UNA CITTÀ n. 46 / Dicembre 1995
ARIS ACCORNERO

NUOVI LAVORI

Quanta gente è ancora disponibile a fare l’operaio? L’inoccupazione che noi contiamo in modo inesatto come disoccupazione. Il sud che sembra entrato nella scia della ripresa trainata dal nord. Le macchine che non creano affatto disoccupati. Il lavoro di team che le aziende ricercano e l’omogeneità di orari e di ruoli che lascerà il posto ad un’estrema differenziazione. Il lavoro che non darà più identità forti. Intervista a Aris Accornero.

Aris Accornero è docente di Sociologia del lavoro all’università La Sapienza di Roma ed è membro della Commissione di garanzia sui servizi pubblici.

Cosa ne pensa del recente Rapporto della Banca d’Italia nel quale viene denunciata la difficoltà delle aziende del Nord, in particolare del Nord-Est, a trovare manodopera qualificata?
Ero a Treviso quando il rapporto è uscito, quindi ho potuto verificare sul campo le reazioni. Il problema, mi sembra, non è tanto quello di specifiche professionalità, quanto di comuni professionalità operaie. Quindi le lagnanze degli imprenditori riguardano l’aspetto medio-basso del livello qualitativo della forza lavoro. Per quanto riguarda il Sud il problema è legato alla disponibilità alla mobilità. Quindi sono realtà diverse che però riconducono ad un problema unico.
Per il Nord comunque si tratta della mancanza di operai qualificati come tempo fa; questo comporta un’offerta bassa di fronte a una domanda di qualità alta. Questo ci pone automaticamente un ulteriore quesito: quanta gente è ancora disposta a fare l’operaio? Perché alla radice di tutto è questo il problema, cioè l’evoluzione, il mutamento della struttura sociale, della rappresentazione sociale, delle professioni che tende ormai a penalizzare la figura, l’identità dell’operaio sia come individuo che come classe. Da qui si capisce che la soluzione del probIema è difficile, non è certo per l’oggi, ecco allora che gli industriali di Treviso, per fare un esempio, si rivolgono al mercato del lavoro sloveno o croato, a dimostrazione che non hanno bisogno di lavoratori così qualificati come si dice. In realtà, come dicevo, il lavoro in fabbrica non attira più, c’è un impallidimento dell’identità operaia: non è una scelta preferibile neanche in zone come Pordenone o Vicenza dove la presenza operaia è in crescita grazie a un processo d’industrializzazione recente e dove la terziarizzazione non si è fatta ancora sentire.
Se non ci sono alternative si manda il figlio in fabbrica, altrimenti qualunque cosa va meglio. Su questa dinamica hanno nuociuto teorie post-industriali , annunci della morte della classe operaia, insomma un po’ di paccottiglia intellettuale ...
In una recente intervista, De Rita ha affermato che, secondo lui, il divario Nord-Sud non si è allargato, anzi la differenza si è attenuata. E’ d’accordo?
Completamente d’accordo. De Rita in quell’intervista all’Unità e ancora prima su La Stampa, ha affermato che il divario non è aumentato, anche se sotto l’influsso della crisi c’è stato un peggioramento, ma in ogni caso il dato è stabile anzi prima della crisi si stava riducendo.
Inoltre mette giustamente in evidenza come di fronte ad un Nord che viaggia a livelli “tedeschi”, il Sud si sia in qualche modo inserito in questa scia. Condivido inoltre quando afferma che questo paese non è così pieno di scandali come si vorrebbe far credere. La stessa vicenda degli invalidi deve essere messa nella giusta prospettiva: gli invalidi sono stati una pratica sociale di governo per 20 anni. Esiste una norma dell’Inps che stabilisce che la pensione di invalidità non deve essere collegata al lavoro, ma al reddito. Quindi non c’è da stupirsi che ci siano così tanti casi, molti dei quali illegali, verso cui la comunità riconosceva che, non avendo possibilità economiche, a prescindere dalla capacità lavorativa o meno, era bene concedere quella pensione. Molte di queste pensioni hanno tutti i crismi, sarebbero criticabili dal punto di vista della produttività, della razionalità delle scelte, ma in realtà si esagera.
Lasciamo per un momento da parte l’attualità, che caratteristiche ha avuto storicamente la disoccupazione in Italia?
Rispetto agli altri paesi europei, i dati dicono che persino in questi ultimi anni di crisi, la disoccupazione, in senso stretto, è stata minore. La caratteristica della situazione italiana è che coloro che perdono il lavoro rappresentano una quota sistematicamente più bassa, a volte molto più bassa del dato europeo. Ciò dipende dal fatto che noi consideriamo disoccupate anche persone che non si trovano in condizioni professionali: questo aggiunge 600.000 unità. Non dico che sbagliamo a contarli, facciamo male a chiamarli disoccupati, perché non hanno perso un lavoro.
Poi abbiamo una quota d’inoccupazione giovanile, cioè persone che “viaggiano” da un lavoretto all’altro e magari continuano a studiare, in attesa di un lavoro serio.
Questi in Italia sono molti, sono in gran parte a carico delle famiglie, convivono in famiglia e sono tanti non perché gli imprenditori non assumono i giovani: con i contratti di formazione-lavoro assunzioni ne vengono fatte, tanto che negli ultimi cinque anni sono stati assunti solo giovani.
La ragione quindi è un’altra e secondo me è dovuta al fatto che questi soggetti hanno un legame con le famiglie molto più stretto che negli atri paesi. Questo ci riporta ad altre cause una delle quali è l’alta percentuale di case di proprietà e questo costituisce un freno ad ogni mobilità. Ma forse il motivo principale è la tradizione matriarcale, familistica e protettiva. Tutto ciò allunga i tempi dell’ autonomia personale, della costruzione di un nuovo nucleo familiare anche perché, affinché ciò avvenga, è fondamentale che i genitori acquistino un nuovo appartamento ai figli.
Le proposte per affrontare il problema della disoccupazione non sono molte. Nell’ultimo periodo ne sono emerse chiaramente tre: la riduzione dell’orario di lavoro, la riconversione ecologica dell’economia, il mercato sociale di cui parla Giorgio Ruffolo. Quali di queste indicazioni trova più praticabile?
Credo che inventare lavori nuovi sia una delle cose più feconde. Produrre servizi e beni prima inesistenti dando libero sfogo alla propria imprenditorialità è la cosa migliore. Se guardiamo le nostre città, il livello di degrado raggiunto, ci rendiamo conto che c’è tanto da fare. Il gettito di posti più consistente viene secondo me, in Italia, dalla produzione di nuove imprese prima ancora che da quelle esistenti.
Dall’esperienza degli ultimi venti anni il “segreto” nazionale è consistito, appunto nella nascita di nuove realtà economiche. Far nascere imprese è la cosa più difficile, dare mille miliardi per l’occupazione è la cosa più facile, più banale che si possa fare e di cui, tra l’altro, nessuno sa dire quali risultati potrà dare. Quindi più che contributi dati a casaccio, si tratta di puntare su interventi qualificati, atti a creare nuova imprenditorialità, anche tra i lavoratori dipendenti.
Il terzo settore può essere, in questo senso, una risorsa?
Il terzo settore è già una risorsa, anche se è ancora poco rico nosciuto, ma non può essere mitizzato. Attualmente comprende l’ 1,8% della forza lavoro occupata. Potrà arrivare al 4, al 5, al 10%, ma non di più.
Torniamo a temi più generali. La globalizzazione che effetti sta producendo sul mercato del lavoro?
La globalizzazione ha grandi effetti sulle imprese, più che sul lavoro e sui lavoratori. L’Italia, comunque, non ha ancora esportato o espiantato imprese, reimpiantandole altrove, al punto da far ritenere che la globalizzazione abbia già prodotto effetti rilevanti.
Per quanto riguarda l’arrivo da noi di imprese estere, rispetto ad altri paesi, questo non è avvenuto oppure è avvenuto in misura molto modesta:pensiamo un attimo ai giapponesi e all’industria automobilistica. In ogni caso per ora la crescita dell’internazionalizzazione ha avuto effetti positivi sulla nostra industria, basti pensare alla crescita impetuosa dell’export italiano.
Dal punto di vista del lavoro, il problema della globalizzazione pone la questione di una grande pressione di forza lavoro a basso costo proveniente dalle Filippine come dalla Croazia. Questo è dovuto a due fattori: l’alto livello del reddito medio in Italia, la bassa percentuale d’immigrati nel nostro paese rispetto agli altri paesi europei. Comunque in conclusione credo che la globalizzazione non ha avuto per noi effetti eclatanti e comunque per quel poco che ha prodotto non ha avuto conseguenze negative.
Veniamo al futuro. Le nuove tecnologie che effetti stanno producendo? Mi viene in mente il libro di Gorz, uscito negli anni ’80, La strada del paradiso, in cui la rivoluzione tecnologica veniva disegnata come la chance per liberarci dalla necessità del lavoro. Oggi si parla molto del telelavoro. Cosa ci aspetta in questo senso?
Guardi, il telelavoro non c’è ancora, quindi lo lascerai stare. Ci sarà in futuro, ma le quote di mercato che coinvolgerà saranno piccole. Non molte aziende mi sembrano intenzionate a seguire questa strada, eccetto quelle già coinvolte nel settore della comunicazione. A livello di massa potrà coinvolgere 1’1%, quindi pur non sottovalutando la questione dal punto di vista qualitativo, non darei molta importanza alla cosa. Questo perché la nostra struttura industriale richiede la presenza sul posto del lavoratore.
Per quanto riguarda le nuove tecnologie, mi sembra che in realtà non abbiamo molte notizie, e questo spiega perché ognuno si senta autorizzato a sparare qualunque ipotesi.
In realtà, come dicono gli economisti -penso a Robinson, a Sylos Lablni - bisognerebbe valutare cosa è accaduto dopo che è stato sostituito il lavoro vivo con il lavoro morto. Questo è uno studio molto complesso, perché significa che gli effetti delle nuove tecnologie andrebbero studiati ben al di là dei luoghi dove queste tecnologie vengono installate. E’ banale affermare che dove le nuove tecniche vengono inserite cala l’occupazione, questo l’aveva già affermato Marx ai tempi del primo capitalismo. In realtà la storia ha dimostrato che l’innovazione tecnologica non ha conseguenze così nefaste sull’occupazione, altrimenti da allora sarebbero scomparsi gli operai, le fabbriche e sarebbe scomparso lo stesso capitalismo.
E’ vero invece che se togli da una parte, si riempie da un’altra. Su questo versante gli studi sono molto difficili, perché un’azienda può creare occupazione anche attraverso la ristrutturazione tecnologica. Infatti, se è vero che nuovi macchinari espellono una parte della mano d’opera, è altrettanto evidente che l’impresa aumenta il suo budget, creando le risorse economiche per nuovi investimenti, per l’abbassamento dei costi, l’aumento delle vendite; in tal modo mette in moto un circolo virtuoso con effetti articolati.
Che le macchine tolgono lavoro lo avevano già scoperto i luddisti, ma è anche vero che le macchine creano più lavoro di quello che fanno sparire. Quello che ancora non sappiamo è se la nuova tecnologia informatica, rispetto alla vecchia tecnologia, provocherà più lavoro prodotto. Questo è un interrogativo reale a cui ancora non sappiamo rispondere. Per esempio, nel sistema bancario l’introduzione della card aveva sollevato previsioni pessimistiche sui livelli occupazionali.
Ebbene questo non è stato vero, basti pensare che solo lo scorso anno in piena crisi le banche hanno incrementato le assunzioni. Perché questo singolare effetto? Perché le banche hanno aumentato i servizi. Grazie alle tecnologie informatiche hanno sicuramente diminuito i cassieri, ma hanno aumentato l’occupazione in altri settori.
Possiamo dire che sta declinando il lavoro come momento di socializzazione e viceversa si sta affermando un processo d’individualizzazione?
Non mi pare. Le imprese cercano di ripristinare un’individualità del lavoro nel momento in cui chiedono al lavoratore una collaborazione che non richiedevano in epoca fordista: nel momento in cui chiedi collaborazione instauri un rapporto individuale. Tuttavia il lavoro nuovo, il lavoro che chiede la cooperazione intelligente, lo chiede quasi sempre a gruppi di lavoratori, non ai singoli, e se c’è il gruppo c’è socializzazione. Le aziende tendono ad impostare il lavoro di team, sono le imprese paradossalmente che cercano di “collettivizzare”. Non vogliono fabbriche composte da individui anonimi, massificati nelle funzioni.Anzi ormai l’assunzione viene fatta singolarmente, guardando le persone negli occhi, quindi cercando di privilegiare l’identità.
Quello che invece avviene è un altro fenomeno. Visto che si lavora di meno il lavoro tende a diventare sempre meno un elemento attraverso il quale il singolo costruisce la propria identità. La società fuori dalla fabbrica tende a diventare più centrale, tende a prevalere sulla fabbrica, più di quanto la fabbrica faccia nei confronti della società.
Come sarà il lavoro del 2000? Sarà sempre meno importante per l’individuo, oppure avrà in ogni caso un ruolo preminente?
C’è un ridimensionamento quantitativo, le ore lavorate nel corso della vita sono e saranno di meno. Quindi è difficile che aumenti il ruolo del lavoro nella nostra vita, a meno che il livello qualitativo del lavoro cresca così tanto che, pur diminuendo il tempo impiegato per lavorare, cresca in maniera inversa l’intensità del rapporto, ma tutto ciò sarà improbabile a livello di massa. Se penso ai paesi del sud-est asiatico, le famose "tigri", lì il lavoro è ancora a livelli ottocenteschi, per cui in quelle società sta aumentando.
Nei nostri paesi il lavoro sta cambiando natura. Non ci sono identità forti. Oggi è impossibile dire che il lavoratore tipo è Cipputi, perché non è più vero. Penso che la rilevanza del lavoro non potrà aumentare nella società di domani, anche se non credo che collassi del tutto.
Certamente non avremo una società del lavoro e dei lavoratori come quella fordista del secolo che ci stiamo lasciando alle spalle: quindi addio all’omogeneità degli orari,dei ruoli, dei mestieri; largo, invece, alla diversità, alla differenziazione.
La società del non lavoro potrebbe addirittura prendere il sopravvento su quella del lavoro.