OPERAIE E CAPITALE

OPERAICONTRO MAGGIO 2008 - N° 128 OPERAIE E CAPITALE Storia e condizioni della forza-lavoro femminile nell’industria moderna. Prima parte IN FABBRICA     

   Durante gli anni settanta i paesi a capitalismo avanzato sono impegnati a varare una serie di leggi che sanciscono l’uguaglianza formale fra maschi e femmine in materia di lavoro e ad abolire qualsiasi discriminazione tra i due sessi. In Italia la legge sulla “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” viene varata nel 77. Ora le donne sono “libere” di vendere la loro forza lavoro come l’operaio maschio. Le donne avevano fatto la loro apparizione nella fabbrica già dalla metà del 1800 durante l’era della Seconda Rivoluzione Industriale. Durante questo periodo, che rappresenta una svolta dell’era industriale, con la nascita del motore a scoppio, della catena di montaggio e dell’industria altamente meccanizzata, le donne si sono allontanate dal focolare domestico per entrare nelle fabbriche, e danno inizio alle loro prime lotte operaie. Ora il loro peso all’interno della società ha anche un valore economico, sono loro infatti che all’interno delle industrie tessili hanno contribuito come forza lavoro, al decollo industriale. Nonostante la loro vita si divida tra la fabbrica e il lavoro domestico, esse non possiedono gli stessi”diritti” degli uomini (tra cui il diritto al voto). Ma già da allora una fitta coltre ideologica mistificava il reale senso dei rapporti reali che intercorrono tra le classi. I cosiddetti diritti civili li hanno inventati i borghesi, “uguaglianza fraternità e libertà” che in altre parole significava libertà dell’individuo di vendersi sul mercato del lavoro. In questo contesto uno dei più grandi stravolgimenti storici, veniva perpetrato ai danni delle donne, il capitalismo ha sempre usato tutti i mezzi possibili per dividere il proletariato, e tra questi quello di far apparire naturale la divisione del lavoro domestico tutto a carico delle donne. Le idee socialiste che iniziano a serpeggiare nelle fabbriche vengono assunte dalle donne stesse le quali sulla propria pelle imparano a vedere i rapporti reali tra le classi, come puri rapporti di forza. Quello che i libri di storia hanno sempre tentato di nascondere è che contemporaneamente ai circoli borghesi e intellettuali ristretti, dove si discute in maniera elitaria della condizione della donna rivendicando i “diritti civili”, nascono movimenti spontanei di masse femminili operaie, quali contadine, tessili, braccianti mondine, che entrate nell’industria manifatturiera, si battono al fianco dei loro colleghi maschi per ottenere migliori salari e migliori condizioni di lavoro. Entrano nei sindacati, creano organizzazioni di mestiere, scioperano e lottano con determinazione. Quindi l’entrata delle donne nel mondo del lavoro coincide con la presa di coscienza della loro duplice condizione di sfruttate, da una parte, costrette per vivere a mettere in “vendita come merce, la loro stessa forza lavoro” dietro il compenso di un salario appena sufficiente a garantire la loro stessa sopravvivenza, e dall’altra ogni giorno per tutta la loro vita, svolgono un” lavoro” domestico, teso a garantire un solido nucleo famigliare, indispensabile al capitale per ricostruire una sana forza lavoro. Non essendo questo “ un lavoro salariato “con una forzatura possiamo definire questo lavoro svolto dalle proletarie, una fatica legata alla riproduzione. Cercando di riassumere il più sinteticamente possibile, le fasi più salienti delle politiche economiche che hanno interessato le donne nell’industria , per capire se e quanto è cambiato il loro trattamento economico e giuridico, ripartiamo a grandi linee dal dopoguerra. Durante gli anni della Ricostruzione, per far posto ai reduci della guerra, si tenta di rigettare dentro casa le operaie, dopo averle costrette per tutto il periodo bellico, al lavoro in fabbrica ad orari massacranti . Sette milioni e mezzo di donne inserite nella produzione, di cui tre milioni e mezzo nell’industria e nell’artigianato, e due milioni nell’agricoltura, costituiscono una forza lavoro che a partire dagli anni cinquanta intraprenderanno un percorso di lotte esprimendo il loro rifiuto ai ruoli a cui il capitale per i suoi progetti vorrebbe relegarle. Al congresso della CGILnel 45 si chiede di accordare alle donne il diritto di voto. Gli accordi interconfederali del 45 /46 oltre che istituire la scala mobile dei salari prevedono l’adeguamento delle categorie ai salari più bassi, cioè le donne, a quelle con i salari più alti. Apparentemente sembrerebbe un passo verso la parità salariale, ma in realtà questo adeguamento che viene spacciato dal sindacato come una vittoria, si riduce ad uno scarto tra salari maschili e femminili, del 30% per la paga base e del 13% per l’indennità di contingenza al Nord mentre al Sud lo scarto è esattamente il doppio. Già da allora l’operato del sindacalismo borghese, smentisce la direttiva” paritaria” che sembra emergere dalle dichiarazioni di principio, il suo operato orientato verso la costruzione di un sindacato “moderno” di “stato”, che “pianifica “ con gli industriali il progetto di una democrazia progressiva, di fatto lo allontanano dai reali interessi di classe, ingabbiando e frenando le lotte intraprese dalle donne, che a fianco dei loro colleghi tendevano a una riunificazione di classe. Con lo sblocco dei licenziamenti di questi anni, le donne sono le prime a pagare, costituendo nel 47 la maggior parte di quei due milioni di disoccupati che si erano creati .Tutto questo si configura negli obbiettivi che il piano capitalistico si prefigge nell’immediato dopoguerra. Concentrazione degli investimenti nel settore siderurgico-meccanico, per colmare il divario con gli altri paesi industrializzati, e contemporaneamente la ristrutturazione dell’industria tessile e manifatturiera, costituita a maggioranza da mano d’opera femminile. Ovviamente queste ristrutturazioni non prevedevano un aumento dell’occupazione, ma bensì l’aumento delle ore lavorate, quindi incremento dello sfruttamento della forza lavoro. Questo modello di sviluppo del capitale si scontra direttamente con la classe operaia, ed in particolare caratterizza lo scontro con le donne salariate che rappresentano, insieme alle aree del sottosviluppo del paese quel “serbatoio di riserva” dal quale attingere forza lavoro a basso costo. Il settore tessile in continua ristrutturazione, è quello che subisce maggiormente i licenziamenti e l’aumento dei carichi di lavoro persino del 50% . L’aumento dei ritmi degli straordinari e gli incentivi, permetteranno un aumento della produzione dell’11% nell’arco di due anni. L’attacco padronale si fa sentire , ma la risposta operaia è altrettanto dura, gli operai si difendono scioperando ed occupando le fabbriche. Le donne in particolare, si rendono protagoniste di queste lotte, come ad esempio, alla Marzotto di Brughiero, alla Motta di Milano e alla Chatilon di Vercelli. In questi anni si contano circa 127 agitazioni, che si prolungheranno per mesi, e alle quali si uniranno rafforzando l’offensiva operaia, le salariate agricole, le 100.000 tabacchine del Veneto, Puglia, Campania, rivendicando tra le altre cose l’adeguamento del salario alle altre categorie. Si lotta per il sussidio alla disoccupazione, contro la nocività(Tubercolosi in particolare) e per le mense. Le mondine della Padana, conquistano le otto ore giornaliere, l’aumento salariale, e il diritto di viaggiare in terza classe invece che sul carro bestiame. I padroni capiscono che per poter rompere il fronte della conflittualità operaia che si trasferisce dalla campagna alla città e viceversa, devono intervenire, attraverso la riconversione delle industrie e la razionalizzazione delle campagne. Sarà infatti di questi anni la creazione di una fascia di piccoli proprietari terrieri, ai quali dietro l’assegnazione dei latifondi espropriati verrà chiesto di farsi garanti dello sviluppo capitalistico nella produzione agricola. Mentre le operaie e gli operai che hanno dimostrato una maggiore conflittualità vengono frantumati, rimandando le prime all’interno delle case e i secondi polverizzandoli territorialmente. In questo duro scontro tra capitale e classe operaia, come si colloca il sindacato? La CGIL cerca di inserirsi, proponendo il Piano del Lavoro (49/52) che auspica la politica degli investimenti pubblici, per risanare il paese e combattere la disoccupazione. Questo significa che mentre si lotta contro lo straordinario a fianco dei disoccupati, la CGIL porta le gelsominaie di Milazzo a lavorare di notte per evitare il dimezzamento del salario. Ma nonostante gli attacchi alle lotte delle donne vengano sferrati da più fronti (sindacato incluso) l’offensiva delle salariate non si ferma. Esse nel 46 si conquisteranno tre mesi di riposo prima e sei settimane di riposo dopo il parto con i due terzi della retribuzione. Le operaie tessili con la loro dura lotta riusciranno a raggiungere con il loro salario 83% di quello maschile ed il 70% in maternità. Aquesto proposito è interessante evidenziare, come in questi anni, sulla scia delle conquiste ottenute nelle fabbriche , le operaie dell’industria, insieme a quelle della campagna, tenteranno di allargare il fronte delle lotte ad un segmento di classe più ampio. Viene richiesta l’uguaglianza di trattamento per le lavoratrici di ogni settore, l’estensione della tutela della maternità anche alle casalinghe, e la retribuzione del 100% anche nei periodi di astensione dal lavoro. Questo tentativo di ricomposizione da parte della classe operaia femminile, si scontrerà con la linea dura del blocco dei salari, e soprattutto con il ridimensionamento della presenza femminile nelle fabbriche, mantenendo la presenza delle donne solo nella misura in cui il loro costo rimane molto basso. Ancora una volta il sindacato anziché appoggiare incondizionatamente la lotta delle donne per l’estensione dei diritti a tutte, sottoscrive nel luglio del 50 il Progetto Fanfani, che riconosce alle operaie gestanti l’80% del salario escludendo dal diritto, le lavoratrici agricole, a domicilio, e le domestiche. Questo ingabbiamento della lotta da parte del sindacato, costringerà le operaie a ripiegare su lotte difensive contro i licenziamenti. Negli anni 50 un’operaia di prima categoria percepisce un salario base inferiore del 25% a quello di un manovale comune del settore metalmeccanico, e dall’altra parte il presidente della confindustria Costa, dichiarò che le donne avevano già superato di gran lunga la soglia salariale a loro concessa. Il progetto padronale,di razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria, soprattutto del settore tessile e siderurgico, segnerà un punto a favore del capitale, con l’espulsione da questi settori di circa due milioni e mezzo di lavoratrici , e il 40% dei disoccupati rappresentato dalle donne. Il risultato del riflusso delle lotte operaie si fa immediatamente sentire, aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro in fabbrica, aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro nelle case dove sono state rigettate le donne, espulse dal ciclo produttivo, ma ancora una volta funzionali al capitale con il loro estenuante lavoro domestico che deve garantire un’adeguata reintegrazione di una forza lavoro sottoposta a ritmi e orari massacranti. Nella seconda metà degli anni 50 c’è un vera e propria crisi dei settori industriali a maggioranza occupazionale femminile,( tessile ,alimentare, legno, cuoio e pelli) , le donne vengono assorbite in quei settori, dove l’alta meccanizzazione e la catena nei reparti di montaggio, permettono la sostituzione della mano d’opera maschile qualificata, in poche parole si assiste ad una progressiva dequalificazione operaia, flessibilità e mobilità. Sono queste le caratteristiche della ristrutturazione in atto, e di conseguenza caratterizzeranno la connotazione della forza lavoro femminile, e della massa che si va ingrandendo degli emigranti. Nel 1960 le donne presenti in fabbrica sono 1.821.000 (dati Istat) approderanno alla fabbrica direttamente dalla campagna, nelle loro piattaforme di lotta si rivendicherà ancora uguaglianza salariale, classificazione unica, superamento delle tabelle retributive, le loro lotte si salderanno a quelle sul salario delle grosse industrie a prevalenza di mano d’opera maschile. Sino a questi anni sono rimasti in vigore gli accordi del 1945, i quali stabilivano che a parità di capacità lavorativa le donne erano inquadrate nella categoria inferiore a quella dell’uomo, ed in quanto “donne” subivano una riduzione del salario del 30%. Il sindacato mostra ancora una volta la sua reale funzione. Infatti gli accordi interconfederali del luglio 60, saranno una vera e propria gerarchizzazione di classe. L’accordo infatti divide le mansioni in tre principali categorie, tipicamente femminili, tipicamente maschili e promiscue. La”parità salariale” e “parità di inquadramento professionale” tanto sbandierata da Lama, riguarda quei settori di produzione tipicamente maschili, dove la presenza femminile è del tutto insignificante, per le mansioni promiscue, si acquisisce una parità formale di categoria , ma una retribuzione inferiore del 7,20% in quanto di sesso diverso, per quanto riguarda invece le mansioni tipicamente femminili, vengono costituite nuove categorie, alcune delle quali, sono parificate al manovale comune maschile ed altre addirittura inferiori. Così facendo il sindacato cancella la distinzione “uomo-donna” e stabilisce il sesso delle mansioni, demandando al capitale di decidere quale sia la mansione femminile e quale quella maschile. Si assiste così ad una vera e propria ghettizzazione delle donne nelle mansioni più dequalificate, creando così una forza lavoro differenziata, mal pagata, che all’occorrenza potrà essere usata anche contro la classe operaia stessa. Questa divisione niente affatto casuale, avrà come conseguenza una atomizzazione in una miriade di unità produttive, della mano d’opera femminile, una parte consistente e determinata nelle lotte, della classe operaia, che così polverizzata perderà parte della sua potenzialità antagonista, e nonostante le lotte durissime, non raggiungerà la parità di qualifica e salariale. Le donne della classe operaia impareranno presto e sulla loro pelle a riconoscere il sindacato come l’istituzione che non le rappresenta né sul terreno della fabbrica ne su quello del lavoro domestico. Il sindacato si è sempre lamentato di una scarsa sindacalizzazione femminile, spacciandola addirittura come “passività femminile”. In realtà le donne pur dividendosi tra il lavoro salariato svolto in fabbrica, e la “fatica” del lavoro domestico, hanno sempre trovato il tempo di organizzarsi in lotte durissime e nelle occupazione delle fabbriche, organizzandosi autonomamente fuori e contro il sindacalismo filo padronale. S.O.   

 

OPERAICONTRO GENNAIO 2009 - N° 129 seconda parte

 

Gli anni 60 sono caratterizzati dalle lotte per il rinnovo contrattuale, le divisioni attuate all’interno della forza lavoro operaia, uomini, donne, giovani e anziani, qualificati e non , operai in produzione ed ausiliari, sono favorevoli ai padroni nello scontro che si determina tra capitale e lavoro. Gli incrementi di produttività sono legati al cottimo,la produttività stessa è legata allo sfruttamento diretto del lavoro vivo. La lotta sul salario del 62/64, farà saltare questa struttura, investendo tutti gli aspetti della condizione operaia in fabbrica. Le donne si mobilitano in massa, nonostante vengano rinnovati 37 contratti di cui 34 nell’industria, interessando circa due milioni di operaie, il principio della parità per uguale lavoro- uguale salario, coinvolge solo alcune categorie periferiche. Le donne sono ammassate nelle categorie e qualifiche più basse, in settori mono sessuali. Le operaie elettromeccaniche dell’area milanese, dopo dure lotte e estenuanti trattative, avevano imposto ai padroni , un accordo che le portava al 90,80% delle tariffe maschili della stessa categoria, la differenziazione del salario non poteva più corrispondere alla differenza di sesso. Oltre alle vittorie sugli aumenti salariali ottenuti da parte della classe operaia, le donne hanno messo in discussione il loro ruolo all’interno della fabbrica, e cioè quello di essere mano d’opera a basso costo e di conseguenza divisione strumentale all’interno della classe. Una delle conquiste ottenute dalle donne in questi anni sarà il divieto di licenziamento per matrimonio, che rappresentava una mobilità forzata a cui le donne erano costrette, per soddisfare le esigenze del sistema produttivo. La risposta dei padroni, alla forza d’urto delle lotte della classe operaia di questi anni, non si fa attendere, partiranno i licenziamenti di massa, che colpiranno quegli operai “qualificati”, resi “inutilizzabili” dalla ristrutturazione del nuovo processo produttivo, ma che soprattutto avevano dimostrato un alto livello di insubordinazione e autodeterminazione, nelle battaglie ingaggiate contro i padroni. A pagare il prezzo più alto di questi licenziamenti saranno le donne, 260.00 operaie verranno espulse dall’industria, di queste una buona parte provenienti dal tessile. Infatti saranno le operaie impiegate in questo settore che subiranno l’attacco più duro. Come abbiamo già visto la maggior parte della manodopera di questo settore è rappresentata da donne, nella maggior parte di estrazione contadina, nei progetti del capitale, alcune caratteristiche di questo segmento di classe operaia, così come la localizzazione degli stabilimenti ( prevalentemente nelle zone agricole, ad esempio Lanerossi e Marzotto) dovevano essere elementi di garanzia per mantenere una certa stabilità. Massimo sfruttamento, bassi salari, azzeramento della conflittualità , erano le caratteristiche di questa classe operaia femminile, che aveva invece dimostrato una tendenza sempre più crescente a voler rompere con questi schemi che gli erano stati imposti, e espresso la capacità di sapersi agganciare alle lotte del resto della classe operaia, sia sul fronte della lotta salariale, che su questioni che ponevano in discussione per la prima volta la contraddizione del duplice ruolo svolto dalle donne divise tra il lavoro salariato e il lavoro domestico. Durante gli anni sessanta le donne vengono espulse in massa dalle fabbriche , e ricacciate nell’area del lavoro a domicilio, nero e precario, che in questi anni va aumentando enormemente, permettendo così al capitale di recuperare il basso costo della mano d’opera femminile, ed in questo modo, questa forza lavoro essendo ora ghettizzata all’interno del mercato del lavoro marginale, e le donne genericamente definite “casalinghe”non risulteranno neanche come disoccupate. Il nuovo ciclo di lotte degli anni 68/69, attraverso alcuni dei suoi slogan, quali ad esempio”aumenti salariali uguali per tutti”, consentirà di far emergere la radicalità della partecipazione delle donne “all’autunno caldo”, che attraverso obbiettivi specifici, portati avanti autonomamente, combatteranno di nuovo con forza contro la scientificità, della discriminazione salariale femminile. “Meno lavoro più salari”, è il filo conduttore delle lotte del 68, si sciopera contro i ritmi di lavoro, contro il cottimo, contro le qualifiche in fabbrica, le donne faranno loro lo slogan” a lavoro uguale, uguale salario”, consapevoli dello sfruttamento alle quali sono sottoposte, saranno le prime, ad iniziare lo sciopero alla Marzotto di Valdagno, contro i carichi di lavoro, e non si tireranno indietro, neanche davanti alle cariche della polizia. Le battaglie egualitarie di questo ciclo di lotte, pur portando alcuni risultati di rilievo, per le donne portano solo ad una riduzione dello scarto con le mansioni maschili, ancora una volta le donne a lavoro uguale hanno salario diverso. La ghettizzazione delle donne negli stessi posti di lavoro, consentirà a queste di far crescere il loro potenziale sovversivo. Dalla fabbrica, alla casa, gli anni settanta rappresentano in Italia per le donne la rivolta organizzata. Si lotta contro il lavoro produttivo, ma anche contro il lavoro domestico, si lotta in fabbrica contro i licenziamenti, contro i carichi di lavoro, e contro il muro delle qualifiche, nel sociale, si lotta per l’aborto, per i servizi, per la casa, le donne assumono sempre più consapevolezza della loro condizione, consapevoli che il loro sfruttamento in fabbrica, e il loro sfruttamento domestico, sono perfettamente funzionali ai progetti del capitale. Vale la pena menzionare, come esempio della portata delle lotte delle operaie degli anni settanta, la lotta delle operaie della Solari di Udine e della Zanussi di Pordenone. Costituendo una commissione” Salute Donna” riuscirono ad ottenere permessi retribuiti per le visite mediche per tutti gli operai nelle strutture sanitarie, rilascio gratuito di anticoncezionali, estensione di quanto concordato con l’INAM, anche alle mogli degli operai. Le conquiste ottenute dalle donne con la lotta, furono poi svendute dal sindacalismo compiacente, che sottoscrisse un accordo con l’azienda (Zanussi) che azzerava ciò che si erano conquistate le operaie, e sempre grazie al sindacato, ci fu l’espulsione delle delegate. Quindi gli anni 70, con la crisi del manifatturiero, rappresentano il maggior attacco all’occupazione femminile, che si identifica con la massificazione del lavoro nero, part-time, stagionale, a domicilio, a termine, in una parola precario a tutti gli effetti. Una tendenza che non si è ancora esaurita, bensì si è andata consolidando, sino ad arrivare ai nostri giorni, dove le sigle per definire la precarietà del lavoro che concerne le classi subalterne, si sprecano. La fase economica espansiva a partire dall’85 in poi, i processi di ristrutturazione di questo periodo, la mediazione esercitata dai partiti e sindacati della sinistra borghese, danno un’idea di pacificazione generale, riducendo notevolmente il potenziale di lotta di tutta la classe operaia. Ma ben presto a partire dagli inizi degli anni 90 con la perdita di più di un milione di posti di lavoro, la riduzione del salario reale del 15% questa falsa convinzione ideologica di vivere in una società in continuo sviluppo economico, dove la mediazione tra capitale e lavoro è possibile, si infrange definitivamente. Tutte le lotte ingaggiate dagli operai a partire dagli anni 90 in poi sono su una linea difensiva. In questo contesto di generale peggioramento delle condizioni di vita degli operai per le donne ed in particolare per le operaie, la situazione non è certo migliorata. Oltre ai cali occupazionali, secondo un rapporto della Commissione UE in Europa, le donne guadagnano mediamente il 15% in meno degli uomini. In Italia la differenza è del 7 per cento ed è rimasta immutata negli ultimi dieci anni. Ancora oggi, mansioni con qualifiche simili, tendono ad essere enumerate meno se svolte più da donne che da uomini, ancora una volta il problema è il modo in cui vengono valutate le competenze. Dalle statistiche emerge che lo scarto tra le remunerazioni, aumenta con l’età, il livello d’istruzione, e gli anni di servizio. Il 53% delle donne con mansioni da operaie percepisce uno stipendio medio mensile che varia tra i 500 ed i 1000 euro al mese un ulteriore 16% deve accontentarsi di meno di 500 euro. A parità di impiego il 43% degli operai riesce a raggiungere un salario tra i 1000 e i 1500 mensili (dati ISTAT). Il gap diviene più consistente in presenza di una scolarizzazione inferiore, il 46% delle donne con basso livello di istruzione deve accontentarsi di un salario inferiore ai 1000 euro mensili , questo accade al 25% degli uomini con pari titolo di studio. Un altro dato importante che delinea maggiormente il carattere discriminatorio del lavoro femminile è il tasso delle donne impiegate nel part-time, esse sono infatti il 26,7% contro il 4,7% degli uomini. Per le donne l’instabilità occupazionale attraversa fasi di sottoccupazione e disoccupazione, rappresenta l’obbligo della scelta di impieghi marginali, contratti di breve durata, impegni ed orari limitati ed imposti. Il lavoro interinale che rappresenta una radicale forma di precarizzazione per la totalità dei giovani operai, per le donne che assorbono il 77% del tempo dedicato alla famiglia diviene una scelta obbligata. Saranno soprattutto le operaie con meno di 35 anni di età ad avere un contratto di lavoro precario (una su cinque il 21% dati Istat). Che le condizioni di vita degli operai siano peggiorate è un dato innegabile, l’aumento dei livelli di sfruttamento, la nocività della fabbrica, i morti sul lavoro, mostrano un peggioramento della condizione operaia pari a quella di duecento anni fa. In questo quadro generale di arretratezza, la condizione delle operaie ha subito un ulteriore peggioramento, legato all’aumento dei carichi di lavoro esterno alla fabbrica. Con l’inasprimento della crisi economica generale e l’ulteriore taglio della spesa pubblica effettuato con la finanziaria dai governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi 15 anni, è ovvio che per le donne diventi più difficile conciliare l’impegno del lavoro esterno con quello del lavoro domestico. Dinanzi alla necessità di dover supplire alla mancanza di servizi, per quanto riguarda ad esempio, l’assistenza ai malati, agli anziani, ai bambini, alle donne si impone il ricatto di contratti atipici, a tempo determinato, o peggio ancora l’alternativa del lavoro nero. Tutto questo, ancora una volta garantisce al capitale una mano d’opera a basso costo, ricattabile, disomogenea. Le operaie negli anni recenti, hanno dovuto ingaggiare delle battaglie sui posti di lavoro, concernenti il rifiuto del turno di lavoro notturno, e i permessi per poter accompagnare i figli a scuola la mattina. Valga per tutte l’esempio della lotta ingaggiata da “Mara” prima, per il rifiuto del doppio turno e dalle operaie poi, con in testa “Patrizia” che resistettero per nove mesi con cinque ore di sciopero a notte, durante la lotta contro l’introduzione del turno notturno alla Siemens di Cassina de’Pecchi, oggi Jabil. Quando le operaie a fianco dei loro compagni uomini, hanno cominciato a lottare e scioperare, per la riduzione dei carichi di lavoro “complessivi”, per l’aumento del salario, la risposta dei padroni non si è fatta attendere, con l’espulsione in massa della mano d’opera femminile dalla fabbrica, il capitale ha voluto ricacciare le donne nell’altra “galera” da cui venivano, e dalla quale cominciavano a liberarsi, la casa. Nel suo libro “Lo sviluppo del capitalismo in Russia” Lenin descrive come” la grande industria emancipa la donna, come si allargano gli orizzonti mentali della lavoratrice sotto l’influsso del lavoro in fabbrica, come essa diventa sempre più colta e sempre più indipendente, come si libera dai ceppi della famiglia patriarcale”. Secondo Lenin “ lo sviluppo della grande industria crea la base per l’emancipazione concreta della donna”. Nel quadro generale della condizione operaia oggi in Italia, queste affermazioni di Lenin assumono un valore ancora molto attuale, possiamo anche affermare che “ la trasformazione capitalistica dell’industria influisce visibilmente sulla lotta della donna per la propria indipendenza nella famiglia” “l’industria crea per la donna una condizione nuova e del tutto indipendente dalla famiglia e dal marito”(Iuridiceski Viestnik,1883). E’ proprio grazie a questa “emancipazione”, che si rende chiara la necessità per la classe operaia di lottare per l’abolizione della proprietà privata delle fabbriche, delle officine, della terra, proprietà privata che ha ridotto gli operai alla miseria e alla schiavitù salariata, e la donna a una doppia schiavitù. Se l’emancipazione degli operai deve essere opera degli operai stessi; anche l’emancipazione delle operaie deve essere opera delle operaie stesse. Le operaie devono occuparsi in prima persona dello sviluppo di queste condizioni, la loro attività porterà ad un cambiamento completo della loro condizione nella società capitalistica. Oggi come in passato, non si può prescindere dalla lotta delle donne contro l’ oppressione del lavoro domestico, che nella maggior parte dei casi , è il lavoro meno produttivo, più pesante, più barbaro. Non si tratta di ghettizzare la lotta delle donne, ma bensì, riconoscendone la specificità, legare le rivendicazioni a quelle di tutto il proletariato. “Il proletariato non raggiungerà una completa emancipazione se non sarà prima conquistata una completa libertà per le donne” (dal discorso di Lenin rivolto alle operaie 21 febbraio 1920). O.S.