UNA CITTÀ n. 112 / Aprile 2003
LUCA MELDOLESI

DOVE SI FATICA

L’impegno per far emergere l’economia sommersa sta dando risultati preziosi. La necessità di un lavoro culturale e sociale, volto a comprendere le resistenze, le diffidenze, ma anche le motivazioni, che spingono al lavoro nero. Il pregiudizio che il sommerso abbia a che fare con la criminalità, mentre questa predilige decisamente il lavoro regolare. Il successo dei giovani tutor a Napoli. Intervista a Luca Meldolesi.

Luca Meldolesi è ordinario di Politica Economica all’Università Federico II di Napoli e ricopre l’incarico di Presidente del Comitato Nazionale per l’Emersione del Lavoro Non Regolare, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il Comitato per l’emersione del lavoro non regolare è operativo dalla fine del ’99. Molte iniziative sono state prese in questi ultimi tre anni e mezzo. Qual è oggi il bilancio?
Premesso che negli ultimi anni ho lavorato con il governo D’Alema, con il governo Amato e adesso con il governo Berlusconi, forse una prima annotazione comune riguarda il fatto che in generale le politiche adottate per l’emersione del lavoro nero hanno sempre avuto un po’ il vizio dell’improvvisazione, nel senso che le forze politiche hanno sollevato la questione e cercato la scorciatoia.
Fortunatamente il lavoro del comitato è stato improntato a un forte radicamento nel territorio, con la creazione anche di figure tutoriali, con un programma di formazione.
Va anche riconosciuto che il governo Berlusconi sin dal suo insediamento ha preso questo argomento come nodo chiave, dandogli il rilievo che merita. La stessa legge 383, quella Tremonti, pur nei suoi evidenti limiti, è stata comunque un importante traino della problematica. Mai in Italia c’era stata una discussione così viva e una presenza così forte di forze economiche, sociali, politiche, su questo tema.
Naturalmente è importante ricordare che anche Confindustria ha cambiato atteggiamento; da un’iniziale posizione di forte scetticismo, per non dire ostracismo, con D’Amato, si è invertita la rotta e anche questo è stato un impulso importante.
Ora ci troviamo a un momento cruciale, a mio avviso. Negli ultimi mesi c’è stata un forte presa di coscienza delle parti sociali, le quali hanno preteso che la cosiddetta emersione automatica, cioè questo meccanismo di dialogo diretto con il Ministero delle Finanze, lasciasse il campo a una maggiore presenza appunto delle parti sociali, in un contesto in cui vengano coinvolti anche gli altri soggetti del territorio.
C’è stato anche un primo inizio in questo senso; un tentativo di cosiddetta “emersione progressiva” è stato condotto dal novembre dell’anno scorso fino alla fine di febbraio, senza però riuscire a proseguire per una insufficiente coesione tra i soggetti in gioco.
C’era in particolare il problema di decidere se continuare all’interno della logica della 383 o scegliere vie diverse. Alla fine si è deciso di interrompere questa legislazione.
Così oggi ci troviamo in una fase ulteriore, che riguarda il tentativo di abbandonare politiche dettate dell’emergenza, basata un po’ su questa improvvisazione delle leggi, per cui in tempi brevissimi a una legge ne segue un’altra, a favore di una politica sistematica, ordinaria che investa l’intero paese, con caratteristiche di presenza territoriale, di concentrazione di sforzo sul superamento degli ostacoli, che sono molto consistenti.
Hai citato la legge 383, lamentandone tuttavia i limiti. Puoi spiegare?
Premetto che per me comunque i risultati conseguiti in questi ultimi anni sono strepitosi. Io ho delle idee del tutto opposte a quelle che girano: chi continua a parlare di fallimento, semplicemente non conosce il paese. Si aspettava delle cose che erano impossibili.
Venendo alla 383, di nuovo il problema era quello di una legge scritta con una certa improvvisazione. Il maggior limite a mio avviso riguardava il fatto che il ministro Tremonti (tra l’altro uomo del Nord) supponeva che gli imprenditori del lavoro nero, a un’offerta di regolarizzazione avrebbero fatto la fila per farsi identificare, nome e cognome. Ma questo significa non conoscere proprio l’abicì dell’atteggiamento culturale.
Se ricordi le campagne pubblicitarie, il messaggio era quello: “Venite, regolarizzatevi, ci siamo noi”… Ecco, un’operazione di questo tipo non aveva veramente alcuna possibilità di riuscita.
E tuttavia, per una serie di circostanze, tra cui alcune leggi del centrosinistra che qualche effetto l’hanno avuto, anche se ritardato, in particolare il credito d’imposta, il prestito d’onore, gli studi di settore, e il grande baccano che siamo riusciti ad azionare con la pressione della televisione, un messaggio è arrivato.
Cioè la gente ha cominciato a capire che con l’euro, l’Italia in Europa, certi comportamenti, certi atteggiamenti non sono più ammessi, non potranno più rimanere nell’ombra.
Il sommerso infatti ha bisogno di penombra, ha bisogno di segretezza.
Entrando nello specifico dei risultati conseguiti, tu li consideri comunque notevoli…
Vedi, già poter discutere del fatto che in certe zone le imposte non si pagano, i contributi nemmeno, che il lavoro è tutto irregolare; insomma maggiore attenzione ha significato anche pressione su queste zone. Così tra l’altro abbiamo potuto accorgerci che, per dire, Trani, Reggio Calabria, Lecce, proprio le zone più sperdute del paese, erano quelle che tiravano la campagna. Quindi abbiamo messo in moto un processo.
Anche i risultati occupazionali sono significativi. Questo è un paese che ha sempre avuto un’occupazione stagnante, invece negli ultimi anni abbiamo rilevato dei dati positivi, non solo quando l’economia andava bene, cosa ovviamente più facile, ma anche quando non andava bene.
C’è stata poi la legge sulla regolamentazione degli extracomunitari che ha avuto esiti assolutamente inattesi e sorprendenti: nessuno pensava che si presentassero 700.000 persone. Insomma, se l’anno scorso, tra gli uni e gli altri si è superato il milione, evidentemente qualcosa di importante è accaduto.
Con questo naturalmente io non voglio dire che il problema sia risolto. Tutt’altro. E però sicuramente possiamo dire di aver imparato a gestirlo. Per questo dico che è giunto il momento di passare a una fase più continuativa e consolidata dell’intervento, con un bench marking territoriale, che significa anche fare previsioni, verificare i risultati: quanto deve progredire la tale provincia? In quali tempi? Con quali risultati presumibili?
E poi dobbiamo anche tenere a mente che tutta questa irregolarità, così forte in certe zone, è collegata ad altre irregolarità.
La criminalità che ruolo ha in questo sistema parallelo?
Anche rispetto a questo problema, c’è un tipico errore che circola. Quante volte ho dovuto spiegare che dove si “fatica” è piuttosto improbabile incontrare mafiosi e camorristi?
Io mi sono già espresso su questo tema; l’ho fatto anche a partire da uno studio condotto da Mario Centorrino e Elena Girasella. Ebbene, ciò che la ricerca chiarisce è che in realtà la criminalità non sta nel sommerso, bensì nell’economia emersa. Per una serie di vantaggi. Al sommerso, ci sta la povera gente, fondamentalmente, e si lavora, si lavora molto, con una paga ridotta. Per cui non conviene.
Mentre invece lì dove tutto è a posto, e i soldi magari sono riciclati...
Insomma, le cose stanno esattamente al contrario di quanto si potrebbe credere: il crimine organizzato si avventa sull’emerso (tant’è che il pericolo di diventare preda della criminalità si affaccia proprio con l’emersione). E poi c’è un altro fatto molto importante: se uno ha un giro di imprese formalmente in regola, oltre a “lavare” il denaro sporco, e casomai avere un comodo paravento per le attività illegali, può approfittare delle leggi sul reinserimento dei carcerati (ossia far uscire di prigione più “picciotti” possibile -aspetto questo finora mai adeguatamente considerato).
Chiaro che con un’impresa al nero niente di tutto questo sarebbe possibile. Questi sono i misteri dell’Italia.
Non abbiamo affrontato il problema del falso…
Il falso è un problema serio, soprattutto perché c’è un’industria che vive di questo. Il paese per molto tempo ha accettato questo fenomeno, come ha accettato il sommerso. Naturalmente c’è falso e falso. Proprio a Prato mi hanno insegnato che spesso quando si inventa una cosa si inventa anche il falso di questa cosa. Quindi esiste una sorta di falso legale, cioè una rapida e immediata copia a basso prezzo. Come se gli autori dell’opera originale volessero garantirsi di essere i primi anche nella “copia”. Questo non è illegale, fa parte del normale funzionamento. Diventa illegale quando si copiano delle cassette, dei prodotti che hanno un copyright.
Allora, ci sono delle illegalità che certamente vanno sanate. Però io credo che le illegalità più gravi siano quelle tipiche del sommerso, “classiche”, legate proprio al suo funzionamento. Mi riferisco alla riduzione in condizioni di schiavitù, al lavoro dei bambini; ecco, questi sono certamente gli aspetti più gravi.
C’è un’altra cosa su cui vorrei tornare. E’ vero che il grande crimine non c’entra con il sommerso, però è anche vero che la microcriminalità e l’illegalità diffusa sono invece fenomeni abbastanza vicini a questa realtà. Quindi questa è un’altra parte del lavoro che noi speriamo prosegua; ora ho qui le lettere di sostegno da parte del Ministero degli Interni perché è chiaro che se funzionano, le nostre iniziative contribuiscono anche al consolidamento dei processi sociali. Regolarizzare, infatti, specie con le classi più emarginate e in bilico, significa anche ridurre il pericolo di un risucchio da parte della criminalità.
C’è infine un altro grave problema, forse il più grave di tutti, perché comunque è il sintomo di un ritardo culturale; mi riferisco al fatto che la società regolare è debole e inquinata.
Per società regolare io evidentemente intendo l’impiego pubblico.
Parlo di “inquinamento” in riferimento a quelli che sono i tre flagelli noti, ossia la corruzione, il crimine e il corporativismo. Perché il corporativismo, per dire, purtroppo è presente in modo pesante soprattutto tra i dipendenti pubblici. Questo non lo si dice mai, ma per certi versi è proprio quello che ci impedisce veramente di progredire in senso ampio. Allora, io vedo il movimento contro il sommerso anche come una spinta nuova rispetto alla società, un moto volto a salvarla…
Voglio dire, qui parliamo sempre di sommerso nel sistema privato, ma voi avete idea di quanto sommerso ci sia nel sistema pubblico?
Perché non c’è dubbio che se si accetta un sistema in cui si tollera che la gente faccia finta di lavorare, l’esito è scontato: specie al sud, queste energie finiscono poi nel nero. E’ proprio un’equazione matematica. Quindi in realtà, questo parassitismo, questa connivenza alla piccola corruzione che noi tolleriamo nel pubblico impiego, è un atteggiamento gravissimo.
Tra i dispositivi adottati, quali si sono rivelati più efficaci?
Non c’è dubbio che il tiraggio del prestito d’onore e del credito d’imposta è stato altissimo.
Ci sono statistiche che mostrano come appena la 383 ha cominciato a funzionare, tutti sono andati a cercare soldi per tirarsi fuori da questa situazione, o comunque hanno fatto delle domande; ci sono proprio delle curve che improvvisamente fanno un salto.
Purtroppo una delle conseguenze è stata che siccome il tiraggio è stato molto alto, queste misure sono state messe sotto osservazione dal centro e quindi sono state inevitabilmente depotenziate.
Si è anche chiarito come via via che andiamo avanti, si assottiglia questo “cuscino”, questo stadio intermedio, che non è né carne né pesce, ossia la gente che ancora si trova a dover scegliere e che volta per volta decide che cosa fare.
Allora, il pericolo che vedo in questo momento, in cui c’è una pericolosa caduta di tensione su questo fenomeno, è che ci possa essere un contraccolpo e quindi un arretramento.
E’ il cosiddetto effetto delfino. Ecco, solo questo ci dice che dobbiamo andare avanti. Lo capirà il sistema politico? Vediamo, io ho già cominciato a dirlo.
Il fatto è che -considerazione non secondaria- io sono solo. Cioè qui ci sono io, uno della vigilanza, e poi ogni tanto una riunione col sottosegretario, non c’è altro. Mi trovo in una condizione di monopolista involontario. E’ un po’ curioso.
Ora ho presentato dieci punti da discutere con le parti sociali. E’ che avrei bisogno di qualche collaborazione in più. Chiedo alla Confindustria: una persona la vuol fare lavorare con me o no? Una della Cisl me la date? Una della Cgil? Sarebbe il minimo. Invece nemmeno questo c’è. Fortunatamente in periferia ci sono anche soggetti molto interessati, si sono fatti avanti dei prefetti, degli imprenditori bravi, dei giovani molto capaci, che hanno impostato un buon lavoro. Poi vedremo, perché, come dicevo, man mano che questo cuscino intermedio viene assorbito nell’occupazione regolare, il cammino diventa più difficile, perché poi resta da far fronte a delle situazioni trincerate; poi c’è lo zoccolo duro.
Tra le “buone pratiche” adottate ci sono anche i Centri Cuore, di cosa si tratta?
E’ una pratica che è stata inventata a Napoli, un’esperienza dei miei allievi. Sono centri che si caratterizzano per il fatto di non essere semplici uffici che aspettano l’arrivo delle imprese; sono piuttosto gruppi di giovani che hanno un punto di appoggio, ma che la loro giornata la trascorrono direttamente nelle botteghe degli artigiani, nelle piccole imprese, a fare piccoli check up aziendali, a cercare di capire e di aiutare, facendo un lavoro sia di informazione che di formazione.
Questi hanno avuto un grandissimo successo a Napoli. Ora, infatti, stiamo cercando di diffondere questa pratica; la Puglia ne ha aperti cinque, anche la Sicilia e la Calabria stanno facendo questo tentativo; in Campania è appena stato approvato un piano di raddoppio.
I Centri Cuore sono importanti, perché l’incoraggiamento è un fattore determinante: noi non vogliamo distruggere il patrimonio artigianale, delle piccole imprese, sarebbe controproducente. A questo scopo sono nati anche dei consorzi.
Vi state muovendo anche sul piano della formazione…
Il progetto più ambizioso riguarda piccole scuole collegate direttamente con gli Stati Uniti, che servano a rompere una consuetudine un po’ omertosa presente in quest’ambito. Cerchiamo insomma di fare qualcosa che rompa gli equilibri esistenti. L’idea è di avviare una scuola sia per gli operatori che per i figli di piccoli imprenditori, se non con gli imprenditori stessi. Sono moduli brevi, mutuati dal metodo Iacocca, un italoamericano molto competente ha un istituto in Pennsylvania, Ora, sia la Regione Calabria che la Regione Puglia si sono impegnate ad aprire queste scuole; in Campania siamo ancora in trattativa.
L’investimento sulle nuove generazioni si spiega soprattutto con l’esigenza di puntare a una sorta di rivoluzione culturale. Ce ne puoi parlare?
I giovani sono importantissimi per promuovere il processo di emersione. Perché in un certo senso loro cominciano da zero.
Nella zona di Reggio Calabria, di cui mi sono occupato, abbiamo trovato moltissime donne impiegate nel lavoro al nero. Un fenomeno interessante: in una condizione di bassa istruzione e di subordinazione familiare pensavano di non aver diritto alla carriera, bensì al massimo a un lavoro di arrotondamento, quindi nero. E però era subito emerso un elemento dissonante. Infatti, se si chiedeva loro: “Scusi, ma a lei chi glielo fa fare? Perché non fa solo la casalinga?”, rispondevano: “Perché io con il mio lavoro mando mia figlia all’università”. Allora uno lì capisce intanto che deve entrare in quella logica. Dopodiché risulta evidente che a quel punto devono essere i figli a dire: “Mamma, basta”. Insomma, bisogna proprio creare una cultura che rompa certi comportamenti, certi atteggiamenti.
Detto questo, a livello istituzionale, resta poi un lavoro di una fatica mostruosa. Non è che tu spingi un bottone e le cose si sistemano... Non è così. Però è anche un lavoro molto appassionante, i miei tutor, che sono ragazzi giovani sono molto maturati nel corso di queste esperienze.
In questo processo il sindacato come si è comportato?
Quando c’è molto nero il sindacato è debole: sente una grande responsabilità però non ha forze, strutture. Naturalmente dentro il sindacato si trovano anche persone di grande qualità, infatti noi ci muoviamo con la lanterna di Diogene: appena troviamo delle persone per bene cerchiamo subito di collaborare strettamente. Adesso è un momento favorevole. In questo momento, la capofila inevitabilmente è la Cisl, però la Cgil, che nella fase 383 era molto critica, adesso sembra più aperta. Poi la situazione cambia a seconda delle zone del paese. Per esempio, l’Emilia brilla per la sua assenza in questo consesso: non ha voluto i tutor e ha un collegamento molto evanescente con la nostra rete.
Eppure il sommerso c’è, eccome, soprattutto in certe zone. Sia quello cinese, sia quello della riviera, con la stagione turistica. Altre regioni, come la Toscana, la Campania collaborano maggiormente; lo stesso Veneto è presente in queste iniziative; oggi ci sono due tutor che mi presentano la situazione, con intelligenza e continuità.
Lo stesso sommerso comunque cambia da zona a zona. C’è il sommerso del tipo più comune, dove manca la produttività, e poi c’è tutto un sommerso legato ai nuovi lavori, ai servizi alla persona, dove ci sono molti immigrati, oppure tecnocasalingo, o ancora legato al divertimento dei giovani.
Hai citato i cinesi, anche a Napoli c’è una grossa comunità…
I cinesi sono una comunità molto coesa e molto difficile da penetrare, hanno uno spirito imprenditoriale che altri gruppi etnici non hanno; sono particolarmente forti nelle confezioni, e questo significa che riescono a vincere la concorrenza in tutti i luoghi dove le strutture tessili e dell’abbigliamento sono significative.
A San Giuseppe Vesuviano sono forse 10.000, a Prato 20.000, a Carpi 15.000. Comunque piano piano anche in questo gruppo comincia a emergere una specie di bisogno di collegamento con la vita sociale e culturale del contesto in cui vivono.
In questo tentativo di integrazione sono accaduti episodi abbastanza divertenti. A forza di insistere, infatti, ad un certo punto una quarantina di piccoli imprenditori cinesi di San Giuseppe Vesuviano sono andati dal presidente della Provincia e hanno dichiarato di essere disposti a regolarizzarsi.
Per ragioni culturali noi non abbiamo compreso che si trattava di una svolta che interessava l’intero gruppo. A quel punto non sapevano più come farcelo capire. Ebbene tu sai che con i cinesi in Italia, e forse non solo qui, c’è questo problema legato al fatto che sembra non muoiano mai. Ecco, improvvisamente hanno fatto un grande funerale. Il messaggio, di nuovo, era: “Accettiamo le regole”. Sono cose importanti.
Quindi il lavoro regolare, rispetto agli immigrati, è anche un primo passo verso la cittadinanza…
Esattamente. Tra l’altro, se riescono ad avviare piccole imprese di successo, questa è una cosa buona per il paese, non è una cosa cattiva. La gente pensa che va bene solo se si limitano a fare i lavapiatti; invece no, non è così, va bene se si mescolano. Dobbiamo uscire dalla logica centro-europea dello stato-nazione, perché le società moderne non funzionano più così.
L’Italia, da questo punto di vista, a mio avviso, vive in una condizione di anacronismo. Se superiamo questo impasse, il paese è abbastanza vivo. Dobbiamo imparare a vivere in un’epoca nella quale ci vuole molta più duttilità, in cui occorre saper far funzionare i mercati, e quindi vivere con i mercati, non contro i mercati; una società multietnica, multirazziale e multireligiosa. Tra l’altro è anche l’unica maniera per trattare gli immigrati come persone.
Lo ripeto, non si può continuare a pensare che va tutto bene solo se si limitano a fare i lavapiatti. Certo, è chiaro che questo è il modo con cui sopravvivono appena arrivano qui.
Del resto, se gli italiani non abbandonassero tutta una serie di lavori, le cose sarebbero molto diverse. Insomma, la nostra società deve fare dei patti chiari con queste persone, come fanno appunto gli Stati Uniti, con tutte le persone, milioni di italiani compresi; patti chiari e amicizia lunga. Di nuovo, ci vorrebbe una rivoluzione culturale.