Mimmo Porcaro

Porto Alegre: dal taccuino di un comunista.

 

La prima cosa che viene in mente, ascoltando la marea di interventi, relazioni, discussioni informali, leggendo i manifesti ed i simboli di questo primo Forum sociale mondiale, è molto semplice e molto netta: noi non siamo pazzi. Noi, minoranza europea, "occidentale", noi che insistiamo nel criticare il capitalismo e nel considerarlo una forma transitoria dell'organizzazione sociale, non siamo i testimoni inattuali di idee giuste ma oggi inefficaci, incagliate o deviate in qualche morta gora del fiume degli eventi storici. La critica del capitalismo e la prospettiva socialista sono, a quel che si vede da quest'angolo del mondo, estremamente e radicalmente attuali perché sono di nuovo un fatto di massa. Organizzazioni di massa sono quelle che guidano, qui, la maggior parte delle discussioni. Ad esse corrisponde una classe politica decorosa, i cui discorsi, spesso assai seri, argomentati e tutt'altro che populisti, spesso nutriti da un rilevante e non schematico retroterra marxista, corrispondono per contenuto a quelli di noialtri "antagonisti" occidentali. Solo che in questo caso, appunto, son discorsi fatti da gente che ha la responsabilità di movimenti, partiti, amministrazioni che coinvolgono milioni di persone.

La spiegazione di questo fenomeno è semplice. Da noi, almeno da noi in Europa, decenni di Stato sociale hanno comportato, per la particolare fase storica in cui si sono iscritti, una salda alleanza tra i movimenti operai e le borghesie nazionali, hanno comportato un adesione pratica ed ideologica delle masse e dei loro capi a gran parte dei meccanismi fondamentali della società capitalistica. Cosicché, quando il compromesso sociale è stato rotto da parte delle classi dominanti, a gestire questa nuova fase si sono trovate, da un lato, masse disperse e disorientate, dall'altro, una classe politica ormai votata all'esigenza di partecipare ad ogni costo al governo e dunque disposta ad accettare totalmente anche la stessa ideologia e le stesse pratiche neoliberali. Da noi, inoltre, per una buona parte delle masse la perdita dei diritti sociali fondamentali si configura come un processo lento, che fatica dunque a coagulare episodi significativi di resistenza. Nelle altre parti del mondo, che non hanno conosciuto il nostro tipo di compromesso sociale, l'avvento del neoliberismo ha significato invece quasi sempre il passaggio dalla sopravvivenza alla miseria, dalla miseria alla fame. Con la conseguente crescita, lenta ma costante, di movimenti organizzati di ribellione.

Ne consegue, tra l'altro, un diverso atteggiamento nei confronti della sconfitta storica del socialismo di Stato. Sconfitta che non viene negata o esorcizzata, ma la cui accettazione non comporta il disorientamento e l'afasia che spesso ci contraddistinguono. Qui non mi sembra che si sia ancora alla fase dell'elaborazione del lutto: qui si è - nel bene e nel male e pur con forti presenze di elementi non rielaborati tipici della vecchia tradizione - nella fase della progettazione di una nuova forma di socialismo che per molti non ha a che vedere né con i cascami dello stalinismo e del trotzkismo, né con la riedizione di improbabili "terze vie" tra capitalismo e socialismo.

Semplicemente: qui il superamento del capitalismo è vissuto da moltissimi come un' esigenza pratica immediata: dunque non ci si può attardare a chiedersi se sia possibile, e bisogna piuttosto dimostrare che è possibile. Vero è che per molti si tratta di superare "solo" il capitalismo ultraliberale…ma se vi sembra poco, vuol dire che siete abituati a vedere, qui da noi, grandi movimenti comunisti di massa, dei quali io non mi sono accorto

Il secondo punto rilevante è anch'esso assai semplice e netto: siamo oltre lo "spirito di Seattle", e siamo oltre le manifestazioni che a Seattle hanno fatto seguito. Perché qui il principale protagonista non è un'avanguardia transnazionale costituita soprattutto da una nuova (per quanto democratica) élite di specialisti in campagne di mobilitazione. Qui il protagonista è un insieme di movimenti fortemente radicati sul terreno locale che spostano la loro azione nello spazio transnazionale. E questa è forse la più importante novità di questi giorni. Il cosmopolitismo conflittuale dell'avanguardia transnazionale, priva di effettivi legami di con strati rilevanti delle classi subalterne, potrebbe tradursi, alla lunga, in una palestra per la formazione d'una classe dirigente alternativa, pronta a gestire un capitalismo relativamente umanizzato. Ma la probabile connessione tra questa avanguardia e quelle sorte sul terreno locale e poi proiettate su quello globale potrebbe dar luogo a fenomeni del tutto diversi. Oggi si passa, come ha notato Sara Fornabaio su Liberazione, dalla centralità della "campagna" alla centralità del "movimento", ed il ruolo degli specialisti in campagne mediatiche viene sostituito o affiancato dal ruolo degli agenti, di base e di vertice, di aggregazioni sociali più vaste.

I movimenti protagonisti di questo Forum dovranno essere studiati nella loro originalità: il movimento dei Sem Terra brasiliani, il sindacato brasiliano e lo stesso PT, Via Campesina, etc. . Apparentemente i soggetti sociali sono i classici soggetti degli albori del movimento socialista, contadini ed operai. Ma l'impressione da verificare è che la galassia sia più composita (e lo era, per altro, anche quella del movimento delle origini) e che le forme organizzative siano in parte nuove. Nuova, senz'altro, è l'esigenza nettamente percepita da questi movimenti di misurarsi direttamente e da subito con il livello mondiale. L'esigenza di trasferirsi in altri luoghi per poter condurre appieno la propria battaglia. Si conferma così la semplice intuizione lasciataci dal compianto Daniel Singer in quel bellissimo testamento politico ed intellettuale che è il suo "Whose millennium? ": i movimenti del futuro dovranno nascere su base nazionale e dovranno svilupparsi su scala mondiale.

Un aspetto meno appariscente, meno formalizzato e formalizzabile di questo Forum, ma senz'altro, in prospettiva, foriero di molteplici sviluppi, è l'enorme massa di contatti, connessioni, confronti che si è verificata tra soggetti, individuali e collettivi, provenienti dalle più diverse esperienze e nutriti dalle più diverse ideologie. Lucrezio, il grande poeta e filosofo materialista della Roma antica, pensava che la realtà venisse prodotta nei vortici che facevano collidere tra loro atomi prima indifferenti l'un l'altro. Qui il materialista osserva sorridendo lo svolgersi, il riavvolgersi e l'arrovellarsi di numerosi vortici di atomi sociali che liberamente collidono e danno luogo alla produzione di una novità imprevedibile, collegandosi attraverso legami originali. Di certo tutto questo raggiungerà prima o poi forme più stabili: ma sarebbe misero voler già da ora predeterminare uno svolgimento, sarebbe condannarsi alla ripetizione dell'identico. Ciò non vuol dire che, nel vortice, non si debba agire coscientemente: ma l'azione è paragonabile più ad una scoperta che alla ricerca di ciò che ci somiglia. E su questo tornerò. Tutto questo vorticare di relazioni mi sembra qualcosa di più libero di una rete, che è pur sempre, se vogliamo restare alla metafora, la connessione tra punti che restano "fermi".

Va precisato che quanto detto sopra riguarda soprattutto, come ho già detto, l'aspetto informale degli incontri, giacché gli incontri formali - sia le relazioni del mattino che i workshops pomeridiani - appaiono notevolmente ingessati, con scarsa o nulla possibilità di dibattito ed intervento, a parte la buffa usanza delle domande scritte consegnate dal pubblico al tavolo della presidenza. In parte ciò è dovuto alla obiettiva difficoltà di gestire un notevole flusso di presenze e le prevedibili conseguenti confusioni. Ma pare strano che in questo mondo prontissimo a stigmatizzare i difetti (ormai insopportabili) della "vecchia politica" pochi protestino contro questo deficit di democrazia. Contestazioni ve ne sono, vengono in genere tollerate, ma non si va molto in là. La contestazione più significativa è quella di un gruppo di neri che interrompe una soporifera ed elusiva conferenza stampa del gruppo organizzatore, chiedendo spazi maggiori, etc. E' la spia di un grave problema. I delegati dei paesi più poveri sono pochissimi e si muovono tra notevoli difficoltà. Coi soldi dei nostri alloggiamenti, se questi fossero ridotti a dimensioni più spartane, si potrebbero finanziare ulteriori partecipazioni, ma resterebbero in piedi alcuni gap comunicativi, io credo. Comunque questo è uno dei problemi prioritari che il futuro comitato organizzatore dovrà affrontare.

Non manca - e come potrebbe? - l'aspetto più tradizionale della politica: non manca l'aspetto della lotta politica interna ai movimenti, né quello dell'azione di partito e di stato. Negarlo sarebbe demenziale, sarebbe privarsi di una risorsa e sottovalutare un pericolo, dimenticare le condizioni concrete in cui tutte le suddette novità si producono.

L'aspetto politico tradizionale qui è dato dalla strategia del PT e dai suoi rapporti con una parte dell'apparato di Stato francese (nonché con una parte dei movimenti francesi). Poiché non è impossibile che il PT, tra circa un anno e mezzo, conquisti per un suo candidato la carica di Presidente della repubblica brasiliana, la sua strategia si muove in direzione di questo obiettivo fondamentale. Secondo alcuni ciò comporta (per la parte più moderata del PT) il tentativo di smussare i toni critici nei confronti dell'imperialismo USA. Di certo comporta il disegno d'una strategia internazionale che mira a prevenire il probabile isolamento d'un Brasile "rosso" cercando alleanze sia coi grandi paesi del Sud (Sudafrica, India, Cina) sia (illusoriamente, a mio avviso) con l'Europa, ed in particolare con la Francia, che è la nazione europea apparentemente meno succube agli USA. Ora, quest' asse franco-brasiliano ha due aspetti, uno positivo (il legame di lotta fra i movimenti - ed in particolare fra i movimenti contadini - dei due paesi) ed uno negativo (il tentativo francese - ostacolato anche grazie all'azione della delegazione italiana - di mettere la sordina alle responsabilità NATO nell'infame guerra dei Balcani). Più in generale, le preoccupazioni strategiche del PT e l'asse "diplomatico" franco-brasiliano hanno certamente influenzato la decisione di non concludere il Forum con un documento finale. Per fortuna, almeno il workshop dei movimenti sociali e quello dei rappresentanti istituzionali sono invece riusciti a produrre dichiarazioni finali impegnative e preliminari a nuove e concrete iniziative.

La cosa più negativa di tutto ciò non è certo l'esistenza di questa "alta politica". Anzi. Giustamente François Houtart, in una delle relazioni "ufficiali" del Forum, ha fatto presente la necessità di costruire a livello internazionale rapporti di forza che sostituiscano, almeno in parte, quelli venuti a mancare con il crollo del muro di Berlino: ci dovremo abituare al fatto che il movimento della "globalizzazione dal basso" e le azioni della c.d. "società civile transnazionale" si articoleranno alle più tradizionali, ma non certo meno importanti, strategie internazionali di partito e di stato. La cosa più negativa è piuttosto il fatto che questo livello del discorso non è stato quasi mai affrontato pubblicamente, e che la stragrande maggioranza dei presenti, di queste cose sapeva o sospettava poco. Qui la retorica della "nuova politica" acceca, e non fa comprendere né le potenzialità né i rischi insiti nell'ineliminabile "vecchia politica".

Qui si misura anche il vero livello della politicizzazione delle famose Organizzazioni non governative (ONG). Secondo alcuni (ad esempio secondo il filosofo Paulo Arantes intervistato dal quotidiano Folha de S. Paulo del 29.1.2001) le ONG stanno spostandosi dalle generiche radici "ambientaliste" che davano luogo a carnevalesche sfilate sotto gli applausi di americani ed europei, e si stanno rapidamente radicalizzando, giungendo a formulazioni anticapitaliste ed antiimperialiste più precise. La mia impressione è che il processo sia molto più confuso, e che per molte ONG (che per altro sono "non governative", ma dalle sovvenzioni dei governi in gran parte dipendono) l'obiettivo sia essenzialmente quello della liberazione di una gran mole di risorse che aumenterebbe a dismisura il bacino finanziario da cui esse possono attingere. Il nobile e sacrosanto obiettivo dell'annullamento del debito dei paesi "dipendenti" e della tassazione delle transazioni finanziarie avrebbe anche questo prosaico scopo, e l'opacità del rapporto con le politiche di stato sarebbe in questo caso il frutto della necessità di non porre sotto i riflettori una delicatissima zona di transazioni economiche. Nel dir questo non sto affatto supponendo l'esistenza di affari loschi: sto semplicemente applicando anche alle ONG il principio che ci deve guidare nella considerazione dei partiti, dei sindacati e di tutte le associazioni, ossia il principio che ci invita a considerare prima di tutto gli interessi specifici dell'organizzazione (ossia la tendenza d'ogni organizzazione a riprodurre ed accrescere sé stessa) e solo secondariamente gli scopi conclamati. Ovviamente nulla vieta che le due cose possano coincidere.

Peraltro, una radicalizzazione delle ONG è probabilmente (e fortunatamente) inevitabile, e per molte di loro già avviene. Le contraddizioni che gran parte dei loro aderenti si trovano a dover gestire sono sempre più difficili ed acute. Il contatto oramai stabilitosi tra queste ONG e movimenti più tradizionali e combattivi fornisce un flusso di motivazioni ulteriori. E quando il leader dei Sem Terra ha detto a chiare e semplici lettere che "non basta essere a favore dei poveri, bisogna anche essere contro i ricchi", una vera e propria ovazione ha accomunato tutti.

Le preoccupazioni più grandi però non vengono dal ruolo delle ONG, né dalla politica di stato, né dall'eventuale presenza di forme organizzative più tradizionali. Vengono piuttosto dal ruolo dei sindacati, ed in particolare dei sindacati europei e statunitensi. Questi hanno effettivamente fatto la figura delle istituzioni più conservatrici e meno dinamiche. Il rappresentante dell' AFL-CIO ha fatto un bel discorso di critica radicale al modello USA, ma questo sindacato, nel suo complesso, è stato sostanzialmente assente dal Forum. Anzi, lo stesso oratore ha detto che John Sweeney, il suo leader, non sarebbe stato a Porto Alegre perché era a Davos a dire che era con quelli di Porto Alegre. Un bel pasticcio, che mostra solo come l'innegabile risveglio del sindacalismo USA non abbia ancora raggiunto una massa critica sufficiente.

Abbiamo anche sentito un rappresentante della CGIL fare roboanti dichiarazioni contro la flessibilità del lavoro ed a favore della riduzione generalizzata dell'orario di lavoro come cardine della lotta alla disoccupazione. Francamente è stato come sentire un Veltroni che facesse l'apologia di Lenin e della dittatura del proletariato. Tutti i sindacalisti USA ed europei hanno fatto precise e documentate dichiarazioni sul fatto che ormai non si tratta più di costruire la solidarietà dei lavoratori del Nord coi più sventurati lavoratori del Sud, e che si tratta piuttosto di una lotta comune contro una comune condizione di dipendenza e di insicurezza. Ma a tutte queste giaculatorie non ha fatto seguito - a quanto ne so - nessuna concreta indicazione di iniziative e di scadenze, mentre tutti i sindacati europei sono apparsi sostanzialmente proni alle politiche dei loro governi e a quelle comunitarie. Un disastro.

Finché i lavoratori occidentali non smetteranno di fungere da classe di sostegno delle diverse frazioni del capitale mondiale e non usciranno dall'alleanza subalterna che li lega alle classi dominanti, la partita non potrà dirsi davvero riaperta. Anche su questo terreno si mostreranno le maggiori o minori capacità degli "antagonisti" europei.

Ed anche su questo terreno, temo, dobbiamo registrare un'altra nota negativa. Giustamente Pier Luigi Sullo lamentava sul manifesto la scarsa o nulla presenza di buona parte della cultura critica nostrana nei più visibili momenti del Forum e notava che ha poco senso prendersela con l' "egemonia" franco-brasiliana se non si inizia a predisporre da adesso, nell'ambito del rinnovamento e dell'allargamento del comitato organizzatore internazionale, un più preciso impegno dell' intellighentsia italiana ed europea. Gli è, a mio parere, che l'intellighentsia occidentale, ed in particolare quella italiana, appare poco capace di leggere davvero i fenomeni che a Porto Alegre si sono annunciati. Siamo troppo presi dalle tematiche del post-moderno e del post-fordismo, troppo sedotti dall' "immateriale" e dalla "cyber-community" per accorgerci davvero di quel che accade o che può accadere. Intendiamoci, non dico che le tematiche di cui sopra siano tutte panzane, o che non parlino anche di fenomeni che si riscontrano nello stesso Sud. Ma è la centralità delle categorie del post-moderno che impedisce di leggere una realtà che non è fatta semplicemente dall'implosione o esplosione dei soggetti politici, quanto dall'articolazione plurale di soggetti molteplici, alcuni dei quali fortunatamente privi delle caratteristiche di volatilità e di leggerezza tanto care alla nostra estenuata riflessione. Il fatto è che non riusciamo a liberarci (proprio noi, così pervasi dalla critica dello "sviluppo") dal malvezzo storicista ed evoluzionista che porta a credere che tutta la realtà sia leggibile sempre e solo dal suo punto apparentemente più sviluppato (ossia, nel nostro caso, dall'Europa quando non dagli USA - o dall'immagine che degli USA ci facciamo). E ci affanniamo ad imputare virtù rivoluzionarie sempre e soltanto all'ultimo soggetto che appare sulla scena: l'altro ieri gli intellettuali massa, oggi "il popolo delle partite IVA", domani i lavoratori del terzo settore. E lo facciamo non sulla base dei comportamenti concreti di questi soggetti (tutti assolutamente interessanti ed importanti, sia chiaro), ma solo sulla base del fatto che essi sono (o crediamo siano) l'ultimo prodotto del capitalismo, il dernier cri della dialettica storica. Mentre invece mi pare si debba dire che la realtà è leggibile non semplicemente a partire dallo sviluppo del capitale, ma a partire dallo sviluppo del conflitto. E che spesso non è la contemporaneità a fornire la chiave della comprensione dei soggetti, ma proprio la loro apparente inattualità. In fondo fu proprio l'incontro fra un movimento contemporaneo (quello degli studenti e delle varie tematiche "postmaterialiste") ed un movimento apparentemente sorpassato (quello di una classe operaia in gran parte orientata in direzione "comunista") a consentire, negli anni '70, la comprensione e la critica di una forma determinata di capitalismo, quella sortita dal compimento e dalla crisi del welfare.

Ciò spiega come siano soggetti apparentemente sorpassati (addirittura movimenti contadini…) quelli che ci aiutano a leggere, oggi, la realtà mondiale del capitalismo e del conflitto. Che ci aiutano a capire che la scintilla della ripresa d'un conflitto di classe mondiale non scoccherà necessariamente dal "centro", anche se l'incendio dovrà necessariamente propagarsi fino al centro.

Certo, se vogliono essere efficaci, questi "vecchi" soggetti non possono limitarsi a guardare indietro (e non credo che lo facciano). Ma d'altra parte noi, se vogliamo davvero essere attuali, non possiamo limitarci ad essere contemporanei, oppure dobbiamo capire che la contemporaneità è un'insieme disomogeneo di temporalità differenziate, come voleva Althusser.

Se ciò che inizia a Porto Alegre inizia davvero, anche la nostra ripetitiva riflessione può esserne finalmente scossa.

Qui, quando si parla di socialismo, i più applaudono convinti, pochi applaudono tiepidamente, pochissimi mostrano perplessità. Il fatto che spesso si intenda per socialismo qualcosa che, anni fa, avremmo tacciato di imbelle riformismo, poco muta dell'essenza della questione: ritorna a muoversi, come dicevo prima, una critica di massa al capitalismo, una critica che quantomeno allude ad una nuova società. Vi pare poco? Certamente, in questo caos che per adesso vede, almeno all'apparenza, l'egemonia d'una critica di tipo umanitario ai soli aspetti deteriori del capitalismo, al "capitalismo finanziario" (come se fosse possibile distinguerlo dal capitalismo industriale, oggi…) il ruolo di un'analisi di derivazione marxista e di orientamento comunista è assai importante. Molti dei presenti potrebbero imparare da noi (se concentrassimo al meglio i nostri sforzi di analisi e comunicazione) due o tre cose essenziali sul capitale e sui suoi trucchi. Ma certamente noi abbiamo da imparare, da loro, moltissimo sulla forma attuale in cui si presenta l'esigenza d'una uscita dal capitalismo, sui soggetti, sui valori, sui modi concreti di costruzione di relazioni sociali non fondate sullo sfruttamento e sulla competizione. E' un processo collettivo di apprendimento, quello che si apre. E' senz'altro anche un processo di lotta per l'egemonia tra diverse posizioni.

Come dicevo, moltissimi applaudono quando si parla di socialismo. Ma quando un gruppetto comunista organizzato sottolinea sistematicamente ogni passaggio delle relazioni con slogans che invocano la radicalizzazione della lotta, tutti fischiano. Perché non ci si può presentare come quelli che sanno già tutto, perché sappiamo poco e, su alcune cose, quasi nulla. Bisogna essere dentro questa corrente e parlare linguaggi che a tutta prima ci sembrano estranei: ne uscirà qualcosa di nuovo anche per noi.

La delegazione italiana si è mossa in maniera dignitosa. Prima di tutto perché non era, in partenza, la delegazione di una omogenea realtà nostrana, ma un insieme di delegati di diverse realtà che hanno via via trovato - anche grazie all'intelligente apporto di Vittorio Agnoletto, un soddisfacente metodo di confronto ed una sufficiente unità di intenti. Secondariamente perché i punti affrontati erano davvero rilevanti: far sì che da Porto Alegre partisse, almeno nelle intenzioni, una staffetta per le contestazioni al G8 di Genova; sottolineare il ruolo nefasto della Nato ed inserire la critica all'ingerenza umanitaria almeno in uno dei documenti del Forum (quello dei "movimenti"). Il che è stato fatto. Ovviamente ora il problema è far nascere in Italia un insieme permanente di soggetti interessati in maniera organica alla connessione dei movimenti locali con le scadenze sovranazionali. Il problema è far sì che il nome di Porto Alegre, come quello di Seattle, non diventi qualcosa di analogo ai luminosi nomi delle vittorie napoleoniche (Austerlitz, Marengo…) che scaldano cuori e menti dei patrioti italiani e lasciano fredde le masse.

Una breve osservazione sulla delegazione del PRC, che si è mossa bene ed in molteplici direzioni. L'anno prossimo dovrà essere, a mio parere, una delegazione ancora più forte, perché il PRC è - sempre a mio parere - l'unico partito comunista che possa , almeno in via di ipotesi, dialogare positivamente con queste nuove realtà, essere parte attiva di queste nuove realtà. Ci vorrebbe una presenza più visibile, uno stand, un documento in molte lingue che dica che "un nuovo comunismo è possibile", anche prendendo spunto da molte delle cose dette qui, e che non si presentano affatto nelle forme tradizionali del discorso comunista.

Concludo. Secondo un'analisi "classica" si potrebbe dire che il Forum ha sancito la momentanea alleanza tra movimenti contadini ed operai (soprattutto, forse, contadini) più radicali da un lato ed apparati di partito e di stato franco-brasiliani dall'altro, con la momentanea latitanza dei movimenti sindacali delle metropoli e la completa vergognosa assenza della quasi totalità degli apparati già "socialdemocratici". E già questo potrebbe bastare, trattandosi di un'alleanza necessariamente dinamica. Ma è qualcosa di più, ovvero è l'unione tra questo processo e quello di formazione molecolare di nuove aggregazioni che attraversano i confini degli stati e dei movimenti. E' la ripresa della critica di massa del capitalismo, in una forma potenzialmente adeguata al nuovo livello di sviluppo, nazionale e transnazionale, del capitalismo stesso.

Tutti i problemi teorici e pratici del movimento anticapitalista ci stanno davanti, irrisolti. Ma si stanno formando nuovamente dei soggetti collettivi e, al loro interno, delle individualità consapevoli, che vogliono affrontarli.

Torino, febbraio 2001.