Silvana Cappuccio
La fabbrica tessile della Ramatex, a Windhoek, in Namibia, è da tempo tristemente conosciuta a chi lavorava nel sindacato internazionale
liberazione 11-6-6
Silvana Cappuccio
La fabbrica tessile della Ramatex, a Windhoek, in Namibia, è da tempo tristemente conosciuta a chi lavorava nel sindacato internazionale, come una multinazionale assai spregiudicata nell’utilizzo delle risorse, normative ed economiche, a danno dei lavoratori e delle collettività.

Il caso della Ramatex costituisce il tipico esempio di come gli accordi commerciali internazionali hanno un concreto e diretto impatto sulla vita quotidiana delle persone.

Ramatex è una società tessile multimiliardaria malese, che si è installata in Namibia nel 2001, usufruendo delle facilitazioni offerte dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, in particolare l’accordo African Growth and Opportunity Act (AGOA) “per offrire tangibili incentivi ai paesi africani allo scopo di continuare l’apertura dei sistemi economici e sviluppare il libero mercato”, in altre parole per facilitare l’esportazione agevolata di merci verso gli Stati Uniti. L’AGOA non fa alcun riferimento ai diritti del lavoro e offre condizioni molto vantaggiose per gli investitori stranieri, soprattutto asiatici. Su questa base, il governo namibiano aveva offerto a questa multinazionale ingenti concessioni, tra le quali l’accesso a sostanziosi fondi pubblici, per creare infrastrutture di sostegno, un’esenzione fiscale per 99 anni e consistenti sovvenzioni per acqua ed elettricità. “Incentivi” giustificati dal Governo, sulla base dell’assunto che la Ramatex avrebbe creato migliaia di posti di lavoro, aiutando, quindi, a creare occupazione nel paese.

Dall’inizio, apparve chiaro che la società malese non aveva l’intenzione di rispettare alcuna normativa, né nazionale né internazionale: fu necessario addirittura un ultimatum governativo già solo per la registrazione presso il ministero del Lavoro e per il versamento dei contributi minimi richiesti dalla legge per la sicurezza sociale.

Nonostante i conclamati impegni assunti ed i benefici invocati per lo “sviluppo” economico e sociale del paese, la Ramatex da subito ha violato i più elementari diritti del lavoro e posto in essere delle pratiche di bieco sfruttamento: paghe da fame, ricatti quotidiani e continui licenziamenti. In realtà, se è vero che nel corso degli anni sono stati creati 8.000 posti di lavoro, è altrettanto vero che in gran parte si tratta di immigrati provenienti dall’Asia (soprattutto Bangladesh e Brunei), ai quali viene dato un salario estremamente basso, approfittandosi dell’estrema loro vulnerabilità. La protezione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è un aspetto che viene totalmente ignorato: diverse ispezioni hanno rilevato malattie respiratorie e dermatiti acute. Uno studio di un’organizzazione non governativa sudafricana ha rivelato che gli infortuni vi avvengono quotidianamente. I lavoratori stranieri vivono in alloggi squallidi e mangiano in mense luride.

Ma c’è persino di più. La Ramatex ha anche creato un caso con la collettività circostante, sull’ambiente, non “solo” inquinando le fonti acquifere con le acque reflue sporche di grasso, olio, colore ed altri prodotti chimici, usati durante le numerose fasi di produzione, ma anche impedendo alle pubbliche ispezioni disposte dalla municipalità di accedere ai locali per verificarne gli impianti. La fabbrica è ormai tristemente nota poiché contamina tutti i territori circostanti, utilizzando peraltro un’enorme quantità di acqua, come di consueto avviene nell’industria tessile, dove viene usata per pulire la materia prima e per molte fasi di flusso durante l'intera produzione.

E’ di questi giorni la notizia che il gigante tessile Ramatex, dopo aver deciso di lasciare la Namibia e, con essa, di abbandonare al loro destino 6.000 lavoratori senza posto di lavoro, stia ritornando sulla propria decisione e chiedendo al governo della Namibia un ulteriore finanziamento di ca. 82 milioni di dollari. Come dire: lo stesso soggetto, che si era presentato come l’elemento chiave per un grande boom economico, diventa un fattore permanente di spesa economica, una crescente minaccia ambientale e di ricatto alla manodopera sfruttata. Un altro calcio sui denti al lavoratori namibiani che già vivono con stipendi da fame e da tre anni non ricevono nessun aumento. Il sindacato internazionale è intervenuto chiedendo alle società clienti della Ramatex di fare pressione affinché receda dalla decisione e tenga fede agli impegni da tempo assunti, con le dovute responsabilità sulla gestione della fabbrica a partire dal pagamento di salari decenti.

Ecco come opera la globalizzazione quando è l’aspetto puramente economico ad avere il sopravvento sugli aspetti sociali ed ambientali. Il prezzo pagato dai lavoratori e dai cittadini per accedere ai “benefici” dell’AGOA è stato solo deleterio, poiché la realtà è stata esattamente l’opposto degli obiettivi che venivano dichiarati. Al posto dello sviluppo e della riduzione della povertà, ci sono state solo condizioni di lavoro indegne oltre che inquinamento e ulteriore degrado alla comunità locale. Se non si vuole dar vita a nuove forme di colonialismo, sotto diverso nome e con uguale arroganza, non si possono concepire gli accordi commerciali come l’unica prospettiva allo sviluppo dell’Africa, al di fuori di un contesto di diritti umani ed ambientali.