Il movimento e i giovani

 

di  Diego Giachetti

 

Le manifestazioni contro il G8 che si sono svolte a Genova nei giorni 19, 20 e 21 luglio 2001, l’uccisione di un giovane manifestante, Carlo Giuliani, da parte di uno (o più?) carabinieri, le violenze innescate dalla gestione dell’ordine pubblico e dai black block hanno riportato alla ribalta dei media il movimento. Un nome vecchio per un fenomeno che si vuole nuovo e che, come sempre accade nello sviluppo delle cose, in parte lo è. Il fervore giornalistico e l’elaborazione concettuale, sviluppatesi dopo Genova, testimoniano che quell’evento ha rappresentato il punto d’arrivo e di partenza di un fenomeno di massa, che riassume e rispecchia le trasformazioni in atto nel mondo e chiama in causa le istituzioni e le strategie che lo hanno guidato nel corso dell’ultimo secolo. Nel secondo incontro del Forum Sociale Mondiale che si è tenuto a Porto Alegre dal 31 gennaio al 5 febbraio del 2002, si è parlato molto del “movimento” di Genova, diventato uno dei simboli del movimento internazionale contro questa globalizzazione.  A Porto Alegre, secondo i dati resi noti dal Governo dello Stato di Rio Grande do Sul, i delegati e le delegate erano 15.230, le organizzazioni presenti 4.909 provenienti da 131 paesi. Il 57% dei partecipanti erano uomini, il restante 43% donne; i giovani erano 11.600 provenienti da 52 paesi. 51.300 i partecipanti complessivi, 35.000 gli osservatori registrati. 210 le etnie rappresentate, 186 le lingue parlate, 2.400 i giornalisti, 1.050 le testate, 467 i giornali, 193 le riviste, 188 le radio, 140 i media digitali, 166 i canali televisivi di 48 paesi, 780 professionisti free-lancers di 33 paesi. I paesi con il maggior numero di delegati erano, nell’ordine, il Brasile con 8.503 delegati in rappresentanza di 2368 organizzazioni; l’Italia con 979 delegati per 406 organizzazioni; l’Argentina con 942 delegati per 224 organizzazioni; la Francia con 682 delegati per 224 organizzazioni; l’Uruguay con 465 delegati per 54 organizzazioni; gli Stati Uniti con 406 delegati per 166 organizzazioni. 

 

Nuovi e vecchi movimenti

Il movimento, quasi per definizione, è plurale, composito, articolato, variegato, fatto di anime e sensibilità diverse, critico e lontano dalla politica ufficiale, quella istituzionale e dei partiti, si pone sulla scena come un discorso ancora in via di costruzione: “frammenti di un insieme ancora tutto da stabilire”, per dirla con i 99 Posse nella canzone  Sfumature del 2000. E’ un movimento di movimenti e di singoli individui in quanto in esso confluiscono movimenti sociali, associazioni, centri sociali, gruppi, sindacati e organizzazioni politiche di vario genere e culture già esistenti, operanti da anni, e singoli soggetti che  hanno aderito individualmente e direttamente al movimento, senza l’intermediazione di precedenti forme associative. Secondo i dati di un’inchiesta svolta tra i  manifestanti di Genova, più della metà dei presenti hanno aderito individualmente alle manifestazioni. Inoltre, l’85% dei manifestanti si identificava (molto e/o abbastanza) con il movimento nella sua totalità, contro un 64% che si riconosceva in un settore di esso e un 52% con un’organizzazione in particolare (1). L’adesione individuale al movimento ha posto un interessante problema al momento di stabilire coordinamenti per gestire i vari social forum che sono nati nelle città italiane, grandi e piccole, prima o subito dopo Genova. Quale e quanto spazio dare nei coordinamenti a quelli che vi aderiscono come singoli? La questione, che ha sollevato lunghe e interessanti discussioni e diverse proposte di soluzione, stante la piena autonomia di cui godono i vari social forum locali, evidenzia in ogni caso un aspetto in parte nuovo di questo movimento, al quale molti aderiscono per rappresentare soprattutto se stessi e non una parte sociale o associativa.

Com’era già accaduto per quello del ’68, complici i giornali e le televisioni, il movimento sembra nato dal nulla, esploso all’improvviso come un’eruzione vulcanica non annunciata o annunciata da poco. Storici e intellettuali abituati a produrre rappresentazioni facendone eventi concordano sulla sua data di nascita: il dicembre 1999 a Seattle e, quindi, anche sul nome che gli è stato dato: “Popolo di Seattle” o, anche, popolo di “Porto Alegre”. Altri, più attenti alla processualità dei fenomeni sociali e storici preferiscono considerare quello che era accaduto a Seattle come l’esplosione di un movimento che aveva costituito il suo sapere e il suo agire collettivo a partire da una serie di movimenti nati e cresciuti alla fine degli anni Settanta, con la costituzione dei primi forum non governativi su ambiente e diritti, la prima manifestazione contro l’allora G7 a Londra nel 1984, quella di Berlino del 1988 contro il Fondo Monetario, fino a quella che già si era svolta in Italia, a Napoli, nel luglio del 1994 contro il vertice dei 7 grandi che si riuniva in quella città. E’ però a partire da Seattle che i nuovi movimenti contro la globalizzazione neoliberista, subiscono un’accelerazione assumendo visibilità e impatto in tutti gli appuntamenti internazionali indetti dai globalizzatori del mondo-mercato.

La sua composizione eterogenea e molteplice, che in passato non sempre ha facilitato la collaborazione, è stata rilevata da molti che hanno sottolineato come nel movimento confluiscano culture, esperienze politiche e soggetti sociali diversi. La cultura cattolico-sociale, fondate sulle associazioni di base e sul volontariato, si affianca a quella marxista anticapitalista, libertaria, a quella ecologista e ambientalista, pacifista e al pensiero della differenza portato avanti dal sapere femminile.

I cattolici, spesso in libera uscita rispetto alle loro rappresentanze istituzionali ed ecclesiastiche, segnalano la disgregazione del tessuto di solidarietà umana, la mercificazione delle relazioni affettive, amicali, la perdita dei valori morali, etici e civili, indotti dal processo di globalizzione  mercantile del mondo. Difendono, con pacifisti e non violenti, la pace come valore assoluto da contrapporre alla guerra e alla violenza dando vita a forme e modi nuovi di protestare e di stare in piazza. Il marxismo si interroga sul mondo nuovo che si viene profilando a seguito della globalizzazione e della fine del “secolo breve” per denunciare la distruzione delle organizzazioni politiche, sociali e sindacali che l’avanzare del capitalismo rampante e senza regole produce, l’uso della guerra come strumento per piegare popoli al disegno di dominio mondiale dei mercati finanziari e non, l’uso delle politiche monetarie per ricattare e ridurre alla bancarotta stati e società nel mondo, la costituzione di organismi decisionali sopranazionali, al di fuori di ogni regolamentazione internazionale, che decidono dei destini del mondo. L’ecologismo denuncia l’assalto, in nome del massimo profitto, alle risorse naturali che la politica economica globale favorisce e sviluppa ulteriormente, critica idee consolidate anche nel movimento operaio e nel marxismo di un certo tipo e periodo relative al produttivismo, al gigantismo industriale, all’idea positivista di progresso scientifico e tecnologico. Pone l’attenzione sul monopolio dei semi geneticamente modificati. Denuncia, assieme ai cattolici, il rischio degli esperimenti genetici applicati all’uomo e alle altre specie viventi. Il pensiero di genere intravede in questo processo economico mondiale non la neutralità oggettiva di un percorso inevitabile, ma la soggettività intrinseca di una scelta che certo è dettata da una classe dominante, alla quale però occorre aggiungere l’aggettivo di genere maschile. Pone così il problema di una rilettura per genere della storia e di una capacità di riessere e di riproporsi come movimento acquisendo il punto di vista e il modo di operare del genere femminile. La cultura anarchica e libertaria è presente in questo crogiolo con temi forti e concreti: la critica e il rifiuto delle forme organizzative gerarchiche e verticali in nome dell’autorganizzazione dal basso e delle strutture comunitarie dell’agire collettivo, la critica agli stili di vita dominanti, la valorizzazione delle differenze considerate non come limiti o problemi da superare, ma come ricchezze.  

In comune hanno una percezione del capitalismo globalizzato come di un mostro onnivoro automaticamente votato alla riproduzione a qualunque costo e col maggior ricavo (profitto) possibile, che “non esita a nutrirsi di tutto ciò che trova: risorse naturali e risorse umane, idee e culture tradizionali, simboli ed emozioni” (2). Un capitalismo che sussume non solo la forza-lavoro dell’individuo sottoposto a sfruttamento ma tutta la sua esistenza, mercificando la produzione simbolica, le emozioni, i sentimenti, le relazioni interpersonali, i consumi, lo svago del tempo libero, il divertimento, la salute fisica e psichica del corpo. Un meccanismo mercantile che invade tutta la società e la vita privata degli individui. In comune, quelli del movimento, avvertono il bisogno di sfuggire a questo destino che li imprigiona, secondo l’efficace rappresentazione di fuga datane dal gruppo dei Subsonica in una loro canzone:

 

Non resteremo più prigionieri

evaderemo […]

senza trattare niente con chi

ha già fissato il prezzo al mercato

dei nostri sogni,

dentro i nostri giorni

per la nostra vita

liberi tutti […]

dai virus della mediocrità

dai dogmi e dalle televisioni

dalle bugie, dai debiti

da gerarchie, dagli obblighi

e dai pulpiti

squagliamocela

nei vuoti d’aria della realtà

tracciamo traiettorie migliori

(Liberi tutti, 1999)

 

Comune, infine, la condivisione del bisogno di tracciare “traiettorie migliori”, cioè pensare un mondo e uno sviluppo diversi, un “mondo alternativo”, come dice uno slogan del movimento. Nel movimento confluiscono non solo stratificazioni culturali e politiche diverse, ma anche sedimentazioni di ceti, classi e generazioni prodotti dal conflitto di classe e sociale che si sono mobilitati nel corso dell’ultimo secolo: dai “vecchi” movimenti - cattolico, contadino e operaio -  a quelli “nuovi” delle donne, ambientalista, pacifista, studentesco. Conseguentemente la critica al capitalismo globale e liberista è multilaterale in quanto:

 

Alla tradizionale critica operaia si affianca quella delle donne e delle differenze sessuali, quella ambientalista, quella dei portatori di sapere, quella delle culture minacciate di estinzione, quella del pacifismo, quella delle associazioni di intervento sociale ed altre ancora. Diverse impostazioni si affiancano, in un ambiente che sottolinea la pari dignità culturale di tutti gli approcci critici (3).

 

Nel movimento, quindi, non ci sono culture o ideologie egemoni, tutte hanno pari dignità culturale e questa sembra essere una novità rispetto ad esperienze precedenti nelle quali l’ideologia di riferimento di un movimento, per quanto generica, era spesso identificabile. Inoltre, a differenza di precedenti mobilitazioni collettive, questo movimento non ha un’aggettivazione che caratterizza al suo interno un ceto o una classe sociale egemoni, come accadeva per il movimento operaio o studentesco. In questo senso, come è stato osservato, raccoglie una moltitudine e non più una massa di individui. Il concetto di moltitudine, ha affermato uno dei leader del movimento italiano, Luca Casarini, è da preferirsi a quello di massa perché meglio rappresenta “la pluralità, la complessità, l’universalità del movimento”, il quale opera ed esprime contraddizioni non riconducibili solo alla lotta di classe. A differenza di quello di massa, il termine moltitudine sta a rappresentare una realtà “non solo oggettiva bensì soggettiva, una moltitudine intelligente, che è tale nella misura in cui agisce, diventa movimento” (4). Una moltitudine che, sulla scia di quanto va dicendo e scrivendo Toni Negri, cerca e trova nel movimento, nel conflitto sociale la rappresentazione politica di se stessa, senza più ricorrere ai partiti, facendo così saltare la funzione di mediazione, propria della politica, e quindi il ruolo della politica stessa che si fonderebbe col conflitto sociale.

Efficacemente, Giulietto Chiesa, chiedendosi chi sono i partecipanti al movimento, li ha descritti come “gli abitanti di una voragine arrabbiata, offesa”, che cerca una nuova rappresentanza politica perché quasi tutti quelli che sono dentro le istituzioni non la rappresentano più; inoltre, come per altri movimenti precedenti, anche questo possiede la capacita di calamitare la dimensione di “rivolta etica” ed esistenziale proveniente da settori giovanili, la loro indignazione e ribellione morale contro la globalizzazione (5).

Il movimento nasce in un momento in cui le strutture partitiche e istituzionali, così come le abbiamo conosciute nel Novecento, versano in difficoltà e sono coinvolte in un processo di trasformazione. Il suo rapporto con esse è già per questo diverso da quello instaurato dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta, quando si trovarono a raffrontarsi con strutture partitiche, istituzionali e sindacali ben definite e coese. Non ha neanche l’urgenza di mantenere rapporti non sempre facile con le avanguardie politiche che partecipano al movimento per indirizzarlo, determinarne gli obiettivi, egemonizzarlo, perché, rispetto a trent’anni fa, quel tipo di esperienza politica oggi è in crisi e ha un peso meno rilevante. Il movimento odierno, anche se non si ispira a quelle forme organizzative, non è per niente spontaneista e contro l’organizzazione, anzi ne sperimenta una nuova, quella a rete. Prevalgono forme organizzative basate sui gruppi di affinità, che raccolgono entità autonome di individui che condividono alcuni principi e obiettivi che li spingono a collaborare e a lavorare assieme, e reticolari, simili a quelle del mondo di internet o dell’impresa del XXI secolo. Grazie alla rete informatica e ai computer è stato possibile organizzare iniziative di enorme rilievo “senza organizzazioni ‘pesanti’, capi e gerarchie” (6), coniugandosi in rete con i vari gruppi locali per organizzare comuni battaglie globali.

Così, è in questi movimenti che si manifesta “la rottura più netta con la tradizione del movimento operaio” (7) il quale, dopo l’ultima grande ascesa delle lotte del biennio 1968-’69 ha conosciuto un lento ma progressivo declino dovuto alle politiche perseguite dai governi dei vari paesi, spesso concertate con i sindacati e i partiti socialdemocratici, e alle trasformazioni indotte nel funzionamento del processo di accumulazione capitalistica dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla globalizzazione dei mercati, che hanno spezzato la forza contrattuale dei lavoratori ponendoli in concorrenza tra loro. Un dato nuovo, che interrompe e spezza una continuità storica, che rompe la classe lavoratrice a secondo dell’età, dividendola per generazioni e per i luoghi che frequenta con più assiduità: il sindacato, le discoteche, altri luoghi di ritrovo giovanili e i centri sociali. Non è forse un caso che una canzone che esprime questo fatto nuovo sia stata scritta di un gruppo impegnato nel sociale, come si dice oggi, nato nel circuito dei centri sociali:

 

E poi c’è la flessibilità, la nuova moda a tutti ormai nota

Che ci divide tutti a metà […]

Negli anni sessantadue sessantatrè papà qualche speranza l’aveva.

Diceva: “nuie putimmo cagnà insieme abbatteremo il sistema”.

Guardiamo invece all’ultimo trend, la magica globalizzazione.

Non solo simmo bestie fetenti ma simmo pure in via d’estinzione.

Perché quando il compagno Marx

si portava ancora non male

il nemico del popolo era il padrone e il capitale,

ma adesso che non va più e lo stato sociale è finito

il nemico del povero è il più povero

(99 Posse, Comuntwist, 2000)

 

La globalizzazione del movimento

L’attuale movimento non proclama la necessità dell’“internazionale” dei movimenti, è nato internazionalista perché è in qualche modo figlio della globalizzazione che combatte, è un movimento globale. Facilmente a Genova si è costituita una connessione tra gruppi, sindacati, partiti, associazioni e

 

si è imposto un nuovo internazionalismo, svincolato da un campo da difendere e quindi più laico, più efficace, più solidale. Il forum sociale, per esempio, è un incrocio di partecipazione dal basso e di presenza organizzata: di orizzontale e di verticale. [...] I temi della democrazia, del partito, dell'internazionalismo tornano d'’attualità […] Ma non saranno discussi nelle stesse forme di vent’anni, trenta o cinquant’anni fa (8).

 

Assomiglia all’universalismo della rivolta giovanile che pervase l’Occidente negli anni Sessanta, quando costumi, generi musicali, obiettivi, accomunarono spontaneamente una generazione al di là e oltre i confini nazionali degli Stati. Ma a differenza di quei movimenti, che cercavano risposte ai problemi nell’ambito delle politiche nazionali, questo, poiché affronta questioni globali, assume connotazioni globali, sembra essere l’emanazione di una società civile globale che esprime “una sfera di relazioni e azioni collettive senza frontiere, indipendenti dall’operato degli stati e dei mercati”; rispetto a movimenti precedenti il  suo livello di autonomia dai singolo governi è maggiore, come maggiore è la sua “capacità di sottrarsi all’integrazione subalterna nelle dinamiche della politica e dei partiti nazionali”, in quanto è stato capace di “coniugare gli aspetti nazionali e locali della protesta con quella che possiamo definire “l’agenda” dei problemi del mondo” (9).

Come negli anni Sessanta e Settanta il movimento presenta una dinamica di nascita-espansione basata sul rapporto centro-periferia. Gli studenti che animavano i movimenti studenteschi nei vari paesi appartenevano in gran parte alle classi medie e superiori, frequentavano le università e i licei delle città principali; furono necessari diversi anni perché potesse espandersi nelle scuole delle città medie e piccole e negli istituti tecnici e professionali frequentati dai figli delle classi popolari. Anche oggi questa dinamica è presente all’interno dei paesi Occidentali e nei rapporti tra questo mondo e l’altro, “come allora, chi viene dal centro del sistema, chi viene dai luoghi del dominio, ha maggiore possibilità di costruire un discorso universale” (10). Tuttavia qualcosa in questo rapporto è cambiato: non è più o non è solo il centro che apre e include la periferia, non è una cultura che si apre ad alcune suggestioni o idee provenienti da altre culture e non è neanche il riconoscimento laico della presenza di altre forme culturali e sociali da accettare in nome della relatività interculturale. Qui siamo in presenza di contaminazioni, di mescolamenti, di eguale e reciproca capacità del centro o della periferia di “stare assieme”, di includersi.

Questa constatazione trova particolare riscontro nel campo di quella che potremmo definire la musica del movimento, cioè la sua colonna sonora. Anche qui sono utili i confronti con i movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta per segnarne le differenze. Intanto sempre di più, a differenza delle canzoni militanti e popolari, basate sul canto e le parole, “i linguaggi musicali odierni s’intrecciano con i linguaggi del corpo. Musica, canto e ballo si fondono insieme, impegno e divertimento si coniugano senza antinomie” (11), determinando una fusione tra l’aspetto ludico e l’aspetto partecipativo e d’impegno alle manifestazioni, nelle quali la musica e le parole dei testi non hanno un immediato messaggio pedagogico-educativo da trasmettere, ma servono ad aggregare, a sincronizzare i corpi degli individui sullo stesso ritmo, nello zompare assieme, un modo di comunicare che non richiede più una lingua comune:

 

Comincia adesso a gridare tutta la rabbia che c’hai nel corpo

no, non la trattenere, comincia adesso

il futuro è qui, comincia adesso.

Comincia adesso a pensare, comincia adesso a gridare

comincia adesso a lottare, comincia adesso a zompare

(99 Posse, Comincia adesso, 2000)

 

il pensiero e la coscienza sembrano venire dopo, essere una conseguenza più che un dato di partenza:

 

Libera il tuo corpo, ti dico

libera la mente,

rifletti due minuti su chi sei veramente

(99 Posse, Sub, 2000)

 

Come ha osservato Gianni Lucini, il movimento globale costruisce una musica globale che abolisce il concetto di “straniero”. In parte un processo simile era già in corso dagli anni cinquanta e sessanta con il dilagare della musica rock e di quella dei Beatles. Anche i giovani di allora avevano trovato una koinè musicale comune, ma ancora il loro linguaggio “era definito, strutturato, riducibile a schema, indiscutibilmente occidentale e condizionato dalla barriera di una lingua dominante, l’inglese”; e quando quella cultura musicale si era aperta alle altre musiche del mondo “l’aveva fatto senza mettere in discussione il punto di partenza: era l’Occidente che si apriva all’oriente, il Nord al Sud, mai viceversa. L’Occidente era il centro, il resto variegata periferia”. Oggi invece si assiste alla nascita di una musica che “sente le tradizioni dei vari popoli del mondo non come una curiosità da scoprire, ma come parte del proprio patrimonio culturale. Sono cittadini del mondo che si nutrono delle mille culture del pianeta”, in questo modo salta “anche la schiavitù della lingua” (12).

Se a Genova, prosegue Lucini, la violenza delle forze dell’ordine non avesse schiacciato sul nascere le manifestazioni:

 

avremmo assistito, come altre volte, al dispiegarsi di una giornata scandita dalla musica in cui ciascuno portava se stesso, i propri gusti, la propria cultura. Sarebbe stata come una caleidoscopica rappresentazione delle mille anime musicali di un movimento […] Il gusto della contaminazione, la presenza di ragazzi provenienti da ogni parte del mondo, avrebbe messo insieme una sorta di compilation live […] Tutto sarebbe stato scomposto e ricomposto fino a diventare qualcosa di nuovo e di unico. […] I giovani sono riusciti a unificare pensieri e linguaggi diversi dando loro lo stesso ritmo, la stessa sincronizzazione […] in un moto che sa essere collettivo proprio nel momento in cui non annulla l’individualità di ciascuno. Per questo la colonna sonora delle manifestazioni è così difficile da ridurre in uno schema, ma così facile da seguire (13).

 

Se non esiste più una colonna sonora ufficiale del movimento, anche la “storia ufficiale” ha subito a Genova un grande ridimensionamento. L’uso sistematico di migliaia di macchine fotografiche e telecamere portatili, e la rapida diffusione delle immagini tramite Internet, TV private e non in concorrenza tra loro e quindi sempre alla ricerca di nuovi scoop, ha prodotto una democratizzazione dell’informazione, che ha soppresso l’ufficialità dell’informazione; non un “grande fratello”, come temeva Gorge Orwell, ma l’“irruzione sulla scena di migliaia di ‘fratellini’ con le loro macchinette da quattro soldi” (14), rivelatesi però capaci di smontare subito ogni verità precostituita in fretta e furia delle forze dell’ordine, dal ministro degli interni, dalle immagini mandate in onda dalle televisioni nazionali.

 

Un movimento a più generazioni

Le manifestazioni di Genova e quelle seguenti ci hanno offerto l’immagine di un movimento stratificato su più generazioni. A differenza degli anni Sessanta e Settanta, questo non è un movimento composto prevalentemente o unicamente da una generazione di giovani.  Certo sovente in piazza e nelle strade prevale la componente giovanile, ma la base sociale di questo movimento non è solo generazionale, si sovrappongono e si mescolano stratificazioni di classi di età diverse che danno luogo ad una solidarietà tra generazioni e non ad un conflitto come spesso era accaduto nei decenni precedenti.

Figli, genitori e nonni si sono trovati a manifestare assieme, a dividere solidarietà comuni contro la repressione poliziesca. Non c’è più una generazione compatta di adulti che si contrappone e condanna le scelte dei loro figli o nipoti, c’è condivisione, partecipazione, presa di difesa delle ragioni dei propri figli. Davanti alle caserme o alle prigioni dove la polizia aveva portato i giovani fermati alle manifestazioni di Genova, stazionavano genitori e parenti adulti, in attesa della scarcerazione o del rilascio dei figli arrestati o fermati dalle forze dell’ordine. Non erano certo lì per rimproverarli, per dire loro: “han fatto bene a fermarti, picchiarti, così impari e un’altra volta te ne stai a casa invece di andare alla manifestazione”, ma per testimoniare la loro solidarietà verso chi era stato colpito dalla repressione, per dire che le ragioni per cui i figli avevano manifestato erano sacrosante, condivisibili e che le forze dell’ordine avevano perlomeno esagerato.

Quello che è accaduto a Genova e accade in tante altre occasioni dimostra che il rapporto tra genitori (ex gruppettari, ex sessantottini, ex femministe e ex freak) e figli (del movimento o occupanti di scuole contro il Ministro della Pubblica Istruzione Moratti) è profondamente diverso da quello che intercorreva negli anni Sessanta e Settanta. Come è stato riferito da un quotidiano: cosa può dire e fare una mamma, ex gruppettara e femminista e freak se la figlia di quindici anni, studentessa del liceo Tasso di Roma, aderisce allo sciopero della fame per protestare contro i provvedimenti della Moratti? (15). Può al massimo non condividere quella forma di protesta, ma si sente solidale con la figlia che protesta.

Il movimento risulta composto da un intreccio di tre generazioni: quella di ultra sessantenni, minoritaria ma presente nelle fila di quei partiti, come Rifondazione Comunista, che si sono contrapposti allo scioglimento del PCI nel 1991; quella dei 40-50enni, i protagonisti dei movimenti e dei gruppi della nuova sinistra di trent’anni fa, ben rappresentata e numerosa, raccolta nei movimenti ecologisti, in Rifondazione Comunista, nei settori di sinistra della CGIL, nell’associazionismo, nella frastagliata vicenda dei sindacati di base (CUB e Cobas) e in altre strutture che hanno lavorato in solitudine e nell’oscurità per decenni; infine, i giovani che hanno sfidato il pensiero unico dell’ultimo decennio resistendo nei centri sociali, nei gruppi di base, nel volontariato, nell’associazionismo, nei gruppi giovanili di pari, informali  e scarsamente strutturati, e i giovanissimi, quelli dai 15 ai 18 anni, mossi da un malessere esistenziale, da un’insofferenza epidermica e non ancora politica verso l’esistente, da un’angoscia per il futuro:

 

la malinconia è rivoluzionaria

se il mondo mi fa schifo

tutto il progresso salta in aria

la malinconia è amica mia

la malinconia ha dentro un’utopia

[…] se il mondo intorno muore

io come faccio a starci

la malinconia ha dentro un’utopia

mondo naif

mondo di consumatori felici

(Tre allegri ragazzi morti, Mondo naif, 1997)

 

Le generazione di “resistenti” ai processi di ristrutturazione capitalistica, di omologazione bipolare del sistema politico, di concertazione sindacati-governo, provenienti dal Novecento, con le loro ideologie politiche diverse e diversificate, con i loro miti e riferimenti caduti o ridimensionati: la classe operaia, il comunismo, l’URSS, la Cina, Cuba, con il sentore di ciò che c’era è oggi non c’è più: il PCI, il ’68, hanno incontrato nel movimento i giovani orfani di “santi e eroi”, quella che si può cominciare a chiamare la prima generazione “postcomunista”, essendo trascorsi dieci anni dalla scomparsa dell’URSS, dei paesi a socialismo reale, del PCI. In questo senso una parte consistente del movimento si colloca già, di fatto, oltre il Novecento guardando “con lo stesso disincanto sia al passato comunista sia a quello socialdemocratico, sia alla tradizione massimalista sia a quella riformista” (16). L’incontro e il confronto in corso nel movimento e nei vari social forum, rompono liturgie e separazioni, inventano nuove forme linguistiche per capirsi e comunicare, non senza fatica conducono all’abbandono di vecchie “espressioni” e stili di comportamento, producono modalità nuove di presa di coscienza che incidono sulla formazione dell’identità, la quale sembra modellarsi sotto colpi forti e improvvisi dati dallo scossone rappresentato dal movimento e delle manifestazioni pubbliche:

 

Conquistami, inventami, dammi un’altra identità

stordiscimi disarmami e infine colpisci

abbracciami ed ubriacami di ironia e sensualità

(Carmen Consoli, Parole di burro, 2000)

 

Più che un nuovo modo di fare politica, obiettivo dei movimenti di contestazione degli anni Settanta, questo movimento ha ridisegnato e ridefinito i confini della politica. Ha rotto il pensiero unico e “bipartisan” che si era costituito sul tema della globalizzazione, che aveva portato ad un giudizio comune, acritico e condiviso dalle forze politiche e sindacali indipendentemente dalla loro collocazione politica e parlamentare. E’ grazie a questo movimento che “la globalizzazione ha perduto quell’aura di destino che ne aveva accompagnato la dilagante diffusione” (17), e altre questioni, consegnate un tempo ai tecnici e agli specialisti, sono state investite da domande collettive tese a mettere in discussione la loro oggettività e ineluttabilità diventando, come nel caso delle nuove frontiere della ricerca scientifica e genetica e del diritto di copyright, terreno di contrapposizione.

Questa ridefinizione dei confini della politica ha provocato lo spiazzamento del sistema politico italiano il quale già era in difficoltà rispetto ad un movimento nato al di fuori dei meccanismi della politica istituzionale, formato da soggetti estranei alle forme tradizionali dell’agire politico, in particolare i partiti dai quali non si sentono rappresentati o mal rappresentati. Un movimento che in parte raccoglie e riporta alla partecipazione attiva un malessere sociale e diffuso verso la politica e il suo fallimento che aveva cominciato a diffondersi negli anni Ottanta.

Questi soggetti non riscoprono col movimento la bellezza del fare politica e dei partiti politici, come se nulla fosse accaduto, anzi il loro agire è contro quella forma della politica e segnala il deperimento di certe costituzioni storiche di essa. Un modello politico-istituzionale, fondato sulla logica, forzatamente imposta agli elettori, del bipolarismo, è chiamato in causa dal movimento il quale, nel suo svilupparsi e radicarsi, sembra raccogliere una “moltitudine in fuga dal bipolarismo” (18).

 

I giovani, il movimento, la politica

La comparsa di un nuovo movimento, composto di tanti giovani, dopo anni di assenza di un protagonismo giovanile partecipativo e diretto, è stata salutata come una buona notizia da Giulietto Chiesa  perché apre una “nuova fase di possente risveglio della politica” (19). Come era già accaduto nel ’68, la contestazione odierna è nuovamente un fenomeno che attiva i giovani. Secondo una ricerca svolta tra i partecipanti alle manifestazioni di Genova il 19,8% aveva meno di 21 anni e il 50% aveva un’età compresa tra i 21 e i 29. Di questi giovani il 47,6% aveva già partecipato in passato a manifestazioni di questo tipo, mentre per il 52,4% Genova era la prima esperienza (20). Un dato, quest’ultimo che segnala la rilevanza e l’importanza assunta dalle manifestazioni contro il G8 di Genova nel determinare la scesa in campo di strati giovanili precedentemente non interessati o scarsamente motivati in merito a questi argomenti. Un dato che stupisce e che segnala un’inversione di tendenza repentina se si pensa che in precedenza la partecipazione politica dei giovani non rilevava dati e cifre particolarmente interessanti.

Infatti i giovani, nei decenni precedenti, avevano vissuto con sofferenza e disillusione il rapporto con la politica. Diverse ricerche sociologiche evidenziavano negli anni trascorsi un progressivo distacco dei giovani dalla politica, intesa sia come valore di riferimento e sia come ambito di impegno e di partecipazione attiva, proprio mentre formalmente aumentava l’interesse per l’informazione politica. Una recente ricerca, infatti, sottolinea come i giovani siano molto più informati di una volta sulla politica, a causa dell’oggettiva sovrabbondanza consumistica di informazioni politiche che si riversano su di loro dai canali televisivi, radiofonici, dalla rete telematica, dai dialoghi familiari, dalla scuola. Tuttavia, non necessariamente un’abbondanza e una ridondanza di informazione produce comprensione, chiarezza interpretativa e partecipazione attiva, anzi:

 

proprio tale caos informativo fa sì che si formino solo delle accozzaglie di notizie piuttosto che quadri semplici ma definiti della quotidianità politica: qui sta l’incapacità cognitiva giovanile –che probabilmente non è più solo giovanile- di ricercare alcune chiarezze e totalità di visione (21).

 

Secondo i dati rilevata da una ricerca condotta nella metà degli anni Novanta, la politica era un valore molto importante solo per il 18,2% dei giovani, contro un 40% per i quali l’importanza era nessuna o poca (22). Uguali i dati riscontrabili dalla lettura di altre inchieste. In una di queste gli atteggiamenti verso la politica misuravano i seguenti rapporti chi si considerava politicamente impegnato era il 3% del campione, chi si diceva disgustato dalla politica sfiorava il 20% (23). In una successiva inchiesta realizzata nel 2000 e commentata da Ilvo Diamanti (24), quelli che segnalavano il loro disgusto per la politica salivano al 26,0%, mentre i politicamente impegnati rimanevano fermi al 2,9%. In questo contesto la nascita e lo sviluppo del movimento globale ha dato espressione politica alla “diffusione carsica di atteggiamenti giovanili negativi, di secessione, di interdizione, di sottrazione individuale,” (25) di allontanamento e di disgusto per le forme della politica e del suo agire.

Nel movimento, criticando il “fare” tradizionale della politica, i giovani ritrovano e riscoprono un impegno e una partecipazione che appaiono incomprensibili e impolitici a chi, inserito negli ambiti partitici e istituzionali, si è ormai abituato, per dirla con Max Weber, a vivere di politica e non per la politica. Sotto questo aspetto i giovani che si mobilitano nel movimento sono “politicamente soli” (26). Chi si è recato a manifestare a Genova, nutriva scarsa fiducia nelle istituzioni governative, nei partiti di governo e anche in quelli di opposizione, ad eccezione di Rifondazione Comunista. Secondo i dati di un’inchiesta svolta tra quei manifestanti, il 37% dichiarava di collocarsi all’estrema sinistra, il 54% a sinistra e il 7% al centro sinistra. Solo il 9% indicava i DS come partito considerato più vicino alle loro posizioni politiche, contro un 17,9% che non indicava preferenze e un 57% che si riconosceva in Rifondazione Comunista (27). Evidentemente questi ultimi dati segnalano le difficoltà nelle quali si sono trovate le forze del centro sinistra rispetto alle manifestazioni di Genova e, in particolare, i tentennamenti e le continue inversioni di marcia operate dalla direzione dei Democratici di sinistra rispetto alla partecipazione o meno. Tuttavia non si tratta solo di un dato momentaneo, raccolto in una piazza nella quale, per tante ragioni, i DS e gli altri partiti del centro sinistra non c’erano o erano scarsamente rappresentati; esprimono malesseri più profondi che operano da tempo separando questo schieramento politico dai giovani che decidono di “fare politica”, i quali non scelgono quel partito e il centro sinistra come referente. Così il movimento che contesta la globalizzazione capitalistica si presenta come l’unico soggetto in crescita, capace di coinvolgere frazioni consistenti di giovani. L’origine del malessere è precedente a Genova e risente del fatto che  per troppo tempo i partiti dell’Ulivo non hanno mai criticato gli Stati Uniti, la Banca Mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio. Mentre i movimenti si costituivano e si mobilitavano contro le conseguenze della globalizzazione liberista, quei partiti politici, presi dal gioco di essere forze di governo, tendevano a considerare i vincoli della globalizzazione come dati inamovibili. Le avvisaglie dello scollamento tra i partiti dell’Ulivo e i settori giovanili erano più che evidenti:

 

due mesi prima di Genova ho fatto un incontro a Padova dove c’erano 500 persone tutte giovani, nessuna sopra i trent’anni. Quando fai una riunione in una sede di partito di giovani ce ne sono sempre di meno […] La sinistra e il centro sinistra non capiscono che nel movimento vivono potenzialità enormi per un nuovo impegno politico […] come non era stato capito tra gli anni Sessanta e Settanta (28).

 

Una lontananza con una generazione che sta riscoprendo l’impegno politico, dopo anni nei quali era prevalso l’individualismo, il disimpegno, l’apatia, lo scarso interesse per la politica e la tentazione dell’astensionismo elettorale. Una generazione che ritorna a guardare “ a sinistra”, dopo quella composta da persone tra i 25 e i 34 anni orientata prevalentemente verso il centro destra, con particolare predisposizione per Alleanza nazionale.

I dati recentemente raccolti nell’ambito di un’inchiesta condotta dal gruppo Itanes (Italian national election studies) sui risultati elettorali del 13 maggio 2001, che hanno visto l’affermazione del centro destra, consegnano una geografia del voto suddivisa anche per classi generazionali (29). Non stupisce il voto conservatore e di centro destra dato dagli anziani, eredi del moderatismo democristiano e dell’anticomunismo da guerra fredda, la propensione al centro sinistra degli adulti fra i 45 e i 54 anni che appartengono alla generazione che si è socializzata politicamente nella stagione dei movimenti apertasi col ’68. Neppure stupisce che i giovani tra i 25 e i 34 anni, quelli che hanno compiuto 18 anni nel periodo fra il 1985 e il 1994, gli anni del pentapartito, del rampantismo craxiano prima e di tangentopoli poi, anni nei quali la crisi di legittimità della classe politica va di pari passo con quella delle istituzioni, della politica e dello Stato, siano orientati elettoralmente verso il centro destra, ad eccezione delle regioni rosse.

Ciò che sorprende è la generazione dei 18-24-enni, quella che si è appena affacciata sulla scena della politica. Questa generazione nuovissima rompe con quella tradizione di centro destra tipica dei loro coetanei appena un po’ più adulti. Soprattutto se dividiamo gli studenti dai non studenti (occupati, disoccupati) emerge un comportamento elettorale, da parte di chi è studente, propenso verso la sinistra, mentre i non studenti sono più vicini al centro destra e sono anche meno interessati alla politica.

Comune a tutti è l’ostilità verso i partiti in genere, compreso chi si interessa di politica: “non considerano i partiti come uno strumento rilevante per la partecipazione politica” (30). Sfuggono a questo giudizio negativo e godono di popolarità tra questi giovani studenti orientati  a sinistra Rifondazione comunista (doppio dei suffragi rispetto alla media) e la Margherita, formazione politica che appare loro meno strutturate del “partito” Democratici di Sinistra.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno di discontinuità generazionale – i ventenni di oggi esprimono una sensibilità politica diversa dai trentenni - e a una contrapposizione intergenerazionale, in quanto si verifica una frattura nel mondo dei giovanissimi a secondo della loro collocazione sociale: gli studenti esprimono orientamenti prevalentemente di sinistra i non studenti, no. Le stesse stime, relative ai partecipanti giovani alle manifestazioni di Genova esprimono questa divisione: il 49% era composto da studenti e il 26% erano diplomati o laureati (31). Questi studenti ventenni, che dimostrano affinità di orientamenti e sensibilità politiche che li avvicinano alla generazione dei 45-54enni, sono, in termini demografici, i loro figli, i “figli dei figli dei fiori, i nipotini del  sessantotto” (32). Una fetta di quella generazione sembra sia riuscita a trasmettere parte della sua tensione ideologica e partecipativa alla generazione dei 18-25 anni, che  è quella che ha avuto i genitori maggiormente politicizzati e, quindi, è cresciuta in un clima familiare più impegnato politicamente e più di sinistra. Anche quelli che non sono studenti ed esprimono un orientamento politico favorevole al centro destra, sono figli di quella stessa generazione ma, in questo caso, su di loro sembra riverberarsi maggiormente l’influenza della provenienza sociale e dello status professionale (33).

 

Così vicini, così lontani

L’uso della categoria di “figli dei figli dei fiori” concorre a spiegare la ragione della maggior politicizzazione a sinistra di strati di giovanissimi studenti ma non deve essere troppo generalizzata, in quanto “i nipotini del ‘68” sono anche, come si è già detto, la prima generazione post comunista, hanno vissuto e vivono cioè un contesto storico, sociale, relazionale e affettivo imparagonabile con quello dei loro genitori “sessantottini”. Per parecchi di loro termini quali “sinistra” e “centro sinistra” hanno “un senso stanco, di cose ammuffite, di talk-show”, sono concetti privi di idee e di ideali, aspetti, invece, di cui amerebbero sentir parlare (34).

In generale, si tratta di una generazione di giovanissimi e di adolescenti che cresce in un clima storico politico nel quale il peso delle ideologie e le contrapposizioni ideologiche non sono paragonabile a quelle del Novecento. Noi siamo – afferma il cantante di un complesso, I Lùnapop, molto amato dalle adolescenti – “studenti cresciuti tra passeggiate sui colli, feste di compleanno e la musica dei Queen, degli Oasis e dei Beatles. Siamo proprio come quelli di Jack Frusciante è uscito dal gruppo” (35).

Come tutte le generazioni che si affacciano alla socialità extrafamiliare, si sentono partecipi di una duplice guerra civile per l’emancipazione dai genitori e dall’immagine che gli hanno costruito gli adulti, devono quindi ridefinirsi dall’interno:

 

Guerra civile

familiare

guerra civile

intima

(Tre allegri ragazzi morti, Guerra civile, 1997)

 

Affacciandosi al mondo relazionale più vasto svelano insicurezze e interrogativi. Speranza e insicurezza, felicità e infelicità si mescolano in un susseguirsi continuo di stati d’animo differenti sollecitati dalla certezza positiva e dallo sgomento dettato dal timore che tutto possa finire, perdersi per sempre. Le speranze sono grandiose quanto minime, prepolitiche, con grandi investimenti sugli affetti, capaci, questi ultimi, di assicurare un futuro migliore: “domani sarà un giorno migliore vedrai” (Lùnapop, Un giorno migliore, 2000). In diverse canzonette in voga tra adolescenti in formazione o appena maggiorenni non si parla ancora di ribellione cosciente, di rifiuti e di allontanamenti. Si elencano spesso disagi e piaceri quali si ricavano dalla vita quotidiana di uno studente medio: la scuola, la vacanza, gli amici, i compiti, la ragazza, la solitudine, il poter uscire di casa, lo spostarsi da un luogo all’altro contrapposto alla staticità della vita familiare e scolastica, la noia e la specialità. non si parla mai di ribellione, ma sempre e solo di disagi e piaceri: scuola/vacanza; così il motorino, lo scooter possono diventare il simbolo di una fuga dal mondo degli adulti, la fuga verso un’alternativa possibile assieme agli amici coetanei, cosicché  “rapporti umani ed evasione” sembrano diventare parte “di una poetica che coinvolge milioni di adolescenti in un movimento che pare crescere di giorno in giorno” (36).

Nei giovani di fine Novecento è possibile intravedere un “rifiuto della politica” istituzionale e partitica che non coincide però col dilagare dell’individualismo e dell’egoismo in quanto si accompagna “a una disponibilità a spendersi per gli altri, a un senso della solidarietà che nulla hanno da invidiare alle precedenti generazioni (37):

 

vorrei vorrei

esaudire tutti i sogni tuoi

vorrei vorrei

cancellare ciò che tu non vuoi

(Lùnapop, Vorrei, 2000)

 

La ricerca di spazi di libertà e di indipendenza dal mondo degli adulti e dalle loro regole, la sensazione del piacere di trasgredire le norme, lo scoprire che esse sembrano fatte apposta per essere violate, sono un’immagine formativa adolescenziale che conduce questa generazione alla presa di coscienza del mondo in cui sta per inserirsi; si tratta di un inserimento temuto da cui provare a sfuggire, come un’anguilla, per non farsi afferrare dai meccanismi del mercato e dell’impresa:

 

Come un anguilla veloce sguscio e rifuggo la fine precoce che mi hai preparato,

il mercato è già pronto, ‘a padella è sul fuoco,

ma io so’ comm’anguilla e pirciò cambio gioco

e mando a fan culo te e il tuo mercato

(99 Posse, L’anguilla, 2000)

 

Quando questi giovani scoprono che è possibile diventare un’anguilla e scivolare via liberamente in mezzo alle reti del mercato, allora mossi da uno stato di necessità sono pronti, con la mente, la pelle e il corpo ad eccedere, cioè a diventare parte della “moltitudine” del movimento:

 

E’ lo stato di necessità

euforia ormonale congenita

questo è un caso di estrema emergenza

dionisiaca tendenza ad eccedere

(Carmen Consoli, Stato di necessità, 2000)

 

I luoghi di formazione di questa nuova generazione sono diversi da quelli dei primi decenni del secondo dopoguerra. Eugenio Scalfari, in un articolo comparso l’11 marzo del 2001 su “Repubblica” rinfacciava loro l’“apatia”, la “noia”, il disinteresse per la politica contrapponendoli, con una certa nostalgia, a quei ragazzi che “oltre a discutere di politica in famiglia ed anche a scuola, avevano i loro punti di aggregazione in luoghi eminentemente politici, quali la FGCI, le associazioni cattoliche, i movimenti studenteschi”, i gruppi extraparlamentari, le porte e i cancelli delle fabbriche, le sezioni di partito. E’ evidente che tutto questo non c’è più o ha un’incidenza quasi insignificante sulla socializzazione giovanile. Difatti, anche quando il dibattito politico, grazie alle tematiche sollevate dal movimento, è ripreso coinvolgendo i giovani, “le vecchie sezioni dell’ex PCI sono rimaste deserte. Si va altrove, in sale stracolme per dibattiti civilissimi, molto diversi da quelli del ’68 o del ‘77” (38).

Altri sono oggi i luoghi del confronto e della socializzazione giovanile, primi fra tutti la musica, i concerti la discoteca, il tifo calcistico. In questi spazi collettivi si ritrovano, si frequentano tra eguali. Sono luoghi di cui da anni si riconosce l’importanza associativa e integrativa. Da sempre, ad esempio, la musica e il ballo sono elementi di socializzazione e di integrazione. I concerti e le discoteche oggi assolvono questo compito e sono diventati i luoghi dove migliaia e migliaia di giovani s’incontrano costituendo delle comunità fondate sul bisogno di evadere, di rompere la monotonia quotidiana “per vivere spazi differenti e significativi di esperienza”; il ballo nella discoteca diventa così un’aggregazione collettiva di tante componenti individuali. Il ballo, come il movimento, diventa una “stanza degli specchi”, dove ognuno, individualmente o aggregato in sottogruppi, riflette e interagisce “per confondersi in nuovi modelli di identità e comunicazione” (39). Il ballo oggi produce “comunità effimere”, forme di comunicazione tattile”, empatiche, - si parla “toccandosi” e il corpo si muove “pensando”-, basate su “affinità momentanee” (40). Molte di queste forme di comunicazione, tipiche delle discoteche e dei concerti, si riversano poi nel modo di manifestare e di stare in piazza dei giovani rispetto agli adulti. Le manifestazioni di Genova, quando hanno potuto esprimersi tra una carica e l’altra della polizia, hanno evidenziato aspetti nuovi e sicuramente diversi dai modi di manifestare degli anni Settanta. Più che cortei, col servizio d’ordine, le file compatte dietro gli striscioni e le bandiere, ognuno col suo gruppo, partito, sezione, federazione, sindacato, consiglio di fabbrica, a Genova ci sono state manifestazioni, un insieme “disordinato” di persone, gruppi, gruppi teatrali, militanti politici, sindacali, partiti sindacati, organizzazioni che invadevano le piazze e le strade muovendosi poco compatti e scarsamente inquadrati, per gruppi geografici di provenienza, per affinità linguistiche, per la curiosità di stare assieme.

Si esprime così un universo giovanile diverso rispetto a quello degli anni Settanta. Una diversità che si misura tutta prendendo ad esempio il funerale del giovane Carlo Giuliani come hanno fatto Giovanni De Luna e Aldo Cazzullo. Esso è imparagonabile con quelli politici degli anni Settanta, pieni di slogan anche cruenti, bandiere rosse, pugni chiusi e canto dell’Internazionale; sulla bara di Claudio Giuliani c’era la bandiera della Roma, un pacchetto di sigarette, delle sue poesie, assente ogni aspetto epico e retorico nel ricordo del padre (41).

I giovani che frequentano questi diversi luoghi di socializzazione sono oggi in grado di riconoscersi fra di loro ma ancora non si parlano, come ha fatto notare Giovanni De Luna cogliendo un’immagine significativa, quella dell’arrivo del treno da Genova che riportava a casa i giovani che avevano manifestato contro il G8, la mattina del 22 luglio, alla stazione di Torino Porta Nuova, mentre partivano i giovani che avevano assistito al concerto degli U2; “erano migliaia da una parte e dall’altra, sapevano gli uni degli altri: si sono incrociati, si sono guardati, non si sono parlati” (42). Così come gli studenti o viceversa i giovani lavoratori o disoccupati si riconoscono come coetanei, ma ancora non si parlano in quanto separati da una divisione di mentalità e di comportamento politico che sembra più appartenere ai genitori che a loro.

Per quelli che hanno già scelto di scoprire l’impegno e la politica nella forma del movimento o che per ora osservano con simpatia quell’evento senza sentirsela di tuffarsi dentro, si pone il problema che hanno sempre avuto tutte le generazioni che si affacciano sulla scena pubblica, quello si ricostruirsi una memoria storica, perché sanno che solo dando un senso al passato sarà possibile intravedere il futuro. Del passato non interessa la nostalgia, non appartiene loro infatti, è cosa d’altri, vogliono prendere solo ciò che può servire per capire l’oggi e agire per cambiarlo, il resto deve diventare storia.

 

Note:

 

(1) Cfr., Massimiliano Andreatta, Lorenzo Mosca, Il movimento “no global”: chi sono i protagonisti delle giornate di Genova?, “Il Mulino”, n. 5, 2001. E ancora: Il 68,7% degli intervistati aveva abbastanza o molta fiducia nella rete Lilliput, il 47% per le tute bianche, altrettanto per il network dei diritti globali e il 23% per quello degli anarchici. Il 72,5% considerava il Genoa Social Forum rappresentativo di tutto (art. cit.).

(2) Claudio Marrani, Enrico Ratto, Da Seattle a Genova, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2001, p. 12.

(3) Mimmo, Porcaro, Primi appunti sul movimento, “Alternative/i”, n. 3, dicembre 2001.

(4) Luca Casarini, Massimo Cacciari, Gianfranco Bettin, Dopo Genova, mentre Manhattan brucia, “Micro Mega” n. 4, 2001.

(5) Cfr. rispettivamente Giulietto Chiesa, L’altra metà d’Italia in cammino verso Porto Alegre, “La Stampa”, 18 gennaio 2002 e Salvatore Cannavò, Il movimento dopo l’11 settembre, “Bandiera Rossa”, n. 14, dicembre-gennaio 2001-2002.

(6) Mario Pianta, I movimenti globali tra politica e guerra, “Democrazia e diritto”, I trimestre 2001, p. 146.

(7) Christophe Aguiton, Il mondo ci appartiene, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 122-123.

(8) Salvatore Cannavò, Il futuro del movimento, “Bandiera Rossa”, n. 11-12, settembre-ottobre 2001.

(9) Per questo considerazioni cfr. rispettivamente Mario Pianta, I movimenti globali tra politica e guerra, cit.,  p. 146 e p. 145, e Giovanni De Luna, No global, “La Stampa”, 18 gennaio 2002.

(10) Christophe Aguiton, Il mondo ci appartiene, cit., p. 119.

(11) Maria Teresa Torti, I suoni del conflitto, in Giovani senza tempo, a cura di A. Del Lago e A. Molinari, Verona, Ombre Corte, 2001, p. 125.

(12) Gianni Lucini, Ritmi globali, “Liberazione”, 4 gennaio 2002.

(13) Gianni Lucini, AntiG8 in musica, “Liberazione”, 26 luglio 2001.

(14) Enrico Deaglio, A Genova è morta la “storia ufficiale”, “La Stampa”, 2 agosto 2001.

(15) Maria Laura Rodotà, Madre ex freak e figlia ribelle divise dal digiuno, “La Stampa”, 28 novembre 2001.

(16) Giovanni De Luna, No global, “La Stampa”, cit..

(17) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il movimento globale, “Il Mulino”,  n. 5, 2001, p. 850.

(18) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il movimento globale, cit., p. 857.

(19) Giulietto Chiesa, G/8 Genova, Torino, Einuadi, 2001.

(20) Massimiliano Andretta, Lorenzo Mosca, Il movimento “no global”: chi sono i protagonisti delle giornate di Genova?, cit.

(21) Andrea Pirni, Nuove generazioni e politica: interesse, informazione e competenza, “Storia politica società”, n. 2, dicembre 2000, p. 55.

(22) Cfr. P. Donati, I. Colazzi, a cura di, Giovani e generazioni, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 163.

(23) C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Giovani verso il Duemila, Bologna, Il Mulino, 1997

(24) Questi giovani sempre più mimetizzati, “Il Sole 24 ore”, 28 dicembre 2000.

(25) Alessandro Dal Lago, Sandro Mezzadra, Il movimento globale, cit., p. 851

(26) Pietro Barcellona, Il ribaltone dei poteri forti e la solitudine politica dei giovani, “Democrazia e diritto”, I trimestre, 2001.

(27) Donatella della Porta, Herbert Reiter, Protesta no global e ordine pubblico, “Il Mulino”, n. 5, 2001, p. 879.

(28) Massimo Cacciari, Luciano Violante, La sinistra in panne, “Micro Mega” n. 4, 2001, p. 180.

(29) Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 36-37. Riprendendo i dati pubblicati nel libro citato Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta, hanno scritto un saggio specifico sul comportamento elettorale dei giovani dal titolo Ventenni contro, “Il Mulino”, n. 5, 2001.

(30) Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta, Ventenni contro, cit., p. 864. E ancora: “per tutti gli anni novanta gli studenti sono risultati un po’ più a sinistra della media della popolazione, ma si trattava di una differenza abbastanza lieve, probabilmente destinata a svanire col crescere dell’età. Ma sul finire del decennio questa differenza si allarga in modo netto: la nuova generazione di studenti è dunque assai più a sinistra della media della popolazione” (p. 868).

(31) Per questi dati cfr., Massimiliano Andretta, Lorenzo Mosca, Il movimento “no global”: chi sono i protagonisti delle giornate di Genova?, “Il Mulino”, n. 5, 2001.

(32) Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Bologna, Il Mulino, 2001, p.38

(33) Per queste considerazioni vedi Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta Ventenni contro, cit., secondo i quali molti giovani lavoratori sono prevalentemente figli di piccoli imprenditori, provengono da ceti medi autonomi politicamente già su posizioni di centro-destra. Inoltre, quando sono inseriti nel mondo del lavoro, principalmente come lavoratori autonomi, vivono un tipico risentimento antistatalista e contro le garanzie sindacali, che li porta a richiedere maggiore libertà d’impresa e riduzione delle tasse, tematiche, appunto, portate avanti con decisione dal centro destra. Se invece sono disoccupati, oppure dediti a lavori saltuari e precari, si iscrivono in quella che è una tendenza storico-comportamentale caratteristica degli strati marginali che li porta a scegliere la destra.

(34) Giulietto Chiesa, L’altra metà d’Italia in cammino verso Porto Alegre, cit.

(35) Cesare Cremonini, citato da Roberto Freak Antoni, Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop (non importa quale), Roma. Arcana, 2001, p. 7.

(36) Giuseppe Palazzolo, citato da Roberto Freak Antoni, Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop (non importa quale), Roma. Arcana, 2001, p. 147.

(37) Sandro Mezzadra, Nella crisi della cittadinanza, in Giovani senza tempo, a cura di A. Del Lago e A. Molinari, Verona, Ombre Corte, 2001, p. 43.

(38) Giulietto Chiesa, L’altra metà d’Italia in cammino verso Porto Alegre, cit.

(39) Maria Teresa Torti, I riti del ballo, “Aut Aut”, n. 303, maggio-giugno 2001, p. 132.

(40) Maria Teresa Torti, I riti del ballo, ivi, p. 137.

(41) Giovanni De Luna, Sulla bara un pacchetto di sigarette, “La Stampa”, 19 agosto 2001; Aldo Cazzullo, Quel simbolo chiamato Giorgiana, “La Stampa”, 2 agosto 2001.

(42) Giovanni De Luna, Sulla bara un pacchetto di sigarette, cit.