistema pensionistico è molto chiara ... non è di destra, né di sinistra: se il numero degli attivi rispetto ai pensionati si riduce drasticamente, per mantenere il bilancio in equilibrio o si raddoppia il livello dei contributi sugli attivi oppure si dimezzano le prestazioni».
Il rintocco delle campane risponderà: «La cultura economica europea ha, da mezzo secolo, dimostrato che il vincolo di bilancio è il ferro vecchio di un mondo che non esiste più. Tutto dipende dal modo in cui nella società vengono favoriti gli aumenti della produttività e vengono distribuiti i loro effetti. Se questi vanno a favore di rendite finanziarie e immobiliari e dei profitti, il lavoro viene svalorizzato e i pensionati non possono che essere impoveriti a loro volta. Ma l'aritmetica dell'economia che ha portato l'Occidente fuori dalla miseria insegna che la spesa in pensioni è un volano, che sostiene l'occupazione e i redditi di una forza lavoro che non trova impiego in attività non precarie, improduttive e dissipatorie di un capitale che si disinteressa completamente della soddisfazione dei bisogni primari delle grandi masse».
Le trombe infine proclamano: «chi ritiene che i sistemi pensionistici pubblici a ripartizione siano esenti da rischio incorre in errore. Essi possono essere modificati ripetutamente, com'è avvenuto, in funzione delle preferenze economiche e sociali dei governi in carica». La persona razionale salirebbe sull'arca per sottrarsi «al rischio politico».
I rintocchi delle campane possono rabbiosamente rispondere: «ma credete di poterci prender per scemi? Definite come rischio quel comportamento che proprio voi avete sin qui posto in essere, corredandolo di una marea di attributi positivi. Avevamo una barca ragionevolmente adatta ad affrontare le acque; prima ci avete rubato i remi, poi avete cercato in tutti i modi di sfondarla. Ora dite che c'è il rischio che qualcuno l'affondi. Non vi sembra di somigliare a quei taglieggiatori che si fanno pagare il pizzo per evitare il rischio di subire danni al negozio?»
Affinché ci sia una speranza che le campane prima o poi risuonino, è importante che gli avventisti dei fondi pensione siano lasciati soli, con una sonora bocciatura del trabocchetto del silenzio assenso.