L'età dell'oro? È a Furtei, in Sardegna

 

Davide Madeddu


miniera d'oro in sardegna

Cagliari. L’età dell’oro? In Sardegna arriva dopo quella dei carciofi. Ed è proprio a Furtei, paese a una cinquantina di chilometri da Cagliari considerato dagli agricoltori proprio patria dei carciofi, che sorge la prima e unica miniera d’oro d’Italia. Sia chiaro, in mezzo alle montagne che dominano il medio Campidano e si affacciano sulla provincia del Cagliaritano di uomini che setacciano la terra alla ricerca di pagliuzze o pepite non ce ne sono. Il loro arrivo non è nemmeno previsto in programma. In compenso però lavorano gli operai della Sgm, ossia la Sardinia Gold mining, società italo canadese proprietaria della miniera e della concessione mineraria. Un gruppo internazionale che fa parte della Buffalo Gold, società capostipite quotata in borsa in Canada, che tre anni fa ha preso il posto del polo australiano Gsm, ossia l’azienda che aveva avviato la coltivazione negli anni novanta.

Oggi a far funzionare la miniera ci sono una sessantina di maestranze più un indotto che oscilla tra i trenta e cinquanta uomini. Sono loro che, ogni giorno, contribuiscono alla produzione del metallo prezioso. Quasi un “dalla montagna al lingotto” in un tempo, passando per un impianto chimico e la camera di fusione. Da meno di un anno, dopo una pausa forzata che ha costretto buona parte delle maestranze alla cassa integrazione, l’azienda ha ripreso la produzione e oggi, complice il valore dell’oro schizzato alle stelle, ha ripreso la produzione e prepara i piani per un potenziamento della produzione. Ossia la fusione dei lingotti d’oro prodotti nella miniera che, sino a questo momento, funziona a cielo aperto e non ha ancora le gallerie e i pozzi per andare nel sottosuolo.




miniera d'oro in sardegna

«La società viaggia tutta con capitali privati - spiega Franco Cherchi, idrogeologo e da due anni amministratore delegato -, adesso vive una fase propedeutica alla produzione vera, che però riesce comunque a garantire una certa resa e ricchezza». Ad assicurare guadagni alla società che assicura una sessantina di buste paghe dirette, e quasi altrettante tra appalti e indotto, c’è naturalmente la produzione dell’oro, coltivato e fuso in loco. «Se qualcuno pensa che qui, come avveniva nei film del west ci sia la gente che va a setacciare i fiumi alla ricerca di pagliuzze si sbaglia - spiega Cherchi mentre fa da cicerone tra gli impianti utilizzati per sminuzzare la terra che arriva dai cantieri di produzione e le altre parti della miniera - il lavoro della miniera è fatto, infatti, di ricerca, studio e sperimentazione».

Cita un dato l’amministratore delegato. «Nel materiale che viene trattato c’è una percentuale d’oro pari a 2grammi d’oro per tonnellata di materiale estratto». Ossia smantellato dalla montagna, tritato in tre diversi mulini e trattato in un procedimento chimico fisico che, alla fine, fa recuperare l’oro che poi finisce direttamente nella cella di fusione. E sono proprio i lavoratori della Sardinia Gold mining a preoccuparsi della preparazione e della colata d’oro nello stampo. A questo passaggio segue poi la fase di raffreddamento e lo stampinamento nel lingotto della sigla dell’azienda che lo ha prodotto e il numero progressivo. La vera ricchezza dell’azienda che, come precisano anche i lavoratori, «viaggia con capitali privati». «Con questa quantità la produzione garantisce la copertura delle spese e assicura anche un piccolo business - spiega Cherchi - naturalmente si tratta di una percentuale ancora propedeutica dato che la percentuale di oro presente nel filone che dall’anno prossimo si dovrà lavorare in sottosuolo, con la costruzione delle gallerie, arriva a sei grammi per tonnellata».Dalla ripresa della produzione la società mineraria ha realizzato e venduto 39 lingotti d’oro. Non solo, l’azienda ha anche firmato un integrativo «tra i più alti del settore», chiarisce l’amministratore delegato perché «se i lavoratori sono pagati bene e contenti lavorano meglio».

 



miniera d'oro in sardegna
Nel futuro della società mineraria, accanto alle gallerie e alla produzione di lingotti d’oro ci sono anche le ricerche tecnologiche e il ripristino ambientale. Ossia gli interventi di risanamento che cercano, in maniera quasi contestuale, di ricostruire le parti di montagna cancellate per trovare oro. «Noi non lasciamo montagne sventrate, come succedeva con le vecchie lavorazioni minerarie, oggi si pensa subito al recupero ambientale - spiega nel suo ufficio spartano situato in una piccola palazzina, Monty Reed, presidente del gruppo - prima di riconsegnare il territorio ci occupiamo del ripristino che viaggia in maniera contestuale alla produzione» perché, come chiarisce ancora l’amministratore delegato «per un’area di produzione che si apre ce n’è una che viene immediatamente bonificata».

E agli altri cosa resta? «Oltre le buste paga - conclude Cherchi- un patrimonio fatto di conoscenza, studio, sperimentazione e professionalità che possono comunque essere applicate da altre parti». Quanto alla miniera, che gli esperti assicurano possa lavorare per diversi altri anni ancora, una volta esaurita, entrerà di diritto nel Parco geominerario. Il contenitore benedetto dall’Unesco che vuole valorizzare il patrimonio minerario e archeologico e industriale di tutta la Sardegna. Ma questo sarà già un altro film.

Pubblicato il 22.01.08