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Brescia città campione della laboriosità scala tutte le classifiche el'enfasi
retorica sul modello bresciano viene profusa da ogni pulpito: di cosa ...
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Una storia sindacale

L'ANOMALIA BRESCIANA
Dino Greco  

1."Quelli di Brescia sono un'altra cosa". Quante volte, nelle più diverse occasioni, ho sentito pronunciare una frase del genere, riferita alla cultura o alla pratica sindacale di questo territorio. E sia che la battuta riveli ammirazione, sia che tradisca un intento detrattivo o polemico, essa prelude ad un "passar oltre" e suscita la curiosa sensazione che il sindacato bresciano sia vissuto come uno scherzo del processo evolutivo sociale, una bizzarria delle circostanze, una realtà dai tratti tanto particolari da risultare indecifrabile. E, soprattutto, non riproducibile. Con il risultato che - sottratta ad un esame critico - questa esperienza sia proposta, a seconda dei gusti, come un modello da esportare o una realtà da esorcizzare. Ma non da comprendere per trarne quanto può esservi di davvero utile o di interessante.
Imprudentemente Lucio Magri mi ha chiesto di provare a disegnarne il profilo per la Rivista. Con altrettanta imprudenza e con qualche apprensione mi accingo a farlo, con l'avvertenza che sarà compito di altri, un giorno e se meriterà farlo, trovare la cifra giusta, l'equilibrio ed il distacco necessari per ricostruire con rigore le vicende, gli accadimenti, interpretarne il senso e la processualità. È questo un compito che non posso assolvere io, se non altro perché non si può pretendere di "raccontare" i bresciani attraverso l'opinione che essi hanno di se stessi.


2.C'è una lettura semplificatrice delle cose bresciane che allude ad una speciale "antropologia operaia", ad un'antica inclinazione al conflitto o, all'opposto, una tesi che riduce tutto alla vicenda soggettiva del gruppo dirigente. La storia di questo sindacato è certo ed in gran parte la storia della classe operaia bresciana, così estesamente presente in tutto il territorio provinciale in una proporzione che ancora oggi non trova riscontro in altre aree fortemente segnate dall'amputazione di storiche roccaforti industriali e da una mutazione profonda della composizione sociale.
Eppure, questa circostanza di grande peso non spiega, da sola, l'eccentricità dell'esperienza sindacale degli ultimi venticinque anni, la sua persistente capacità di rialimentarsi e di rinnovarsi.
Come sarebbe del tutto fuorviante - e anche un pò fatua e agiografica - una rappresentazione delle nostre vicende come il risultato delle performance di un gruppo dirigente fornito di particolari talenti.
La risposta, credo, stia nell'incontro diretto e fecondo, senza mediazioni politiche, fra una generazione di quadri operai cresciuti nelle lotte degli anni '70 e '80 e un gruppo di giovani di formazione intellettuale ed in odore di eresia rispetto alla tradizione di una sinistra politica molto moderata e rinunciataria, un incontro che si è sviluppato non a lato del sindacato, ma dentro di esso, scuotendolo da cima a fondo; un incontro che ha prodotto critica culturale e pratica sociale di massa e che ha trovato nella CGIL e nella FIOM in modo speciale, anche se non soltanto in esse, lo strumento ed il veicolo di una grande esperienza politica ed umana che ancora dura.


3.Non vi è dubbio che la morfologia industriale del territorio bresciano ha connotazioni assai particolari. Una per tutte: le persone impiegate nell'industria sono 210mila, su un totale di 430mila addetti nei tre settori dell'economia, per un milione di abitanti. Quasi la metà degli attivi è dunque direttamente impegnata nell'industria, in grande prevalenza piccola e media, senza contare le attività terziarie ad essa collegate.
Le grandi ristrutturazioni degli anni' 70 e '80 hanno morso anche qui, ma l'occupazione industriale è stata in buona parte riciclata, non annientata. Per quanto la circostanza possa sembrare incredibile, fra il '91 e il '99 gli addetti all'industria metalmeccanica sono cresciuti ancora e le imprese industriali sono oggi ben 30mila, 20mila delle quali nel comparto manufatturiero, ad alta intensità di lavoro. La disoccupazione è puramente "frizionale" da oltre cinque anni e da allora è praticamente scomparsa la cassa integrazione straordinaria, mentre le fabbriche bresciane si sono riempite di immigrati extracomunitari, richiestissimi, che hanno raggiunto le cinquantamila presenze, un tasso "europeo", decisamente superiore - quasi doppio - rispetto a quello nazionale.
Se si guarda agli indicatori dello stato dell'economia, tutto sembrerebbe volgere al meglio: la piena occupazione, la crescita del PIL (che sfiora i quarantacinquemila miliardi), delle esportazioni, della finanza, della produttività del lavoro. Brescia città campione della laboriosità scala tutte le classifiche e l'enfasi retorica sul modello bresciano viene profusa da ogni pulpito: di cosa lamentarsi?
Precisamente, di ciò che non si dice. E cioè che accanto a poche aziende di eccellenza e a produzioni di "nicchia" abbiamo a che fare con una industria ben propensa ad acquistare dall'esterno, "chiavi in mano", sofisticate tecnologie di processo, ma refrattaria all'investimento nell'innovazione di prodotto. L'impianto nuovo deve rendere molto e subito. L'imprenditore bresciano diffida del concetto di redditività differita, come dell'investimento nella ricerca, nella formazione delle risorse umane: per imparare a produrre basta l'affiancamento. Conta il lavoro duro, i pezzi o i metri di tessuto in più nell'unità di tempo. Decide la ferocia competitiva giocata sulla produttività delle macchine, sui secondi risparmiati, sullo sfruttamento del lavoro vivo, come dimostra l'impressionante mole di infortuni (oltre 25mila), di morti (oltre 30), di invalidi permanenti (oltre 500) che ogni anno si contano a Brescia.
Non c'è ambizione strategica: l'impresa è moderna ma dipendente, flessibile ma imitativa; gli occupati nei settori ad alta tecnologia sono, in proporzione, meno di quelli di dieci, di venti, di trent'anni fa, mentre la qualità dei servizi alla produzione, del terziario avanzato è modesta e le imprese più esigenti si appoggiano su Milano per le prestazioni d'eccellenza.
C'è invece una tenace chiusura nel proprio "particulare", nel binomio "azienda - famiglia". Non ci si chiede abbastanza perché gli industriali bresciani non creino consorzi per la promozione dei marchi, della qualità, dei servizi o perché il rapporto con l'università sia così acerbo.
Molti - che invece dovrebbero nutrire preoccupazioni per il futuro - concorrono alla celebrazione di un rito di prosperità e continuità che non sembra fondato, di fronte a un mondo che muta al ritmo dell' innovazione tecnologica. Mentre tutto si trasforma, Brescia sembra immobile. Essa mette a frutto la sua più importante risorsa: la territorialità e la formidabile tradizione e cultura industriale della sua gente. Ma fino a quando basterà?


4.Si può capire allora come l'esilità del disegno industriale strategico si rifletta sulle scelte associative degli imprenditori e perché essi deleghino alla locale associazione industriale - sicuramente fra le più aggressive d'Italia - la politica generale, ma al dunque preferiscano accordarsi con il sindacato, azienda per azienda, dando una certa prova di pragmatismo, piuttosto che incrociare i ferri in disfide senza quartiere.
Che pure vi sono state, ma che non rappresentano la norma. È una favola che esista nell'operaio bresciano una particolare propensione al conflitto, una sorta di spirito celtico, pronto a scatenarsi, come vorrebbe un'epica un pò manierata: è invece certo che è presente una forte educazione e coesione sindacale, una disponibilità alla lotta che di fronte alle necessità può essere agita, con tutta la determinazione necessaria. Questo i padroni lo sanno. E ne tengono conto.
Perchè - ormai da molti anni - il confronto fra capitale e lavoro, anche quando diventa ruvido, non trova luoghi esterni o istituzionali di mediazione politica.
Il componimento del conflitto si costruisce fra le parti in campo o non si costruisce affatto.


5.Se dovessi con una sola pennellata rendere il carattere peculiare della CGIL bresciana direi che è un sindacato che non recide mai - in nessun caso e per nessuna ragione - i rapporti con i lavoratori e con i delegati che ne sono espressione.
Il ruolo di direzione e la stessa capacità di invenzione politica traggono ispirazione da questa fonte e ad essa ogni volta rinviano.
Non esiste - in questa concezione - un'autonomia della politica fuori dalla rappresentanza.
La sofferenza, lo sbandamento, il dissenso che si manifestano fra i lavoratori e, in primo luogo, nei delegati si riverberano immediatamente nel sindacato: il cortocircuito produce una fibrillazione talvolta tesa sino allo spasimo che si placa solo se la ricerca approda ad una soluzione condivisa che consente di ripristinare e consolidare il legame. Quando diciamo che "il sindacato è la contrattazione che fa" non alludiamo dunque soltanto ai contenuti dell'azione rivendicativa, ma alla speciale pratica democratica che la innerva e le dà vita, al processo attraverso il quale, in ogni vertenza, si rigenera e si rinsalda il patto che lega i lavoratori alla loro rappresentanza diretta e quest'ultima al sindacato, punto di coagulo di un'impresa collettiva.
Una relazione così stretta comporta una sincerità assoluta: che non consiste soltanto nel dire ciò che si pensa, ma nel fare ciò che si dice.
L'esercizio della critica non è mai stato per noi un atto di disinvoltura politica perché la verità interna di ogni posizione va provata nella pratica ed è prima di tutto su noi stessi che sperimentiamo la bontà delle ipotesi che formuliamo.
Così, in questi durissimi anni '90 • ci siamo battuti per evitare che la riforma della cassa integrazione non contenesse una procedura automatica di risoluzione del rapporto di lavoro, ma nello stesso tempo abbiamo praticato - nel concreto - una strategia di difesa che non lasciasse senza risposta un solo lavoratore il cui posto veniva messo in discussione; • abbiamo sì espresso una critica molto severa dell'intesa che varava il nuovo modello contrattuale concertativo, ma non ci siamo persi nella lamentazione e contemporaneamente abbiamo ingaggiato una grande battaglia per l'affermazione della contrattazione decentrata, varcando i limiti angusti in cui le regole generali l'avevano stretta e traendone tutto l'utile possibile; • abbiamo contribuito alla battaglia per la democrazia sindacale, raccogliendo quarantacinquemila firme per l'abolizione del monopolio confederale della rappresentanza sindacale, ma nello stesso tempo la democrazia è stata praticata sul campo, giacchè nessuna piattaforma è stata varata e nessun accordo sottoscritto senza mandato dei lavoratori e senza una successiva legittimazione referendaria; • abbiamo respinto la riforma previdenziale di Dini, ma contemporaneamente ci siamo impegnati nello sviluppo di una discussione di massa e nella costruzione di una proposta capace di intervenire sulle distorsioni strutturali, sulle aree di privilegio e di salvaguardare il lavoro operaio e le prestazioni usuranti.

In definitiva, abbiamo tentato di tenere insieme lo sfondo con il concreto che c'è da fare, qui e subito. E la linea nazionale, con la quale siamo spesso entrati in polemica, e talvolta in aperto dissenso, non è mai stata utilizzata come un pretesto, come un parafulmine sul quale scaricare le nostre difficoltà.
Il realismo che abbiamo praticato e che pratichiamo consiste appunto in questo: compiere delle scelte, prevederne le conseguenze, assumersene la responsabilità.


6.Lungi dal terminare, la riflessione riparte da qui. In quanto c'è una domanda che reclama una risposta difficile, ma carica di senso per il nostro futuro.
Perchè una realtà come Brescia, con il suo esercito industriale (qui non dobbiamo chiederci dove sono finiti i proletari!) e con la sua intraprendenza sindacale produce un così misero risultato politico (il 16% dei voti nelle elezioni amministrative dello scorso anno, fra sinistra moderata e radicale). Più precisamente ancora: perché la proverbiale combattività dell'operaio bresciano iscritto alla FIOM può convivere con l'adesione a modelli culturali, politici e comportamentali opposti a quelli che sembrerebbe lecito aspettarsi da un proletariato industriale maturo?
Perchè una simile palestra sociale non produce coscienza di classe o, meglio, perché questa sembra rimanere imbozzolata dentro un conflitto puramente redistributivo?
Tento un'interpretazione suffragata dall'esame di oltre settecento accordi aziendali, stipulati nell'ultimo quadriennio, che hanno interessato quasi centomila lavoratori bresciani.
Qui c'è stato, appunto, un grande processo redistributivo: da trecento a trecentocinquanta miliardi sono stati spostati dal capitale al lavoro. Un risultato al passo con i ragguardevoli aumenti di PIL che si sono avuti in questo territorio (ciò che non è avvenuto nel resto del paese).
Si è dunque trattato di una redistribuzione di reddito "verticale", dal profitto ai salari: un'impresa di cui siamo ovviamente orgogliosi. A maggior ragione in quanto le erogazioni sono state in gran parte certe ed esigibili, slegate cioè da quei parametri di redditività che le rendono precarie ed aleatorie.
Eppure, se si guarda bene, questa imponente contrattazione è segnata da un limite: in essa sono carenti, talvolta assenti, gli aspetti qualitativi: l'organizzazione del lavoro, il controllo del ciclo di produzione, degli appalti, della composizione di una forza lavoro sempre più frammentata in una costellazione di lavori atipici e marchiati dalla precarietà.
E ancora: la salute e la sicurezza, l'ambiente - dentro e fuori la fabbrica - , i tempi e gli orari, i ritmi e le pause, i diritti dei più deboli - a partire dagli invalidi - per i quali si restringono inesorabilmente gli spazi di inserimento lavorativo. Ma sono proprio questi gli elementi irriducibili sui quali si fondano l'autonomia, l'alterità, la soggettività progettuale: quei tratti cioè che esprimono un'identità collettiva, una cultura propria, non mutuata dalla cultura dominante.
Ecco, questi aspetti hanno un peso ancora marginale, persino a Brescia, persino nella nostra azione sociale.
La lotta per la ripartizione dei frutti della produttività è compresa e praticata, tanto dall'operaio che la ingaggia quanto dal padrone che vi si oppone. Ma non vi è in essa discontinuità rispetto all'ordine delle cose esistenti: non è mai in gioco il potere, neppure nel più lontano segmento dell'organizzazione aziendale.
Fuori dal conflitto redistributivo, gli "stili di vita" sono tutti inscritti nella spirale produzione - consumo. Il denaro è il passe-partout verso l'affermazione sociale, protesi che può dare - tramite l'accesso al mercato delle merci - tutto ciò che non si è.
È il denaro che, nell'accezione comune e condivisa, stabilisce il confine fra inclusione ed esclusione.
La classe operaia storica forse no, ma il giovane operaio bresciano pensa a se stesso come a uno che è sfortunato perché non dispone del denaro sufficiente per potersi assicurare la stessa potenza del suo padrone.
Il padrone è certo un suo antagonista perché gli deve strappare una parte di ricchezza che esso vuole trattenere per sè, ma il padrone è, in fondo, un modello da imitare: perché lui ce l'ha fatta.
Voglio dire che molto di ciò che la nuova generazione operaia giudica positivo si colloca al "continuum" con l'impresa e le sue leggi di funzionamento. Non incarna una vera critica sociale. E men che meno una critica dell'economia politica.
Da qui quell'ipertrofia del lavoro che porta ad una smisurata dilatazione della giornata e della settimana lavorativa; da qui quel dato esorbitante dell'abbandono scolastico prima dei quindici anni che riguarda il 75% dei giovani lavoratori occupati nel settore manufatturiero. Non è solo per bisogno che questo avviene: proprio nei piani bassi dell'edificio sociale ha messo radici la convinzione che il tempo dato allo studio è tempo perso, soprattutto è tempo sottratto al lavoro e alla produzione del reddito. Insomma, la dicotomia fra pensiero sociale e pensiero politico dei lavoratori esiste solo nella carenza dei nostri modelli interpretativi, non nella realtà.


7.E allora torna, prepotentemente, un problema: alla storica debolezza del soggetto politico, all'assenza di una sinistra robusta e visibile non può venire in soccorso, con una incompiuta funzione di surroga, il sindacato, neppure un sindacato come quello bresciano.
C'è un limite invalicabile, che non potrà essere colmato neppure dal più generoso sforzo di un sindacato volitivo di reinsediarsi nel territorio, di ricostruire anche fuori dai luoghi di lavoro un campo di discussione, di partecipazione e di iniziativa sociale che la politica ha del tutto abbandonato.
Non c'è supplenza possibile, se ogni contesa ed ogni esito di essa rifluisce in un letto di relazioni sociali, di stili di vita, di comportamenti collettivi dominati da una incontrastata egemonia culturale liberista, se oltre i cancelli della fabbrica l'operaio torna ad essere un individuo isolato, atomizzato, se egli non incontra mai una proposta che saldi il suo essere sociale ad un suo possibile essere politico, se la rinuncia della sinistra ad una propria originalità e alterità progettuale e morale gli restituisce o la frustrazione dell'impotenza o la perfetta assimilazione alla realtà data.
L'uniformità dei messaggi - persino degli stili di comunicazione - l'intercambiabilità dei progetti, la labilità dei principi, la derubricazione a velleità di ogni antagonismo hanno davvero reso la politica, tutta la politica, una marmellata incommestibile che si vende ad una sempre più ipnotizzata e omologata "opinione pubblica".
Non può allora sorprendere che in questo humus fioriscano le più viete suggestioni leghiste, che l'unificazione venga costruita su interessi pseudo - etnici, che dilaghino sentimenti dichiaratamente xenofobi e che nel buio dell'analisi e di una proposta politica civile, prendano corpo i fantasmi della paura, ottimo propellente di tutte le avventure reazionarie.
Di nuovo, non può sorprendere che quanti non si rassegnano alla regressione antisolidaristica cerchino sempre di più rifugio in iniziative sociali (come nel variopinto mondo del volontariato) parziali e limitate finchè si vuole, ma dove il collettivo che agisce è ben identificabile e dove all'impegno corrispondono un obiettivo ed un risultato verificabili e non manipolabili.
Nella perdurante abdicazione della grande politica, queste sono le derive possibili. E può essere che il peggio non sia ancora venuto. A meno che non si trovino la forza, il coraggio politico e l'intelligenza di risalire la corrente, di riunificare quanto di vitale è stato disperso nella sinistra italiana e di reinvestire, ma sul serio, sulla costruzione di un partito dei lavoratori.
Se questo non avverrà, se la sciagurata vocazione alla diaspora non sarà sostituita da un processo opposto, anche esperienze importanti come quelle del sindacato bresciano finiranno per tramutarsi in fortilizi di resistenza condannati all'espugnazione.

 

 


21-09-2004 - 16:09

Brescia riscrive oggi la propria storia, ultramillenaria, dentro il modello sociale Europeo:
intervento di Luigi Bandera

19 settembre 2004 : 2 Meeting dei Giovani di Europa a Cividale del Filuli e Rijeka - Fiume

Vi parlo a nome del Forum delle Associazioni di Promozione del Turismo sociale di Brescia .
Le associazioni aderenti sono le seguenti il CTS, CTG, CTA-Acli, AICS, UISP, ARCI Nuova Associazione e TURES . Uniti si ha la Forza di divulgare ,promuovere e realizzare le tre esse del turismo: Turismo Solidale, Turismo Sostenibile e soprattutto Turismo per lo Sviluppo.

Svolgono la loro attività dentro una grande area metropolitana quale è Brescia quotidianamente abitata da circa 300 mila persone e la sua provincia che conta, di fatto, oltre un milione e centomila abitanti, sta a significare la sua importanza nella Regione Lombardia ed in Italia.
E’ una città industriale famosa anche per le sue industrie e capace di intessere relazioni di fiducia con tutto il mondo.
Oggi in questa epoca di globalizzazione e di deindustrializzazione Brescia riscrive la propria storia con la consapevolezza, però, di chi vanta una storia millenaria.
Brescia aggiunge a sé stessa nuovo valore, con imponenti lavori di ristrutturazione. E valorizza in pieno lo splendore dell’articolato complesso architettonico in cui si inserisce il monastero Reale di Santa Giulia. Esso e il monastero di Santa Maria in Valle di Cividale - come scrive il Tagliaferri - sono le due massime testimonianze dei potenti monasteri reali Longobardi.

Questo popolo con la sua affascinante storia costituisce un filo conduttore degli odierni e dei futuri rapporti tra Brescia e Cividale. Quello dei Longobardi fu un popolo radicalmente europeo: partito dalla Scandinavia e giunto nel 600 d.c. a Cividale del Friuli, qui iniziò la sua integrazione con le popolazioni preesistenti. Per stendersi poi oltre Brescia in tutta la Lombardia, in Umbria, Campania per giungere sino al litorale ionico lucano-calabrese.

Oggi potremmo sostenere – con non poche ragioni – che di quell’antico popolo oggi noi stessi siamo diretti eredi.
Ci accomuna – oltre alla genetica (come suggerisce una interessante ricerca ungherese sui gruppi sanguigni europei) – un’esperienza storica che portò i longobardi e porta oggi noi europei alla fusione di tante culture e di tante storie.
Come i Longobardi rinsaldarono le loro conoscenze con quelle della romanità e poi le fusero nel contesto germanico dei Franchi di Carlo Magno, anche noi abbiamo davanti un futuro da costruire assieme ad altre culture. Dobbiamo dare consistenza, valori e obiettivi ai nuovi cittadini europei. Un processo meno difficile se si possiede, come possediamo, testimonianze di spessore su un passato comune.

Queste tensioni possono trovare importanti percorsi spontanei all’interno del perimetro del Turismo sociale che significa turismo per tutti: ovvero, incontro-relazione-conoscenza tra persone umane, singole e associate, nessuna esclusa.
Ne parlerà fra poco in modo autorevole il dott. Tonini.

Ci preme aggiungere che noi operiamo con i giovani, ma anche con persone di ogni età e di ogni strato sociale. Consci che la storia è uno dei cardini della reciproca conoscenza, fra i nostri obiettivi vi è anche la volontà di veicolare fiducia nella politica sociale nell’Unione Europea. Solo alimentando questa fiducia si ha vera forza di costruire una nuova e migliore cittadinanza europea.

Va tuttavia precisato che la politica sociale in Europa è oggi fonte non solo di preoccupazione ma foriera di grandi rischi. Ricordiamo il vertice europeo di Lisbona, del 23-24 marzo 2000, che nell’esaminare la situazione sociale europea, ha “dovuto” oggettivamente riconoscere che il livello di povertà esistente nell’ambito dell’Unione Europea “ è inaccettabile”; che il tasso di disoccupazione è troppo elevato; che sono in essere forti forme di discriminazione fra uomo e donna nel mondo del lavoro; che i fenomeni di emarginazione economica e sociale sono ancora troppo eccessivi.
Analisi confermata da recenti e significative ricerche dell’Eurispes.
Il progetto riformista capace di segnare una svolta nella politica sociale europea nato a Lisbona si intitola “ Modernizzare il modello sociale europeo con investimenti in risorse umane e la costruzione di un welfare attivo “.
Il progetto è stato confermato dal successivo Consiglio europeo di Nizza , del 7-9 dicembre 2002, con il documento “Agenda per la politica sociale” che contiene le indicazioni programmatiche fino all’anno 2005.
Ora, nella costruzione del welfare europeo entra a pieno titolo anche il “turismo sociale” ossia il turismo per tutti, nessuno escluso.
Un turismo che comprenda in sé non solo il piacere della distrazione quanto la volontà e il desiderio di conoscere gli altri e di capirli per costruire una dimensione veramente europea del nostro comune futuro.
Un processo che si nutre di fiducia. E la fiducia a sua volta si alimenta anche e soprattutto con la conoscenza diretta tra persone e gruppi.

L’idea di Europa – per come ci appare e per come auspichiamo possa essere modellata dalla storia – è soprattutto quella di una realtà capace di affratellamento, e non solo di una costruzione burocratico-economico-legislativa.
Qui siamo a testimoniare la condivisa esigenza di conoscenza per crescere assieme in Europa, che è costantemente espressa dalla Regione Lombardia, una grande regione che è e vuole consapevolmente e responsabilmente essere europea.
E testimoniamo sull’analoga volontà della città e della provincia di Brescia che vogliono dimostrare – con grande impegno istituzionale – come la cultura e la storia dei popoli rappresentino chiavi di lettura straordinarie per capire sé stessi, per comprendere gli altri e per farsi capire.

Concludo ricordando, per tutti, un bresciano, figlio della terra lombarda che nel 1967 ha scritto:
“Se è vero che il mondo soffre per mancanza di pensiero…convochiamo gli uomini di riflessione e di pensiero…assetati di giustizia e verità…ad aprire le vie che conducono, attraverso l’aiuto vicendevole, l’approfondimento del sapere, l’allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale.”
Sono parole di profezia della Populorum Progressio, scritte dal Papa del Concilio Vaticano II. E’ il bresciano Paolo VI.
Un grande Papa che ha portato la Sua Croce mai dimentico di quella Croce voluta dal Re d’Italia Longobardo Desiderio per la sua gente e che da oltre milleduecento anni è conservata in Santa Giulia a Brescia. Croce di fattura longobarda e quindi europea, segno di un futuro comune fondato su un ultramillenario passato comune. Croce simbolo rinnovellato di Brescia, città Reale, come Forum Iulii a noi cara; entrambe europee.
Brescia e Cividale invitano a voler riscoprire la luce di una nuova cittadinanza europea che si vuole costruire assieme.
Cittadinanza europea che si vuole costruire assieme per questi giovani non di ieri, non di domani, ma di oggi.
E per tutti noi, nessuno escluso.

Luigi Bandera - Presidente

http://www.youthpoint.it/dettaglio_news.php?hidden=159

L’aria sporca di Brescia   apri in una nuova finestra
cipalizzati di Brescia. In questa. immagine contraddittoria si. potrebbe condensare
la “dop-. piezza” dell’inceneritore Asm:. la propaganda di un modello ...
http://www.rifondazione.it/ad/movimenti/insostenibile/pdf/01/XX_6-INS-4+.pdf

 

FORUM PA - L'ALTRA PA   apri in una nuova finestra
La Provincia di Brescia e la governance dell'innovazione tecnologica ...
lo sviluppo di un modello di ritorno sugli investimenti, per valutare il peso ...
http://www.forumpa.it/archivio/2000/2600/2650/2651/ciscobrescia-veloci.html

 

Immigrati e partecipazione politica Il caso italiano   apri in una nuova finestra
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Negli anni successivi, il modello educativo di Brescia assume valenza ...
http://www.retericerca.it/Satchel/documents/Rapporto%20finale%20Italia.pdf