Incontro con lo scrittore che dopo aver raccontato in un inedito mix tra crime stories e western urbano, l’Inghilterra delle sottoculture giovanili,
del punk e delle rivolte razziali, si misura oggi, con il suo romanzo “GB84“, con il grande sciopero delle miniere che bloccò il paese nel 1984
David Peace: «Thatcher contro i minatori. Quando l’Inghilterra perse l’innocenza»
liberazione 24-5-06
Guido Caldiron
«Dopo quella sconfitta in molti, me compreso, hanno girato le spalle alla politica. Oggi sento il peso di quella scelta, ho cambiato idea. Ma allora le cose andarono così». David Peace è nato e cresciuto nello Yorkshire occidentale, all’epoca del grande sciopero dei minatori del 1984 e della successiva repressione scatenata contro il sindacato e le comunità minerarie dal governo di Margaret Thatcher, era poco più che adolescente. Eppure il ricordo di quella vicenda non lo ha mai abbandonato, quasi si trattasse di un momento decisivo, di una fase di svolta tale da definire un “prima” e un “dopo” nella storia della Gran Bretagna. E anche nella sua stessa vita. Così, dopo aver raccontato nella quadrilogia del “Red Riding Quartet” - che comprende i romanzi 1974 e 1977 (Meridiano Zero, 2002 e 2003), Millenovecent080 e Millenovecent083 (Marco Tropea, 2004 e 2005) l’Inghilterra delle sottoculture giovanili, del punk e delle rivolte razziali, il tutto attraverso un inedito mix tra crime stories e western urbano, Peace ha finalmente offerto la sua versione della storia di quello sciopero in GB84 (pp. 475, euro 16,00), appena pubblicato da Marco Tropea.


Il suo romanzo segue, con il ritmo di un thriller, le cinquantatré settimane dello sciopero guidato nel 1984 dal National Union of Mineworkers, il sindacato dei minatori, contro il governo Thatcher. Perché tornare a raccontare oggi quella vicvenda?

Si tratta di un pezzo di storia del nostro paese che è stato rimosso da molti inglesi, o anche semplicemente dimenticato. A sinistra credo non si abbia particolare voglia di parlarne perché all’epoca i minatori furono battuti e quella sconfitta è pesata fino ad oggi sia sui sindacati che sullo stesso Labour, del quale, anzi, ha accellerato la deriva verso ciò che è diventato oggi. Ma anche a destra solo in pochi si possono dire orgogliosi di come andarono le cose, nel senso che la repressione violenta dei lavoratori delle miniere non fu certo una delle pagine brillanti più della storia dei conservatori. Invece io penso che sia davvero importante conservare la memoria di quella vicenda, perché la considero fondamentale per capire quanto è successo dopo nel mio paese: la Gran Bretagna del 2006 risente infatti ancora di quegli eventi. Direi di più: lo stesso governo di Tony Blair rappresenta un risultato diretto di quanto accadde allora. E’ una sorta di governo laburista-thatcheriano.


Quindi l’Inghilterra di oggi non è poi così diversa da quella di allora?

E’ noto come Margaret Thatcher pronunciò una frase nella quale era sintetizzata la sua intera visione della vita: «Non esiste la società, esiste solo la famiglia». E in effetti l’Inghilterra di oggi sembra darle ragione, nel senso che la sconfitta nel 1984 del sindacato e della sinistra ha effettivamente aperto la strada a una modifica completa del concetto stesso di “società”. Prima sono state smantellate le comunità che erano sorte intorno e a sostegno della lotta dei minatori, poi si è passati ad abbattere ogni vincolo e garanzia sociale esistente nel paese. Si cominciò paragonando i sindacalisti e i lavoratori delle miniere ai terroristi dell’Ira, per poi passare a criminalizzare ogni forma di conflitto sociale. Vennero varate anche delle nuove leggi repressive con lo scopo specifico di ridurre il peso dei sindacati e lo stesso diritto di sciopero. Ebbene, quando nel 1997 Blair fu eletto ci si aspettava che tra le sue prime scelte vi sarebbe stata proprio l’abolizione di quelle norme. Così non è stato. E del resto il suo governo sembra avere sempre meno a che fare con qualunque riferimento all’idea di “labour”, ai lavoratori.


Nel libro, il sindacalista Terry Winters si scontra con l’uomo del potere che è definito semplicemente come “l’ebreo”. A cosa è dovuta una scelta così particolare, che può rischiare di essere assimilata a certe tendenze razziste?

Non è che scegliendo di raccontare le cose in questo modo, non mi sia posto alcun problema. Volevo però cercare di spiegare esattamente quale fosse il clima all’epoca, nel momento in cui lo sciopero e la successiva risposta del governo conservatore avevano luogo. Era un clima da guerra civile e le divisioni, che si registravano anche all’interno di ciascuno dei due campi, erano fortissime, drammatiche. Così, ad esempio, si parlava degli “ebrei” come di una parte della società britannica che aveva dato il proprio voto alla Thatcher. Perfino a destra c’era una figura di primo piano che il resto dei conservatori definivano come “l’ebreo”. E la stessa “Lady di ferro” amava fare spesso dei riferimenti agli ebrei inglesi proprio per lodare quella che secondo lei era una loro caratteristica, vale a dire quello spirito “comunitario” che nelle parole della Thatcher diventava quasi un rifiuto del sistema del welfare. Chiaramente le posizioni della Thatcher sugli ebrei nulla avevano a che fare con la vita e le idee degli stessi ebrei inglesi, ma questo, all’epoca, passava in secondo piano. Era un modo di esprimersi al limite del razzismo o dell’antisemitismo, ma era il modo di parlare di quel momento, che fotografava una frattura enorme che si era prodotta nella società britannica. E io ho scelto di raccontare quei fatti proprio utilizzando il linguaggio del momento.


Lei accetta con piacere il paragone con James Ellroy, solo che il pessimismo dello scrittore americano, l’idea che non esista alcuna redenzione possibile, sembrano frutto delle posizioni politiche di destra dell’autore di “Dalia nera”. Come mai anche i suoi romanzi, pur venendo lei da sinistra, si chiudono sempre descrivendo un orizzonte nero?

Diciamo che Ellroy è stato e resta ancora oggi uno dei miei punti di riferimento in termini letterari. Si tratta di uno scrittore in grado di rappresentare la Storia, di dargli un respiro narrativo, come del resto hanno fatto in passato altri importanti interpreti della narrativa statunitense, da John Dos Passos a Don De Lillo fino a Philip Roth. Detto questo, è vero che sul piano politico Ellroy non potrebbe essere più lontano da me. Lui è estremamente orientato a destra, almeno quanto io lo sono a sinistra. Quanto al pessimismo, è chiaro come Ellroy appartenga al grande filone della tradizione pastorale americana, quella del western, che pensa che il mondo nasca sotto un cattivo auspicio e che però si debba fare ogni tentativo per migliorarlo. La mia visione delle cose è decisamente meno cupa, anche se io preferisco in genere occuparmi delle vittime dei crimini, si tratti di violenza individuale o di crimini collettivi, piuttosto che di coloro che cercano di risolverli. E questo credo stabilisca la differenza più grande tra me e Ellroy.


Con questo suo ultimo romanzo lei chiude un ciclo narrativo che si occupa del decennio di vita della Gran Bretagna che va dal 1974 alla sconfitta dello sciopero dei minatori nel 1984. Ma di quello che accade oggi nel suo paese, cosa vorrebbe raccontare?

In realtà non mi sembra possibile scrivere del presente, visto che la storia che stiamo vivendo non è ancora chiusa. Per capirci: come potrei scrivere dell’11 settembre, visto che quella vicenda e ciò che ha scatenato è ancora in atto? Come potrei scriverne, visto che la guerra in Iraq che ne è stata in ogni caso una conseguenza, è tutt’altro che finita? Talvolta mi immagino di essere un bambino che tra dieci anni, quando forse alcune di queste vicende si saranno concluse, riesca a scriverci su una storia o un romanzo. Ma per il momento è davvero troppo presto.