Intervista a Luciano Mazzolin – liberazione 4/11/01
"Le prove? Il tribunale non le ha volute vedere"

Luciano Mazzolin è stato uno del "gruppo storico" degli operai del Petrolchimico di Porto Marghera che verso la fine degli anni ’80 iniziarono una vera e propria "controinchiesta" sulla fabbrica dei veleni. Un lavoro senza precedenti che, comunque, "ha dato i suoi frutti". "La verità è scritta tutta nelle carte del processo ma c’è chi non la vuole vedere, questo è tutto", dice. Prima di iniziare l’intervista, però, Mazzolin, che oggi fa il consigliere provinciale (Prc) vuole fare un ringraziamento pubblico a Luigi Mara e a Medicina Democratica. Questa sentenza costituisce una svolta. Ancora una volta è stato rigettato il principio che la produzione è nociva innanzitutto nei confronti dei lavoratori. Nel caso di Porto Marghera questa verità era addirittura lampante. Più di cento vittime, altrettanti ammalati, senza contare i danni ambientali. Le prove sono emerse, eccome. Basta guardare l’atteggiamento processuale degli imputati, dentro e fuori l’aula. Cosa è accaduto? Innanzitutto, hanno reclutato i migliori scienziati esistenti per riuscire a provare che non c’era un nesso tra causa ed effetto. Ma su questo sono stati clamorosamente battuti da altri scienziati che hanno sottolineato come, anche bassi dosaggi di sostanze cancerogene possono innescare, grazie ad una serie di concause, effetti di scatenamento. A parte quei dirigenti che pubblicamente hanno scaricato la responsabilità su altri parlando di documenti occultati, ciò che va ricordato è che fino a pochi giorni fa l’Eni ha cercato di allentare la pressione e di recuperare il terreno perduto. In che modo? Concludendo un accordo extragiudiziale con lo Stato italiano in cui ha versato qualcosa come 500 miliardi di lire. Niente a che vedere, naturalmente, con quanto chiesto dallo Stato, circa 80mila miliardi di lire. Non solo, nel corso del processo molte parti civili si sono ritirate perché l’Enichem ha pagato diverse decine di miliardi, circa 70. Salvarani, il presidente del tribunale, ha sostenuto che soltanto nel ’73 si è accertato che quelle lavorazioni erano pericolose. Nel corso del processo è emersa un’altra cosa. Come hanno ribadito sia il professor Maltoni che il professor Viola quelle prove risalgono a prima del ’73. E’ tutto scritto, ma Salvarani ha fatto finta di non sentire. Ripeto, i primi a capirlo che le cose si mettevano male sono stati gli stessi dirigenti dell’Enichem. Voglio ricordare un piccolo particolare che dovrebbe illuminare tutti sulle responsabilità in questa vicenda. La laguna di Venezia prima del ’73 aveva una legislazione che rendeva impossibile fare certe lavorazioni. Come fa a esserci il petrolchimico? E poi voglio dire anche questo, dopo l’’82, quando si è cominciato ad introdurre alcune leggi di tutela ambientale, con molto ritardo per la verità, l’azienda ha continuato a voltare la testa dall’altra parte. Oggi come è la situazione dal punto di vista della sicurezza? Uno dei periti di Casson, Rabitti, qualche anno fa entrò in fabbrica e controllò gli strumenti a gas cromotografo, quelli che monitorano la presenza del cvm, e li trovò completamente "fuori tara", in dissesto. Ancora oggi per molte lavorazioni si corrono molti pericoli. Certo, gli impianti sono in parte stati rinnovati ma è pure vero che gli infortuni continuano ad accadere. Ti riferisci allo sversamento dell’ammoniaca? Sì, e non solo. Ogni tanto qualche dirigente finisce sotto processo, ma basta un patteggiamento e una sanzione amministrativa minima per mettere tutto a tacere.

Fabio Sebastiani

 

 

 

 

 

PROCESSO AL PETROLCHIMICO: LO STATO SENTENZIA

NON E’ REATO UCCIDERE GLI OPERAI.

 

 

 

Ci sono volute 150 udienze, quattro anni di dibattimento e cento avvocati per sancire quello che la storia dello sfruttamento capitalista ci ha sempre insegnato: per i padroni e il loro Stato uccidere gli operai non è reato ma norma. E’ finito con una assoluzione totale, "perché il fatto non sussiste", il processo contro i 28 dirigenti della Montedison e dell’Enichem portati in tribunale grazie alla lotta tenace di Gabriele Bortolozzo e gli altri operai condannati alla morte dalla lavorazione delle sostanze nocive. La loro morte, quella di 150 operai, le decine di operai malati di tumore e le acque dei canali e della laguna inquinate in modo irreparabile non sono un reato da condannare. Lo Stato, con la voce del giudice Nelson Salvarani, ci ha voluto ricordare, se mai ci fosse ancora questa necessità, che non è neutrale, che non è di tutti ma dei padroni. Gli stessi che per accumulare profitti devono ucciderci giorno dopo giorno con la loro produzione, con la loro disoccupazione, spedendoci a sterminare quei popoli di cui si deve vincere la resistenza per poterli sottomettere alla rapina e allo sfruttamento. Questa è la loro giustizia, nazionale ed internazionale, e questa è la loro società. Una società in cui tutto si compra e si vende, in cui tutto ha un prezzo e, allora, ecco che due giorni prima della sentenza la Montedison ha versato allo Stato 525 miliardi per ripulire le acque, le stesse che continuerà ad avvelenare. Per gli operai malati e le famiglie dei morti ci sono stati solo gli spintoni dei carabinieri che, "nei secoli fedeli", hanno sedato le loro urla e la loro disperata rabbia.

Ma una rabbia maggiormente consapevole dopo questa ennesima beffa, ci spinge a continuare la lotta contro questo criminale sistema chiamando gli operai, i lavoratori a raccogliere tutta la loro forza e tutte le loro capacità per organizzarsi contro lo sfruttamento capitalista e per far trionfare l’unica giustizia, quella proletaria.

 

 

 

Assemblea Nazionale Anticapitalista
Bollettino delle Lotte Operaie e Proletarie - Torino
Collettivo Operaio Metropolitano Anticapitalista - Firenze
Comitato Operaio Brollo-Marcegaglia - Sesto San Giovanni (MI)
Delegati e Lavoratori: ATESIA (Roma), Pirelli (Bollate, MI), Provincia di Torino, TIM (MI), Omnitel (MI), Nuova Tre Esse (TO), Azienda Sanitaria Locale "Roma D".

Accordo StatoMontedison
525 miliardi per Marghera

Ma il Comune di Venezia vuole il processo d'appello –repubblica 4/11/01
GIORGIO CECCHETTI


VENEZIA - In gran segreto pochi giorni prima della sentenza, che ha assolto i vertici della chimica italiana, da una parte la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Ambiente, parti civili al processo sul petrolchimico, dall'altra la Montedison hanno firmato un accordo il quale prevede che l'ex colosso chimico sborsi complessivamente 525 miliardi per risanare almeno alcune zone inquinate di Marghera. Pochi giorni fa, quindi, la Montedison cercava di correre ai ripari in previsione di una dura condanna, almeno da un punto di vista risarcitorio, condanna che poi non è arrivata.
Si tratta di un accordo transativo per lavori di bonifica integrale di nove siti dell'area chimica di Marghera, che è stato chiuso a Roma, e arriva dopo l'altro megarisarcimento, oltre 60 miliardi, pagato all'inizio del processo da Montedison ed Enichem alle famiglie degli operai morti. "Abbiamo portato a casa - ha spiegato ieri l'avvocato dello Stato di Venezia Giampaolo Schiesaro, che durante il processo aveva quantificato in 71.500 miliardi i danni ambientali provocati dalle due aziende - il risarcimento massimo possibile per quanto riguarda la posizione di Montedison. È un risultato straordinario e con Montedison abbiamo chiuso ogni pretesa".
È dunque evidente che, almeno con questa società, l'avvocato dello Stato per conto del ministero dell'Ambiente non dovrebbe presentare appello alla sentenza assolutoria, sollevando sicuramente più di una polemica. L'avvocato Schiesaro ha spiegato poi che i termini dell'accordo prevedono che Montedison si accolli le spese per il risanamento ambientale integrale dei nove siti, tra canali e aree terrestri, che l'accordo sulla chimica dava in carico al magistrato alle acque. "In più - ha aggiunto il legale - ci sarà un versamento di 25 miliardi a titolo di risarcimento per ogni profilo di danno ipotizzabile qualsiasi fosse stato poi l'esito del processo".
Il prosindaco di Mestre Gianfranco Bettin, invece, ha annunciato che il Comune di Venezia ricorrerà sicuramente in appello, mentre per la settimana prossima sarà convocata una riunione per valutare alcune iniziative di mobilitazione. "Troviamo nuova forza - ha sottolineato Bettin - dalla rabbia legata agli esiti del processo e l'idea è quella di convocare nei prossimi mesi una sorta di tribunale Russell internazionale per fare un controprocesso al petrolchimico. Dal dibattito di questi anni - si dice convinto Bettin - sono già uscite delle responsabilità morali e storiche e mi sembra che anche nell'anticipo della motivazione data dal collegio giudicante dopo la lettura della sentenza sia sottintesa questa valutazione. Sul piano generale si potrebbe dire che c'è la colpa storica, c'è la vittima, ma non ci sono responsabilità".
Intanto, l'associazione Gabriele Bortolozzo, intitolata all'operaio di Porto Marghera che ha denunciato per primo le morti per cancro dovute al cloruro di vinile monomero nell'area industriale veneziana, ha reso note le linee d'azione future. "Oltre al ricorso contro la sentenza - ha spiegato l'ingegner Franco Rigosi, uno dei componenti dell'associazione - stiamo accelerando i tempi per fare un libro sul processo, con gli articoli di giornale degli ultimi tre anni, nei quali si nota bene la profonda differenziazione della sentenza rispetto all'andamento del processo". L'associazione sta inoltre riversando in un sito Internet in via di completamento sia il materiale storico e documentale dell'associazione, sia i documenti più importanti del processo. "Vogliamo inoltre incrementare la battaglia che stiamo facendo contro il rischio Marghera" ha terminato l'esponente dell'associazione.

 

 

ASSOLTI GLI ASSASSINI DEL

PETROLCHIMICO DI MARGHERA!

SENTENZA SORPRENDENTE?

Uno degli imputati Eugenio Cefis, presidente del petrolchimico nel '77, dichiarava: "L'impresa ha come fine il profitto. Occorre andarci piano con costose manutenzioni. Bisogna correre dei ragionevoli rischi!"

I 157 operai di Marghera morti ammazzati, hanno corso questo "ragionevole rischio". come ancora lo corrono i milioni di operai in tutto il mondo che lavorando nel puzzo e nello schifo di sostanze velenose, aumentano i profitti dei padroni e vengono avvelenati lentamente fino ad una morte atroce.

I PADRONI DA SEMPRE SANNO BENE QUELLO CHE "RISCHIANO" GLI OPERAI E QUELLO CHE "RISCHIANO" LORO.

Non saranno le leggi né le sentenze nei tribunali della giustizia borghese,

a risolvere il conflitto tra queste due classi che si contrappongono. La CLASSE DEI PADRONI, da sempre sottomette la CLASSE DEGLI OPERAI, usando tutti i mezzi e strumenti di cui dispone per perpetuare il suo dominio.

E' ora che gli operai usino la loro forza numerica, si uniscano e si organizzino insieme riconoscendosi in un'unica classe, inconciliabile con quella dei padroni: LA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE l'unica in grado di contrapporsi e vincere i padroni per abolire il loro sistema di dominio.

operaicontrolazio@hotmail.com Sez. Roma/Lazio www.asloperaicontro.org fotinp'01

 

 

"Crollavano in un lago di sangue
ora sono tutti morti due volte" –repubblica 4/11/01

Le mogli, i figli, gli scampati e una sentenza che "butta a terra"
Ieri familiari e amici delle vittime sono andati per cimiteri a raccontare che nessuno pagherà per il Petrolchimico

DAL NOSTRO INVIATO FABRIZIO RAVELLI


MESTRE - Quelli che stavano nell'aulabunker ad ascoltare la sentenza, e quelli che l'hanno saputo dal telegiornale, ieri sono andati per cimiteri. A raccontare ai loro morti, alle vittime del Petrolchimico, che nessuno pagherà per la strage. Hanno portato fiori davanti alle lapidi di questa Spoon River inquinata, davanti alle foto pietosamente bugiarde. Quando sono morti, erano ben diversi. "Io che li ho visti, non li riconoscevo più", racconta Dino Corò. Lui è un sopravvissuto, per ora: "Ho 67 anni e sto bene. Mi controllo, i medici dicono che ho il fegato ingrossato e pieno di cisti. Mai fumato una sigaretta, né bevuto un bicchiere in vita mia".
Corò ieri notte non ha chiuso occhio: "Non ce l'ho fatta, mi alzavo e camminavo per la casa". Gli facevano compagnia i nomi e le facce che andava ripescando nella memoria: "Io ero caporeparto, al CV416. Tutti gli assistenti di turno che erano con me sono morti. Tanti, ma tanti". Si mette a snocciolare nomi: "Marino, Fiorenzo, Vittorio, Ennio, Augusto, Gianfranco. Se mi metto con due o tre amici, con calma, possiamo dirglieli tutti. Io ricordo. Ricordo anche tanti che non ho mai visto nell'elenco ufficiale delle vittime. Quelli che magari la famiglia nemmeno sapeva dove lavorassero, di preciso. Quelli che ho preso in tempo, un minuto prima della cremazione, perché anche sui loro corpi cercassero le tracce".
Tutto inutile, forse. Corò se n'è accorto nell'aulabunker: "C'è stato un attimo di gelo totale, ma un attimo lungo forse cinque secondi. Io non ci credevo". Lui che c'era già stato, a deporre come testimone: "Tre ore e mezza di racconto. E quando ho finito, gli avvocati delle difesa zitti, nemmeno una domanda". Adesso gli resta di ricordare, e di non dormire. "Mi ricordo di Ennio Simonetto, è stato il primo. Era il 1973. Lui era un ragazzo grande e grosso, un gigante. E' caduto per terra all'improvviso. E' crollato a terra in un lago di sangue". "Tanto di quel sangue, ha perso. Sono andato anch'io a donare il sangue per lui, per le trasfusioni. Sono andato a trovarlo in ospedale, e passavo davanti alla stanza che mi avevano detto senza trovarlo. Mi ha chiamato: "Corò, stava cercando me ?". Io non lo riconoscevo più. E' vissuto altri quindici giorni".
"E il secondo - dice la memoria senza sonno dell'excaporeparto - è stato Agnoletto Augusto, e il terzo Zecchinato Gianfranco. Tutti morivano in un lago di sangue, col fegato spappolato. Agnoletto è venuto da me che era luglio: ho sputato sangue nel fazzoletto, mi ha detto. Via, corri a farti veder dal medico, l'ho spedito. Non voleva: ma come, e i turni ?".
La signora Ezelinda, vedova di Agnoletto, dice che "sono tutti morti due volte": "I ne gà butài a tera, co ‘sta sentenza. Nove mesi è durato, in due ospedali. I professori dicevano: ma come è possibile, così forte e sano? Dicevano: è come una barca che prende acqua dappertutto. Si consumava un po' alla volta. Lui lo sapeva che andava a morire, ma non voleva dirmi niente. Diceva ai figli: studiate, e non andate sotto ai stabilimenti". "Io mi maledico sempre, per esserci andato - dice Corò - Quando mi hanno mandato all'impianto del clorosoda, ho chiesto perché. Perché sei forte e sano, hanno detto. E quando sono andato al CVM, mi hanno detto che era un posto da raccomandati. Contadini raccomandati dal parroco, oppure gente scelta dai dirigenti exrepubblichini. Gente che non avrebbe scioperato. Ci toglievano la quota della nocività dalla busta paga, perché secondo loro era un posto da privilegiati".
E invece stava addirittura scritto nel Piano regolatore - terzo comma, articolo 15 delle norme tecniche di attuazione, in vigore dal 1962 al ‘90: "Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell'aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell'acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori". Ma a quelli come Agnoletto, ricorda la signora Ezelinda, "gli sembrava di aver preso il terno al lotto, con quel posto di lavoro".
Fino a quando non cominciavano a vedere la morte intorno. "Io mi ricordo - dice la vedova di Giorgio Battaglia - che a un certo punto lui era sempre serio. Non mi ha mai parlato, forse non voleva allarmarmi. Ma vedeva che morivano gli altri. Nel ‘90 ha avuto un'emorragia interna forte, l'hanno operato e messo in rianimazione e non ha mai più ripreso conoscenza. In una settimana l'ho perso". I familiari andavano in fabbrica, ad appendere l'annuncio: e vedevano gli altri, lì sul muro. Le vedove si incontravano al cimitero, cominciavano a raccontarsi che cos'era successo.
Melania, la figlia di Ido Bettin, dice che hanno capito dopo: "Si sapeva che la fabbrica era una bomba a orologeria. Ma la presa di coscienza è venuta dopo. Ci siamo impolverate di nozioni". Aveva poco più di vent'anni, quando suo padre è morto. La sua testimonianza, fra quelle raccolte nel libro di Gianfranco Bettin "Petrolkimiko - Le voci e le storie di un crimine di pace", è fra le più laceranti: "Magari fosse morto subito, lui sì che voleva morire. Voleva farla finita perché non ne poteva più. L'ho visto straziato dai dolori che lo facevano impazzire. Non potevamo fargli neppure una carezza, perché solo a sfiorarlo con la mano sul viso o su un braccio, subito gridava dal male".
E c'è chi andò a farsi operare in America: "Non dimenticherò mai l'anestesista che seguiva mio marito in sala di rianimazione. Si è avvicinato ai medici italiani, e gli ha detto che sicuramente il paziente era stato esposto al CVM. Lo aveva capito ancora prima di saperlo, ne conosceva già gli effetti. Ci ha spiegato che in America non lavoravano più il CVM da dieci anni". Era il 1980. Al Petrolchimico, se un operaio marcava visita, i medici di fabbrica dicevano: "Sono gli stravizi. E' perché bevi troppo, perché fumi troppo e vai a donne". "Finivano a spazzare il reparto - ricorda Ferruccio Brugnaro, poetaoperaio - Come quel vecchio che ho incontrato appena assunto. Aveva la faccia deformata di escrescenze. Mi diceva: sta' lontano da qui, io se avessi un figlio non ce lo vorrei qua dentro".

 

"Meglio così, i padroni a casa
noi operai a lavorare"- repubblica 4/11/01

Molta rassegnazione, poca rabbia tra i lavoratori a fine turno

DAL NOSTRO INVIATO ENRICO BONERANDI


PORTO MARGHERA - "Il visitatore è pregato di attenersi alle disposizioni del personale di vigilanza e ad effettuare la visita a suo rischio e pericolo". Corre lungo la strada un vecchio binario arrugginito e fuori uso, cinquecento metri più in là una dozzina di pensionati pescano cefali color pece e già mezzo squamati nel canale di scolo del complesso industriale, ed ecco il cancello principale dell'Enichem con quel simpatico cartello appeso. I cefali sono belli, grassi e tossici, e finiranno nella ciotola dei 200 gatti abbandonati della zona sfamati da uno dei pensionati pescatori.
Escono a fine turno gli operai del Petrolchimico. La sentenza dello scandalo non è affatto popolare fra le tute blu, ma non ci sono scene di rabbia. C'è piuttosto come un retrosapore, difficile da esprimere e da amalgamare con l'analisi "politicamente corretta". Angelo, operaio sui vent'anni: "Sai che c'è? Il passato è passato, bisogna pensare al presente e al futuro. C'è differenza da come si lavorava vent'anni fa e come si lavora adesso, la sicurezza è aumentata. A disfare son capaci tutti, ma a fare? Ho due figli, chiudessero questa fabbrica mi troverei a piedi".
Giampietro Zenaro racconta la tristezza che prova ogni giorno quando passa di fronte alla bacheca interna, dove vengono affisse le foto degli operai che ci hanno lasciato la pelle per le esalazioni tossiche, quando per la produzione del Cvn di precauzioni non ce n'erano. Continuano a morire di cancro al fegato e di altre terribili malattie, anche oggi: "Guardo quelle facce, facce che magari ho conosciuto, e mi si stringe il cuore. Adesso è vero che qui va meglio, ma per il passato, proprio nessuno deve pagare?".
Già, il passato. Ma Claudio, 30 anni, è al presente che pensa. Se c'era da scegliere, tra una sentenza esemplare con la conseguente chiusura del Petrolchimico e l'assoluzione, Claudio avrebbe deciso proprio come il giudice Ivan Nelson Salvarani. Tutti a casa liberi i "siori paroni" e gli operai a lavorare. Tra quelli che pescano i cefali sozzi del canale di scolo, c'è pure un ingegnere chimico, Franco Cernigliaro: "Non ho affatto fiducia in chi dovrebbe fare i controlli, perché temo che per essere in regola dovrebbero spendere miliardi e miliardi in bonifiche. Così continueranno alla bell'e meglio, tenendo un po' più bassi i veleni".
Che la sentenza, al di là delle parole, non abbia creato grandi scompensi lo si capisce parlando con i sindacalisti, che per lungo tempo hanno snobbato sostanzialmente la "causa". Stefano Faccin, segretario veneto della FilceaCgil, dice: "I problemi non si risolvono a colpi di sentenze o di referendum. Chiudere il Petrolchimico al momento è più pericoloso che tenerlo aperto. La domanda è: c'è ancora un futuro per la chimica a Marghera? La risposta è probabilmente no, ma un conto è chiudere bottega in quattro e quattr'otto, un'altra darsi delle scadenze plausibili, 10, 15 o 20 anni. Una sentenza di condanna avrebbe impaurito le aziende. Una sentenza di assoluzione, di per sé scandalosa, apre varie possibilità".
Domani al Petrolchimico ci sarà un'assemblea convocata dai sindacati per "tastare il polso" alla base operaia, ma sicuramente sarà accantonata la proposta di uno sciopero di protesta. Oscar Mancini, segretario della Cgil di Venezia, la mette in positivo: "Queste assoluzioni ci sproneranno ad un maggiore impegno. Il 20 di questo mese è convocato il Comitato di sorveglianza sull'accordo per la chimica, parleremo di produzioni "pulite", mentre attendiamo che il governo recepisca il piano di bonifica di Porto Marghera".

 

LA STRAGE IMPUNITA –repubblica 3/11/01


GIORGIO BOCCA


TUTTI assolti quelli del Petrolchimico di Marghera. Un tempo si diceva: per vedere condannato in Italia un re di denari, bisogna che lo trovino con il coltello in mano mentre infierisce sulla vittima. E forse non basta. Tutti assolti i ventotto dirigenti, in testa Eugenio Cefis e Lorenzo Necci, che alla guida della macroazienda Montedison e poi Enimont e per finire Enichem non hanno impedito (o non hanno fatto abbastanza per impedire) che ci crepassero centocinquantasette operai, e se ne ammalassero centotré, per i tumori e le leucemie causate dai veleni usati per la produzione della plastica. Il procuratore Casson aveva chiesto 185 anni di carcere. Davanti al Palazzo di giustizia è rimasto in lacrime il prosindaco di Venezia Bettin, sono rimasti i parenti e gli amici dei morti. Il caso ha voluto che un'indagine iniziata nel 1994 e un processo apertosi nel ‘98 si siano conclusi nella festività dei santi e dei morti.
La prima vittima Enrico Simonetti morì di cancro al fegato nel 1972, seguirono gli altri centocinquantasei mentre si allargava l'inquinamento del suolo e della laguna per cui l'avvocatura dello Stato ha chiesto un risarcimento di ottantamila miliardi. Una cifra astronomica che dimostra da sola l'impunità di cui godono i responsabili di buona parte del nostro sviluppo industriale: nessuna azienda è in grado di pagarla, dunque tanto vale assolverla nei suoi dirigenti.
Un ragionamento che in pratica uccide la giustizia, una conferma che l'industria, l'economia sono più forti della morale, della politica, del codice. Questo sviluppo che passava come un carro armato sul territorio e sugli uomini non ha avuto il consenso anzi il plauso degli elettori e dei governi, non lo abbiamo chiamato "il miracolo italiano"? C'è stato un duro prezzo da pagare, e lo hanno pagato coloro che lavoravano a contatto con i veleni. La motivazione della sentenza non è stata ancora resa pubblica, ma il presidente della prima sezione del Tribunale di Venezia ne ha anticipato la sostanza: non c'è stato dolo dei dirigenti, perché all'epoca dei fatti non si sapeva che quelle sostanze fossero così nocive. E probabilmente si chiamerà in causa anche l'irresponsabilità della scienza che consentiva di produrre quelle sostanze senza preoccuparsi della loro nocività.
Può una grande azienda, uno dei pilastri dell'economia nazionale, perdere anni o decenni di produzione in attesa di verificare la pericolosità di una sostanza? No, non può. Il mercato alimentare mondiale è pieno di alimenti transgenici, corretti con l'ausilio della chimica, di cui si ignorano i rischi. Non c'è mai dolo nell'industria e nella scienza che uccidono. Ha ucciso la mucca pazza ingrassata con farine di animali morti. Qualcuno è andato in galera per questo? Non c'era dolo nella produzione e vendita di farine delle grandi multinazionali?
E di fronte a questa irresponsabilità dell'economia e della scienza tocca alla giustizia trovare la quadratura del cerchio, per consentire al sistema di continuare: le assoluzioni generali per mancanza di dolo.
Il prosindaco di Venezia Bettin e gli operai di Marghera che hanno cercato per anni di opporsi ai veleni piangono o imprecano davanti al Tribunale ma sono impotenti di fronte al muro dei grandi poteri che automaticamente si congiungono nell'assicurare l'impunità di chi sta al piano alto. Così è scritto. Ma è questo il migliore dei mondi possibile?

 

LA CITTA' DEI VELENI –repubblica 3/11/01


GIORGIO LAGO


TUTTI si aspettavano una condanna ed è arrivata l'assoluzione per tutti: dopo 38 mesi di dibattimento, si fa fatica a colmare questa spropositata distanza tra aspettative e sentenza. Perché, nell'immaginario chimico, il Petrolchimico era il sinistro "Petrolkimiko" del libro di Gianfranco Bettin, scrittore, amministratore e, soprattutto, figlio di Marghera. Lui ha pianto per l'assoluzione degli imputati.
Tutto dipende dal fatto che Marghera rappresenta un simbolo. E, se lo è, inevitabilmente il processo a trent'anni di chimica diventa a sua volta un simbolo, che si carica di passioni civili oltre che di procedura penale. Anche se le sentenze dei Tribunali non sono affatto tenute a fare storia, Marghera l'ha fatta ed è anche una storia da togliere il fiato.
Diceva Bruno Visentini, leader del separatismo tra Venezia e Mestre: "Mestre non può esser trattata come la zona industriale di Venezia, né Venezia come la zona monumentale di Mestre" . Meglio, a detta del professore, amministrarle ciascuna per proprio conto, ponendo anche fine al sogno di Giuseppe Volpi di Misurata, capitalista e uomo di potere come pochi, che inventandosi Porto Marghera nel 1917 aveva creduto di sintetizzare per sempre tutte le Venezie possibili, quella delle pietre e quella della Modernità, quella del cinema e quella della pirite, quella della persistenza e quella della città nuova. Marghera, nata per assicurare la crescita a Venezia, avrebbe fatto crescere attorno a sé Mestre.
Ma perché proprio nel 1917?, si domanda Sergio Romano nella biografia di Volpi. Semplice; perché la prima guerra mondiale coincideva con l'espansione industriale e con una montagna di profitti, tutti da investire. Allora, il capitalismo veneziano esisteva.
La palude infestata dalla malaria diventa Porto Marghera, una sorta di fondaco di terraferma, dove si produce e si trasforma di tutto, dal riso ai cereali dei molini Chiari e Forti. Grandioso è anche l'emporio del sale e dei tabacchi ma soprattutto la trasformazione di materie prime in rive al mare appare "opera di titani" . Negli anni Trenta gli investimenti superano il miliardo, beninteso di allora, e la società petrolifera "Nafta" imbarca quaranta vagoni ferroviari al giorno. Per la chimica, ci sarebbe stato a prima portata di mano l'intera agricoltura del Veneto.
Venezia e Marghera, così vicine e così distanti, e più cresce Marghera più Venezia si sente insicura di Marghera. Questa è la storia, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con il capitalismo lombardo e piemontese in prima fila.
Indro Montanelli, che amava Venezia quanto detestava i suoi amministratori, era solito dire negli anni Settanta che il dilemma industriale non era "tra Venezia e Rotterdam, ma tra Venezia e Giacarta" . Venezia gli appariva sul punto di diventare un tutt'uno con la sua periferia industriale.
"L'ammasso urbano" lo chiamava.
Abituata a deviare fiumi per non interrarsi, civiltà che trasformò in forza persino la sua fragilità fisica, Venezia ha sempre guardato con sospetto oltre il suo ponte. Marghera insidiava Venezia, la sua laguna, le sue sponde, ma Marghera ha finito con il mettere paura soprattutto alla sua gente, ai suoi operai. Questo è stato l'atto d'accusa del processo conclusosi ieri in Tribunale.
E' vero che Marghera c'entra poco o nulla con il modello Nordest, fondato sul capitalismo diffuso, sulla cultura postfordista, sull'impresa familiare.
Ma è anche vero che all'intero Nordest Marghera ha offerto ricerca, tecnologia, sapere industriale, quadri dirigenti, perfino imprenditori usciti dalla fabbrica più fordista che il Veneto abbia mai conosciuto. Un capitolo misconosciuto questo.
Non per nulla è stato un processo per così dire operaio anche quello celebrato nell'aula del Tribunale. Erano operai i morti, operai i luoghi sospettati di strage industriale, operai i veri investigatori. Prima ancora che Felice Casson, era stato pubblico ministero di questo processo un lavoratore del Petrolchimico, Gabriele Bortolozzo, raccoglitore tenace di centinaia di casi di cancro, secondo l'accusa contratti a causa del cloruro di vinile monomero.
Tutta una cultura ambientalista è cresciuta attorno al Petrolchimico. E questa cultura ha prodotto nuove sensibilità industriali, inedite precauzioni, notevoli investimenti, soprattutto da parte di Enichem. Un processo lungo, che richiede una bonifica lunga: c'è chi ritiene che certi rifiuti tossici possano restare attivi per 1.600 anni.
La sentenza assolve gli imputati. Capiremo dalla sentenza perché il Tribunale non ha ratificato, a termini di legge, il nesso tra quelle morti e quelle produzioni; il nesso tra responsabilità personali e strage dell'ambiente. Ma fin da adesso, da subito, si capisce che nessuna sentenza - né di assoluzione com'è stato né di condanna - chiude una storia che ci ha aiutato a ragionare, anche tragicamente, sulla qualità del lavoro e della vita, sulla sicurezza, sugli stili di vita, sul profitto, sul rapporto tra sviluppo e società. Tutto questo è stato Marghera, fordista e post, ieri con 50 mila occupati, oggi con meno di un quarto, ma infinitamente più vicina a risolvere il conflitto tra modernità e habitat. Un habitat che il destino ha voluto specialissimo quanto può essere Venezia, da sempre alle prese con lo choc da futuro, un luogo della mente spesso incerto tra la memoria di sé e la curiosità del futuro compatibile con la memoria.
Ivano Nelson Salvarani, presidente del Tribunale, ha detto no alla richiesta di 185 anni di carcere e di 71 mila miliardi di presunti danni ambientali. Era popolarissimo quando inquisì Carlo Bernini e Gianni De Michelis; non lo è affatto dopo questa sentenza, ma Salvarani è giudice che non ama la vetrina, ieri come oggi, e che saprà motivare anche la sentenza forse più scomoda della sua vita. Da uomo di qualità.
A mio parere, le assoluzioni non lasciano tuttavia sconfitti, a cominciare dagli operai che hanno provato a capire sulla propria pelle che cosa può voler dire il lavoro a rischio della vita. La sentenza assolve imputati, suppongo per carenza di convincimento processuale; non fa piazza pulita di una battaglia.
Niente andrà perduto, niente. Se a Marghera non si fa più la "sbronza da Cvm" , come la chiamavano gli operai, dipende tutto da questi anni di speranza chimica. Tenere insieme vita e Pil.