Una giornata con i moderni minatori, in bilico tra posto fisso e battaglie ambientaliste. Un accordo sindacale ha permesso a giovani
tra i 18 e i 29 anni di entrare: ogni due mobilità (prepensionamenti), un'assunzione
liberazione.it
Dopo il fascino dei primi anni, la stanchezza. «Ma almeno non siamo emigrati»

Laura Eduati
Nuraxi Figus (Carbonia Iglesias)
nostra inviata
Probabilmente è quell'atmosfera da film futuristico alla Blade Runner , i pick up che attraversano le gallerie sballonzolando come nella giungla, le lampade che squarciano il buio e la polvere, la tagliatrice che divora il terreno con un rumore infernale, i nastri trasportatori che non finiscono mai, il cri-cri dei grilli che chissà come sono finiti quaggiù, il fango fino agli stinchi e i cunicoli affollati di tubi come in una astronave dimenticata.
«Il fascino della miniera è innegabile» ammette Stefano, 31 anni, ingegnere minerario da sei mesi nel sottosuolo. Il suo compito è quello di sorvegliare il fronte del taglio, il cuore della miniera, cioè dove il carbone viene estratto ad un ritmo di 1500/3000 tonnellate al giorno. Era il suo sogno di bambino, vestire la tuta di cotone bianco e portare la lampadina in fronte, tornare alla luce accecante del giorno e lavare il carbone dalla pelle con una lunga doccia.
Eppure la fatica ti ammazza. Il turno è di sette ore, otto compreso il pasto, la vestizione e la doccia. Ogni settimana cambi orario: mattina, pomeriggio, sera, notte. «Lavorare quando gli altri dormono è contro natura» pensa Matteo. Poi quella pesante cintura in vita, generatore a destra, autorespiratore a sinistra, parastinchi che irrigidiscono il polpaccio, scarpe dure come il ferro.
Il turno inizia quando scendi con la gabbia-ascensore. Ci vuole circa mezz'ora per raggiungere la postazione di lavoro, anche con la Toyota. Sul fronte del taglio la galleria si fa stretta e insidiosa, devi stare piegato e attento a non scivolare sui pistoni, la tagliatrice schizza carbone e pietre, polvere e granelli. Il rumore è angosciante. Tutto automatizzato, ripetono alla Carbosulcis. E' vero, ma se la macchina si inceppa usi il martello, e se un pezzo di carbone è troppo grosso lo devi sminuzzare con il motopicco. Come una volta. Se sei fortunato capiti nella galleria di flusso, dove arriva l'aria fresca. Peggio nella galleria di riflusso: un vento caldo ti entra nei polmoni, l'umidità ti stringe il corpo, poco ossigeno mischiato alle polveri. I manuali tecnici dicono che la miniera di Nuraxi Figus è debolmente grisuttuosa; significa che sprigiona grisu, gas simile al metano. La centrale di controllo monitora costantemente la qualità dell'aria, pronta a ordinare l'evacuazione. Alessandro è tranquillo: «Sono lontani i tempi dei canarini». Canarini? «Sì, i minatori mettevano le gabbie coi canarini, quando cadevano stecchiti voleva dire che rimaneva poco ossigeno e bisognava andarsene in fretta».
«Lavorare con una maschera è faticoso specialmente quando cammini e fai uno sforzo» racconta Matteo, che ha conosciuto Elisabetta in chat e ha deciso di sposarla lo scorso dicembre dopo quattro anni di fidanzamento e un periodo di convivenza. Lei è giovanissima, 22 anni. Figlia di minatore, studia la tromba e si arrabatta in un call center per circa 600 euro al mese. Anche il padre di Matteo faceva il minatore, proprio alla Carbosulcis. Da dicembre in prepensionamento, ha vissuto gli anni della cassintegrazione con 5 figli a carico quando l'azienda, di proprietà dell'Eni, nel 1993 aveva deciso di dismettere la miniera perché poco produttiva. Allora gli operai erano un migliaio, in centinaia occuparono i cantieri per dimostrare che il carbone meritava un posto d'onore nella politica energetica italiana. E vinsero la scommessa grazie ad un decreto firmato da Silvio Berlusconi. «Quando annunciai a mio padre che avrei fatto il minatore, mi disse semplicemente che non era un buon lavoro, ma che era comunque un lavoro fisso e così non sarei dovuto emigrare come gli altri». Perito elettrotecnico, dai 19 anni Matteo aveva provato ad andarsene: prima come gelataio in Germania, poi in una azienda di Belluno dove gli offrivano un contratto di due mesi a 800 euro, vitto e alloggio a carico. Suo. «Non accettai». Ha varcato i cancelli della miniera, sedotto da quella città sotterranea, labirintica, dove il tempo cambia volto.
30 anni. Questo è il limite massimo per il lavoro di un minatore. Usurante, così viene catalogato ai fini pensionistici. Guadagni dai 1100 ai 1500 euro. «Ci abbonano 5 anni, ma è come se li avessimo fatti». Meglio non parlare dello scalone, ti guardano storto. Danilo, 22 in miniera, ha smesso di considerare romantiche le gallerie. «L'amore per la miniera non c'è mai stato. Casomai si tratta di attaccamento al posto di lavoro. Dopo qualche anno di questa vita si passa dall'incanto al disincanto». Riposare, tornare a casa dalla famiglia, dormire. Per Danilo questa è la ricetta giornaliera per affrontare la miniera senza morire di fatica. Quando montiamo sul pick up, lascia ciondolare la testa in un breve sonnellino. Nemmeno per Vittorio, l'autista, è stata una scelta. Aveva avviato un bar a Gonnesa, poi hanno cambiato la viabilità e nessuno si fermava a prendere il caffé. A 32 anni ha messo l'elmetto.
Nell'oscurità del fango capita di incontrare delle donne. Non fanno le operaie, ma le supervisori e le ingegneri. Come Valentina, 40 anni e un viso perfettamente truccato nonostante il pulviscolo, tecnico sorvegliante al bullonamento. Ovvero: sorveglia l'opera di puntellatura delle gallerie. «Faccio un lavoro poco femminile ma mi piace moltissimo». Unico inconveniente: negli antri scuri non esiste la toilette. Gli uomini si arrangiano come possono, ma le poche minatrici rimaste si sono ribellate e hanno ottenuto di passare in superficie. Non Valentina. «Lagne da donnicciole. Se ti scappa te la tieni».
Dopo pochi mesi da minatore, Matteo, Agostino e gli altri resistono alla fatica e quando tornano in paese si dedicano ai passatempi di sempre. Matteo suona il trombone nella fanfara dei bersaglieri, si è esibito a Budapest, Firenze, Napoli, Cremona. Quando Elisabetta è impegnata, si rilassa e cucina manicaretti. Alessandro fa motocross e ascolta musica metal. Agostino si dedica alle caprette e agli altri animali della fattoria. Nessuno parla dei problemi di salute che potrebbero sviluppare in futuro. Farlo significherebbe mettere in dubbio la miniera, cioè l'unica fonte di lavoro fisso. Il minerale prodotto a Nuraxi Figus finisce alla centrale a carbone dell'Enel di Portoscuso, che fornisce energia elettrica alla zona industriale adiacente. Ma a prezzi poco competitivi, tanto che le ditte minacciano di delocalizzare o di comperare energia dall'estero. Un incubo. La soluzione ci sarebbe, caldeggiata da Carbosulcis e operai: privatizzare la miniera e ottenere così un ciclo integrato. Che vuol dire: aumentare la produttività estraendo fino ad un milione di tonnellate di carbone all'anno, bruciarlo in una nuova centrale a carbone, stoccare l'anidride carbonica nei cunicoli dismessi della miniera così da eliminare una fonte di inquinamento, riutilizzare le ceneri della combustione come materiale di riempimento nelle gallerie che franano durante l'estrazione oppure come materiale da costruzione per l'industria civile. Pulito pulito. Impatto ambientale: prossimo allo zero, ribadisce la Carbosulcis. E l'energia elettrica costerebbe molto meno.
Il bando per la privatizzazione è aperto da un pezzo. Ma le aziende nicchiano. Perché comperare una miniera traballante? E' per questo che Giancarlo Sao e altre decine di operai martedì prenderanno l'aereo e andranno a manifestare davanti palazzo Chigi. «Questo governo ci sta deludendo. Deve applicare il Cip6 (benefici alle aziende che utilizzano fonti rinnovabili, ndr) anche alla nostra miniera». Soltanto così le aziende come l'Enel e la spagnola Endesa, interessate all'acquisto, scioglieranno ogni dubbio. Pecoraro Scanio permettendo. «Perché in questo Paese criminalizzano il carbone» sospira il direttore della miniera Paolo Podda. «In attesa di maggiori fonti rinnovabili e senza il nucleare, l'Italia dovrebbe contare su questo minerale. Naturalmente riducendo al minimo i rischi per l'ambiente».
E' la solita storia: da una parte Matteo che conta sulla miniera per accendere il mutuo, dall'altra gli ambientalisti che bocceranno senza appello la nuova centrale a carbone.


08/07/2007