MOBBING E VESSAZIONI SUL POSTO DI LAVORO:

COME DIFENDERSI

Di Emilio Pagani sul n°10 di "Dibase"/www.mercatiesplosivi.com/dibase

 

Sistematiche forme di alienazione e sopruso non sono novità all'interno di fabbriche ed uffici. I meccanismi dell'efficienza, meritocrazia o del bastone e della carota prevedono in tutti gli organigrammi ruoli fissi: lavoratori buoni (premiati come nelle favole) e dipendenti ghettizzati. E' il tragico destino al quale ribelli ed indisciplinati di ogni genere si trovano a vivere a buon esempio di tutti gli altri lavoratori. Tra le recenti cronache nazionali dal mondo del lavoro il gruppo di circa 40 lavoratori confinati nel reparto L.a.f. dell'ILVA di Taranto Di regola il lavoratore o la lavoratrice poco disponibile, flessibile o accondiscendente viene emarginato dalla logica premiale della famiglia-azienda. Spesso l'emarginato/a è circondato/a da un'atmosfera poco socievole se non ostile creata dai capi e dagli stessi compagni di lavoro in carriera o timorosi di esser malvisti. Dagli inizi degli anni 80 i sociologi del lavoro del nord Europa (Heinz Leymann - Svezia) hanno coniato il temine MOBBING per definire le premeditate azioni di isolamento socio-lavorativo e vessazione (mobbizzazione). Studi svolti nel mondo del lavoro stimano nel 4% le vittime di mobbing in Italia. La percentuale di lavoratori coinvolti è dunque rilevantissima (circa 800 mila lavoratori in Italia). Gli studi del Prof. Harald Ege (associazione Prima- Bologna) hanno rivelato che 6 mesi di trattamento ostile inducono nel soggetto mobbizzato un concreto stato di malessere psico fisico: crisi d'ansia, attacchi di panico e depressione tra i sintomi più diffusi e comuni. E' riduttivo paragonare il soggetto mobbizzato al Fantozzi del 2000. Il soggetto mobbizzato è un bersaglio umano di premeditati attacchi e spesso un soggetto che non subisce passivamente come il celebre personaggio cinematografico. La vittima non sceglie il suo ruolo ma è scelta dal mobber. Limitando la mie osservazioni all'esperienza personale ho notato che le azioni vessatorie sono dirette verso lavoratori/trici sindacalizzati non particolarmente ligi ai meccanismi della concertazione, della flessibilità, della svendita del salario e dei diritti o della semplice cieca obbedienza aziendale Anche soggetti dalla personalità e convincimenti filo aziendali o capi possono essere oggetto, a volte, di mobbing nel momento in cui la Direzione del Personale decide di ridimensionare alcune attività o ricattarli. Spesso è interesse del datore di lavoro impostare un clima difficile ed ostile in azienda per liberarsi di lavoratori in eccesso. Anche fittizi meccanismi di competizione personale e carriera innescano mobber. Ritengo che il terrore in ufficio sia voluto e premeditato. Il mobber investe tempo, energie e denaro nel pianificare le nefaste azioni mobbizzanti. Altro capitolo è quello dei ricatti e delle molestie sessuali che rappresentano a loro volta fattore scatenate di azioni umilianti. Il fine non è l'allontanamento dall'azienda ma far cedere la vittima alle volontà e desideri del mobber. Le azioni di mobbizzazione seguono una ferrea meschina logica: isolamento, demansionamento, pubbliche umiliazioni, continue verifiche e controlli, provvedimenti disciplinari pretestuosi, trasferimenti, regolamenti applicati rigidamente ed in modo repentino, etc. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il rapporto di lavoro ma è una deliberata ed arbitraria scelta del mobber di infierire sulla vittima. Il contratto di lavoro prevede che il lavoratore offra le sua prestazioni in cambio di un salario ed ogni azione del datore di lavoro o capo che lo trasformi in un fenomeno da baraccone o oggetto di ricatto sessuale è chiaramente illegittima. Sotto il profilo legale la vittima può chiedere risarcimento del danno al padrone-mobber e contestualmente la reintegrazione a mansioni originarie. Spesso il soggetto mobbizzato subisce forme di pressione psicologica in completo isolamento e reso impotente da regolamenti e contratti aziendali. Provare un'accusa di molestia o mobbing senza compromettere il rapporto fiduciario con il datore di lavoro è argomento spinoso: il rapporto di lavoro dipendente prevede meccanismi di FEDELTA' e di SUBORDINAZIONE che impediscono, nei fatti, al lavoratore/trice mobbizzato di reagire senza intaccare il rapporto fiduciario. L'onere della prova in merito a discriminazioni o persecuzioni spetta alla vittima. La frustrazione, sintomi depressivi, la perdita di lucidità mentale e di coordinamento in seguito alle continue e protratte persecuzioni rendono ancor più difficile la pianificazione e la raccolta delle prove in ambienti che si fanno sempre più ostili ed omertosi. Negli uffici così come nei reparti il timore dei colleghi di esser accomunati al mobbizzato e di ricevere anch'essi ritorsioni e commenti ostili da parte dei capi rende impossibile la raccolta di fondamentali testimonianze o documenti. Mentre il lavoratore/trice accumula un danno psichico sempre più devastante diminuiscono di pari passo le capacità reattive e di difesa del mobbizzato Anche dove esistono delegati sindacali, RLS, o RSA non venduti alle logiche aziendali del profitto difficilmente si trovano soggetti con la sensibilità e la capacità di comprendere il disagio psichico ed i traumi subiti dal lavoratore/trice vessato. Presi dallo sconforto e disperazione le vittime da mobbing rassegnano le dimissioni o vengono licenziati perché risultano, dopo mesi di soprusi, caratteriali e non compatibili con le attività aziendali. Le strutture di controllo preposte all'assistenza e cura dei lavoratori presenti all'interno delle fabbriche (Medico Competente, Medicina del Lavoro) create allo scopo di tutelare la salute dei lavoratori/trici sono nei fatti controllate dalla Direzione Aziendale. Quasi certamente il lavoratore che denunci al Medico di Fabbrica una malattia psichica o disagio da maltrattamento-mobbing viene inviato, piuttosto che ad un consulente per opportuna terapia e indagine del malessere, ad una visita di idoneità al lavoro. Il Medico di Fabbrica dovrebbe invece indagare sulle cause del malessere fisico o psicologico e proporre, se necessarie, cure mediche. Nel caso non disponesse delle competenze può chiedere un consulto ai servizi di Medicina del Lavoro. Nei fatti il Medico Competente non assume decisioni che possano evidenziare le responsabilità datoriali e si trasforma in un ulteriore ostacolo per la vittima. Le visite di idoneità possono trasformarsi in sopruso finalizzato ad intimidire il lavoratore/trice ed indurlo alle dimissioni.
Come difendersi:
Per quanto scritto far desistere il mobber dai suoi malsani e persecutori scopi significa sostanzialmente farlo desistere dalla missione o scopo che si è scelto o che gli hanno assegnato. Il perverso meccanismo fa parte delle regole non scritte di dirigenti e Direzioni del Personale. Alla vittima, isolata e martoriata, non rimane che intraprendere le vie legali chiedendo un risarcimento per danni e denunciare i mobber per lesioni (art.582 c.p.) L'art.2087 c.c. obbliga inoltre il datore di lavoro ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro. Anche la legge 626/94 - legge sulla sicurezza- prevede che il datore di lavoro tuteli l'integrità psico-fisica del dipendente. Nelle vicende di mobbing dirigenti e capi sono la causa del danno psichico . Diffidare in forma scritta la Direzione Aziendale, il Medico Competente ed il Mobber dal proseguire con atteggiamenti lesivi può costituire un utile strumento per l'auto-tutela e per costruire una valida documentazione utile a definire le responsabilità in sede di risarcimento dei danni. Trattenere inoltre tutta la documentazione medica e le cure seguite, i provvedimenti disciplinari, trasferimenti, cambi di mansione, etc. Appuntare su un'agenda tutti i soprusi a cui si è sottoposti può rivelarsi quanto mai provvidenziale per provare la malafede del mobber ed i suoi intenti persecutori.

Utili riferimenti:


Milano, 18 gennaio 2000 /RSA USI-AIT Bull Compuprint Milano /Email: pagani_emilio@iol.it