PIANETA LAVORO
I minatori russi ridotti allo stremo
VITTORIO LONGHI
Senza stipendio da due anni, senza cibo da sei giorni. Un gruppo di minatori russi martedì si è barricato all'interno del sito carbonifero dell'isola orientale di Sakhalin, a 140 metri di profondità, e ha indetto uno sciopero della fame contro l'ennesimo rinvio del pagamento dei salari, bloccati dal 2003. La compagnia privata Shakhtyorskoye continua a rifiutarsi di liquidare i 34 milioni di rubli (circa un milione di euro) che deve a gran parte dei 400 dipendenti; così 18 di loro, esasperati, questa settimana hanno deciso di ricorrere a una forma di protesta estrema, ma non certo nuova per i minatori russi. «Non so quanto potranno resistere lì sotto, perché non hanno cibo e anche le riserve di acqua stanno finendo», ha fatto sapere il sindacalista Nikolaj Ovchinin. La lotta ha un forte sostegno dalla comunità di Sakhalin, grande isola sul mare di Okhotsk, e ha dato il suo appoggio politico anche l'amministrazione locale: «Oltre che indecente dal punto di vista morale, trattenere gli stipendi così a lungo è una chiara violazione della legge», ha dichiarato il governatore Ivan Malakhov all'agenzia Itar-Tass, promettendo di portare il caso al magistrato. La compagnia, una delle tante ad aver beneficiato della privatizzazione del settore carbonifero degli ultimi dieci anni, si giustifica lamentando un pesante indebitamento e ora minaccia addirittura il fallimento. Secondo Ovchinin, invece, il sito è produttivo, viste le oltre 44mila tonnellate di carbone estratte e vendute nella prima metà di quest'anno. Ma la storia dei minatori di Sakhalin è tristemente simile a quella di altre migliaia di lavoratori di grandi aziende pubbliche svendute dalla liberalizzazione dell'economia russa e dalla privatizzazione delle migliori industrie, i cui dipendenti devono ricorrere ad azioni di forza per richiamare l'attenzione e ottenere ciò che spetta loro di diritto. Dopo le riforme imposte al governo dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale per risanare i conti, oggi solo una miniera su dieci appartiene ancora allo stato e, mentre l'estrazione di gas è abbondantemente sostenuta da fondi pubblici, quella del carbone è ritenuta poco competitiva e perciò non conveniente da finanziare. Eppure i privati continuano a guadagnarci, soprattutto perché non esitano ad affamare i dipendenti (gli stipendi non superano i 100 euro mensili) e a lasciarli senza soldi per mesi, a volte anni. Ancora più grave è il risparmio sulle più elementari norme di sicurezza, che espone i minatori a rischi mortali. La maggior parte dei siti carboniferi russi ha più di 60 anni e con il passaggio ai privati ben poco è stato fatto per ammodernare gli impianti e adeguarli agli standard imposti dalla legge. La pericolosità maggiore sta nelle alte concentrazioni di gas metano che si accumula all'interno delle cave e che sistematicamente provoca incendi ed esplosioni, con centinaia di morti e feriti ogni anno. Il sindacato dei minatori accusa gli imprenditori di avidità e negligenza, visto che non provvedono neanche agli strumenti minimi per il rilevamento di gas, misura indispensabile per prevenire gli incendi. L'ultimo è di due settimane fa, nel giacimento carbonifero del Kuzbass (Siberia occidentale) uno dei più vasti al mondo, dove uno scoppio improvviso ha ucciso un minatore e ne ha feriti altri due. Un morto e nove ustionati anche a Kiselyovsk, sempre nel Kuzbass, in maggio, sempre per un'esplosione. La lista degli omicidi bianchi è lunga e non sembra destinata a ridursi, vista l'indifferenza del governo alle richieste dei sindacati di controlli più severi e sanzioni più dure per i privati. L'ultima mobilitazione che ha investito l'intera Federazione Russa risale all'estate del 2002, quando per settimane migliaia di lavoratori hanno bloccato strade e ferrovie, dal Kuzbass alla Repubblica di Komi, passando per i palazzi di Mosca con la speranza di costringere il governo Putin a intervenire seriamente nella crisi del settore carbonifero e a migliorarne le condizioni insostenibili di vita e di lavoro.