Nord-est senza più bussola
L'altra faccia del "miracolo" Veneto. Viaggio in una regione in crisi d'identità
Finiti gli anni del benessere, il Veneto tira fuori la sua anima malata: un suicidio al giorno e cifre record per quanto riguarda il consumo di psicofarmaci. Mentre gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte per chi ha meno di 40 anni
ERNESTO MILANESI-8/08 il manifesto
VENEZIA
Possa mai essere che il Veneto sia anche altro rispetto al marketing degli affari e della finanza? Non è ancora vietato domandarselo. Tanto più se perfino Ilvo Diamanti, dall'accreditatissima Fondazione Nord Est, preannuncia per il 2003 un "rapporto" destinato a misurarsi con l'(in)felicità degli imprenditori in questo straordinario quadrante dell'Italia. E dunque vale la pena azzardare un carotaggio dell'"altro Veneto", che non si lascia patinare e non segue le tendenze, che è privo di potere e incapace di affascinare, che addirittura rincorre da solo l'angolo più lontano e buio.Una regione a tratti sinistra, ma solo nel senso degli scricchiolii. Perché forse, dietro la facciata dell'uniforme conformismo, occulta diversità che non vanno di moda. Una fabbrica di malesseri senza mercato sotto ogni campanile che rintocca a vuoto. Un mondo immobile, sospeso, nascosto che d'improvviso può eruttare clamorosamente e subito dopo far finta di assopirsi. Il Veneto infelice si riflette smarrito già nelle statistiche che non fanno mai notizia. Sono i numeri che nessuno vuol leggere e tutti preferiscono cancellare. Certificano il vero prodotto lordo dell'economia, contabilizzano il bilancio fallimentare di una società per azioni a vuoto, fatturano l'anima nera che lavora sotto traccia. Zavorra per la "locomotiva" che vola nel cielo dei profitti. Scheletri nell'armadio di una regione che conosce solo la ragione dei soldi. Eccolo, il Nord Est che ha perso la bussola. Cifre che, da sole, descrivono un piccolo mare di gente. La sigla Tso non rientra nei parametri del "modello veneto", eppure etichetta persone che hanno libertà pari a zero. Si chiama trattamento sanitario obbligatorio: l'anno scorso ne sono stati eseguiti 411. E in questa speciale classifica del Veneto in tilt, Padova straccia tutti: l'ospedale Sant'Antonio ne ha disposti 55, l'azienda ospedaliera altri 20. Nel 2000, invece, brillava Treviso: il locale nosocomio di Ca' Foncello ha... prodotto 64 dei 486 Tso dell'intera regione, che conta circa 4 milioni e mezzo di residenti. Certo, casi limite e pazienti altrimenti ingovernabili. Il Veneto, infatti, si cura anche dei "normali" comportamenti borderline, delle crisi di identità sociale, delle anomalie selvagge. E gli uffici della regione prendono diligentemente nota. Gli ospedali pubblici e le case di cura private delle sette province hanno infatti ospitato 24.451 ricoveri per patologie psichiatriche (dati del 2001). Una sequenza impressionante: 829 nell'azienda ospedaliera di Padova più altri 1.282 al Parco dei Tigli nel verde dei Colli Euganei; 1.524 degenti nell'Asl di Verona cui si devono aggiungere 248 ad Isola della Scala, 281 a Legnago, 318 a Soave, 492 a Caprino. Sono proprio gli ospedali dei centri minori a massimizzare questo genere di disagio. La cartella clinica del campanilismo veneto sembra quasi fare da contrappunto alla geografia dei distretti produttivi: 410 ricoveri a Bassano del Grappa, 580 a Conegliano, 555 a Montebelluna, 487 a Montecchio, 421 a Thiene, 333 a Monselice.

Una regione in ansia

Il Nord Est dà i numeri? Farmacologicamente, non c'è da stare sereni. Gratti il benessere consumistico e vinci una bella prescrizione medica. Il prontuario è squadernato così dai registri del servizio sanitario regionale: 667.321 pezzi di antipsicotici per un totale di 25 miliardi 803 milioni 913.480 delle lire con cui sono stati pagati; 7.402 scatole di ansiolitici per altri 86.283.700 lire; di antidepressivi il Veneto sembra aver bisogno come il pane: 1.543.370 confezioni che fanno un totale di 52 miliardi 792 milioni 621.600 lire. Soltanto di Prozac in tutte le sue varianti in commercio ne sono stati consumati oltre 120 mila pezzi, per una spesa di più di tre miliardi di lire...Abbozza un'interpretazione Eleonora Sale, neurologa quotidianamente alle prese con grandi traumi e con piccoli pazienti in difficoltà: "Le statistiche mi sembrano tutte spie delle patologie della società del benessere. Ma se il Veneto fosse un paziente, faticherei a trovare una diagnosi univoca. Di certo, si potrebbe parlare di disturbo depressivo, ma rischiamo di generalizzare e banalizzare la tragedia di ogni singolo. Per non dire poi che non tutte le persone depresse si tolgono la vita né richiedono un Tso (l'arte ce lo insegna: se tutti i sifilitici infelici si fossero suicidati non avremmo mai avuto Les fleurs du mal...). Una terapia? Allargo le braccia. I farmaci aiutano, perché sono dei sintomatici. Tuttavia non bastano ad arrivare al nucleo, alla radice del male". L'analisi poi prova a sospingersi oltre: "Bisognerebbe scandagliare meglio questa regione, il cui male oscuro dilagante è in qualche modo lo spettro dell'intolleranza che si porta dentro. La dissociazione del Veneto non può certo stupire: il dolore non risparmia nessuno. Del resto, 60 anni fa era sufficiente concentrarsi sul mero istinto di sopravvivenza in uno scenario di guerra. Oggi occorre misurarsi con modelli che ci impongono un continuo investimento narcisistico, perché bisogna salvare l'immagine in un contesto di conformismo provinciale. Il benessere può generare una pericolosa apatia e l'apatia tradursi in tensione, conflitto, aggressività etero e autodiretta".



Soldi, e poi...?

Il Veneto, insomma, potrebbe essere un luogo meno leggendario di come viene affrescato dai "redazionali" degli uffici stampa di banche, industrie e lobbies indigene. Ogni anno 250 persone si suicidano ed altre 100 ci provano: ogni giorno c'è qualcuno, a Nord Est, che decide che è meglio morire. Così ogni anno circa 5000 veneti devono misurarsi - per legami di parentela o per amicizia - con il suicidio. L'Istat, del resto, segnala che si concentra qui il 38% dei suicidi attuati in Italia. Avere tanti schei in tasca, dunque, non basta. Gli imprenditori che spesso annaspano con le lingue straniere (a cominciare dall'italiano...) ed il celebre "popolo delle partite Iva" che gioca a senso unico con Roma preferiscono occultare questo genere di produzione made in Veneto...E l'infelicità, in questi angoli del Nord Est, rimbalza d'improvviso dalle pieghe della cronaca di provincia. In Polesine, una donna ha puerilmente tentato una rapina all'ufficio postale del paese: era l'ultima spiaggia della sua odissea davanti al videopoker del bar, che alla fine con i soldi le ha divorato anche il senso della vita. Nel Trevigiano, un giovane si è impiccato soltanto per esser stato "schedato" dall'ennesimo raid notturno lungo le strade della prostituzione. L'altra faccia della stessa medaglia è, invece, il pensionato dell'Alta padovana che non trova di meglio che "riconvertirsi" in ospite e protettore di una delle tante ragazze dell'Est: un arresto di routine o un acconto sul futuro? Slitta inesorabilmente il piano inclinato del disagio, del malessere, della devianza. C'era una volta il Veneto alle prese con l'alcolismo, piaga sociale storicamente sedimentata nei secoli. All'epoca del primo boom, è comparsa l'eroina a falciare generazioni senza distinzioni sociali. Adesso arriva l'onda lunga del tilt in versione post-moderna: anoressia e bulimia, autismo da overdose di computer o crisi di astinenza dal mondo virtuale confuso con la realtà, neuroni bruciati dall'ecstasy e muscoli dopati illegalmente nelle palestre di periferia. E finalmente, con un dolore che supera la vergogna, si sgretola il muro dell'omertà in cui spesso la famiglia fa lega con l'abisso della violenza: donne che denunciano l'inferno delle quattro mura di casa e bambini che restano impigliati nella rete della pedofilia.



Paura di specchiarsi

Il "miracoloso Nord Est" invoca sicurezza e tolleranza zero, salvo poi scoprire esterrefatto una sorta di domestica associazione per delinquere con volti insospettabili. Si globalizza pretendendo tutto in tempo reale per le sue merci, rimuovendo con il muletto della coscienza gli 898.705 infortuni sul lavoro che l'Inail ha burocraticamente "definito" nel decennio 1987-1997. Moltiplica centri commerciali e cineplex, discoteche formato pub e locali notturni con le pornostar, schiere di villette e sequenze di capannoni; eppure continua a sopravviversi in eterno affanno, consumando il tempo in una specie di continua fuga indispensabile per spendere a vuoto, quasi mai per guadagnare senso. Magari, è solo un Veneto che a furia di dover essere ricco e felice per forza si prende la libertà di essere povero di certezze e con un'anima sempre più labile. Il cuore crepato del Nord Est che non sa più riscattare il futuro e non vuol più avere memoria. Sarà un caso, ma è sempre Giorgio Lago a guidare il Veneto nella gimkana delle sue contraddizioni. Da direttore del Gazzettino, accese grazie ad un semaforo in prima pagina la rivolta del "partito dei sindaci". Adesso picchia sui tasti, ancora dalla strada: 714 morti sull'asfalto, prima causa di morte sotto i 40 anni. Sono i "punti neri" sulla faccia del Veneto, che si ostina a truccarsi e non vuole mai guardarsi davvero allo specchio. Sergio Saviane, purtroppo, ha dovuto smettere di giocare a carte con le sue amiche puttane e non può più mandare allegramente in mona Luciano Benetton, insieme a tutti i suoi piccoli cloni di questo Veneto infelice...